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Interventi

Intervento:

Dottor Nicola Petrolino

Consigliere Gruppo Lombardo UCID

e membro della Commissione Cultura

 

"Bene comune e società del benessere"

Bene Comune e società del benessere 

 

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     Lo scenario che oggi interpella la coscienza del cristiano è caratterizzato dalla presenza di disvalori che, ove non efficacemente contrastati, finiranno per minare con corrosiva progressione le fondamenta civili e culturali della nostra società.

 

     Con l’affievolirsi di quei valori (religione, famiglia, patria) che hanno tradizionalmente costituito il fulcro intorno al quale si realizza la vita sociale, si è venuta a determinare la frantumazione del corpo sociale in una molteplicità disarmonica di gruppi legati da interessi contrapposti e da passioni egoistiche.

 

     Rapporti puramente formali e indipendenti da ogni legame di solidarietà sono spesso alla base delle istituzioni che reggono la vita civile, mentre all’interno della società si è progressivamente radicata una concezione che induce a considerare le relazioni umane come relazioni di scambio e, di conseguenza, l’inclinazione a perseguire il proprio tornaconto a detrimento degli altri considerati come rivali.

 

     Peraltro, una visione relativistica della libertà, riducendo questa a mero permissivismo, ha favorito una perniciosa confusione tra utilità individuale e bene collettivo.

 

    In pari tempo, la rimozione di ogni riferimento al trascendente nel quotidiano operare, indotta soprattutto dall’azione dei mezzi di comunicazione di massa, ha finito per limitare il panorama degli interessi dell’Uomo e contenuto gli ideali della vita essenzialmente nella dimensione del possesso e della conquista.

 

     La cultura dell’avere si è quindi sostituita alla naturale aspirazione dell’uomo alla crescita interiore, alla tensione verso la spiritualità, la dedizione, la conoscenza, la bellezza e domina ormai la scena di una società sempre più priva di punti di riferimento morale su questioni essenziali dell’esistenza umana.

 

     Di tal che l’economia, alla quale si è voluto nel tempo ridurre ogni dimensione dell’agire umano, disancorata da istanze di ordine superiore, ha progressivamente reso le persone funzionali a produrre ed avere di più, contribuendo a dare impulso ad un’etica materialistica che, avverte il missionario P. Costanzo Donegana, “mentre promette alle persone di renderle realizzate e felici con i beni che offre loro, le divora dentro, lasciandole come manichini senza cuore”. (a)

 

     E pertanto il bisogno di garantirsi a tutti i costi il massimo grado di benessere, divenuto l’angoscia fondamentale dell’uomo, ha messo in atto una spirale egoistica che attraversa tutte le barriere di classe, di condizione economica, di partito, di sesso, inducendo la “cultura del soddisfacimento” – come la chiama J.K.Galbraith – e con essa l’illusione di recuperare la propria identità attraverso la conquista del successo e l’accumulazione di denaro.

 

     Il conseguente sistema di vita ha comportato una pervasiva caduta della qualità delle relazioni umane che mette a dura prova la nostra esistenza, riflettendosi negativamente sul corpo sociale nel suo complesso e sulla stessa istituzione familiare che per i credenti realizza anche un sacramento.

 

     In questa realtà, anche la famiglia sembra talvolta chiudersi a riccio a fronte delle problematiche della comunità, escludendo e non includendo, rischiando di far prevalere la difesa dei propri confini sulla solidarietà civica e sull’amore per il prossimo: in contrasto con la visione di Gesù per il Quale la famiglia, luogo di amore, non può che essere aperta e inclusiva.

 

         Con lucida preveggenza, l’amatissimo Giovanni Paolo II osservava: “Infatti esiste già un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali e, in vari modi, la sua umanità sia sottomessa a quel mondo ed egli stesso diventi oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percepita, manipolazione…” (b)

 

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      In siffatto contesto, la presidenza nazionale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti ha opportunamente proposto, all’inizio della corrente sessione, il Bene Comune, cardine della dottrina sociale della Chiesa, come tema dell’impegno associativo, sia pure con precipuo riferimento all’attività dei suddetti operatori.

 

     Questa indicazione sembra tanto più appropriata ove si consideri che il Bene Comune forma oggetto del documento preparatorio predisposto dal competente comitato scientifico per la XLV Settimana Sociale dei cattolici italiani, che segna  il primo centenario dell’iniziativa intrapresa dal beato Toniolo nel 1907.

 

      Ciò premesso, appare evidente che il gruppo lombardo dell’UCID – per l’oggettivo peso riveniente dalla collocazione in una delle aree più sviluppate del Paese – non può non farsi carico, a fronte delle gravi emergenze che affliggono la società, della elaborazione di un proprio progetto operativo ispirato ai valori del Vangelo per la promozione del Bene Comune, conformemente alla norma statutaria che pone tra le priorità del nostro impegno “lo studio e l’attuazione di iniziative volte a conformare le opere e l’attività degli associati ai principi della dottrina sociale della Chiesa”.      

 

     Non mancano significativi precedenti, tra questi l’esemplare, lungimirante azione al servizio del Bene Comune realizzata su diversi fronti dal gruppo UCID Veneto-Trentino, secondo piani di intervento elaborati all’interno dello stesso gruppo con il supporto dell’impresa, come si evince dal “2° Rapporto Imprenditori Veneti per il Bene Comune” che in premessa, fra l’altro, recita: “Bene Comune nella nostra terra non è capitalismo compassionevole o buonismo emotivo ma condivisione dinamica e radicata della volontà di realizzare una migliore qualità della vita con il coraggio di pensare e costruire un futuro migliore.....” (cfr. allegato 1).

 

      Ma tale convincimento parte soprattutto dalla constatazione della grande vitalità per il Bene Comune esistente nella nostra Regione, supportata da un tessuto socio economico che, malgrado le difficoltà del momento, non rinuncia ad essere artefice di solidarietà, sostenuta da categorie imprenditoriali, fondazioni bancarie, istituzioni pubbliche ed agevolata dalla presenza di una rete assai diffusa di associazioni umanitarie e di volontariato.

 

    Una realtà che già opera per il Bene Comune senza clamore, con una ricchezza di interventi programmati con l’efficienza e l’efficacia proprie delle logiche d’impresa.

 

       In siffatta favorevole situazione, si tratterebbe sostanzialmente di prendere contezza di tale ragguardevole bacino di vitalità, per poi delineare, con il necessario coinvolgimento delle sezioni territoriali e l’ausilio delle imprese, gli ambiti verso cui orientare l’azione per la promozione del Bene Comune secondo dimensioni che vanno oltre l’aspetto materiale, per abbracciare quello civile, sociale, spirituale, culturale, umano tout-court.

 

       Impostare infine, sempre con il contributo delle sezioni, concrete iniziative volte al Bene Comune, ciascuna per ogni specificità, avendo cura di privilegiare situazioni giudicate prioritarie e di “fare sistema” con le strutture imprenditoriali e di servizio già esistenti e sperimentate sul campo,onde valorizzare lo scambio di idee e definire con maggiore incisività le conseguenti strategie.

 

      Ciò anche nell’ottica di contribuire, per quanto possibile, alla elevazione della qualità della vita attraverso la più idonea combinazione dei valori cardini della nostra tradizione cristiana con quelli emergenti da una società sempre più multietnica e multiculturale ma, tuttavia, luogo di confronto tra etiche e atteggiamenti individuali e sociali diversi ma non per questo contrapposti ed autoescludentisi.

 

     La verifica del lavoro compiuto, della congruità delle strategie e dei risultati conseguiti verrebbe operata attraverso periodiche riunioni nell’ambito dell’UCID (gruppo e sezioni), con il qualificato apporto all’occorrenza di esponenti del mondo esterno.

 

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       Una riflessione particolare potrebbe essere riservata alla questione della legalità nell’impresa e nell’esercizio di professioni e mestieri, intesa non come formale rispetto della norma ma come capacità di approfondire e sviluppare la dimensione del lavoro in una direzione rispondente, nel contempo, alle esigenze dell’etica e a quelle della buona gestione aziendale.

 

        Spiega Vittorio Coda: “I comportamenti mossi da autentica tensione etica sono altra cosa da quelli preoccupati di rimanere nella legalità ma privi di tale tensione..... Chi è animato da tensione etica non ha difficoltà  alcuna di osservare leggi e regole di condotta ... ed è spinto ad andare al di là di una osservanza meramente formale delle stesse”.    (c)

 

        L’etica applicata al lavoro esige che essa regoli sia il modo di produrre la ricchezza sia la sua distribuzione nonché il rapporto fra l’attività produttiva e il mercato.

 

     Impegno certamente non facile in una realtà ancora dominata da una logica in base alla quale il profitto, invece di essere strumento di solidarietà, è spesso causa di speculazione e di esclusione.

 

     Argomenti di discussione potrebbero essere: il dovere di una completa e corretta informazione contabile a tutela degli investitori (attuali e potenziali) ma anche della collettività qui personalizzata dal fisco, l’esigenza di scongiurare gli effetti distorcenti indotti dall’attuazione di circuiti operativi e finanziari paralleli a quelli ufficiali (fondi neri, lavoro nero, costi fittizi, ecc.), il compito di curare un equilibrato rapporto fra diritti e doveri dei tanti portatori di interessi coinvolti nell’impresa, l’equa ripartizione dei frutti tra i fautori del processo produttivo, ecc.

 

     Nelle società complesse, come la nostra, l’attività delle imprese deve necessariamente esplicarsi in un quadro istituzionale e di regole ben preciso, dal momento che dietro i rapporti economici ci sono sempre delle persone con i loro concreti e spesso drammatici problemi.

 

     La trasparenza e il rispetto di ogni norma costituisce quindi il fondamento etico dell’attività economica, considerato che proprio il rapporto consolidato sulla fiducia e sulla serietà è elemento qualificante per lo sviluppo e la continuità dell’azienda.

 

     Assimilare l’etica nelle proprie strategie di sviluppo e operare in maniera socialmente orientata, prestare attenzione alle istanze della società, è una dinamica che crea valore nell’attuale momento storico.

 

     Non è un caso che siano sempre più numerose le aziende che allegano al bilancio d’esercizio anche il bilancio sociale, proprio a significare che la responsabilità sociale dell’impresa può rappresentare, a tutti gli effetti, un asset strategico.

 

     E’ fondamentale per l’UCID far sì che gli  imprenditori maturino queste convinzioni e trasmettano queste regole, insieme all’entusiasmo per l’impresa, alle future generazioni.

 

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     L’ ipotesi di lavoro innanzi prospettata rappresenta uno dei possibili itinerari per una concreta azione a favore del Bene Comune quale visibile espressione della presenza attiva dell’UCID, con il valore aggiunto derivante dall’incontro tra la nostra opera ispirata al Vangelo e le manifestazioni di generosità e di sensibilità che animano molte iniziative di solidarietà e di impegno civile.

 

        Non sfugge la difficoltà di un disegno del genere, ma l’esperienza dimostra che, quando si vogliono tradurre valori cristiani  nella realtà della vita, gli ucidini costituiscono un decisivo punto di forza.

 

        Tutto dipende dal contributo attivo di ciascuno di noi, dalla trasparenza degli intenti e dalla pregnanza del nostro impegno. Senza di che, senza un percorso di crescita da fare insieme e della comune riscoperta dei valori basati sull’etica cristiana, nell’ambito di rapporti di reciproca fiducia e conoscenza, riesce assai difficile impostare una seria azione rivolta al Bene Comune .

 

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         Sembra pertanto non molto producente, ai fini istituzionali, la consuetudine sempre più frequente, di fare ricorso alle cosiddette “testimonianze”: si assicura la disponibilità a determinate scadenze di esponenti più o meno noti, in prevalenza del mondo imprenditoriale e professionale i quali, nel corso di convegni itineranti indetti con il contributo organizzativo delle sezioni interessate, intrattengono gli intervenuti in merito alla loro storia personale e familiare, alle vicende più significative della loro vita di lavoro, ai traguardi conseguiti, all’eventuale loro impegno sul versante sociale, culturale, ambientale, al cospetto di un uditorio per forza di cose limitato in rapporto alla numerosa compagine sociale dell’UCID lombarda.

        

Pur non negando l’interesse che questi interventi possono suscitare tra i presenti, appare abbastanza riduttivo orientare l’impiego dei nostri talenti unicamente nell’affannosa ricerca di contributi esterni raramente funzionali rispetto ai nostri obiettivi e dei quali rimane spesso traccia soltanto nella memoria di qualche convenuto.

 

Fatte salve, per quanto ovvio, testimonianze di riconosciuto valore emblematico e/o di elevato profilo sul piano culturale, socio-economico, scientifico, comunque coerenti con l’ispirazione dell’UCID e con le finalità, anche formative, fissate nei programmi triennali.

 

Senza dire che tale modus operandi, se generalizzato, non può non andare a discapito della riflessione, inducendo una restrizione degli spazi già esigui del dialogo e del confronto interni ed un ulteriore indesiderato impulso ad un sistema di autoreferenzialità, in aperto contrasto con i fondamenti della morale cristiana.

 

Ne potrebbe inoltre discendere una progressiva disaffezione tra quanti intendono ancora operare, con serietà ed impegno, per la salvaguardia dell’identità culturale della nostra associazione e del patrimonio di sapienza e di esperienza da essa acquisito nel tempo.

 

“Se vogliamo sentirci ed essere capiti come classe dirigente del sistema” , conclude il noto appello dei presidenti De Rita, Merloni, Ferro “dobbiamo dimostrare di saper movimentare le risorse e rigiocarci i talenti a vantaggio, oltre che della nostra identità, dell’intera collettività e di un più alto significato di  vita. Perché anche così di allargano gli spazi laici di libertà e si vive con entusiasmo l’appartenenza cristiana”.

 

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Nel tumultuoso divenire del tempo, sempre più incalzanti si pongono le provocazioni rivenienti da un ambiente connotato da forti ineguaglianze sociali, senso di insicurezza, perdita di senso delle relazioni interpersonali, preoccupante calo di valori.

 

         Frutto questo di una cultura nella quale siamo tutti in qualche modo immersi e della quale siamo tutti, ciascuno per la sua parte, più o meno responsabili.

 

         Abbiamo coltivato appetiti insani, perso il senso etico della convivenza, esercitato il compromesso come strumento di gestione della vita di relazione, posto potere e denaro, facce della stessa medaglia, al centro delle nostre aspirazioni, enfatizzato i nostri diritti minimizzando i nostri doveri, anteposto l’interesse personale a quello della comunità, affogato nel privilegio dei nostri egoismi la solidarietà che avevamo promesso, stravolto le fonti della comunicazione canalizzando informazioni ed immagini prive di contenuti positivi, alterato la scala dei valori nella quale difficilmente i nostri padri si sarebbero riconosciuti ecc. ecc..

 

         Va da sé che sempre più tracotante si presenta il trionfo dell’apparenza e della volgarità, della furbizia, di egoismi e corruttele con il conseguente corollario di finti moralismi, di demagogia e semplicismo mentre solide permangono durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia.

 

         Non è chi non avverta un’acuta sensazione di non-verità di fronte ai messaggi gridati dai mass-media, dalla pubblicità, dalla competizione politica, da certa convegnistica e davanti allo stesso sdegno di chi proclama ad alta voce la propria opposizione o estraneità.

 

         Diventa pertanto difficile dar credito a ideologie, teoremi, ricostruzioni che tutto spiegano e che in tutto fanno tornare i conti, quando invece c’è sete di messaggi semplici e veri, verificati cioè dall’esperienza vissuta e non aggiustati o alterati per colpire meglio l’attenzione e la buona fede del prossimo: “Sia invece il vostro parlare si, si; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5,37).

 

         Peraltro, la corsa sfrenata al profitto, alla crescita economica, alla supermotorizzazione, alla dissipazione energetica ed alimentare (con l’inevitabile montagna ormai ingestibile di rifiuti) solleciterebbero una scelta di auto limitazione, del vivere meglio con meno, secondo uno stile di vita e di consumo più sobrio e lungimirante.

 

         Una conversione ecologica ma anche, e soprattutto, una conversione alla convivenza parrebbe indispensabile nelle nostre città, ancora troppo divise e contrapposte per la mancanza (o la limitatezza) di spazi comuni, di occasioni comuni di incontro, di opportunità gratuite.

 

         “L’Italia è come un signore che sa di avere sotto il suo campo una miniera di diamanti, ma preferisce coltivarci sopra patate e costruirci capannoni”: così inizia un mattutino di Mons. Gianfranco Ravasi intitolato “Miniera di Diamanti” apparso qualche mese fa su “Avvenire”.

 

           E prosegue: “E’ difficile smentire queste considerazioni dell’ex ministro francese della Cultura, Jack Lang. Il patrimonio culturale che i nostri padri ci hanno lasciato è sterminato. Purtroppo, però, soprattutto in epoca recente, essi hanno avuto come eredi dei veri e propri stupidi o barbari che hanno cominciato allegramente a sfregiare quel lascito, a coprirlo di capannoni e di orridi edifici, a calpestarlo con disprezzo.

         Ormai questo lamento sulla devastazione ambientale e monumentale, spesso persino avallata da leggi insensate, è diventato un luogo comune che talora è bollato come maniacale. E’ così che si abbassa progressivamente lo stile di vita che si trovano giustificazioni per gli scempi edilizi o per gli orridi graffiti urbani, che ci disinteressa di arte e di musei a partire dalla scuola, protesa solo su Internet e sull’inglese.

       La corruzione non è solo una questione di etica ma anche di estetica: il Nobel messicano Octavio Paz (1990) affermava che un popolo comincia a guastarsi quando corrompe la sua grammatica e il suo linguaggio. Banalità, volgarità, stupidità che ci assediano sono il segno della perdita non solo del senso del bene ma anche del bello. La bruttezza delle città e delle cose genera anche brutture e brutalità morali. La degenerazione nello stile di comportamento trascina con sé un calo di valori e della dignità umana.

     Per questo è necessario riscoprire i veri diamanti della cultura, della spiritualità e della bellezza.”

 

         Per non parlare poi delle conseguenze, a livello globalizzato, della disumanità di un certo capitalismo contemporaneo o meglio di taluni aspetti del capitalismo considerati particolarmente disumani.

 

         Tali appaiono le miserrime condizioni di vita di gran parte del pianeta, a fronte di larghe zone di opulenza scandalosamente esibita, ma anche le poderose spinte al deterioramento dell’ambiente naturale (abnormi emissioni di gas carbonici, deforestazione, ecc.), imposte da una industrializzazione sfrenata, che non mancheranno di pesare profondamente sul futuro dell’umanità.

 

         “Futuro che”, come osservava il filosofo tedesco Hans Jonas, “non è rappresentato in nessun organo collegiale ne è una forza che possa gettare il proprio peso sulla bilancia.”  (d)

 

         Non vi è dubbio pertanto che al cuore della visione del mondo oggi dominante permane una forte egemonia del pensiero economico o piuttosto della sua vulgata su tutto il pensiero sociale e, in definitiva, su tutta la cultura.

 

         “Il fatto è”, spiega Stefano Zamagni, “che la nostra cultura è talmente intrisa di economicismo che ogni volta che sentiamo parlare di relazione biunivoca tra due soggetti, siamo istintivamente portati a leggervi un sottostante, sia pure indiretto, scambio di equivalenti” (e)

          

           Di tal che, il dio denaro è quello che oggi a tutti i livelli sociali riceve il culto più diffuso degli uomini privi di una fede e di un ideale spirituale.

 

         E tanto più si smaterializza e diviene quasi invisibile, come è oggi, tanto più aumenta il suo potere sui singoli e sulla società intera, determinando lo stile, le modalità, gli scopi della nostra vita.

 

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         Può sembrare questa una diagnosi abbastanza pessimistica, ma non pare  lontana dal vero ove si pensi che il Santo Padre Benedetto XVI non tralascia occasione per mettere in guardia il popolo dei fedeli nei confronti della preoccupante deriva.

 

         Tempo addietro affermava: “Noi credenti abbiamo l’obbligo di rispettarci e di amarci reciprocamente anche in ciò che ci distingue gli uni dagli altri a causa delle nostre intime convinzioni di fede” mentre, dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, esortava i fedeli a combattere la visione materialistica che ormai domina la nostra vita in tutte le sue espressioni e, più di recente, rivolto ai giovani dalla piana di Montorso li invitava a reagire all’egoismo e alla violenza, “che talvolta sembrano prevalere”, con la bellezza dell’amore “vero e profondo”.

 

Anche Mons. Bagnasco nella prolusione da ultimo tenuta al Consiglio permanente della CEI traccia alcune lucide quanto amare riflessioni sull’Italia di oggi dove “l’unità delle persone appare frantumata e smarrita”, sollecitando tra l’altro “un amore più grande ” per il nostro Paese.

 

         Invero, già dai tempi del Concilio Vaticano II, la Chiesa avvertiva: “La profondità e la rapidità delle trasformazioni esigono che nessuno, disattento al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, indulga ad un’etica puramente individualistica”. (f)

 

         Ad onta di tali insegnamenti i credenti sembrano talvolta indulgere a rassegnata condiscendenza palesando spesso scarsa coerenza tra quel che vivono personalmente o comunitariamente e le esigenze poste dal Vangelo ovvero “rifugiandosi nel falso di una cristianità accomodante, compromissoria, benpensante” (g)

 

         Ne consegue il consolidarsi di una mentalità sempre più refrattaria ai dettami del Vangelo mentre i valori custoditi dai credenti appaiono vieppiù estranei agli orizzonti di una società fortemente secolarizzata e dominata da quel relativismo etico che “mina la convivenza civile alle radici”  avverte Benedetto XVI.

 

         “Se non esistono più i valori che giustificano l’impegno della vita” osservava con preoccupazione il Cardinale Ratzinger  “vengono meno  anche le fondamenta e le forze che sostengono la convivenza civile ed edificano una nazione come comunità di vita e di destino” (h).

 

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         “Dove tutto si misura col denaro non è possibile che la vita dello Stato si svolga giusta e prospera” questa frase di Tommaso Moro, il lord cancelliere inglese finito sul patibolo per non aver voluto cedere ai compromessi morali e alle lusinghe del sovrano, è di bruciante attualità in uno scenario sociale e politico nel quale vengono alla luce, ormai a cadenze ravvicinate, forme inquietanti di disinvolta separazione dell’agire economico dalla sfera etica.

 

         “Reagire a questo processo di pervasiva decadenza è sfida che riguarda tutti per i temi concreti che vi sono connessi: impegno per una economia al servizio della persona e del Bene Comune, nel rispetto della giustizia sociale, dei principi di solidarietà e sussidiarietà”  scriveva qualche tempo fa su “Il Sole–24 Ore” il teologo Bruno Forte, aggiungendo: “ne deriva il bisogno urgente di attenersi a un paradigma per lo sviluppo economico e l’agire dell’impresa che sia fondato sul rispetto della persona umana e dell’ambiente …Non si crescerà se non insieme e l’impresa degli uni deve fare i conti con il bene di tutti…..…”

 

         Va pertanto rivalutata una gestione manageriale più sensoriale e intuitiva, dove questi termini non vogliono in alcun modo significare semplicismo o de-professionalità bensì superamento di modelli imprenditoriali impostati soltanto sull’ideologia dei risultati numerici e racchiusi entro parametri strettamente economici.

 

         “Per noi cristiani questo è inaccettabile, non perché il profitto sia inaccettabile di per sé, ma perché il lavoro dell’imprenditore finisce per essere scollegato da qualsiasi funzione sociale e l’etica per essere un elenco di cose che l’imprenditore deve o non deve fare” (Giulio De Rita, Ucid - Letter, 3/2006).

 

         Un’etica fondata sull’utilità è terreno di coltura di tutti gli egoismi, premia i potenti e penalizza i deboli, fomenta l’insopportazione e l’odio, moltiplica la povertà e l’emarginazione e aumenta la disparità di accesso alle risorse.

 

         Va da sè che soltanto con l’innesto di potenti motori motivazionali e la valorizzazione di forti idee come carburanti di nuova imprenditorialità può consolidarsi un modello di gestione organizzativa e una cultura aziendale più attenta alla solidarietà e coerente con l’obiettivo di fare dell’impresa un bene prezioso per i collaboratori, per i molteplici interlocutori e per la società tutta, con quel senso etico della responsabilità che è uno dei fondamenti della dottrina cristiana.

 

         “Conciliare l’attività economica con l’etica cristiana è un problema con il quale ci confrontiamo quotidianamente e che costituisce una continua sfida alle nostre coscienze……c’è una diffusa e crescente domanda di moralità verso il mondo dell’economia …..contro i comportamenti devianti si considera necessario riaffermare e radicare nella società il primato della legalità rispetto a quello  degli interessi particolari ….cambiare questa cultura significa spostare il centro degli interessi dalla visione del vantaggio personale a quella del vantaggio comune” cosi tra l’altro scriveva Francesco Merloni nel 2003. (i)

 

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         Con l’avvento della globalizzazione nasceva la speranza di raggiungere uno sviluppo universale che avrebbe permesso di risolvere situazioni estreme di miseria.

 

         All’inizio del terzo millennio tale aspettativa appare quasi completamente disattesa di fronte ad una realtà nella quale le ineguaglianze e le ingiustizie sembrano aumentare, mentre persistono estese sacche di povertà, di sottosviluppo e di emarginazione.

 

         Se la Chiesa ha preso in qualche modo le distanze dal problema dell’integrazione economica su scala mondiale è proprio perché ha temuto che l’impatto provocato dall’incontro di economie con livelli di sviluppo differenti potesse mettere in pericolo le radici culturali ma, soprattutto, le condizioni di esistenza delle popolazioni dei paesi poveri: preoccupazioni queste espresse in diversi passi della “Populorum Progressio”.

 

         L’apertura al commercio mondiale, gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo, i trasferimenti di tecnologie non sono valsi a scongiurare massicce migrazioni di popolazioni diseredate e dilaniate da guerre infinite, che disperatamente affollano le frontiere del nostro Continente.

 

         Osserva Giovanni Paolo II: “L’organizzazione globalizzata del lavoro, approfittando dell’estrema indigenza delle popolazioni in via di sviluppo, porta spesso a gravi situazioni di sfruttamento che offendono le esigenze fondamentali della dignità umana” (l)

 

         Accade praticamente questo scrive Massimo Fini: “L’imprenditore internazionale paga la mano d’opera dei Paesi del Terzo Mondo in moneta  locale e vende poi sui mercati, in cambio di dollari, i prodotti così realizzati. L’imprenditore si arricchisce facilmente ma nel contempo si impoverisce, globalmente, il Paese in cui è andato, come suol dirsi, a portare Sviluppo”. (m)

 

         Occorre pertanto superare la tentazione di voler misurare tutto in termini di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e di interessi e di sfruttare il progresso materiale allo scopo di dominare sugli altri, rimuovendo invece le cause della ineguale distribuzione della ricchezza prodotta dalla mondializzazione.

 

         Quali portatori di valori cristiani, come noi riteniamo di essere, abbiamo quindi l’obbligo di operare tutti insieme per uno sviluppo economico e sociale più armonico e più equilibrato a livello planetario e favorire condizioni più idonee ad una pacifica convivenza.

 

         Sviluppo però non deve significare inesorabile ricerca di crescita  meramente quantitativa, dal momento che la qualità e la verità dei rapporti umani,  il grado di partecipazione e la diffusione della cultura sono oggi non meno significativi e importanti per il divenire del mondo di quanto non siano la quantità  e la varietà dei beni prodotti e consumati.

 

Di fronte al rischio di un degrado dell’uomo in quanto tale, tutte le forze degli uomini di buona volontà devono coalizzarsi, convincendosi che non esiste un interesse individuale, particolare, nazionale o comunitario che possa estraniarsi dal Bene Comune planetario.

 

Prendiamo pertanto alla lettera questa bella espressione” suggerisce Michel Camdessus “Think globally, act locally” (pensate mondialmente, agite localmente) e aggiunge: “E’ nelle nostre città, nei nostri villaggi, nei nostri quartieri che deve costruirsi culturalmente il villaggio globale.” (n)

 

Le grandi sfide della globalizzazione che stiamo vivendo, che hanno una valenza non solo economica ma anche umana e sociale, devono aumentare in noi l’amore per il Bene Comune universale, rifuggendo le diffuse tentazioni del riduzionismo economico e del relativismo etico indicate dal Santo Padre Benedetto XVI”: così l’editoriale Ucid Letter 1/2007.

 

E’ un impegno che domanda il massimo di generosità e chiede una vera e propria alleanza universale: tutti e ognuno dobbiamo fare la nostra parte, le istituzioni, la società civile e, secondo la sua missione evangelica, la comunità cristiana.

 

Ma tutto ciò deve basarsi su una dimensione profondamente umana e cristiana: la solidarietà.

 

Osserva ancora Giovanni Paolo II: “La solidarietà, come atteggiamento di fondo, implica nelle decisioni economiche di sentire la povertà altrui come la propria, sentire nella propria carne la miseria degli emarginati e, di conseguenza, agire con rigorosa coerenza. Non si tratta solo della professione di buone  intenzioni, ma di decisa volontà di cercare soluzioni efficaci sul piano tecnico dell’economia, con la chiaroveggenza che dà l’amore e la creatività che nasce dalla solidarietà” (o)

 

E l’indimenticato Paolo VI: “Non consiste il vero progresso nello sviluppo della coscienza morale che condurrà l’uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente ad altri e a Dio ?” (p)

 

L’obiettivo finale è di consentire ai Paesi poveri  il passaggio da condizioni di semplice sopravvivenza  a situazioni nelle quali essi avranno in mano le chiavi per migliorare il loro destino e di recare un contributo positivo al progresso della famiglia umana.

 

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Se le cose sono giunte a questo punto, se c’è assenza di Dio nella vita sociale, dobbiamo chiederci quanto non dipenda da noi, dalla nostra incapacità di farci comprendere ma, soprattutto, dall’ambiguità della nostra testimonianza.

 

C’è una fierezza che dobbiamo avere come cristiani e credenti, ma questa non deve degenerare in orgoglio di casta o peggio in arroganza come talvolta avviene.

 

Può essere utile riportare qui alcune espressioni della famosa lettera a Diogneto (lo stoico del II secolo identificato come uno dei maestri dell’Imperatore Marco Aurelio) considerata da alcuni uno dei più suggestivi documenti dell’antichità cristiana: …I cristiani non rinneghino il Vangelo, ma restino in mezzo agli uomini in simpatia, senza separarsi tra loro, tesi a costruire insieme una città più umana…così che nell’incontro del cristiano con chi cristiano non è entrambi possono esclamare: Mai l’uno senza l’altro!.

 

Ai cristiani è pertanto richiesto un atteggiamento positivo, rappacificato, attento al diverso e all’estraneo che non rivendichi esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa, ma cerchino invece di illuminarsi vicendevolmente avendo cura in primo luogo del Bene Comune.

 

Uno stile di vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza in un rapporto armonico con quella degli altri, attraverso la pratica dell’ascolto, del franco e leale confronto, della condivisione fraterna.

 

Talvolta però la preoccupazione per l’immagine,  per il giudizio degli altri, fa intraprendere opere che perdono di vista l’obiettivo, che non è l’amore per il fratello e la gloria di Dio, ma la nostra.

 

Soltanto chi vive la propria testimonianza contro ogni logica dell’apparire, entra in dialogo fecondo con il Signore e diventa testimone e missionario nel mondo.

 

“Se vogliamo essere cristiani”, scriveva A. Langer, “dobbiamo esserlo fino in fondo. Cristo non ci ha portato la Verità e il Suo Vangelo perché continuassimo a vivere sonni tranquilli, indifferenti al prossimo, indifferenti a Dio: questo è stato il Suo insegnamento, un insegnamento che ribalta l’ordine del mondo e indica all’umanità il vero centro della vita che non è il nostro egoismo o il vantaggio materiale…” (q)

 

Appare quanto mai urgente, nella presente realtà, che i credenti diano quotidiana testimonianza di una condotta di vita segnata da giustizia, pace, amore reciproco divenendo una sorta di comunità  alternativa plasmata dal Vangelo che – in un ambiente connotato da relazioni fragili, interessate, conflittuali – esprima la possibilità di rapporti gratuiti, forti e duraturi per l’edificazione di una città veramente a misura d’uomo.

 

“Servono uomini e donne che narrino con la loro esistenza stessa che la vita cristiana è buona: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità, dall’amore gratuito….. arricchita dalla gioia dell’amicizia, circondata dall’armonia della creazione e illuminata da uno sguardo di amore su tutte le realtà più concrete di una esistenza umana ?”. (r)

 

Urge pertanto negli spazi del sociale una testimonianza più motivata e disinibita che miri ad includere nel nostro orizzonte quotidiano i deboli, gli indifesi, gli emarginati e “capace di raggiungere il cuore del fratello per rigenerarlo a nuova speranza”.

 

Spiega il Vescovo di Como Mons. Diego Coletti:“Quando tu raggiungi il cuore del fratello e lo rigeneri a una speranza nuova, per cui si accorge finalmente di essere qualcuno per qualcuno, di essere importante  per qualcuno, allora gli hai fatto la carità più grande, poi lo farai anche curando le piaghe con gesti concreti, ma tutto deve essere orientato a far capire al piccolo, al povero, all’emarginato,  a chiunque che lui è importante, che gli vogliamo bene”. (s)

 

* * * * *

 

Agli ucidini incombe l’ulteriore compito di operare attivamente per la configurazione di una imprenditoria meno focalizzata sui numeri del budget, sul disinteresse socio-ambientale, sull’autocompiacimento, ma capace di dare più risalto alla dignità delle persone e fare emergere la loro carica di creatività, valorizzandone equamente competenze e motivazioni.

 

Dall’insieme di questi orientamenti dovrà scaturire una dimensione nuova del profitto – pur sempre necessario, irrinunciabile, vincolante – ma in pari tempo intermedio, relativo, apprezzabile soltanto se conseguito in armonia con il nostro sistema valoriale e in coerenza con le esigenze del Bene Comune.

 

Sarà allora possibile rifondare una cultura in cui vi sia spazio per utopie che, ispirando le nuove generazioni e i futuri leaders, rappresentino il respiro innovativo ed autentico di un mondo in cui potremo riconoscerci con giusto orgoglio, senza paure e ipocrisie.

 

In tale prospettiva, è importante che gli aderenti all’UCID a qualsiasi livello di responsabilità, per la missione particolare  di cui sono investiti – disponendosi a bruciare i vantaggi dell’apparenza sull’altare dei contenuti – rifuggano da ogni tentazione autoreferenziale e si impegnino a ricreare in seno all’associazione un clima di relazioni meno formali e di fattiva operosità, seminando i germi di una condivisione pacifica dei  valori e dei frutti  per una società più giusta.

 

La costruzione del Bene Comune diventa così non solo momento privilegiato della sensibilità delle imprese ma anche espressione autenticamente cristiana dell’impegno generoso del nostro tempo e del nostro talento.

 

Como, 21 ottobre 2007

Nicola Petrolino (*)

 

(*) Consigliere gruppo lombardo UCID

      Membro commissione cultura 

 

 

                a) Costanzo Donegana           Loro, gli esclusi – C.E.A.M. 1996

 

               b) Giovanni Paolo II              Redemptor Hominis – 4/3/71979 n. 15, 16

 

c) Vittorio Coda:                   L’etica del lavoro e la gestione dell’azienda

                                                            UCID Busto Arsizio 24/06/03

 

   d) Hans Jonas:                       Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi 1990

                

e) Stefano Zamagni               Restituire l’economia alla società e alla vita.

                                            Convegno Ucid  Milano 15.11.2003

f) Concilio Vaticano II          Gaudium et Spes, n 30

 

g) Remo Cantoni                   Nota introduttiva a “La malattia mortale di S. Kierkegaard”, ed. Newton 2004

 

h) Giuseppe Ratzinger           Svolta per l’Europa? -  Ed. Paoline, 1992

                                      

i) Francesco Merloni             Introduzione al convegno Ucid “Etica ed economia”, Roma 17.10.2003

 

l) Giovanni Paolo II               Discorso alla Pontificia Accademia delle scienze sociali 25.4.1997

 

m) Massimo Fini                   Il denaro. Sterco del demonio, Marsilio Editore 1998, pag. 178

 

n) Michel Camdessus            Imprenditori Cristiani nell’era della mondializzazione

          Quaderno socio-economico UNIAPAC n. 10, pag. 129

 

o) Giovanni Paolo II              Discorso a San Paolo del Brasile 3.4.87 “Exigencias eticas...” Paulinas 1989,

                                              n. 83

 

p) Papa  Paolo VI                 Octogesima Adveniens 14.5.71 n 41

 

q) Alexander Langer              “ Il viaggiatore leggero”, Sellerio 1996

 

r) Enzo Bianchi                     “ La differenza cristiana”, Einaudi 2006

 

s) Mons. Diego Coletti           Intervento Convegno Caritas Como “ Per una spiritualità popolare della carità”,

                                              Vescovo di Como             21.4.07


UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

Gli imprenditori Veneti per il Bene Comune

2° rapporto -  anno 2005

 

 

Le iniziative per il Bene Comune in Veneto

Leggere per crescere – GlaxoSmithkline – Verona

Tutti meritano un Natale più buono – Paluani – Verona

New Labor s.r.l. – Padova

Gestione delle risorse umane attraverso un approccio

“competency-based” – Cartiera di Carmignano – Padova

Codice di Comportamento Etico del Gruppo Giovani Imprenditori di Padova

 

Un’area di vitalità: la provincia di Vicenza

Il mosaico a scuola ed in città – Trend Group SpA

Cooperazione Internazionale – APINDUSTRIA

Un progetto fra pubblico e privato per la formazione dei disabili – Associazione Industriali

Percorso  di formazione strategica – APINDUSTRIA

Iniziative per i dipendenti

Iniziative per gli stranieri immigrati

 

Liberi di lavorare: gli anziani, un caso di studio

I numeri del cambiamento

Verso la pensione

L’intraprendenza dei nuovi anziani

Un approccio imprenditoriale di gestione

Recuperare risorse produttive: un tentativo di calcolo

Per una terza età protagonista: la sperimentazione della Fondazione OIC

 

I processi per il Bene Comune

Ambito SICUREZZA: Educare al rispetto della legalità

Ambito FRATELLANZA:Garantire diritti e salute per gli immigrati

Ambito UGUAGLIANZA: Pari opportunità nell’inserimento lavorativo e sociale di adolescenti

Ambito FAMIGLIA: Pari opportunità nella gestione dei tempi di vita

Ambito CULTURA: Tradizioni e territorio

Ambito AUTOPROMOZIONE: favorire le azioni di volontariato

Ambito SALUTE: Migliorare la salute e l’ambiente

Ambito GIUSTIZIA: Il Bilancio Sociale Territoriale

Ambito SOLIDARIETA’: Cooperazione internazionale

Ambito PARTECIPAZIONE: Sostenere la crescita dell’economia civile - Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool  - “Give back to the Community” - “Shopmon”  - Un modo diverso di fare impresa

 

I prodotti per il Bene Comune

BuonChef per i Celiaci

Skyline Lab

Produrre carta senza l’abbattimento di alberi

 

I prodotti finanziari per il Bene Comune

Microcrediti ai soggetti “non bancabili”

Consorzio PattiChiari

Il modello V.A.R.I.

Linea Solidale

I prodotti per tutti                                                                                                        Allegato 1

 


 

Questi bellissimi versi del compianto

poeta Mario Luzi, accarezzano l’anima:

                                                               N.P.

 

“Vorrei arrivare al varco con pochi, essenziali bagagli,

liberato da molti inutili, inerziali pesi e zavorre

di cui l’epoca tragica e fatua

ci ha sovraccaricato, noi uomini.

E vorrei passare questa soglia

sostenuto da poche,

sostanziali acquisizioni di scienza e di pensiero

e dalle immagini irrevocabili per intensità e bellezza

che sono rimaste

come retaggio.

Occorre credo una catarsi,

una specie di rogo purificatorio

del vaniloquio

cui ci siamo abbandonati

e del quale ci siamo compiaciuti.

Il bulbo della speranza

che ora è occultato sotto il suolo

ingombro di macerie

non muoia

in attesa di fiorire alla prima primavera”.

 

                                                                               Allegato  2


Interventi

 

U.C.I.D. Gruppo Regionale Lombardo

Via Bigli n. 15/A 20121 Milano tel. 02/76020049

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