1) Introduzione
1.1) La
Ucid Nazionale ha indicato quale tema di dibattito per l’anno
sociale 2007-2008 la coscienza imprenditoriale nella costruzione del
bene comune, tema che i Gruppi e le Sezioni territoriali possono
contribuire ad approfondire nei vari aspetti.
Ho ritenuto quindi di partecipare stendendo
alcune riflessioni in materia, riflessioni che sostanzialmente
rappresentano, conformemente alla mia formazione, il punto di vista
di un economista.
Gli aspetti teologali del tema sono stati e
saranno meglio trattati da chi ha specifica competenza in materia e
parimenti gli aspetti etici e morali; le riflessioni che seguono
vogliono invece trattare il tema, sia pure in sintesi, avuto
riguardo in particolare alle leggi economiche che regolano il
funzionamento del nostro sistema.
2) Cos’è il bene comune
2.1) Ai fini del presente lavoro per
bene comune intendo il fine della creazione delle condizioni atte a
promuovere la piena realizzazione sia di ogni singola persona che
della collettività nel suo insieme.
Tale fine va perseguito non solo da ogni
singola persona, ma anche dagli uomini mediante la loro attività
associata sia all’interno della famiglia che delle associazioni che
della comunità formata dai cittadini di uno Stato.
L’espressione bene comune può apparire
astratta e indeterminata o non sufficientemente determinata o
determinata in modo non univoco e come tale può prestarsi a
riflessioni non omogenee portatrici di confusione, il che può
indurre a ritenere il tema sterile e privo di interesse euristico.
Un esame letterale dell’espressione bene
comune può aiutare a meglio chiarire il tema.
2.2) Il termine bene ha un significato
metafisico e ontologico strettamente correlato con l’essere; nelle
diverse impostazioni di pensiero succedutesi nel tempo il bene è
stato via via ritenuto superiore, coincidente o convergente con
l’essere o identico all’Essere.
Nel cristianesimo il creato ha dignità di
cosa buona in quanto derivante da Dio, ma solo in Dio il bene e
l’Essere coincidono.
Il bene costituisce pertanto finalità
dell’azione umana e l’Essere, in quanto bene, è dunque il fine
assoluto della volontà ed è nello stesso tempo causa e fine.
In filosofia morale il bene è strettamente
correlato alla volontà e viene riportato al concetto di felicità; il
bene dell’uomo è dunque frutto della sua attività morale.
Sotto tale ultimo profilo il concetto di
bene comune è riferito al perseguimento della piena realizzazione
della persona umana e cioè della sua felicità o, in altri termini, a
tutte le condizioni rivolte al rapido e pieno raggiungimento di tal
fine; il bene soggettivo si raggiunge realizzando se stessi
attraverso la coerenza della volontà con i propri desideri.
Tuttavia il bene non può essere visto
unicamente sotto il profilo soggettivo, come una certa crescente
tendenza all’individualismo porta a ritenere, forse anche in
ragione alla tendenza opposta del collettivismo o statalismo
dominante nella recente storia europea. La ricerca del bene da parte
dell’individuo deve dunque saper contemperare il bene proprio con il
bene delle persone con cui si è in relazione e con la società nel
suo insieme.
Il comportamento morale dell’uomo discende
da tre cause: dalle peculiari caratteristiche congenite
dell’individuo, da come è educato e, in funzione delle prime due,
dall’esercizio del libero arbitrio, cioè dalla volontà; inoltre sul
comportamento della persona incide il caso: infatti un evento o una
situazione non voluta né cercata può modificare il corso di una vita
o di una società, anche in assenza di condizioni interiori atte a
determinare la svolta.
Trattando di bene comune, il termine bene
verrà qui considerato nell’accezione in buona parte coincidente con
il concetto di felicità, identificando quest’ultima con la miglior
realizzazione della persona umana, di ogni persona umana e della
Società nel suo insieme.
Tuttavia il termine bene può essere
considerato anche in senso economico e cioè un bene, materiale o
immateriale, certamente non fine a se stesso, ma in quanto mezzo
necessario alla realizzazione della persona in vista di finalità
superiori.
Vi è infine un ulteriore senso del termine
bene comune relativo ai beni che sono, possono o devono essere posti
al servizio di tutti i componenti di una comunità o della comunità
stessa nell’ambito della sua organizzazione finalizzata
all’assolvimento dei propri compiti.
Nel presente lavoro quest’ultima accezione
avrà una rilevanza del tutto marginale.
2.3) Il perseguimento del bene comune
richiede innanzitutto che siano ricercate due condizioni
preliminari: uno stato di pace e una società sufficientemente
omogenea, una società cioè nella quale la generalità dei
partecipanti si riconosce in un insieme di valori condivisi. Il
termine valori viene qui inteso come i principi che ricevono dalla
generalità delle persone un apprezzamento positivo: in buona
sostanza la nostra società, che lo si voglia o non lo si voglia
enunciare, ha radici cristiane; i nostri principi morali si possono
ricondurre all’esercizio delle quattro virtù cardinali (prudenza,
giustizia, fortezza, temperanza) e delle tre virtù teologali (fede,
speranza e carità). Certamente oggi si rileva uno smarrimento di
una parte più o meno ampia della società, il che richiede che coloro
che si trovano in posizione di responsabilità si debbano impegnare a
spiegare quale sia il “valore” dei valori, il perché dei valori: la
risposta per l’appunto è che essi, qualora siano condivisi in misura
sufficiente, sono non solo utili, ma necessari per la ricerca e il
raggiungimento del bene comune.
3) Il bene comune in
economia
3.1) Trattando di governo dell’economia
il tema del bene comune verrà considerato nei suoi aspetti concreti
e reali all’interno di questa Società quale storicamente
determinatasi e caratterizzata da specifiche situazioni che devono
poter essere oggetto di descrizione, quantificazione e misurazione,
sia in riferimento ai beni intesi quali mezzo, che al bene comune
inteso quale fine.
In particolare le riflessioni che seguono
saranno relative alla produzione, distribuzione e uso dei beni,
materiali o immateriali, intesi non come fine, ma come mezzo per la
difesa e per la valorizzazione della dignità dell’uomo.
Appare inoltre opportuno premettere che la
dottrina economica non è una disciplina autonoma; essa infatti
dipende e utilizza molte altre scienze quali la matematica, la
statistica, la sociologia, la filosofia, la morale, la psicologia e
in particolare, per quanto qui rileva, dal diritto inteso come
sistema di norme positive vigenti in un determinato luogo e in un
determinato tempo.
L’attività sociale in generale e l’attività
economica in particolare è regolata da norme, e cioè da leggi, dal
modo in cui esse vengono applicate e dagli usi o comportamenti
“normali” dei soggetti appartenenti alla società.
3.2) Le tavole dei dieci comandamenti
che Mosè diede al suo popolo scendendo dal monte Sinai costituiscono
la prima legge scritta della nostra storia.
I dieci comandamenti sono stati chiaramente
dati nell’interesse di ciascun componente della società e della
società nel suo insieme.
In quel momento Mosè, anche in virtù dei
poteri speciali lui conferiti, era il più forte nel suo popolo e ben
poteva dettare una legge che ad esempio invece di “non rubare”
dicesse “tutti mi devono dare qualcosa”, invece di “non uccidere”
dicesse “io decido chi condannare a morte” invece di “non fornicare”
o “non desiderare la donna altrui” dicesse “ogni donna spetta prima
a me”; l’ipotesi non è così irrealistica, infatti in altri periodi
storici, compresi quelli attuali, abbiamo avuto capi, che non
possiamo chiamare legislatori, che hanno emanato editti, che non
possiamo chiamare leggi, o stabilito usi del tutto coincidenti con
gli esempi sopra riportati.
Possiamo dire che le tavole hanno
costituito il primo caso di legge che persegue il bene comune oppure
possiamo dire che le tavole sono il primo esempio di legge in quanto
perseguono il bene comune oppure possiamo dire che per noi una legge
è tale se, e solo se, persegue il bene comune o è tesa a crearne i
presupposti.
Se si riflette su ogni comandamento si vede
chiaramente che ognuno di essi non è scritto nell’interesse del
legislatore, di una persona o di un gruppo di persone, ma
nell’interesse di ciascuno e della società nel suo insieme.
3.3) In economia il perseguimento del
bene comune richiede l’esistenza contemporanea di tre situazioni:
una distribuzione equa dei beni, una situazione cioè nella
quale ciascuno ha almeno il necessario in relazione al grado di
sviluppo raggiunto dalla società in cui vive, che ciascuno abbia la
opportunità di migliorare la propria condizione e che la
società nel suo insieme abbia un processo di sviluppo economico
positivo.
3.3.1) La prima situazione trova
fondamento nel valore della solidarietà, virtù che la tradizione
cristiana chiamava carità, e che rientra in quei valori
necessariamente fondanti una società o una comunità, valori che si
richiede che siano generalmente condivisi dai suoi appartenenti.
La carità è la più grande delle virtù
cristiane; essa si fonda sul secondo comandamento: “ama il prossimo
tuo come te stesso”, che ha come corollario il suo negativo “non
fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
Anche questo comandamento non è stato
dettato nell’interesse di uno o di qualcuno, ma nell’interesse di
ognuno e dell’intera società.
La giustizia distributiva, di cui la
carità costituisce il presupposto teologico, è una condizione
necessaria per la miglior convivenza sociale ed è provato essere
altresì condizione per lo sviluppo economico.
3.3.2) La seconda situazione è da riferire
a una caratteristica tipica dell’uomo, essere che naturalmente tende
al miglioramento del proprio stato. E’ una caratteristica tipica ed
esclusiva dell’uomo: ogni altro essere tende alla conservazione e
alla sopravvivenza sua e della sua specie: l’uomo, ogni uomo non in
situazione patologica, tende sempre e comunque a migliorare la
propria situazione propria e dei propri figli sotto i diversi
profili: fisico, materiale e spirituale.
3.3.3) Lo sviluppo economico della
Società nel suo insieme si basa invece su altre due caratteristiche
dell’uomo: la prima risiede nel fatto che l’uomo produce
naturalmente più di quanto consuma; la seconda nella constatazione
che i bisogni dell’uomo non sono limitati. Pertanto una sana
gestione della Società ha sempre la possibilità di mantenere una
situazione di sviluppo economico positivo,destinando il surplus di
ricchezza creata dal lavoro a nuovi investimenti che a loro volta
generano nuovo lavoro e l’aumento, anche qualitativo, dei consumi.
Quando questo avviene la società si trova in condizione di sviluppo
culturale, sociale e morale.
3.4) La teoria economica nasce in
concomitanza con la rivoluzione industriale alla fine del 1.700;
fino ad allora i riferimenti alle problematiche economiche della
società contenuti nelle Sacre Scritture, o prodotti dai pensatori
successivi, si fondavano e si riferivano a una realtà assolutamente
diversa da quella attuale.
Il basso grado di sviluppo e la forte
dipendenza da calamità naturali portavano a uno sviluppo economico
quasi nullo; pertanto il sistema economico era ritenuto un gioco a
somma zero, un sistema cioè nel quale uno guadagna in quanto e nella
misura in cui un altro o più altri perdono altrettanto.
Non si aveva cioè piena coscienza del
processo di creazione di ricchezza e di accumulo della stessa
derivante dall’attività lavorativa dell’uomo.
In tale modello statico, peraltro presente
tuttora nel substrato culturale di alcuni, il bene comune veniva
perseguito attraverso la condanna all’accumulo della ricchezza in
favore di un’equa distribuzione dei beni, attraverso la lotta
all’egoismo, anche economico, al fine di favorire la circolazione
del reddito a beneficio dell’economia dell’intera società e
attraverso il divieto dell’usura; infatti senza sviluppo economico
in una società sostanzialmente agricola e/o pastorale la necessità
dell’individuo o di uno Stato di ricorrere a prestiti era
esclusivamente connessa a eventi disgraziati, quali ad esempio il
decesso del capofamiglia o le epidemie o la grandine, la siccità, le
carestie o altre calamità naturali e, per uno Stato, alle guerre.
Con lo sviluppo della scienza, la scoperta
dei sistemi di produzione dell’energia e la conseguente
organizzazione della produzione in stabilimenti industriali si è
avuto il grande cambiamento: il lavoro dell’uomo ha progressivamente
cessato di essere lavoro fisico in molti settori di attività e la
concentrazione della produzione ha reso evidente che il lavoro
creava ricchezza: in altri termini che l’uomo attraverso il lavoro
produceva più di quanto consumava, creava cioè ricchezza con il
conseguente processo di accumulazione del capitale concentrato su
chi aveva avuto l’iniziativa e la proprietà dei mezzi di produzione.
Adam Smith, non a caso professore di
filosofia morale, nel 1776 pubblica la “Ricerca sulla natura e le
cause della ricchezza delle nazioni” opera universalmente
riconosciuta come fondamento della moderna teoria economica.
In tale opera Smith, nell’indagine sui
sentimenti che regolano i rapporti fra le persone, fa una scoperta
straordinaria destinata a sconvolgere i principi di organizzazione
economica di una società.
Leggiamo il passo saliente:
“Non è dalla benevolenza del macellaio, del
birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla
considerazione del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla
loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai dei nostri
bisogni, ma dei loro vantaggi”.
Una scoperta straordinaria; una vera
rivoluzione copernicana del pensiero sociale che ha lasciato
sbalorditi e attoniti tutti i filosofi morali impegnati fino ad
allora a combattere l’egoismo. In Italia, forse più che in altri
paesi, il ritardo nell’accettare la nuova scoperta è stato in parte
dovuto alla cattiva traduzione in “egoismo” del termine originario
“selfish” termine che non consente una traduzione esatta, ma che va
inteso “nel proprio legittimo interesse”. La scoperta sta
sostanzialmente nel fatto che chi nell’esercizio di una attività
economica nel rispetto di leggi giuste agisce e sa agire nel proprio
interesse al fine di arricchire se stesso, arricchisce nel contempo
le controparti e la società nel suo insieme.
4) L’imprenditore e il
bene comune
4.1) In un’economia di libero mercato
cioè un operatore che sa operare nel rispetto di leggi giuste
arricchisce sé stesso, i dipendenti che grazie alla sua iniziativa
trovano un lavoro per definizione migliore di quello che in una
società libera altrimenti avrebbero, i fornitori che hanno scelto di
rifornirlo, i finanziatori e lo Stato sia come percettore di imposta
che in quanto comunità comprendente tutti i soggetti sopra indicati;
il beneficio economico di un soggetto che agisce nel proprio
interesse va dunque a vantaggio di molti, di tutti quelli che oggi
chiamiamo stakeholders e dell’intera società.
Certamente perché questo avvenga
l’operatore economico, cioè l’imprenditore, deve trovarsi ad operare
in una società con determinate caratteristiche che a noi possono
sembrare naturali, ma che naturali non sono, ma al contrario
derivano da uno specifico processo storico di costruzione
dell’ordinamento sociale avvenuto nei secoli passati.
In particolare mi riferisco alla libertà
nelle sue varie accezioni: religiosa, di pensiero, politica, di
associazione, di iniziativa economica, libertà che in un certo grado
sono state condizione necessaria al funzionamento di una economia di
mercato.
In particolare la libertà religiosa va
intesa certamente come libertà di culto, ma soprattutto come libertà
dalle imposizioni morali e ambientali, come condizione interiore che
consente scelte di responsabilità individuale e sociale in
conformità alla natura dell’uomo e ai valori che stanno a fondamento
della convivenza sociale.
Perché i meccanismi del libero mercato
possano funzionare sono necessari – oltre allo stato di pace e a una
condivisione di valori sufficientemente generalizzata – una attività
regolatrice dello Stato saggiamente contenuta, la cosiddetta “mano
invisibile” di Adam Smith.
Infatti il c.d. libero mercato non è un
“locus naturalis”, una giungla senza regole in cui il più forte
sovrasta il più debole ma un “locus artificialis” costruito
dall’uomo e per funzionare ha bisogno di regole certe e oggettive
che devono essere costantemente vigilate e aggiornate in funzione
dei progressi della società.
Certamente non è stato facile, per chi per
tutti i secoli precedenti è stato impegnato a predicare l’altruità,
la generosità e l’umanità come espressioni dell’amore in campo
economico dover constatare e accettare che nella nuova realtà
economica la realizzazione del bene comune, sia pur limitatamente
all’esercizio dell’attività economica, aveva nuove regole!
L’economia del libero mercato ha avuto un
successo formidabile e, congiuntamente al progresso della scienza,
anche da quella alimentato, ha progressivamente liberato dalla
schiavitù dei bisogni primari parti sempre più estese dell’umanità.
4.2) Tuttavia la potenza del mercato e
delle sue logiche è stata tale da sconfinare al di fuori del sistema
economico, costituito dalle aziende di produzione e di scambio, in
campi che non sono e non devono essere, in tutto o in parte,
assoggettabili alle stesse logiche.
Può quindi essere qui opportuno ricordare
che cosa si intende per libero mercato, regime che può trovare
applicazione esclusivamente al sistema dell’apparato produttivo e
distributivo.
Per mercato intendiamo l’insieme di tutti i
compratori e venditori che trattano la stessa merce, mentre col
termine libero richiediamo che siano soddisfatte alcune condizioni
quali: un numero di compratori e di venditori sufficientemente
numeroso e informato, una facilità di ingresso e di uscita degli
operatori e un costo della transazione irrilevante.
In presenza di tali condizioni il prezzo
che regola lo scambio, fenomeno centrale dell’economia di mercato,
raggiunge facilmente il suo punto d’equilibrio a vantaggio sia del
venditore che del compratore.
4.3) Il meccanismo di scambio si fonda
evidentemente sulla proprietà e pertanto non è applicabile là dove
la proprietà è comune o è comunque al servizio di tutti i membri
come ad esempio nella famiglia, in un convento o in altra comunità
che condivide i beni.
Alcuni testi considerano la famiglia come
azienda di consumo, ma la famiglia non è un’azienda e al suo interno
è estranea alle logiche economiche; in famiglia sappiamo bene che
valgono altre logiche per cui chi ha di più, e non solo in termini
di beni economici, ma anche di qualità morali quali la pazienza,
l’esperienza etc., deve dare gratuitamente a chi ha di meno.
Rimanendo nell’uso distorto del termine
azienda pensiamo agli ospedali oggi chiamati aziende sanitarie
locali che aziende non sono: infatti ancorché debbano perseguire
criteri di efficienza e economicità (come qualunque altra
organizzazione statale o meno) non regolano lo scambio di quanto
producono in logica di libero mercato.
Un problema semantico, ma le parole hanno
una loro specifica funzione: le conseguenze di comportamenti
distorti, anche se certamente non dovuti esclusivamente all’uso
improprio del termine azienda, sono spesso agli onori (disonori)
delle cronache.
Tralasciando tali ultime osservazioni e
accertato che vi sono settori di attività totalmente esclusi dal
campo di applicazione delle leggi economiche del libero mercato per
mancanza dei necessari presupposti, vediamo in quali casi le leggi
dell’economia di mercato trovano un’applicazione parziale.
4.4) Vi sono infatti settori di
attività economica che non possono essere semplicemente lasciati ai
meccanismi di mercato. Settori di attività economica quali la
cultura, i media, l’istruzione, la sanità, la sicurezza, la
giustizia sono sì servizi economici nel senso che essi sono
finalizzati a soddisfare bisogni economici, ma possono essere
forniti solo in parte, più o meno estesa, dall’iniziativa privata;
tali servizi richiedono evidentemente un preciso intervento dello
Stato che deve fornirli direttamente o comunque regolarli e, in
ultima istanza, garantirli.
La logica imprenditoriale, che deve essere
tesa al profitto perché in tal modo genera benefici all’intera
collettività; in questi settori essa non può trovare piena
applicazione, ma deve essere lo Stato a stabilire quanto e come il
servizio debba essere fornito dall’iniziativa privata in una logica
che sostanzialmente non è quella di libero mercato.
Servizi come la giustizia o la sicurezza
possono sì essere effettuati da organizzazioni private in logica di
profitto, si pensi alle camere arbitrali o alla vigilanza armata
agli sportelli bancari, ma sono servizi che devono essere svolti
primariamente e essenzialmente , e comunque in ultima istanza, dallo
Stato.
Il sistema di libero mercato, la logica
dell’impresa e del profitto ha tuttavia avuto un successo tale da
permeare e per cosi dire corrompere l’intera società.
4.5) I principi morali, o valori, che
stanno a fondamento della convivenza civile all’interno dell’impresa
e del sistema di imprese che operano sul mercato richiedono regole
di applicazione sostanzialmente diverse e del tutto peculiari.
Certamente il principio di solidarietà richiede il pieno rispetto
della dignità di ogni persona, sia nella fase di produzione che di
scambio, ma il meccanismo economico dell’impresa per svolgere
pienamente la sua funzione a vantaggio della società, deve
primariamente rispettare le leggi dell’economia; il profitto solo
dopo che sia stato ottenuto nel rispetto di leggi giuste, può essere
destinato, direttamente o attraverso il prelievo d’imposta, oltre
che a nuovi investimenti tesi a garantire lo sviluppo, ad attività
sociali a sostegno di persone in situazione di difficoltà. In altri
termini se si vuole che l’impresa esplichi appieno i suoi benefici
effetti sulla società, occorre che la carità (economica) o
solidarietà (economica) sia esercitata in modo sostanzialmente
diverso da quello tradizionale.
In particolare nei rapporti fra i soggetti
coinvolti nell’attività d’impresa la parte che si trova in posizione
di debolezza deve essere adeguatamente tutelata da leggi; infatti
non si può basare il funzionamento di un sistema concretamente
solidale su soggetti che agiscono in logica di profitto, siano essi
imprenditori o finanziatori, nel presupposto che normalmente essi
siano moralmente così responsabili da non approfittare della
situazione di debolezza della controparte.
D’altro lato l’imprenditore che in ipotesi
aggrava i conti dell’impresa di oneri non propri non tiene un
comportamento né economicamente né socialmente responsabile in
quanto aumenta il rischio di un cattivo esito dell’iniziativa con
il conseguente rischio di un ingiusto danno per tutti gli
stakeholders: i lavoratori che perdono il posto di lavoro, i
fornitori e gli altri finanziatori che perdono i loro crediti col
rischio di successive crisi.
La disciplina dei rapporti fra parti che
hanno una forza contrattuale non proporzionata quale il rapporto
dipendente-datore di lavoro o imprenditore/finanziatore o in taluni
casi produttore/consumatore richiedono una regolamentazione esterna
di natura pubblica ed a quest’ultima deve essere affidata la
concreta applicazione nella società dei principi di solidarietà
sociale.
Anche se nei paesi occidentali, il nostro
compreso, si è sviluppato un sistema di norme tese a tutelare i
soggetti più deboli all’interno del sistema di libero mercato, il
tema dell’etica sociale nell’economia moderna manca di una
trattazione teorica organica essendo tuttora prevalente in materia
l’attenzione alla etica individuale, etica che si fonda su concetti
tradizionali che mostrano evidenti limiti e che da soli appaiono
insufficienti e inadeguati alla costruzione di una società
pienamente e realmente solidale.
Così come il diritto positivo si fonda su
principi etici, anche le leggi economiche devono contenere al loro
interno i meccanismi atti a realizzare gli stessi principi.
L’etica non può intervenire a posteriori
per correggere distorsioni, ma deve essere insita all’interno delle
regole di funzionamento dell’attività economica.
E comunque in ogni caso il sistema non può
funzionare se applicato a una società di individui eticamente non
responsabili: “leges sine moribus vanae”.
4.6) L’imprenditore
e l’alto dirigente in quanto tali devono esercitare nuove virtù, non
considerate nel pensiero tradizionale in quanto nelle epoche
precedenti la rivoluzione industriale non esisteva l’impresa come
oggi la concepiamo.
Le qualità che
caratterizzano i responsabili di un’impresa sono:
- la creatività, intesa come
concreta capacità di dar luogo a una nuova iniziativa e mantenerla
costantemente aggiornata. La creatività è una caratteristica tipica
anche se non esclusiva, dell’imprenditore. Essa richiede la capacità
di individuare un nuovo bisogno economico o un nuovo modo
economicamente più vantaggioso di soddisfare una domanda esistente e
la concreta volontà e capacità di soddisfare tale domanda sia essa
potenziale o attuale;
- la capacità di affrontare il rischio
sia nella fase di avvio della nuova iniziativa che nella successiva
gestione della stessa. Mettersi volutamente in una situazione di
incertezza e convivere con questa non è una caratteristica di tutti;
essa è propria dell’imprenditore anche se non in via esclusiva in
quanto la condivide con tutti i lavoratori autonomi, tipicamente i
liberi professionisti;
- la
capacità di creare una comunità di lavoro, di motivare gli
stakeholders, i dipendenti, i fornitori, i finanziatori e di
indirizzarli verso un fine comune;
- la determinazione, o tenacia o
costanza o quello che Von Clausewitz nel suo trattato “Della
guerra”, in riferimento alle qualità del comandante supremo, chiama
il carattere. Questa qualità consiste nella fermezza della volontà,
basata su ipotesi ragionate e verificate, di condurre con successo
l’impresa a dispetto delle difficoltà e delle opinioni contrarie di
altre persone.
Ma perché chiamare virtù queste qualità se
e solo se esse sono possedute dall’imprenditore o dall’alto
dirigente?
La risposta è: perché l’esercizio di tali
qualità da parte di tali soggetti va a beneficio non solo loro, ma
anche di altri soggetti e dell’intera collettività.
4.7)
Il successo di un certo numero
di imprenditori, il loro tenore di vita ampiamente pubblicizzato ha
fatto sì che un numero crescente di persone, che nella vita hanno
fatto scelte professionali diverse, siano portate ad applicare le
stesse logiche che governano l’attività imprenditoriale al fine di
ricercare gli stessi benefici economici che attiene l’imprenditore
di successo. Chi sceglie di dedicarsi all’attività d’impresa,
correndo i relativi rischi (e non si deve dimenticare che non tutte
le intraprese vanno a buon fine) lo fa per ottenere un profitto che
è il premio che la Società riconosce all’imprenditore in cambio dei
benefici che essa Società ottiene: quanto maggiori sono tali
benefici tanto più alto è il profitto. Nel mondo delle imprese la
ricerca dell’interesse personale dell’imprenditore non può essere
fine a se stesso, ma comunque va a beneficio dell’intera società; al
di fuori del sistema delle imprese invece la ricerca dell’interesse
personale, non contemperato con l’interesse generale, non può essere
accettato a base della convivenza civile.
4.8)
Ma chi sceglie di svolgere la
libera professione, o il lavoro dipendente ad esempio di entrare in
magistratura o nelle forze armate o in altri servizi pubblici o
privati, non può e non deve avere l’obiettivo del profitto, inteso
quale accumulo di ricchezza personale. Per queste attività il
compenso del lavoro rimane basato sulla logica del giusto prezzo di
San Tommaso, che in una moderna società benestante può portare anche
a compensi rilevanti in funzione del beneficio che la società
riceve, ma di natura intrinsecamente diversa dal profitto d’impresa
e di quantità non paragonabili al risultato di un’impresa che
impiega fattori di produzione (capitale e lavoro) in quantità di
gran lunga superiori.
4.9)
Ancora differente è la posizione di chi si dedica all’attività
politica, a chi in democrazia ricopre cariche elettive. Mentre
l’imprenditore tende a massimizzare il profitto e il lavoratore
dipendente e il professionista indipendente tendono a dare il
miglior servizio al fine di ottenere il massimo compenso economico,
il politico non può avere come obiettivo né unico né principale né
condizionante la sua attività, il proprio interesse economico. Il
fine precipuo dello Stato è infatti il perseguimento del bene comune
e questo costituisce la ragion d’essere dell’autorità politica. Il
politico non viene eletto per perseguire il bene suo proprio e
neppure il bene di chi lo ha sostenuto ed eletto, ma deve perseguire
il bene di tutti e dell’intera società. Nelle società democratiche
tuttavia si registra la tendenza degli uomini politici, al fine di
ottenere il consenso elettorale, da un lato a compiacere ai soggetti
più influenti in termini economici e di comunicazione e dall’altro
ad appoggiare ogni iniziativa che dia all’elettore la sensazione di
poter appagare i propri desideri. Bersaglio favorito di tale
impostazione è la famiglia: sollevare le persone dal vincolo
familiare da un lato fa piacere a un certo numero di elettori e
dall’altro isola i singoli cittadini lasciandoli sempre più soli di
fronte ai mezzi di comunicazione e di persuasione sia politica che
economica.
5) In un mondo in
cambiamento
5.1) Finora abbiamo riflettuto sul tema
della ricerca del bene comune nello svolgimento dell’attività
economica successivamente alla rivoluzione industriale.
Ma il mondo cambia e nell’attuale fase
assai rapidamente e in modo strutturale con novità così vaste e con
effetti così profondi da far pensare all’inizio di una nuova epoca:
oggi iniziamo a trovarci in una situazione sostanzialmente diversa
da quella degli ultimi duecento anni di economia industriale
dell’Occidente.
5.2) La grande diversità va sotto il
nome di globalizzazione, fenomeno che qui di seguito considereremo
sotto un triplice aspetto: la promiscuità della intera società
umana, la finanziarizzazione dell’economia e l’ingresso nel sistema
di libero mercato di popolazioni precedentemente escluse per scelta
politica degli stati di appartenenza.
In realtà la globalizzazione era senz’altro
già in essere ai tempi della Grande Guerra del 1915-18 che non a
caso è stata chiamata prima guerra mondiale.
La nuova situazione di globalità è stata
successivamente resa di tutta evidenza dalla grande crisi del ’29
quando persino numerosi piccoli operatori di paesi sperduti,
all’epoca collegati alla più vicina città solo col trasporto
animale, sono falliti perché a New York, luogo a tali operatori
sconosciuto e con il quale erano comunque privi di relazioni, era
crollata la borsa.
Gradatamente il mondo è poi diventato
sempre più stretto ed oggi è tutto collegato in tempo reale.
Per inciso l’uomo che ha saputo valorizzare
internet ha ricevuto in cambio un premio tale da diventare l’uomo
più ricco del mondo.
5.3) Ma se già nel ’29 la crisi di
natura finanziaria in un punto del mondo si è riversata su resto del
mondo, oggi dobbiamo rilevare che la finanziarizzazione
dell’economia rappresenta un aspetto nuovo e strutturale del sistema
economico di libero mercato.
La finanza nata al servizio e a beneficio
dell’economia reale, di produzione e di scambio, oggi ha raggiunto
caratteristiche di globalità e di autonomia, sia dal sistema
dell’economia reale che dal controllo delle autorità nazionali, tali
da rappresentare una novità tipica del nostro tempo.
Le conseguenze di un sistema finanziario
che in sostanziale autonomia delle autorità statuali crea liquidità
per il meccanismo del moltiplicatore della moneta e decide
liberamente gli impieghi sia di carattere reale che finanziario e
speculativo è destinato per comune opinione ad avere conseguenze
reali di grande portata, anche se oggi difficilmente prevedibili.
5.4) Ma vi è in aggiunta un altro
aspetto destinato a cambiare il sistema economico mondiale.
Il libero mercato è stato fino ad ora un
sistema che riguardava il Nord America, l’Europa occidentale e il
Giappone, salvo altri paesi minori, per un totale all’incirca di un
miliardo di persone. Oggi sono ormai entrati e progressivamente sono
sempre più presenti nel sistema la Cina, l’India e i paesi
dell’Europa orientale che, insieme ad altri paesi di dimensioni più
contenute, contano all’incirca due miliardi e mezzo di persone.
Questi paesi sono caratterizzati da una velocità di sviluppo
impressionante, da una forte volontà di riscatto e da una evidente
determinazione di inserimento, in posizione di dominio, nel contesto
mondiale; inoltre per la prima volta da duemila anni a questa parte
si profila una leadership economica di paesi non cristiani.
L’impatto dell’economia dei paesi di libero
mercato dell’ingresso di due miliardi e mezzo di nuovi consumatori
in un sistema che ne contava finora un miliardo, sarà presto reso
evidente da un prevedibile alto tasso di inflazione che presto
registreremo a causa dell’aumento della domanda dei paesi del
lontano oriente: in un primo tempo le materie prime e
successivamente i prodotti finiti subiranno forti rincari non
congiunturali né ciclici, ma strutturali e duraturi e le autorità
dei paesi occidentali saranno impotenti dato che a nulla serviranno
gli strumenti di politica economica interna avendo il fenomeno
inflativo origini e cause altrove.
5.4) Da
tempo è evidente la necessità di autorità globali che regolino i
rapporti fra gli stati e fra le comunità, anche economiche,
dei diversi paesi e fra le popolazioni. Esigenza destinata ancora
per tempo a rimanere insoddisfatta: infatti è difficilmente
ipotizzabile che il paese via via dominante possa accettare
un’autorità superiore e la circostanza di essere dominante lo pone
evidentemente in condizione di avere interesse e di potere evitare
che questo avvenga al fine di mantenere la propria posizione di
superiorità. Ne deriva che le scelte politiche del paese leader
vengono prese nell’interesse solo della popolazione interna di tale
paese, ma le conseguenze sia politiche, che di costume ed economiche
si riflettono su tutte le altre popolazioni. Un esempio per tutti:
le leggi antitrust si applicano solo all’interno delle giurisdizioni
con la conseguenza che i principali operatori rimangono liberi di
fare accordi, che internamente non sarebbero leciti, per imporre al
resto del mondo prezzi concordati, tipicamente nel settore delle
materie prime, a discapito delle popolazioni di tutti gli altri
paesi. E’dunque auspicabile che venga rafforzato il potere delle
organizzazioni sopranazionali e che le istituzioni nazionali
intensifichino il proprio impegno per promuovere una concertazione e
un’opera di persuasione verso politiche che contemperino gli
interessi di ciascun paese e del sistema mondiale, ormai unico, con
particolare attenzione verso le popolazioni dei paesi economicamente
più deboli. La mancanza di autorità, ma non di autorevolezza, degli
organismi sovranazionali mi fa ritenere che essi siano i più adatti
a rivestire il ruolo non di regolatore autoritario e coattivo, il
che sarebbe troppo pericoloso per le libertà individuali e delle
società, ma di autore di moral suasion, di promotore di quegli
indirizzi che Adam Smith, in riferimento alle politiche delle
singole nazioni, attribuiva nel governo dell’economia alla mano
invisibile dello Stato.
6) Contribuire alla
costruzione del bene comune
6.1)
Dopo aver delineato sia pure in estrema sintesi i principi
che regolavano la ricerca del bene comune in economia nei periodi
pre industriale e industriale e preso atto dei cambiamenti in corso
sorge spontanea la domanda di cosa oggi possiamo fare per
contribuire alla ricerca del bene comune.
Il problema va riferito a quanto di
profondamente nuovo si sta verificando e ai suoi effetti sul futuro,
per sua natura a noi non noto né conoscibile.
Il passato ci da dei riferimenti sicuri, ma
se il cambiamento è epocale, occorre saper individuare e
interpretare quanto destinato a produrre effetti sostanziali e
duraturi alla luce della nuova realtà presente: adagiarsi
semplicemente sul passato o impegnarsi in battaglie di retroguardia
può portare solo a rallentare un processo di decadenza.
Le riflessioni sopra svolte mi portano a
concludere che innanzitutto dobbiamo acquisire una più piena
coscienza dei nostri valori, capire qual è il valore dei nostri
valori; in secondo luogo individuare e capire i valori che stanno
alla base delle grandi società emergenti che stanno entrando in
contatto sempre più stretto con noi e delle quali presto sentiremo
l’influsso sia economico che culturale e valutare cosa sia
accettabile e integrabile perché positivo e cosa non sia
negoziabile; in terzo luogo impegnarci a diffondere la coscienza
dell’importanza dei valori, sia per ciascuno individuo che per
l’intera società; in quarto luogo dobbiamo riuscire ad esprimere
leaders che rendano possibile la concreta applicazione di tali
valori. Tradizionalmente le migliori scuole pubbliche o private
formavano un certo numero di soggetti responsabili, soggetti che,
anche per formazione familiare, avevano coscienza dell’importanza
dei valori. Tali persone erano destinate ad assumere ruoli di
responsabilità da cui davano concreta applicazione ai valori
attraverso il principio di autorità. Oggi questo meccanismo non è
più attuale: la scuola è stata livellata, la famiglia è in
difficoltà e il principio di autorità non funziona più né nella
scuola, né nella famiglia, né nella società. Bisogna riunire persone
legate da comuni valori e che queste insieme abbiano la capacità di
esprimere non uomini che gestiscono il nostro sistema come esso è
attualmente ma leaders che abbiamo la capacità di realizzare un
progetto di riforma del sistema per renderlo coerente con i tempi
attuali. E’ coscienza comune che il sistema statale non soddisfa le
aspettative dei cittadini: in tale situazione non si richiede uno o
più piloti, ma una squadra di meccanici. Le persone che hanno il
dono della fede coniugata con la ragione hanno il privilegio di
avere un comune riferimento, di condividere la direzione verso cui
tendere. I mezzi di comunicazione e una certa classe politica sempre
più spesso propongono a individui, sempre più isolati e indifesi di
fronte ai media, modelli atti a realizzare l’interesse particolare e
contingente di alcuni. Se si vuole ricercare il bene comune non è
sufficiente l’impegno personale, ma occorre la partecipazione a
comunità attive di persone legate dalla condivisione dei valori
fondamentali. Non è lasciando andare le cose secondo una evoluzione
non guidata e priva di valori che la società può progredire in una
direzione, ma al contrario essa va verso una regressione morale
delle persone e un disordine sociale, salvo subire passivamente
l’assorbimento di modelli non coerenti con la nostra società fondata
sulla nostra fede sorretta dalla ragione.