Bene Comune e società del benessere
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Lo scenario che
oggi interpella la coscienza del cristiano è caratterizzato dalla
presenza di disvalori che, ove non efficacemente contrastati,
finiranno per minare con corrosiva progressione le fondamenta civili
e culturali della nostra società.
Con l’affievolirsi
di quei valori (religione, famiglia, patria) che hanno
tradizionalmente costituito il fulcro intorno al quale si realizza
la vita sociale, si è venuta a determinare la frantumazione del
corpo sociale in una molteplicità disarmonica di gruppi legati da
interessi contrapposti e da passioni egoistiche.
Rapporti puramente
formali e indipendenti da ogni legame di solidarietà sono spesso
alla base delle istituzioni che reggono la vita civile, mentre
all’interno della società si è progressivamente radicata una
concezione che induce a considerare le relazioni umane come
relazioni di scambio e, di conseguenza, l’inclinazione a perseguire
il proprio tornaconto a detrimento degli altri considerati come
rivali.
Peraltro, una
visione relativistica della libertà, riducendo questa a mero
permissivismo, ha favorito una perniciosa confusione tra utilità
individuale e bene collettivo.
In pari tempo, la
rimozione di ogni riferimento al trascendente nel quotidiano
operare, indotta soprattutto dall’azione dei mezzi di comunicazione
di massa, ha finito per limitare il panorama degli interessi
dell’Uomo e contenuto gli ideali della vita essenzialmente nella
dimensione del possesso e della conquista.
La cultura dell’avere
si è quindi sostituita alla naturale aspirazione dell’uomo alla
crescita interiore, alla tensione verso la spiritualità, la
dedizione, la conoscenza, la bellezza e domina ormai la scena di una
società sempre più priva di punti di riferimento morale su questioni
essenziali dell’esistenza umana.
Di tal che
l’economia, alla quale si è voluto nel tempo ridurre ogni dimensione
dell’agire umano, disancorata da istanze di ordine superiore, ha
progressivamente reso le persone funzionali a produrre ed avere
di più, contribuendo a dare impulso ad un’etica materialistica
che, avverte il missionario P. Costanzo Donegana, “mentre
promette alle persone di renderle realizzate e felici con i beni che
offre loro, le divora dentro, lasciandole come manichini senza
cuore”. (a)
E pertanto
il bisogno di garantirsi a tutti i costi il massimo grado di
benessere, divenuto l’angoscia fondamentale dell’uomo, ha messo in
atto una spirale egoistica che attraversa tutte le barriere di
classe, di condizione economica, di partito, di sesso, inducendo la
“cultura del soddisfacimento” – come la chiama J.K.Galbraith
– e con essa l’illusione di recuperare la propria identità
attraverso la conquista del successo e l’accumulazione di denaro.
Il conseguente
sistema di vita ha comportato una pervasiva caduta della qualità
delle relazioni umane che mette a dura prova la nostra esistenza,
riflettendosi negativamente sul corpo sociale nel suo complesso e
sulla stessa istituzione familiare che per i credenti realizza anche
un sacramento.
In questa realtà,
anche la famiglia sembra talvolta chiudersi a riccio a fronte delle
problematiche della comunità, escludendo e non includendo,
rischiando di far prevalere la difesa dei propri confini sulla
solidarietà civica e sull’amore per il prossimo: in contrasto con la
visione di Gesù per il Quale la famiglia, luogo di amore, non può
che essere aperta e inclusiva.
Con lucida
preveggenza, l’amatissimo Giovanni Paolo II osservava: “Infatti
esiste già un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce
enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di
questo suo dominio egli perda i fili essenziali e, in vari modi, la
sua umanità sia sottomessa a quel mondo ed egli stesso diventi
oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percepita,
manipolazione…” (b)
* * * * *
In siffatto
contesto, la presidenza nazionale dell’Unione cristiana imprenditori
dirigenti ha opportunamente proposto, all’inizio della corrente
sessione, il Bene Comune, cardine della dottrina sociale
della Chiesa, come tema dell’impegno associativo, sia pure con
precipuo riferimento all’attività dei suddetti operatori.
Questa indicazione
sembra tanto più appropriata ove si consideri che il Bene Comune
forma oggetto del documento preparatorio predisposto dal competente
comitato scientifico per la XLV Settimana Sociale dei cattolici
italiani, che segna il primo centenario dell’iniziativa intrapresa
dal beato Toniolo nel 1907.
Ciò premesso,
appare evidente che il gruppo lombardo dell’UCID – per l’oggettivo
peso riveniente dalla collocazione in una delle aree più sviluppate
del Paese – non può non farsi carico, a fronte delle gravi emergenze
che affliggono la società, della elaborazione di un proprio progetto
operativo ispirato ai valori del Vangelo per la promozione del
Bene Comune, conformemente alla norma statutaria che pone tra le
priorità del nostro impegno “lo studio e l’attuazione di
iniziative volte a conformare le opere e l’attività degli associati
ai principi della dottrina sociale della Chiesa”.
Non mancano
significativi precedenti, tra questi l’esemplare, lungimirante
azione al servizio del Bene Comune realizzata su diversi
fronti dal gruppo UCID Veneto-Trentino, secondo piani di intervento
elaborati all’interno dello stesso gruppo con il supporto
dell’impresa, come si evince dal “2° Rapporto Imprenditori Veneti
per il Bene Comune” che in premessa, fra l’altro, recita: “Bene
Comune nella nostra terra non è capitalismo compassionevole o
buonismo emotivo ma condivisione dinamica e radicata della volontà
di realizzare una migliore qualità della vita con il coraggio di
pensare e costruire un futuro migliore.....” (cfr. allegato 1).
Ma tale
convincimento parte soprattutto dalla constatazione della grande
vitalità per il Bene Comune esistente nella nostra Regione,
supportata da un tessuto socio economico che, malgrado le difficoltà
del momento, non rinuncia ad essere artefice di solidarietà,
sostenuta da categorie imprenditoriali, fondazioni bancarie,
istituzioni pubbliche ed agevolata dalla presenza di una rete assai
diffusa di associazioni umanitarie e di volontariato.
Una realtà che già
opera per il Bene Comune senza clamore, con una ricchezza di
interventi programmati con l’efficienza e l’efficacia proprie delle
logiche d’impresa.
In siffatta
favorevole situazione, si tratterebbe sostanzialmente di prendere
contezza di tale ragguardevole bacino di vitalità, per poi
delineare, con il necessario coinvolgimento delle sezioni
territoriali e l’ausilio delle imprese, gli ambiti verso cui
orientare l’azione per la promozione del Bene Comune secondo
dimensioni che vanno oltre l’aspetto materiale, per abbracciare
quello civile, sociale, spirituale, culturale, umano tout-court.
Impostare
infine, sempre con il contributo delle sezioni, concrete iniziative
volte al Bene Comune, ciascuna per ogni specificità, avendo
cura di privilegiare situazioni giudicate prioritarie e di “fare
sistema” con le strutture imprenditoriali e di servizio già
esistenti e sperimentate sul campo,onde valorizzare lo scambio di
idee e definire con maggiore incisività le conseguenti strategie.
Ciò anche
nell’ottica di contribuire, per quanto possibile, alla elevazione
della qualità della vita attraverso la più idonea combinazione dei
valori cardini della nostra tradizione cristiana con quelli
emergenti da una società sempre più multietnica e multiculturale ma,
tuttavia, luogo di confronto tra etiche e atteggiamenti individuali
e sociali diversi ma non per questo contrapposti ed autoescludentisi.
La verifica del
lavoro compiuto, della congruità delle strategie e dei risultati
conseguiti verrebbe operata attraverso periodiche riunioni
nell’ambito dell’UCID (gruppo e sezioni), con il qualificato apporto
all’occorrenza di esponenti del mondo esterno.
* * * * *
Una riflessione
particolare potrebbe essere riservata alla questione della legalità
nell’impresa e nell’esercizio di professioni e mestieri, intesa non
come formale rispetto della norma ma come capacità di approfondire e
sviluppare la dimensione del lavoro in una direzione rispondente,
nel contempo, alle esigenze dell’etica e a quelle della buona
gestione aziendale.
Spiega Vittorio
Coda: “I comportamenti mossi da autentica tensione etica sono
altra cosa da quelli preoccupati di rimanere nella legalità ma privi
di tale tensione..... Chi è animato da tensione etica non ha
difficoltà alcuna di osservare leggi e regole di condotta ... ed è
spinto ad andare al di là di una osservanza meramente formale delle
stesse”. (c)
L’etica
applicata al lavoro esige che essa regoli sia il modo di produrre la
ricchezza sia la sua distribuzione nonché il rapporto fra l’attività
produttiva e il mercato.
Impegno certamente
non facile in una realtà ancora dominata da una logica in base alla
quale il profitto, invece di essere strumento di solidarietà, è
spesso causa di speculazione e di esclusione.
Argomenti di
discussione potrebbero essere: il dovere di una completa e corretta
informazione contabile a tutela degli investitori (attuali e
potenziali) ma anche della collettività qui personalizzata dal
fisco, l’esigenza di scongiurare gli effetti distorcenti indotti
dall’attuazione di circuiti operativi e finanziari paralleli a
quelli ufficiali (fondi neri, lavoro nero, costi fittizi, ecc.), il
compito di curare un equilibrato rapporto fra diritti e doveri dei
tanti portatori di interessi coinvolti nell’impresa, l’equa
ripartizione dei frutti tra i fautori del processo produttivo, ecc.
Nelle società
complesse, come la nostra, l’attività delle imprese deve
necessariamente esplicarsi in un quadro istituzionale e di regole
ben preciso, dal momento che dietro i rapporti economici ci sono
sempre delle persone con i loro concreti e spesso drammatici
problemi.
La trasparenza e
il rispetto di ogni norma costituisce quindi il fondamento etico
dell’attività economica, considerato che proprio il rapporto
consolidato sulla fiducia e sulla serietà è elemento qualificante
per lo sviluppo e la continuità dell’azienda.
Assimilare l’etica
nelle proprie strategie di sviluppo e operare in maniera socialmente
orientata, prestare attenzione alle istanze della società, è una
dinamica che crea valore nell’attuale momento storico.
Non è un caso che
siano sempre più numerose le aziende che allegano al bilancio
d’esercizio anche il bilancio sociale, proprio a significare che la
responsabilità sociale dell’impresa può rappresentare, a tutti gli
effetti, un asset strategico.
E’ fondamentale
per l’UCID far sì che gli imprenditori maturino queste convinzioni
e trasmettano queste regole, insieme all’entusiasmo per l’impresa,
alle future generazioni.
* * * * *
L’ ipotesi di
lavoro innanzi prospettata rappresenta uno dei possibili itinerari
per una concreta azione a favore del Bene Comune quale
visibile espressione della presenza attiva dell’UCID, con il valore
aggiunto derivante dall’incontro tra la nostra opera ispirata al
Vangelo e le manifestazioni di generosità e di sensibilità che
animano molte iniziative di solidarietà e di impegno civile.
Non sfugge la
difficoltà di un disegno del genere, ma l’esperienza dimostra che,
quando si vogliono tradurre valori cristiani nella realtà della
vita, gli ucidini costituiscono un decisivo punto di forza.
Tutto dipende
dal contributo attivo di ciascuno di noi, dalla trasparenza degli
intenti e dalla pregnanza del nostro impegno. Senza di che, senza un
percorso di crescita da fare insieme e della comune riscoperta dei
valori basati sull’etica cristiana, nell’ambito di rapporti di
reciproca fiducia e conoscenza, riesce assai difficile impostare una
seria azione rivolta al Bene Comune .
* * * * *
Sembra
pertanto non molto producente, ai fini istituzionali, la
consuetudine sempre più frequente, di fare ricorso alle cosiddette
“testimonianze”: si assicura la disponibilità a determinate scadenze
di esponenti più o meno noti, in prevalenza del mondo
imprenditoriale e professionale i quali, nel corso di convegni
itineranti indetti con il contributo organizzativo delle sezioni
interessate, intrattengono gli intervenuti in merito alla loro
storia personale e familiare, alle vicende più significative della
loro vita di lavoro, ai traguardi conseguiti, all’eventuale loro
impegno sul versante sociale, culturale, ambientale, al cospetto di
un uditorio per forza di cose limitato in rapporto alla numerosa
compagine sociale dell’UCID lombarda.
Pur non negando
l’interesse che questi interventi possono suscitare tra i presenti,
appare abbastanza riduttivo orientare l’impiego dei nostri
talenti unicamente nell’affannosa ricerca di contributi esterni
raramente funzionali rispetto ai nostri obiettivi e dei quali rimane
spesso traccia soltanto nella memoria di qualche convenuto.
Fatte salve, per quanto
ovvio, testimonianze di riconosciuto valore emblematico e/o di
elevato profilo sul piano culturale, socio-economico, scientifico,
comunque coerenti con l’ispirazione dell’UCID e con le
finalità, anche formative, fissate nei programmi triennali.
Senza dire che tale
modus operandi, se generalizzato, non può non andare a discapito
della riflessione, inducendo una restrizione degli spazi già esigui
del dialogo e del confronto interni ed un ulteriore indesiderato
impulso ad un sistema di autoreferenzialità, in aperto contrasto con
i fondamenti della morale cristiana.
Ne potrebbe inoltre
discendere una progressiva disaffezione tra quanti intendono ancora
operare, con serietà ed impegno, per la salvaguardia dell’identità
culturale della nostra associazione e del patrimonio di sapienza e
di esperienza da essa acquisito nel tempo.
“Se vogliamo
sentirci ed essere capiti come classe dirigente del sistema” ,
conclude il noto appello dei presidenti De Rita, Merloni, Ferro
“dobbiamo dimostrare di saper movimentare le risorse e rigiocarci i
talenti a vantaggio, oltre che della nostra identità, dell’intera
collettività e di un più alto significato di vita. Perché anche
così di allargano gli spazi laici di libertà e si vive con
entusiasmo l’appartenenza cristiana”.
* * * * *
Nel tumultuoso divenire
del tempo, sempre più incalzanti si pongono le provocazioni
rivenienti da un ambiente connotato da forti ineguaglianze sociali,
senso di insicurezza, perdita di senso delle relazioni
interpersonali, preoccupante calo di valori.
Frutto questo
di una cultura nella quale siamo tutti in qualche modo immersi e
della quale siamo tutti, ciascuno per la sua parte, più o meno
responsabili.
Abbiamo
coltivato appetiti insani, perso il senso etico della convivenza,
esercitato il compromesso come strumento di gestione della vita di
relazione, posto potere e denaro, facce della stessa medaglia, al
centro delle nostre aspirazioni, enfatizzato i nostri diritti
minimizzando i nostri doveri, anteposto l’interesse personale a
quello della comunità, affogato nel privilegio dei nostri egoismi la
solidarietà che avevamo promesso, stravolto le fonti della
comunicazione canalizzando informazioni ed immagini prive di
contenuti positivi, alterato la scala dei valori nella quale
difficilmente i nostri padri si sarebbero riconosciuti ecc. ecc..
Va da sé che
sempre più tracotante si presenta il trionfo dell’apparenza e della
volgarità, della furbizia, di egoismi e corruttele con il
conseguente corollario di finti moralismi, di demagogia e
semplicismo mentre solide permangono durezza sociale, logica del più
forte, competizione selvaggia.
Non è chi non
avverta un’acuta sensazione di non-verità di fronte ai
messaggi gridati dai mass-media, dalla pubblicità, dalla
competizione politica, da certa convegnistica e davanti allo stesso
sdegno di chi proclama ad alta voce la propria opposizione o
estraneità.
Diventa
pertanto difficile dar credito a ideologie, teoremi, ricostruzioni
che tutto spiegano e che in tutto fanno tornare i conti, quando
invece c’è sete di messaggi semplici e veri, verificati cioè
dall’esperienza vissuta e non aggiustati o alterati per colpire
meglio l’attenzione e la buona fede del prossimo: “Sia invece il
vostro parlare si, si; no, no; il di più viene dal maligno”
(Matteo 5,37).
Peraltro, la
corsa sfrenata al profitto, alla crescita economica, alla
supermotorizzazione, alla dissipazione energetica ed alimentare (con
l’inevitabile montagna ormai ingestibile di rifiuti)
solleciterebbero una scelta di auto limitazione, del vivere
meglio con meno, secondo uno stile di vita e di consumo più
sobrio e lungimirante.
Una
conversione ecologica ma anche, e soprattutto, una
conversione alla convivenza parrebbe indispensabile nelle nostre
città, ancora troppo divise e contrapposte per la mancanza (o la
limitatezza) di spazi comuni, di occasioni comuni di incontro, di
opportunità gratuite.
“L’Italia è
come un signore che sa di avere sotto il suo campo una miniera di
diamanti, ma preferisce coltivarci sopra patate e costruirci
capannoni”: così inizia un mattutino di Mons. Gianfranco
Ravasi intitolato “Miniera di Diamanti” apparso qualche mese fa su
“Avvenire”.
E prosegue:
“E’ difficile smentire queste considerazioni dell’ex ministro
francese della Cultura, Jack Lang. Il patrimonio culturale che i
nostri padri ci hanno lasciato è sterminato. Purtroppo, però,
soprattutto in epoca recente, essi hanno avuto come eredi dei veri e
propri stupidi o barbari che hanno cominciato allegramente a
sfregiare quel lascito, a coprirlo di capannoni e di orridi edifici,
a calpestarlo con disprezzo.
Ormai
questo lamento sulla devastazione ambientale e monumentale, spesso
persino avallata da leggi insensate, è diventato un luogo comune che
talora è bollato come maniacale. E’ così che si abbassa
progressivamente lo stile di vita che si trovano giustificazioni per
gli scempi edilizi o per gli orridi graffiti urbani, che ci
disinteressa di arte e di musei a partire dalla scuola, protesa solo
su Internet e sull’inglese.
La corruzione
non è solo una questione di etica ma anche di estetica: il Nobel
messicano Octavio Paz (1990) affermava che un popolo comincia a
guastarsi quando corrompe la sua grammatica e il suo linguaggio.
Banalità, volgarità, stupidità che ci assediano sono il segno della
perdita non solo del senso del bene ma anche del bello. La bruttezza
delle città e delle cose genera anche brutture e brutalità morali.
La degenerazione nello stile di comportamento trascina con sé un
calo di valori e della dignità umana.
Per questo è
necessario riscoprire i veri diamanti della cultura, della
spiritualità e della bellezza.”
Per non
parlare poi delle conseguenze, a livello globalizzato, della
disumanità di un certo capitalismo contemporaneo o meglio di taluni
aspetti del capitalismo considerati particolarmente disumani.
Tali appaiono
le miserrime condizioni di vita di gran parte del pianeta, a fronte
di larghe zone di opulenza scandalosamente esibita, ma anche le
poderose spinte al deterioramento dell’ambiente naturale (abnormi
emissioni di gas carbonici, deforestazione, ecc.), imposte da una
industrializzazione sfrenata, che non mancheranno di pesare
profondamente sul futuro dell’umanità.
“Futuro
che”, come osservava il filosofo tedesco Hans Jonas, “non è
rappresentato in nessun organo collegiale ne è una forza che possa
gettare il proprio peso sulla bilancia.” (d)
Non vi è
dubbio pertanto che al cuore della visione del mondo oggi dominante
permane una forte egemonia del pensiero economico o piuttosto della
sua vulgata su tutto il pensiero sociale e, in definitiva, su tutta
la cultura.
“Il fatto
è”, spiega Stefano Zamagni, “che la nostra cultura è talmente
intrisa di economicismo che ogni volta che sentiamo parlare di
relazione biunivoca tra due soggetti, siamo istintivamente portati a
leggervi un sottostante, sia pure indiretto, scambio di equivalenti”
(e)
Di tal che,
il dio denaro è quello che oggi a tutti i livelli sociali riceve il
culto più diffuso degli uomini privi di una fede e di un ideale
spirituale.
E tanto più si
smaterializza e diviene quasi invisibile, come è oggi, tanto più
aumenta il suo potere sui singoli e sulla società intera,
determinando lo stile, le modalità, gli scopi della nostra vita.
* * * * *
Può sembrare
questa una diagnosi abbastanza pessimistica, ma non pare lontana
dal vero ove si pensi che il Santo Padre Benedetto XVI non tralascia
occasione per mettere in guardia il popolo dei fedeli nei confronti
della preoccupante deriva.
Tempo addietro
affermava: “Noi credenti abbiamo l’obbligo di rispettarci e di
amarci reciprocamente anche in ciò che ci distingue gli uni dagli
altri a causa delle nostre intime convinzioni di fede” mentre,
dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, esortava i fedeli a
combattere la visione materialistica che ormai domina la nostra vita
in tutte le sue espressioni e, più di recente, rivolto ai giovani
dalla piana di Montorso li invitava a reagire all’egoismo e alla
violenza, “che talvolta sembrano prevalere”, con la bellezza
dell’amore “vero e profondo”.
Anche Mons. Bagnasco
nella prolusione da ultimo tenuta al Consiglio permanente della CEI
traccia alcune lucide quanto amare riflessioni sull’Italia di oggi
dove “l’unità delle persone appare frantumata e smarrita”,
sollecitando tra l’altro “un amore più grande ” per il nostro
Paese.
Invero, già
dai tempi del Concilio Vaticano II, la Chiesa avvertiva: “La
profondità e la rapidità delle trasformazioni esigono che nessuno,
disattento al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, indulga
ad un’etica puramente individualistica”. (f)
Ad onta di
tali insegnamenti i credenti sembrano talvolta indulgere a
rassegnata condiscendenza palesando spesso scarsa coerenza tra quel
che vivono personalmente o comunitariamente e le esigenze poste dal
Vangelo ovvero “rifugiandosi nel falso di una cristianità
accomodante, compromissoria, benpensante” (g)
Ne consegue il
consolidarsi di una mentalità sempre più refrattaria ai dettami del
Vangelo mentre i valori custoditi dai credenti appaiono vieppiù
estranei agli orizzonti di una società fortemente secolarizzata e
dominata da quel relativismo etico che “mina la convivenza civile
alle radici” avverte Benedetto XVI.
“Se non
esistono più i valori che giustificano l’impegno della vita”
osservava con preoccupazione il Cardinale Ratzinger “vengono
meno anche le fondamenta e le forze che sostengono la convivenza
civile ed edificano una nazione come comunità di vita e di destino”
(h).
* * * * *
“Dove tutto si
misura col denaro non è possibile che la vita dello Stato si svolga
giusta e prospera” questa frase di Tommaso Moro, il lord cancelliere
inglese finito sul patibolo per non aver voluto cedere ai
compromessi morali e alle lusinghe del sovrano, è di bruciante
attualità in uno scenario sociale e politico nel quale vengono alla
luce, ormai a cadenze ravvicinate, forme inquietanti di disinvolta
separazione dell’agire economico dalla sfera etica.
“Reagire a
questo processo di pervasiva decadenza è sfida che riguarda tutti
per i temi concreti che vi sono connessi: impegno per una economia
al servizio della persona e del Bene Comune, nel rispetto della
giustizia sociale, dei principi di solidarietà e sussidiarietà”
scriveva qualche tempo fa su “Il Sole–24 Ore” il teologo Bruno
Forte, aggiungendo: “ne deriva il bisogno urgente di attenersi a
un paradigma per lo sviluppo economico e l’agire dell’impresa che
sia fondato sul rispetto della persona umana e dell’ambiente …Non si
crescerà se non insieme e l’impresa degli uni deve fare i conti con
il bene di tutti…..…”
Va pertanto
rivalutata una gestione manageriale più sensoriale e intuitiva, dove
questi termini non vogliono in alcun modo significare semplicismo o
de-professionalità bensì superamento di modelli imprenditoriali
impostati soltanto sull’ideologia dei risultati numerici e racchiusi
entro parametri strettamente economici.
“Per noi
cristiani questo è inaccettabile, non perché il profitto sia
inaccettabile di per sé, ma perché il lavoro dell’imprenditore
finisce per essere scollegato da qualsiasi funzione sociale e
l’etica per essere un elenco di cose che l’imprenditore deve o non
deve fare” (Giulio De Rita, Ucid - Letter, 3/2006).
Un’etica
fondata sull’utilità è terreno di coltura di tutti gli egoismi,
premia i potenti e penalizza i deboli, fomenta l’insopportazione e
l’odio, moltiplica la povertà e l’emarginazione e aumenta la
disparità di accesso alle risorse.
Va da sè che
soltanto con l’innesto di potenti motori motivazionali e la
valorizzazione di forti idee come carburanti di nuova
imprenditorialità può consolidarsi un modello di gestione
organizzativa e una cultura aziendale più attenta alla solidarietà e
coerente con l’obiettivo di fare dell’impresa un bene prezioso per i
collaboratori, per i molteplici interlocutori e per la società
tutta, con quel senso etico della responsabilità che è uno dei
fondamenti della dottrina cristiana.
“Conciliare
l’attività economica con l’etica cristiana è un problema con il
quale ci confrontiamo quotidianamente e che costituisce una continua
sfida alle nostre coscienze……c’è una diffusa e crescente domanda di
moralità verso il mondo dell’economia …..contro i comportamenti
devianti si considera necessario riaffermare e radicare nella
società il primato della legalità rispetto a quello degli interessi
particolari ….cambiare questa cultura significa spostare il centro
degli interessi dalla visione del vantaggio personale a quella del
vantaggio comune” cosi tra l’altro scriveva Francesco Merloni
nel 2003. (i)
* * * * *
Con l’avvento
della globalizzazione nasceva la speranza di raggiungere uno
sviluppo universale che avrebbe permesso di risolvere situazioni
estreme di miseria.
All’inizio del
terzo millennio tale aspettativa appare quasi completamente
disattesa di fronte ad una realtà nella quale le ineguaglianze e le
ingiustizie sembrano aumentare, mentre persistono estese sacche di
povertà, di sottosviluppo e di emarginazione.
Se la Chiesa
ha preso in qualche modo le distanze dal problema dell’integrazione
economica su scala mondiale è proprio perché ha temuto che l’impatto
provocato dall’incontro di economie con livelli di sviluppo
differenti potesse mettere in pericolo le radici culturali ma,
soprattutto, le condizioni di esistenza delle popolazioni dei paesi
poveri: preoccupazioni queste espresse in diversi passi della “Populorum
Progressio”.
L’apertura al
commercio mondiale, gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo, i
trasferimenti di tecnologie non sono valsi a scongiurare massicce
migrazioni di popolazioni diseredate e dilaniate da guerre infinite,
che disperatamente affollano le frontiere del nostro Continente.
Osserva
Giovanni Paolo II: “L’organizzazione globalizzata del lavoro,
approfittando dell’estrema indigenza delle popolazioni in via di
sviluppo, porta spesso a gravi situazioni di sfruttamento che
offendono le esigenze fondamentali della dignità umana” (l)
Accade
praticamente questo scrive Massimo Fini: “L’imprenditore
internazionale paga la mano d’opera dei Paesi del Terzo Mondo in
moneta locale e vende poi sui mercati, in cambio di dollari, i
prodotti così realizzati. L’imprenditore si arricchisce facilmente
ma nel contempo si impoverisce, globalmente, il Paese in cui è
andato, come suol dirsi, a portare Sviluppo”. (m)
Occorre
pertanto superare la tentazione di voler misurare tutto in termini
di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e di interessi e di
sfruttare il progresso materiale allo scopo di dominare sugli altri,
rimuovendo invece le cause della ineguale distribuzione della
ricchezza prodotta dalla mondializzazione.
Quali
portatori di valori cristiani, come noi riteniamo di essere, abbiamo
quindi l’obbligo di operare tutti insieme per uno sviluppo economico
e sociale più armonico e più equilibrato a livello planetario e
favorire condizioni più idonee ad una pacifica convivenza.
Sviluppo però
non deve significare inesorabile ricerca di crescita meramente
quantitativa, dal momento che la qualità e la verità dei rapporti
umani, il grado di partecipazione e la diffusione della cultura
sono oggi non meno significativi e importanti per il divenire del
mondo di quanto non siano la quantità e la varietà dei beni
prodotti e consumati.
Di fronte al rischio di
un degrado dell’uomo in quanto tale, tutte le forze degli uomini di
buona volontà devono coalizzarsi, convincendosi che non esiste un
interesse individuale, particolare, nazionale o comunitario che
possa estraniarsi dal Bene Comune planetario.
“Prendiamo pertanto
alla lettera questa bella espressione” suggerisce Michel
Camdessus “Think globally, act locally” (pensate mondialmente,
agite localmente) e aggiunge: “E’ nelle nostre città, nei
nostri villaggi, nei nostri quartieri che deve costruirsi
culturalmente il villaggio globale.” (n)
“Le grandi sfide
della globalizzazione che stiamo vivendo, che hanno una valenza non
solo economica ma anche umana e sociale, devono aumentare in noi
l’amore per il Bene Comune universale, rifuggendo le diffuse
tentazioni del riduzionismo economico e del relativismo etico
indicate dal Santo Padre Benedetto XVI”: così l’editoriale Ucid
Letter 1/2007.
E’ un impegno che
domanda il massimo di generosità e chiede una vera e propria
alleanza universale: tutti e ognuno dobbiamo fare la nostra parte,
le istituzioni, la società civile e, secondo la sua missione
evangelica, la comunità cristiana.
Ma tutto ciò deve
basarsi su una dimensione profondamente umana e cristiana: la
solidarietà.
Osserva ancora Giovanni
Paolo II: “La solidarietà, come atteggiamento di fondo, implica
nelle decisioni economiche di sentire la povertà altrui come la
propria, sentire nella propria carne la miseria degli emarginati e,
di conseguenza, agire con rigorosa coerenza. Non si tratta solo
della professione di buone intenzioni, ma di decisa volontà di
cercare soluzioni efficaci sul piano tecnico dell’economia, con la
chiaroveggenza che dà l’amore e la creatività che nasce dalla
solidarietà” (o)
E l’indimenticato Paolo
VI: “Non consiste il vero progresso nello sviluppo della
coscienza morale che condurrà l’uomo ad assumersi solidarietà
allargate e ad aprirsi liberamente ad altri e a Dio ?” (p)
L’obiettivo finale è di
consentire ai Paesi poveri il passaggio da condizioni di semplice
sopravvivenza a situazioni nelle quali essi avranno in mano le
chiavi per migliorare il loro destino e di recare un contributo
positivo al progresso della famiglia umana.
* * * * *
Se le cose sono giunte
a questo punto, se c’è assenza di Dio nella vita sociale,
dobbiamo chiederci quanto non dipenda da noi, dalla nostra
incapacità di farci comprendere ma, soprattutto, dall’ambiguità
della nostra testimonianza.
C’è una fierezza che
dobbiamo avere come cristiani e credenti, ma questa non deve
degenerare in orgoglio di casta o peggio in arroganza come talvolta
avviene.
Può essere utile
riportare qui alcune espressioni della famosa lettera a Diogneto (lo
stoico del II secolo identificato come uno dei maestri
dell’Imperatore Marco Aurelio) considerata da alcuni uno dei più
suggestivi documenti dell’antichità cristiana: …I cristiani non
rinneghino il Vangelo, ma restino in mezzo agli uomini in simpatia,
senza separarsi tra loro, tesi a costruire insieme una città più
umana…così che nell’incontro del cristiano con chi cristiano non è
entrambi possono esclamare: Mai l’uno senza l’altro!.
Ai cristiani è pertanto
richiesto un atteggiamento positivo, rappacificato, attento al
diverso e all’estraneo che non rivendichi esclusivamente in favore
della propria opinione l’autorità della Chiesa, ma cerchino invece
di illuminarsi vicendevolmente avendo cura in primo luogo del
Bene Comune.
Uno stile di vita
capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza in un
rapporto armonico con quella degli altri, attraverso la pratica
dell’ascolto, del franco e leale confronto, della condivisione
fraterna.
Talvolta però la
preoccupazione per l’immagine, per il giudizio degli altri, fa
intraprendere opere che perdono di vista l’obiettivo, che non è
l’amore per il fratello e la gloria di Dio, ma la nostra.
Soltanto chi vive la
propria testimonianza contro ogni logica dell’apparire, entra in
dialogo fecondo con il Signore e diventa testimone e missionario nel
mondo.
“Se vogliamo essere
cristiani”, scriveva A. Langer, “dobbiamo esserlo fino in
fondo. Cristo non ci ha portato la Verità e il Suo Vangelo perché
continuassimo a vivere sonni tranquilli, indifferenti al prossimo,
indifferenti a Dio: questo è stato il Suo insegnamento, un
insegnamento che ribalta l’ordine del mondo e indica all’umanità il
vero centro della vita che non è il nostro egoismo o il vantaggio
materiale…” (q)
Appare quanto mai
urgente, nella presente realtà, che i credenti diano quotidiana
testimonianza di una condotta di vita segnata da giustizia, pace,
amore reciproco divenendo una sorta di comunità alternativa
plasmata dal Vangelo che – in un ambiente connotato da relazioni
fragili, interessate, conflittuali – esprima la possibilità di
rapporti gratuiti, forti e duraturi per l’edificazione di una città
veramente a misura d’uomo.
“Servono uomini e
donne che narrino con la loro esistenza stessa che la vita cristiana
è buona: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità,
dall’amore gratuito….. arricchita dalla gioia dell’amicizia,
circondata dall’armonia della creazione e illuminata da uno sguardo
di amore su tutte le realtà più concrete di una esistenza umana ?”.
(r)
Urge pertanto negli
spazi del sociale una testimonianza più motivata e disinibita che
miri ad includere nel nostro orizzonte quotidiano i deboli, gli
indifesi, gli emarginati e “capace di raggiungere il cuore del
fratello per rigenerarlo a nuova speranza”.
Spiega il Vescovo di
Como Mons. Diego Coletti:“Quando tu raggiungi il cuore del
fratello e lo rigeneri a una speranza nuova, per cui si accorge
finalmente di essere qualcuno per qualcuno, di essere importante
per qualcuno, allora gli hai fatto la carità più grande, poi lo
farai anche curando le piaghe con gesti concreti, ma tutto deve
essere orientato a far capire al piccolo, al povero,
all’emarginato, a chiunque che lui è importante, che gli vogliamo
bene”. (s)
* * * * *
Agli ucidini
incombe l’ulteriore compito di operare attivamente per la
configurazione di una imprenditoria meno focalizzata sui numeri del
budget, sul disinteresse socio-ambientale, sull’autocompiacimento,
ma capace di dare più risalto alla dignità delle persone e fare
emergere la loro carica di creatività, valorizzandone equamente
competenze e motivazioni.
Dall’insieme di questi
orientamenti dovrà scaturire una dimensione nuova del profitto – pur
sempre necessario, irrinunciabile, vincolante – ma in pari tempo
intermedio, relativo, apprezzabile soltanto se conseguito in
armonia con il nostro sistema valoriale e in coerenza con le
esigenze del Bene Comune.
Sarà allora possibile
rifondare una cultura in cui vi sia spazio per utopie che, ispirando
le nuove generazioni e i futuri leaders, rappresentino il respiro
innovativo ed autentico di un mondo in cui potremo riconoscerci con
giusto orgoglio, senza paure e ipocrisie.
In tale prospettiva, è
importante che gli aderenti all’UCID a qualsiasi livello di
responsabilità, per la missione particolare di cui sono investiti –
disponendosi a bruciare i vantaggi dell’apparenza sull’altare dei
contenuti – rifuggano da ogni tentazione autoreferenziale e si
impegnino a ricreare in seno all’associazione un clima di relazioni
meno formali e di fattiva operosità, seminando i germi di una
condivisione pacifica dei valori e dei frutti per una
società più giusta.
La costruzione del
Bene Comune diventa così non solo momento privilegiato della
sensibilità delle imprese ma anche espressione autenticamente
cristiana dell’impegno generoso del nostro tempo e del nostro
talento.
Como, 21 ottobre 2007
Nicola Petrolino (*)
(*) Consigliere gruppo
lombardo UCID
Membro
commissione cultura