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Immagini simbolo della crisi che stiamo vivendo e dalla quale non
siamo ancora fuori: una pista di prova per auto e una pista di decollo
per aerei in America completamente invase da auto invendute; il porto
di Singapore con una quantità enorme di navi fuori dalle banchine per
non pagare dazi e in attesa di merci.
Alberto Onetti, docente di economia e gestione delle imprese
all'Università dell'Insubria e "visiting professor" presso la San
Francisco State University della California, illustra agli
imprenditori dell'UCID (imprenditori e dirigenti cattolici) di Varese
gli aspetti macroscopici di una crisi globale, trascinata dal debito e
non dal credito, nata dal mercato bancario e non dai mercati
finanziari.
L'azienda che non ha cassa muore anche se è sana, perché si crea un
effetto domino.
In America, dove il professore è osservatore privilegiato, le aziende
hanno iniziato a mettersi in linea, a ridurre le dimensioni per poi
riprendere: ci sono state azioni correttive nell'immediato.
Al contrario in Europa si è aspettato, si è lasciato passare troppo
tempo per avere risposte efficaci. Non si pensa che la crisi è anche
un'opportunità, che occorre avere coraggio e fare scelte importanti.
La scelta giusta, secondo il docente, è concentrarsi sui problemi
strutturali e non sui sintomi: la competizione è globale, c'è un
fortissimo tasso di innovazione, il benessere diffuso è elevato, con
la conseguenza che consumatori evoluti chiedono beni evoluti.
Ma continuare a innovare riduce i cicli di vita dei prodotti, le
dimensioni spazio-tempo per le aziende si concentrano, i prodotti
diventano vecchi prima.
Altro problema: l'Europa ha una valuta unica che è forte ma fa perdere
competitività alle esportazioni, mentre gli acquisti all'estero
vengono fatti in condizioni di favore. E' quindi il momento di
acquistare aziende all'estero.
Ma l'Italia, pur con un Euro forte, appare defilata, vi è
un'accresciuta volatilità, aumenta il rischio d'impresa, le aziende
hanno un orizzonte di vita molto basso.
Cambia la convenienza di alcuni mercati: l'Est non conviene più come
delocalizzazione a basso costo ma è interessante come mercato di
sbocco; la Cina è conveniente ma è troppo lontana e ha un costo del
lavoro in crescita. Alcune aziende che erano andate in quel Paese e in
India stanno tornando a casa. L'Africa può diventare interessante ma
ha molti problemi geo-politici. Il Messico ha ridotto le paghe degli
operai per diventare competitivo.
L'Italia non può più essere sede di aziende a basso valore di
produzione (come il tessile e l'abbigliamento, settori tipici del
Varesotto): è il momento di fare investimenti all'estero e comprare
valuta all'estero.
E' difficile prendere decisioni in questo scenario, servono grandi
tecnici.
I bassi costi sono un fattore competitivo necessario; le tre strade da
prendere, le uniche alternative alla delocalizzazione, sono
l'innovazione, l'automazione e l'immagine.
L'immobilismo è sbagliato, la caratteristica del fare impresa oggi è
l'internazionalizzazione.
Scegliere quindi: alcune attività possono essere convenientemente
svolte in Italia, altre no. Occorre fare scelte forti, rapide,
importanti, perché "piccolo non è più bello" ("piccolo è bello" è
stato lo slogan del Varesotto per troppo tempo).
Le aziende piccole hanno meno opzioni di quelle grandi, mentre
l'innovazione richiede una massa di investimenti. Così le imprese
grandi crescono, le piccole soffrono.
Se i problemi strutturali non si risolvono, è la conclusione del
professor Onetti, la crisi continuerà. |