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Gruppo Regionale Lombardo

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Interventi

Intervento:

Dottor Antonio Bertani

Presidente UCID Gruppo Regionale del Lazio

 

"Bene Comune e Governo dell'Economia"

 

 

 

ANTONIO BERTANI

Presidente del Gruppo Regionale del LAzio

Dell’UCID Unione Cristiana imprenditori e dirigenti

 

  

 

BENE COMUNE E GOVERNO DELL’ECONOMIA

 

 

 

 

Roma,  gennaio 2008


 

INDICE


1- Introduzione…………………………………………. 3

2- Cos’è il bene comune………...……………………….4

3- Il bene comune in economia…………………................8

4- L’imprenditore e il bene comune………………...........15

5- In un mondo di cambiamento………….…….………..26
 

6- Contribuire alla costruzione del bene comune………...31

 

 

 


 

GOVERNO DELL’ECONOMIA E BENE COMUNE

 

 

1) Introduzione

 

1.1)      La Ucid Nazionale ha indicato quale tema di dibattito per l’anno sociale 2007-2008 la coscienza imprenditoriale nella costruzione del bene comune, tema che i Gruppi e le Sezioni territoriali possono contribuire ad approfondire nei vari aspetti.

Ho ritenuto quindi di partecipare stendendo alcune riflessioni in materia, riflessioni che sostanzialmente rappresentano, conformemente alla mia formazione, il punto di vista di un economista.

Gli aspetti teologali del tema sono stati e saranno meglio trattati da chi ha specifica competenza in materia e parimenti gli aspetti etici e morali; le riflessioni che seguono vogliono invece trattare il tema, sia pure in sintesi, avuto riguardo in particolare alle leggi economiche che regolano il funzionamento del nostro sistema.

 

2) Cos’è il bene comune

 

2.1)    Ai fini del presente lavoro per bene comune intendo il fine della creazione delle condizioni atte a promuovere la piena realizzazione sia di ogni singola persona che della collettività nel suo insieme.

Tale fine va perseguito non solo da ogni singola persona, ma anche dagli uomini mediante la loro attività associata sia all’interno della famiglia che delle associazioni che della comunità formata dai cittadini di uno Stato.

L’espressione bene comune può apparire astratta e indeterminata o non sufficientemente determinata o determinata in modo non univoco e come tale può prestarsi a riflessioni non omogenee portatrici di confusione, il che può indurre a ritenere il tema sterile e privo di interesse euristico.

Un esame letterale  dell’espressione bene comune può aiutare a meglio chiarire il tema.

 

2.2)      Il termine bene ha un significato metafisico e ontologico strettamente correlato con l’essere; nelle diverse impostazioni di pensiero succedutesi nel tempo il bene è stato via via ritenuto superiore, coincidente o convergente con l’essere o identico all’Essere.

Nel cristianesimo il creato ha dignità di cosa buona in quanto derivante da Dio, ma solo in Dio il bene e l’Essere coincidono.

Il bene costituisce pertanto finalità dell’azione umana e l’Essere, in quanto bene, è dunque il fine assoluto della volontà ed è nello stesso tempo causa e fine.

In filosofia morale il bene è strettamente correlato alla volontà e viene riportato al concetto di felicità; il bene dell’uomo è dunque frutto della sua attività morale.

Sotto tale ultimo profilo il concetto di bene comune è riferito al perseguimento della piena realizzazione della persona umana e cioè della sua felicità o, in altri termini, a tutte le condizioni rivolte al rapido e pieno raggiungimento di tal fine; il bene soggettivo si raggiunge realizzando se stessi attraverso la coerenza della volontà con i propri desideri.

Tuttavia il bene non può essere visto unicamente sotto il profilo soggettivo, come una certa crescente tendenza all’individualismo porta a ritenere, forse  anche in ragione alla tendenza opposta del collettivismo o statalismo dominante nella recente storia europea. La ricerca del bene da parte dell’individuo deve dunque saper contemperare il bene proprio con il bene delle persone con cui si è in relazione e con la società nel suo insieme.

Il comportamento morale dell’uomo discende da tre cause: dalle peculiari caratteristiche congenite dell’individuo, da come è educato e, in funzione delle prime due, dall’esercizio del libero arbitrio, cioè dalla volontà; inoltre sul comportamento della persona incide il caso: infatti un evento o una situazione non voluta né cercata può modificare il corso di una vita o di una società, anche in assenza di condizioni interiori atte a determinare la svolta.

Trattando di bene comune, il termine bene verrà qui considerato nell’accezione in buona parte coincidente con il concetto di felicità, identificando quest’ultima con la miglior realizzazione della persona umana, di ogni persona umana e della Società nel suo insieme.

Tuttavia il termine bene può essere considerato anche in senso economico e cioè un bene, materiale o immateriale, certamente non fine a se stesso, ma in quanto mezzo necessario alla realizzazione della persona in vista di finalità superiori.

Vi è infine un ulteriore senso del termine bene comune relativo ai beni che sono, possono o devono essere posti al servizio di tutti i componenti di una comunità o della comunità stessa nell’ambito della sua organizzazione finalizzata all’assolvimento dei propri compiti.

Nel presente lavoro quest’ultima accezione avrà una rilevanza del tutto marginale.

 

2.3)   Il perseguimento del bene comune richiede innanzitutto che siano ricercate due condizioni preliminari: uno stato di pace e una società sufficientemente omogenea, una società cioè nella quale la generalità dei  partecipanti si riconosce in un insieme di valori condivisi. Il termine valori viene qui inteso come i principi che ricevono dalla generalità delle persone un apprezzamento positivo: in buona sostanza la nostra società, che lo si voglia o non lo si voglia enunciare, ha radici cristiane; i nostri principi morali si possono ricondurre all’esercizio delle quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e delle tre virtù teologali (fede, speranza  e carità). Certamente oggi si rileva uno smarrimento di una parte più o meno ampia della società, il che richiede che coloro che si trovano in posizione di responsabilità si debbano impegnare a spiegare quale sia il “valore” dei valori, il perché dei valori: la risposta per l’appunto è che essi, qualora siano condivisi in misura sufficiente, sono non solo utili, ma necessari per la ricerca e il raggiungimento del bene comune.

 

3) Il bene comune in economia

 

3.1)     Trattando di governo dell’economia il tema del bene comune verrà considerato nei suoi aspetti concreti e reali all’interno di questa Società quale storicamente determinatasi e caratterizzata da specifiche situazioni che devono poter essere oggetto di descrizione, quantificazione e misurazione, sia in riferimento ai beni intesi quali mezzo, che al bene comune inteso quale fine.

In particolare le riflessioni che seguono saranno relative alla produzione, distribuzione e uso dei beni, materiali o immateriali, intesi non come fine, ma come mezzo per la difesa e per la valorizzazione della dignità dell’uomo.

Appare inoltre opportuno premettere che la dottrina economica non è una disciplina autonoma; essa infatti dipende e utilizza molte altre scienze quali la matematica, la statistica, la sociologia, la filosofia, la morale, la psicologia e in particolare, per quanto qui rileva, dal diritto inteso come sistema di norme positive vigenti in un determinato luogo e in un determinato tempo.

L’attività sociale in generale e l’attività economica in particolare è regolata da norme, e cioè da leggi, dal modo in cui esse vengono applicate e dagli usi o comportamenti “normali” dei soggetti appartenenti alla società.

3.2)     Le tavole dei dieci comandamenti che Mosè diede al suo popolo scendendo dal monte Sinai costituiscono la prima legge scritta della nostra storia.

I dieci comandamenti sono stati chiaramente dati nell’interesse  di ciascun componente della società e della società nel suo insieme.

In quel momento Mosè, anche in virtù dei poteri speciali lui conferiti, era il più forte nel suo popolo e ben poteva dettare una legge che ad esempio invece di “non rubare” dicesse “tutti mi devono dare qualcosa”, invece di “non uccidere” dicesse “io decido chi condannare a morte” invece di “non fornicare” o “non desiderare la donna altrui” dicesse “ogni donna spetta prima a me”; l’ipotesi non è così irrealistica, infatti in altri periodi storici, compresi quelli attuali, abbiamo avuto capi, che non possiamo chiamare legislatori, che hanno emanato editti, che non possiamo chiamare leggi, o stabilito usi del tutto coincidenti con gli esempi sopra riportati.

Possiamo dire che le tavole hanno costituito il primo caso di legge che persegue il bene comune oppure possiamo dire che le tavole sono il primo esempio di legge in quanto perseguono il bene comune oppure possiamo dire che per noi una legge è tale se, e solo se, persegue il bene comune o è tesa a crearne i presupposti.

Se si riflette su ogni comandamento si vede chiaramente che ognuno di essi non è scritto nell’interesse del legislatore, di una persona o di un gruppo di persone, ma nell’interesse di ciascuno e della società nel suo insieme.

 

3.3)     In economia il perseguimento del bene comune richiede l’esistenza contemporanea di tre situazioni: una distribuzione equa dei beni, una situazione cioè nella quale ciascuno ha almeno il necessario in relazione al grado di sviluppo raggiunto  dalla società in cui vive, che ciascuno abbia la opportunità di migliorare la propria condizione e che la società nel suo insieme abbia un processo di sviluppo economico positivo.

 

3.3.1)  La prima situazione trova fondamento nel valore della solidarietà, virtù che la tradizione cristiana chiamava carità, e che rientra in quei valori  necessariamente fondanti una società o una comunità, valori che si richiede che siano generalmente condivisi dai suoi appartenenti.  

La carità è la più grande delle virtù cristiane;  essa si fonda sul secondo comandamento: “ama il prossimo tuo come te stesso”, che ha come corollario il suo negativo “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

Anche questo comandamento non è stato dettato nell’interesse di uno o di qualcuno, ma nell’interesse di ognuno e dell’intera società.

La giustizia distributiva, di cui la carità costituisce il presupposto teologico, è una condizione necessaria per la miglior convivenza sociale ed è provato essere altresì condizione per lo sviluppo economico.

 

3.3.2)  La seconda situazione è da riferire a una caratteristica tipica dell’uomo, essere che naturalmente tende al miglioramento del proprio stato. E’ una caratteristica tipica ed esclusiva dell’uomo: ogni altro essere tende alla conservazione e alla sopravvivenza sua e della sua specie: l’uomo, ogni uomo non in situazione patologica, tende sempre e comunque a migliorare la propria situazione propria e dei propri figli sotto i diversi profili: fisico, materiale e spirituale.

 

3.3.3)  Lo sviluppo economico della Società nel suo insieme si basa invece su altre due caratteristiche dell’uomo: la prima risiede nel fatto che l’uomo  produce naturalmente più di quanto consuma; la seconda nella constatazione che i bisogni dell’uomo non sono limitati. Pertanto una sana gestione della Società ha sempre la possibilità di mantenere una situazione di sviluppo economico positivo,destinando il surplus di ricchezza creata dal lavoro a nuovi investimenti che a loro volta generano nuovo lavoro e l’aumento, anche qualitativo, dei consumi. Quando questo avviene la società si trova in condizione di sviluppo culturale, sociale e morale.

 

3.4)     La teoria economica nasce  in concomitanza con la rivoluzione industriale alla fine del 1.700; fino ad allora i riferimenti alle problematiche economiche della società contenuti nelle Sacre Scritture, o prodotti dai pensatori successivi, si fondavano e si riferivano a una realtà assolutamente diversa da  quella attuale.

Il basso grado di sviluppo e la forte dipendenza da calamità naturali portavano a uno sviluppo economico quasi nullo; pertanto il sistema economico era ritenuto un gioco a somma zero, un sistema cioè nel quale uno guadagna in quanto e nella misura in cui un altro o più altri perdono altrettanto.

Non si aveva cioè piena coscienza del processo di creazione di ricchezza e di accumulo della stessa derivante dall’attività lavorativa dell’uomo.

In tale modello statico, peraltro presente tuttora nel substrato culturale di alcuni, il bene comune veniva perseguito attraverso la condanna all’accumulo della ricchezza in favore di un’equa distribuzione  dei beni, attraverso la lotta all’egoismo, anche economico, al fine di favorire la circolazione del reddito a beneficio dell’economia dell’intera società e attraverso il divieto dell’usura; infatti senza sviluppo economico in una società sostanzialmente agricola e/o pastorale la necessità dell’individuo o di uno Stato di ricorrere a prestiti era esclusivamente connessa a eventi disgraziati, quali ad esempio il decesso del capofamiglia o le epidemie o la grandine, la siccità, le carestie o altre calamità naturali e, per uno Stato, alle guerre.

Con lo sviluppo della scienza, la scoperta dei sistemi di produzione dell’energia e la conseguente organizzazione della produzione in stabilimenti industriali si è avuto il grande cambiamento: il lavoro dell’uomo ha progressivamente cessato di essere lavoro fisico in molti settori di attività e la concentrazione della produzione ha reso evidente che il lavoro creava ricchezza: in altri termini che l’uomo attraverso il lavoro produceva più di quanto consumava, creava cioè ricchezza con il conseguente processo di accumulazione del capitale concentrato su chi aveva avuto l’iniziativa e la proprietà dei mezzi di produzione.

Adam Smith, non a caso professore di filosofia morale, nel 1776 pubblica la “Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” opera universalmente riconosciuta come fondamento della moderna teoria economica.

In tale opera Smith, nell’indagine sui sentimenti che regolano i rapporti fra le persone, fa una scoperta straordinaria destinata a sconvolgere i principi di organizzazione economica di una società.

 

Leggiamo il passo saliente:

 

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla considerazione del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi”.

Una scoperta  straordinaria; una vera rivoluzione copernicana del pensiero sociale che ha lasciato sbalorditi e attoniti tutti i filosofi morali impegnati fino ad allora a combattere l’egoismo. In Italia, forse più che in altri paesi, il ritardo nell’accettare la nuova  scoperta è stato in parte dovuto alla cattiva traduzione in “egoismo” del termine originario “selfish”  termine che non consente una traduzione esatta, ma che va inteso “nel proprio legittimo interesse”.  La scoperta sta sostanzialmente nel fatto che chi nell’esercizio di una attività economica nel rispetto di leggi giuste agisce e sa agire nel proprio interesse al fine di arricchire se stesso, arricchisce nel contempo le controparti e la società nel suo insieme.

 

4) L’imprenditore e il bene comune

 

4.1)      In un’economia di libero mercato cioè un operatore che sa operare nel rispetto di leggi giuste  arricchisce sé stesso, i dipendenti che grazie alla sua iniziativa  trovano un lavoro per definizione migliore di quello che in una società libera altrimenti avrebbero, i fornitori che hanno scelto di rifornirlo, i finanziatori e lo Stato sia come percettore di imposta che in quanto comunità comprendente tutti i soggetti sopra indicati; il beneficio economico di un soggetto  che agisce nel proprio interesse va dunque a vantaggio di molti, di tutti quelli che oggi chiamiamo stakeholders e dell’intera società.

Certamente perché questo  avvenga l’operatore economico, cioè l’imprenditore, deve trovarsi ad operare in una società con determinate caratteristiche che a noi possono sembrare naturali, ma che naturali non sono, ma al contrario derivano da uno specifico processo storico di costruzione dell’ordinamento sociale avvenuto nei secoli passati.

In particolare mi riferisco alla libertà nelle sue varie accezioni: religiosa, di pensiero, politica, di associazione, di iniziativa economica, libertà che in un certo grado sono state condizione necessaria al funzionamento di una economia di mercato.

In particolare la libertà religiosa va intesa certamente come libertà di culto, ma soprattutto come libertà dalle imposizioni morali e ambientali, come condizione interiore che consente scelte di responsabilità individuale e sociale in conformità alla natura dell’uomo e ai valori che stanno a fondamento della convivenza sociale.

Perché i meccanismi del libero mercato possano funzionare sono necessari – oltre allo stato di pace e a una condivisione di valori sufficientemente generalizzata – una attività regolatrice dello Stato saggiamente contenuta, la cosiddetta “mano invisibile” di Adam Smith.

Infatti il c.d. libero mercato non è un “locus naturalis”, una giungla senza regole in cui il più forte sovrasta il più debole ma un “locus artificialis” costruito dall’uomo e per funzionare ha bisogno di regole certe e oggettive che devono essere costantemente vigilate e aggiornate in funzione dei progressi della società.

Certamente non è stato facile, per chi per tutti i secoli precedenti è stato impegnato a predicare l’altruità, la generosità e l’umanità come espressioni dell’amore in campo economico  dover constatare e accettare che nella nuova realtà economica la realizzazione del bene comune, sia pur limitatamente all’esercizio dell’attività economica, aveva nuove regole!

L’economia del libero mercato ha avuto un successo formidabile e, congiuntamente al progresso della scienza, anche da quella alimentato, ha progressivamente liberato dalla schiavitù dei bisogni primari parti sempre più estese dell’umanità.

 

4.2)      Tuttavia la potenza del mercato e delle sue logiche è stata tale da sconfinare al di fuori del sistema economico, costituito dalle aziende di  produzione e di scambio, in campi che non sono e non devono essere, in tutto o in parte, assoggettabili alle stesse logiche.

Può quindi essere qui opportuno ricordare che cosa si intende per libero mercato, regime che può trovare applicazione esclusivamente al sistema dell’apparato produttivo e distributivo.

Per mercato intendiamo l’insieme di tutti i compratori e venditori che trattano la stessa merce, mentre col termine libero richiediamo che siano soddisfatte alcune condizioni quali: un numero di compratori e di venditori sufficientemente numeroso e informato, una facilità di ingresso e di uscita degli operatori e un costo della transazione irrilevante.

In presenza di tali condizioni il prezzo che regola lo scambio, fenomeno centrale dell’economia di mercato, raggiunge facilmente il suo punto d’equilibrio a vantaggio sia del venditore che del compratore.

 

4.3)      Il meccanismo di scambio si fonda evidentemente sulla proprietà e pertanto non è applicabile là dove la proprietà è comune o è comunque al servizio di tutti i membri come ad esempio nella famiglia, in un convento o in altra comunità che condivide i beni.

Alcuni testi considerano la famiglia come azienda di consumo, ma la famiglia non è un’azienda e al suo interno è estranea alle logiche economiche; in famiglia sappiamo bene che valgono altre logiche per cui chi ha di più, e non solo in termini di beni economici, ma anche di qualità morali quali la pazienza, l’esperienza etc., deve dare gratuitamente a chi ha di meno.

Rimanendo nell’uso distorto del termine azienda pensiamo agli ospedali oggi chiamati aziende sanitarie locali che aziende non sono: infatti ancorché debbano perseguire criteri di efficienza e economicità (come qualunque altra organizzazione statale o meno)  non regolano lo scambio di quanto producono in logica di libero mercato.

Un  problema semantico, ma le parole hanno una loro specifica funzione: le conseguenze  di comportamenti distorti, anche se certamente non dovuti esclusivamente all’uso improprio del termine azienda, sono spesso agli onori (disonori) delle cronache.

Tralasciando tali ultime osservazioni e accertato che vi sono settori di attività totalmente esclusi dal campo di applicazione delle leggi economiche del libero mercato per mancanza dei necessari presupposti, vediamo in quali casi le leggi dell’economia di mercato trovano un’applicazione parziale.

 

4.4)     Vi sono infatti settori di attività economica che non possono essere semplicemente lasciati ai meccanismi di mercato. Settori di attività economica quali la cultura, i media, l’istruzione, la sanità, la sicurezza, la giustizia sono sì servizi economici nel senso che essi sono finalizzati a soddisfare bisogni economici, ma possono essere forniti solo in parte, più o meno estesa, dall’iniziativa privata; tali servizi richiedono evidentemente un preciso intervento dello Stato che deve fornirli direttamente o comunque regolarli e, in ultima istanza, garantirli.

La logica imprenditoriale, che deve essere tesa al profitto perché in tal modo genera benefici all’intera collettività; in questi settori essa non può trovare piena applicazione, ma deve essere lo Stato a stabilire quanto e come il servizio debba essere fornito dall’iniziativa privata in una logica che sostanzialmente non è quella di libero mercato.

Servizi come la giustizia o la sicurezza possono sì essere effettuati da organizzazioni private in logica di profitto, si pensi alle camere arbitrali o alla vigilanza armata agli sportelli bancari, ma sono servizi che devono essere svolti primariamente e essenzialmente , e comunque in ultima istanza, dallo Stato.

Il sistema di libero mercato, la logica dell’impresa e del profitto ha tuttavia avuto un successo tale da permeare e per cosi dire corrompere l’intera società.

 

4.5)      I principi morali, o valori, che stanno a fondamento della convivenza civile all’interno dell’impresa e del sistema di imprese che operano sul mercato richiedono regole di applicazione sostanzialmente diverse e del tutto peculiari. Certamente il principio di solidarietà richiede il pieno rispetto della dignità di ogni persona, sia nella fase di produzione che di scambio, ma il meccanismo economico dell’impresa per svolgere pienamente la sua funzione a vantaggio della società, deve primariamente rispettare le leggi dell’economia; il profitto solo dopo che sia stato ottenuto nel rispetto di leggi giuste, può essere destinato, direttamente o attraverso il prelievo d’imposta, oltre che a nuovi investimenti tesi a garantire lo sviluppo, ad attività sociali a sostegno di persone in situazione di difficoltà. In altri termini se si vuole che l’impresa esplichi appieno i suoi benefici effetti sulla società, occorre che la carità (economica) o solidarietà (economica) sia esercitata in modo sostanzialmente diverso da quello tradizionale.

In particolare nei rapporti fra i soggetti coinvolti nell’attività d’impresa la parte che si trova in posizione di debolezza deve essere adeguatamente tutelata da leggi; infatti non si può basare il funzionamento  di un sistema concretamente solidale su soggetti che agiscono in logica di profitto, siano essi imprenditori o finanziatori, nel presupposto che normalmente essi siano moralmente così responsabili da non approfittare della situazione di debolezza della controparte.

D’altro lato l’imprenditore che in ipotesi aggrava i conti dell’impresa di oneri non propri non tiene un comportamento né economicamente né socialmente responsabile in quanto  aumenta il rischio di un cattivo esito dell’iniziativa con il conseguente rischio di un ingiusto  danno per tutti gli stakeholders: i lavoratori  che perdono il posto di lavoro, i fornitori e gli altri finanziatori che perdono i loro crediti col rischio di successive crisi.

La disciplina dei rapporti fra parti che hanno una forza contrattuale  non proporzionata  quale il rapporto dipendente-datore di lavoro o imprenditore/finanziatore o in taluni casi produttore/consumatore richiedono una regolamentazione esterna di natura pubblica ed a quest’ultima deve essere affidata la concreta applicazione nella società dei principi di solidarietà sociale.

Anche se nei paesi occidentali, il nostro compreso, si è sviluppato un sistema di norme tese a tutelare i soggetti più deboli all’interno del sistema di libero mercato, il tema dell’etica sociale nell’economia moderna manca di una trattazione teorica organica essendo tuttora prevalente in materia l’attenzione alla etica individuale, etica che si fonda su concetti tradizionali che mostrano evidenti limiti e che da soli appaiono insufficienti e inadeguati alla costruzione di una società pienamente e realmente solidale.

Così come il diritto positivo si fonda su principi etici, anche le leggi economiche devono contenere  al loro interno i meccanismi atti a realizzare gli stessi principi.

L’etica non può intervenire a posteriori per correggere distorsioni, ma deve essere insita all’interno delle regole di funzionamento  dell’attività economica.

E comunque in ogni caso il sistema non può funzionare se applicato a una società di individui eticamente non responsabili: “leges sine moribus vanae”.

 

4.6)      L’imprenditore e l’alto dirigente in quanto tali devono esercitare nuove virtù, non considerate nel  pensiero tradizionale in quanto nelle epoche precedenti la rivoluzione industriale non esisteva l’impresa come oggi la concepiamo.

 

                  Le qualità che caratterizzano i responsabili di un’impresa sono:

 

- la creatività, intesa come concreta capacità di dar luogo a una nuova iniziativa e mantenerla costantemente aggiornata. La creatività è una caratteristica tipica anche se non esclusiva, dell’imprenditore. Essa richiede la capacità di individuare un nuovo bisogno economico o un nuovo modo economicamente più vantaggioso di soddisfare una domanda esistente e la concreta volontà e capacità di soddisfare tale domanda sia essa potenziale o attuale;

 

- la capacità di affrontare il rischio sia nella fase di avvio della nuova iniziativa che nella successiva gestione della stessa. Mettersi volutamente in una situazione di incertezza e convivere con questa non è una caratteristica di tutti; essa è propria dell’imprenditore anche se non in via esclusiva in quanto la condivide con tutti i lavoratori autonomi, tipicamente i liberi professionisti;

 

- la capacità di creare una comunità di lavoro, di motivare gli stakeholders, i dipendenti, i fornitori, i finanziatori e di indirizzarli verso un fine comune;

 

- la determinazione, o tenacia o costanza o quello che Von Clausewitz nel suo trattato “Della guerra”, in riferimento alle qualità del comandante supremo, chiama il carattere. Questa qualità consiste nella fermezza della volontà, basata su ipotesi ragionate e verificate, di condurre con successo l’impresa a dispetto delle difficoltà e delle opinioni contrarie di altre persone.

 

Ma perché chiamare virtù queste qualità se e solo se esse sono possedute dall’imprenditore o dall’alto dirigente?

La risposta è: perché l’esercizio di tali qualità da parte di tali soggetti va a beneficio non solo loro, ma anche di altri soggetti e dell’intera collettività.

 

4.7)            Il successo di un certo numero di imprenditori, il loro tenore di vita ampiamente pubblicizzato ha fatto sì che un numero crescente di persone, che nella vita hanno fatto scelte professionali diverse, siano portate ad applicare le stesse logiche che governano l’attività imprenditoriale al fine di ricercare gli stessi benefici economici che attiene l’imprenditore di successo. Chi sceglie di dedicarsi all’attività d’impresa, correndo i relativi rischi (e non si deve dimenticare che non tutte le intraprese vanno a buon fine) lo fa per ottenere un profitto che è il premio che la Società riconosce all’imprenditore in cambio dei benefici che essa Società ottiene: quanto maggiori sono tali benefici tanto più alto è il profitto. Nel mondo delle imprese la ricerca dell’interesse personale dell’imprenditore non può essere fine a se stesso, ma comunque va a beneficio dell’intera società; al di fuori del sistema delle imprese invece la ricerca dell’interesse personale, non contemperato con l’interesse generale, non può essere accettato a base della convivenza civile.

 

4.8)     Ma chi sceglie di svolgere la libera professione, o il lavoro dipendente ad esempio di entrare in magistratura o nelle forze armate o in altri servizi pubblici o privati, non può e non deve avere l’obiettivo del profitto, inteso quale accumulo di ricchezza personale. Per queste attività il compenso del lavoro rimane basato sulla logica del giusto prezzo di San Tommaso, che in una moderna società benestante può portare anche a compensi rilevanti in funzione del beneficio che la società riceve, ma di natura intrinsecamente diversa dal profitto d’impresa e di quantità non paragonabili al risultato di un’impresa che impiega fattori di produzione (capitale e lavoro) in quantità di gran lunga superiori.

 

4.9)     Ancora differente è la posizione di chi si dedica all’attività politica, a chi in democrazia ricopre cariche elettive. Mentre l’imprenditore tende a massimizzare il profitto e il lavoratore dipendente e il professionista indipendente tendono a dare il miglior servizio al fine di ottenere il massimo compenso economico, il politico non può avere come obiettivo né unico né principale né condizionante la sua attività, il proprio interesse economico. Il fine precipuo dello Stato è infatti il perseguimento del bene comune e questo costituisce la ragion d’essere dell’autorità politica. Il politico non viene eletto per perseguire il bene suo proprio e neppure il bene di chi lo ha sostenuto ed eletto, ma deve perseguire il bene di tutti e dell’intera società. Nelle società democratiche tuttavia si registra la tendenza degli uomini politici, al fine di ottenere il consenso elettorale, da un lato a compiacere ai soggetti più influenti in termini economici e di comunicazione e dall’altro ad appoggiare ogni iniziativa che dia all’elettore la sensazione di poter appagare i propri desideri. Bersaglio favorito di tale  impostazione è la famiglia: sollevare le persone dal vincolo familiare  da un lato fa piacere a un certo numero di elettori e dall’altro isola i singoli cittadini lasciandoli sempre più soli di fronte ai mezzi di comunicazione e di persuasione sia politica che economica.

 

5) In un mondo in cambiamento

 

5.1)     Finora abbiamo riflettuto sul tema della ricerca del bene comune nello svolgimento dell’attività economica successivamente alla rivoluzione industriale.

Ma il mondo cambia e nell’attuale fase assai rapidamente e in modo strutturale con novità così vaste e con effetti così profondi da far pensare all’inizio di una nuova epoca: oggi iniziamo a trovarci in una situazione sostanzialmente diversa da quella degli ultimi duecento anni di economia industriale dell’Occidente.

 

5.2)      La grande diversità va sotto il nome di globalizzazione, fenomeno che qui di seguito considereremo sotto un triplice aspetto: la promiscuità della intera società umana, la finanziarizzazione dell’economia e l’ingresso nel sistema di libero mercato di popolazioni precedentemente  escluse per scelta politica degli stati di appartenenza.

In realtà la globalizzazione era senz’altro già in essere ai tempi della Grande Guerra del 1915-18 che non a caso è stata chiamata  prima guerra mondiale.

La nuova situazione di globalità è stata successivamente resa di tutta evidenza dalla grande crisi del ’29 quando persino numerosi  piccoli operatori di paesi sperduti, all’epoca collegati alla più vicina città solo col trasporto animale, sono falliti perché a New York, luogo a tali operatori sconosciuto  e con il quale erano comunque privi di relazioni, era crollata la borsa.

Gradatamente il mondo è poi diventato sempre più stretto ed oggi è tutto collegato in tempo reale.

Per inciso l’uomo che ha saputo valorizzare internet ha ricevuto in cambio un premio tale da diventare l’uomo più ricco del mondo.

 

5.3)     Ma se già nel ’29 la crisi di natura finanziaria in un punto del mondo si è riversata su resto del mondo, oggi dobbiamo rilevare che la finanziarizzazione dell’economia rappresenta un aspetto nuovo e strutturale del sistema economico di libero mercato.

La finanza nata al servizio e a beneficio dell’economia reale, di produzione e di scambio, oggi ha raggiunto caratteristiche di globalità e di autonomia, sia dal sistema dell’economia reale che dal controllo delle autorità nazionali, tali da rappresentare una novità tipica del nostro tempo.

Le conseguenze di un sistema finanziario che in sostanziale autonomia delle autorità statuali crea  liquidità per il meccanismo del moltiplicatore della moneta e decide liberamente gli impieghi sia di carattere reale che finanziario e speculativo è destinato per comune opinione ad avere conseguenze reali di grande portata, anche se oggi difficilmente prevedibili.

 

5.4)     Ma vi è in aggiunta un altro aspetto destinato a cambiare il sistema economico mondiale.

Il libero mercato è stato fino ad ora un sistema che riguardava il Nord America, l’Europa occidentale e il Giappone, salvo altri paesi minori, per un totale all’incirca di un miliardo di persone. Oggi sono ormai entrati e progressivamente sono sempre più presenti  nel sistema la Cina, l’India e i paesi dell’Europa orientale che, insieme ad altri paesi di dimensioni più contenute, contano all’incirca due miliardi e mezzo di persone. Questi paesi sono caratterizzati da una velocità di sviluppo impressionante, da una forte volontà di riscatto e da una evidente determinazione di inserimento, in posizione di dominio, nel contesto mondiale; inoltre per la prima volta da duemila anni a questa parte si profila una leadership economica di paesi non cristiani.

L’impatto dell’economia dei paesi di libero mercato dell’ingresso di due miliardi e mezzo di nuovi consumatori in un sistema che ne contava finora un miliardo, sarà presto reso evidente da un prevedibile alto tasso di inflazione che presto registreremo a causa dell’aumento della domanda dei paesi del lontano oriente: in un primo tempo le materie prime e successivamente i prodotti finiti subiranno forti rincari non congiunturali né ciclici, ma strutturali e duraturi e le autorità dei paesi occidentali saranno impotenti dato che a nulla serviranno gli strumenti di politica economica  interna avendo il fenomeno inflativo origini e cause altrove. 

 

5.4)     Da tempo è evidente la necessità di autorità globali che regolino i rapporti fra gli stati e fra le comunità, anche economiche, dei diversi paesi e fra le popolazioni. Esigenza destinata ancora per tempo a rimanere insoddisfatta: infatti è difficilmente ipotizzabile che il paese via via dominante possa accettare un’autorità superiore e la circostanza di essere dominante lo pone evidentemente in condizione di avere interesse e di potere evitare che questo avvenga al fine di mantenere la propria posizione di superiorità. Ne deriva che le scelte politiche del paese leader vengono prese nell’interesse solo della popolazione interna di tale paese, ma le conseguenze sia politiche, che di costume ed economiche si riflettono su tutte le altre popolazioni. Un esempio per tutti: le leggi antitrust si applicano solo all’interno delle giurisdizioni con la conseguenza che i principali operatori rimangono liberi di fare accordi, che internamente non sarebbero leciti, per imporre al resto del mondo prezzi concordati, tipicamente nel settore delle materie prime, a discapito delle popolazioni di tutti gli altri paesi. E’dunque auspicabile che venga rafforzato il potere delle organizzazioni sopranazionali e che le istituzioni nazionali intensifichino il proprio impegno per promuovere una concertazione e un’opera di persuasione verso politiche che contemperino gli interessi di ciascun paese e del sistema mondiale, ormai unico, con particolare attenzione verso le popolazioni dei paesi economicamente più deboli.  La mancanza di autorità, ma non di autorevolezza, degli organismi sovranazionali mi fa ritenere che essi siano i più adatti a rivestire il ruolo non di regolatore autoritario e coattivo, il che sarebbe troppo pericoloso per le libertà individuali e delle società, ma di autore di moral suasion, di promotore di quegli indirizzi che Adam Smith, in riferimento alle politiche delle singole nazioni, attribuiva nel governo dell’economia alla mano invisibile dello Stato.

 

6) Contribuire alla costruzione del bene comune

 

6.1)            Dopo aver delineato sia pure in estrema sintesi i principi che regolavano la ricerca del bene comune in economia nei periodi pre industriale e industriale e preso atto dei cambiamenti in corso sorge spontanea la domanda di cosa oggi possiamo fare per contribuire alla ricerca del bene comune.

Il problema va riferito a quanto di profondamente nuovo si sta verificando e ai suoi effetti sul futuro, per sua natura a noi non noto né conoscibile.

Il passato ci da dei riferimenti sicuri, ma se il cambiamento è epocale, occorre saper individuare e interpretare quanto destinato a produrre effetti sostanziali e duraturi alla luce della nuova realtà presente: adagiarsi semplicemente sul passato o impegnarsi in battaglie di retroguardia può portare solo a rallentare un processo di decadenza.

Le riflessioni sopra svolte mi portano a concludere che innanzitutto dobbiamo acquisire una più piena coscienza dei nostri valori, capire qual è il valore dei nostri valori; in secondo luogo individuare e capire i valori che stanno alla base delle grandi società emergenti che stanno entrando in contatto sempre più stretto con noi e delle quali presto sentiremo l’influsso sia economico che culturale e valutare cosa sia accettabile e integrabile perché positivo e cosa non sia negoziabile; in terzo luogo impegnarci a diffondere la coscienza dell’importanza dei valori, sia per ciascuno individuo che per l’intera società; in quarto luogo dobbiamo riuscire ad esprimere leaders che rendano possibile la concreta applicazione di tali valori. Tradizionalmente le migliori scuole pubbliche o private formavano un certo numero di soggetti responsabili, soggetti che, anche per formazione familiare, avevano coscienza dell’importanza dei valori. Tali persone erano destinate ad assumere ruoli di responsabilità da cui davano concreta applicazione ai valori attraverso il principio di autorità. Oggi questo meccanismo non è più attuale: la scuola è stata livellata, la famiglia è in difficoltà e il principio di autorità non funziona più né nella scuola, né nella famiglia, né nella società. Bisogna riunire persone legate da comuni valori e che queste insieme abbiano la capacità di esprimere non uomini che gestiscono il nostro sistema come esso è attualmente ma leaders che abbiamo la capacità di realizzare un progetto di riforma del sistema per renderlo coerente con i tempi attuali. E’ coscienza comune che il sistema statale non soddisfa le aspettative dei cittadini: in tale situazione non si richiede uno o più piloti, ma una squadra di meccanici. Le persone che hanno il dono della fede coniugata con la ragione  hanno il privilegio di avere un comune riferimento, di condividere la direzione verso cui tendere. I mezzi di comunicazione e una certa classe politica sempre più spesso propongono a individui, sempre più isolati e indifesi di fronte ai media, modelli atti a realizzare l’interesse particolare e contingente di alcuni. Se si vuole ricercare il bene comune non  è sufficiente l’impegno personale, ma occorre la partecipazione a comunità attive di persone legate dalla condivisione dei valori fondamentali. Non è lasciando andare le cose secondo una evoluzione non guidata e priva di valori che la società può progredire in una direzione, ma al contrario essa va verso una regressione morale delle persone e un disordine sociale, salvo subire passivamente l’assorbimento di modelli non coerenti con la nostra società fondata sulla nostra fede sorretta dalla ragione.

 


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