Libero Ranelli:
In
qualità di Direttore della Sede sono lieto di dare il benvenuto a
tutti loro qui convenuti per il convegno “Impresa: ruolo dei
professionisti e Bene Comune”. Per prima cosa voglio dare lettura di
un messaggio di saluto che il Rettore dell’Università Cattolica,
prof. Lorenzo Ornaghi, ha fatto pervenire.
Lorenzo Ornaghi: Poiché non mi è
possibile partecipare, a causa di impegni programmati da tempo, al
convegno “Impresa: ruolo dei professionisti e Bene Comune”, desidero
far pervenire il più cordiale saluto a tutti i presenti ed esprimere
il sentito ringraziamento a quanti hanno collaborato
all’organizzazione di questo evento.
Ringrazio in
particolare il Gruppo Regionale Lombardo dell’UCID – Unione
Cristiana Imprenditori Dirigenti, nella persona del Presidente Renzo
Bozzetti, a cui va la mia stima e gratitudine anche per il
contributo da lui offerto quale membro del Consiglio
d’Amministrazione dell’Università Cattolica.
Un vivo apprezzamento
rivolgo alla Sezione di Piacenza dell’UCID. Ringrazio il Presidente
Pier Paolo Cagnani e il Presidente Onorario Luigi Gatti, a cui la
Sede piacentina dell’Ateneo del Sacro Cuore è tanto riconoscente,
per l’attenzione riservata in questi anni.
Ringrazio sentitamente
Sua Eccellenza Mons. Luciano Monari, Vescovo di Piacenza-Bobbio,
che, sempre vicino all’Università Cattolica, ha voluto essere
presente anche a questo convegno portando il suo indirizzo di
saluto.
Ai relatori giungano i
sensi della mia gratitudine per il contributo offerto al successo di
questo significativo incontro.
LIBERO RANELLI: Desidero ringraziare a
mia volta la Sezione piacentina dell’UCID, che ha sede proprio
presso questa Università, per le iniziative promosse e le
collaborazioni maturate in questi anni.
Con l’incontro odierno
la Sede di Piacenza dell’Università Cattolica conferma la propria
vocazione a essere polo di formazione e di aggiornamento, al
servizio del territorio in cui è radicata e del quale intende
incentivare lo sviluppo culturale.
Grazie.
monsignor Luciano Monari:
Il vero modo che
abbiamo di fronte è l'antropologia.
Naturalmente sono contento di salutare, anche
a nome di tutta la nostra Diocesi, il gruppo regionale dell’Ucid per
questa “Tavola rotonda sulla ricerca del bene comune e sul ruolo dei
professionisti in questa ricerca”.
Il tema è molto interessante, perché coinvolge
la vita delle persona in tutte le sue dimensioni: quella biologica,
ma anche economica, sociale, politica, culturale e spirituale.
Voglio dire, quando parliamo di “bene comune”
ci riferiamo ad una nozione dinamica che si sviluppa e si modifica
con il cambiare e il rinnovarsi delle situazioni, ma che mantiene
sempre il riferimento essenziale all’unità e alla globalità della
persona umana.
Se ‑ ci hanno ripetuti i Papi e ci ha ripetuto
il Card. Ruini negli anni della sua Presidenza della CEI ‑ “il
vero modo che abbiamo di fronte è quello dell’antropologia”
,
cioè della concezione della persona umana che noi cerchiamo di
servire, la riflessione sul bene comune è al centro dei problemi che
dovremmo inevitabilmente affrontare.
E credo si tratti innanzitutto di acquisire
una nozione corretta, cioè completa, di bene comune, che non
significhi ad alcuni aspetti che sono necessari ma insufficienti.
Voglio dire: ci accorgiamo tutti che nella
ricerca del bene comune è essenziale la crescita del PIL, perché se
non cresce il Prodotto Interno Lordo viene meno la possibilità di
distribuire una ricchezza sufficiente, e viene meno la possibilità
di provvedere ad anziani o ammalati o di garantire una educazione e
una formazione sufficiente.
Però nello stesso tempo bisognerà ricordare
che per essere felice l’uomo ha bisogno di una serie di esperienze
affettive integrale: ha bisogno di rapporti umani schietti, ha
bisogno di sviluppo della sua sensibilità artistica e religiosa, ha
bisogno di sviluppare il suo pensiero e i valori etici nel suo
comportamento, c’è bisogno di tutto questo.
Se uno riflette sul bene comune deve tenerne
conto, perché la società migliore è evidentemente quella che offre
alle persone le migliori opportunità di vivere la loro umanità. Non
semplicemente quella che offre il massimo di ricchezza materiale, ma
quello che offre il massimo di umanità. La ricerca materiale ci sta
dentro, ma non è tutto.
Ma per garantire la sicurezza delle persone è altrettanto necessario che si parli di
solidarietà.
Così è prezioso l’impegno che vi siete
proposti di superare la contrapposizione tra l’impresa e la
solidarietà. Non si tratta solo di una esigenza autonoma, che
scaturisce da una scelta ideale astratta; ma si tratta di prendere
atto della realtà della persona umana come, diceva Aristotele,
“animale sociale”, cioè come soggetto che si realizza solo aprendosi
alla responsabilità nei confronti degli altri; e che dalla
responsabilità che gli altri hanno nei suoi confronti trae motivo di
sicurezza e di speranza.
Cioè il problema della sicurezza sembra che
preoccupi… solo che lo riduciamo ad un “programma di ordine
pubblico”. E naturalmente il “programma di ordine pubblico” ne è una
dimensione fondamentale. Ma per garantire la sicurezza delle
persone ‑ la “percezione di sicurezza” ‑, è altrettanto necessario
che si parli di “solidarietà”, perché questa percezione sia
ampia e serena
.
Se percepisco che gli altri hanno una responsabilità nei miei
confronti e che se l’assumano, il mio atteggiamento di fronte
evidentemente alla società diventa più fiducioso.
Buon lavoro, e vi auguriamo di immettere nel
circuito culturale del nostro Paese stimoli efficaci di pensiero, di
esperienza e di progettualità, perché la nostra Europea, che in
certi momenti sembra un pochino invecchiata e stanca, possa
ritrovare la gioia di vivere e il coraggio di rischiare per il bene
della persona umana.
Buon lavoro!
* Cv. Documento
rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile
parlato e in una forma didattica e con riferimenti biblici, ma non
rivisto dall’autore.
Compendio Dottrina
Sociale della Chiesa.
527 L'azione pastorale della Chiesa in ambito sociale
deve testimoniare anzitutto la verità sull'uomo.
L'antropologia cristiana permette un discernimento dei problemi
sociali, per i quali non si può trovare buona soluzione se non
si tutela il carattere trascendente della persona umana,
pienamente rivelato nella fede.1118 (Gaudium et
spes). L'azione sociale dei cristiani deve ispirarsi al
principio fondamentale della centralità dell'uomo.1119
(Mater et magistra). Dall'esigenza di promuovere l'integrale
identità dell'uomo scaturisce la proposta di quei grandi valori
che presiedono ad una convivenza ordinata e feconda: verità,
giustizia, amore, libertà.1120 (Pacem in terris) La
pastorale sociale si adopera affinché il rinnovamento della vita
pubblica sia legato ad un effettivo rispetto di tali valori. In
tal modo, la Chiesa, mediante la sua multiforme testimonianza
evangelica, mira a promuovere la coscienza del bene di tutti e
di ciascuno come risorsa inesauribile per lo sviluppo
dell'intera vita sociale.
Compendio Dottrina Sociale della Chiesa 229 La solidità
del nucleo familiare è una risorsa determinante per la qualità
della convivenza sociale, perciò la comunità civile non può
restare indifferente di fronte alle tendenze disgregatrici che
minano alla base i suoi stessi pilastri portanti. Se una
legislazione può talvolta tollerare comportamenti moralmente
inaccettabili,509 (Evangelium vitae) non deve mai indebolire il
riconoscimento del matrimonio monogamico indissolubile quale
unica forma autentica della famiglia. È pertanto necessario che
le pubbliche autorità, « resistendo a queste tendenze
disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità,
sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché
l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l'importanza
istituzionale del matrimonio e della famiglia ».510 (Familiaris
Consortio) È compito della comunità cristiana e di tutti coloro
che hanno a cuore il bene della società riaffermare che « la
famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico,
sociale ed economico, una comunità di amore e di solidarietà che
è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori
culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali
per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società
».511 (Carta dei Diritti della Famiglia).
Pier Paolo Cagnani: Il seminario odierno è il secondo di una serie
di quattro incontri organizzati dalla “Commissione Cultura dell’UCID
Gruppo Lombardo”. Il tema trattato oggi riguarda il compito dei
professionisti in relazione alla creazione e allo sviluppo del Bene
Comune.
L’incontro approfondirà, con casi pratici e l’esperienza dei
relatori, la funzione delle professioni nell’assistenza alle aziende
ovvero come fattore di conoscenza e operatività prestato alle
imprese per la tutela e lo sviluppo del bene comune.
Per chi non lo sapesse, l’UCID - Unione Cristiana Imprenditori e
Dirigenti è stata fondata come Unione di Cristiani legati dalla
responsabilità imprenditoriale nell’ambito delle aziende e delle
professioni.
L’UCID è la modalità che abbiamo noi soci per testimoniare a noi
stessi e alle persone che ci incontrano come l’esperienza cristiana
che stiamo vivendo dia vigore e ragioni alla nostra passione per il
lavoro e alla voglia che abbiamo di costruire e creare ricchezza per
tutti.
Do il benvenuto ai relatori: l’Avvocato Bernoni, il Dottor Corbetta
ed il Professor Migliarese che saranno poi introdotti e coordinati
dall'Avvocato Nigra.
Vorrei, prima di passare la parola al nostro Presidente del Gruppo
Lombardo Gr. Uff. Rag. Renzo Bozzetti, ricordare una cosa: oggi, a
Roma, come immagino tutti ben sappiate, si terrà il Family Day. L’UCID
è una delle associazioni promotrici di questo importante evento.
Noi, come Cattolici, confermiamo la volontà di essere al servizio
del Paese, impegnandoci sempre più sul piano culturale e formativo
in favore della famiglia. Come cittadini in questo Paese avvertiamo
il dovere irrinunciabile di spenderci per la tutela e la promozione
della famiglia, che costituisce per noi un bene umano fondamentale e
quindi come cittadini e come cattolici affermiamo che ciò che è bene
per la famiglia è bene per il Paese.
Scusate se vi ho rubato questi due minuti parlando anche del Family
Day ma per noi è importante.
Passo ora la parola al Presidente Renzo Bozzetti, che introdurrà i
lavori di oggi.
Grazie.
Renzo Bozzetti: Signore
e Signori, Soci e amici dell’UCID, un cordiale saluto ed un
benvenuto a questo appuntamento di Piacenza organizzato dal Gruppo
Lombardo in stretta collaborazione con la locale sezione UCID, che
ringrazio per la faticosa opera preparatoria, per l’accoglienza, per
l’ospitalità e la generosa offerta del coffee break di metà mattina.
Caro Presidente
Cagnani, te ne siamo grati, ricambiamo di cuore il tuo saluto e ci
complimentiamo per tutto quanto predisposto per questa mattinata che
passeremo in questa sede di Piacenza dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore. Ringrazio il direttore Ranelli per il saluto e per
l’ospitalità.
Un grazie ai componenti della Commissione Cultura ed al suo
Presidente, l’amico avvocato Nigra, per l’entusiasmo nell’affrontare
il tema del Bene Comune proponendo iniziative e sintesi costruttive
per il raggiungimento degli scopi prefissati.
Sono lieto di
rilevare e salutare una buona rappresentanza qui presente delle
diciotto sezioni del Gruppo Lombardo. In particolare lasciatemi
salutare il Presidente onorario della sezione UCID di Piacenza, per
tanti anni presidente effettivo, alfiere dell’UCID, non solo per
Piacenza, ma anche per il Gruppo Lombardo. Caro Gatti: a nome dell’UCID
tutta ti sono grato per quanto fatto e per quanto continuerai a dare
alla nostra organizzazione.
L’UCID si
domanda se e con quali regole sia possibile superare la netta
contrapposizione tra Impresa e solidarietà. Lo fa con incontri
associativi al suo interno e con quattro tavole rotonde aperte
all’esterno i cui temi sono:
- tutela del
Bene Comune (Como, 18 novembre 2006);
- ruolo dei
professionisti e Bene Comune (odierna);
- ruolo della
famiglia e Bene Comune (Novara, 17 novembre 2007);
- ruolo del No
Profit e Bene Comune (Milano, primo semestre 2008).
A queste tavole
rotonde partecipano esperti che, con le loro significative
testimonianze, contribuiscono all’analisi globale intrapresa dalla
nostra commissione culturale, per formulare un decalogo in ordine ai
comportamenti che l’Impresa, tramite i soggetti che la compongono,
deve praticare per soddisfare il Bene Comune.
La tavola
rotonda di oggi affronta il tema: “Impresa: Ruolo dei professionisti
e Bene Comune, il compito dei professionisti per lo sviluppo”. Ne
parlano valenti relatori che sin d’ora desidero ringraziare per la
loro disponibilità e per il contributo testimoniale che ci
doneranno, ognuno con la propria specifica esperienza.
I loro
curricula sono veramente ampi, mi limiterò a citarne solo una parte.
Avv. Dott.
Giuseppe Bernoni: avvocato, dottore commercialista, titolare di
studio di consulenza tributaria, societaria e legale, già Presidente
Nazionale Ordine dei Commercialisti e Vice Presidente della
“Federation des Esperts Contable”.
Prof. Guido
Corbetta: Pro Rettore dell’Università Bocconi, amministratore
delegato di Partner Spa, consulenza direzionale. Mi piace inoltre
ricordare il suo impegno quale professore di Strategia delle aziende
familiari (AidAF - Alberto Falck), prima cattedra convenzionata
nella storia dell’Università Bocconi.
Prof. Piero Migliarese: ingegnere esperto in organizzazione ed
ordinario di ingegneria economica/gestionale presso l’Università
della Calabria. Collabora con il Politecnico di Milano.
L’Avv. Paolo
Giuggioli, indicato in programma quale relatore non è presente per
sopravvenuti impegni istituzionali.
Purtroppo solo
ieri sera il Dott. Gianni Locatelli ci ha comunicato il suo
rammarico per non poter essere presente per un lutto che ha colpito
la sua famiglia.
La giornata
prosegue come da programma con i valenti relatori presenti che
avranno più spazio per intrattenerci con le loro testimonianze e per
rispondere ad eventuali domande.
Nel merito del
tema dell’odierno incontro, traendo le conclusioni anche dal primo
convegno di Como, desidero sottolineare come l’impresa debba essere
il luogo in cui viene tutelato e valorizzato il Bene Comune. Bene
Comune che, inteso secondo il compendio della Dottrina Sociale della
Chiesa, è una logica che non può essere disattesa. Non si può
sacrificare il bene di qualcuno, quale ne sia la condizione di vita,
per migliorare il bene di qualcuno altro e ciò per la fondamentale
ragione che quel qualcuno è una persona umana. Il rispetto per
l’uomo deve divenire condizione imprescindibile per ogni forma di
sviluppo aziendale ed economico. Su tale contesto un’opera
fondamentale può essere svolta dai professionisti che sempre più, in
una economia globalizzata e specialista, svolgono un ruolo
strategico per la crescita del sistema imprenditoriale. Sempre più
la fortuna e lo sviluppo dell’azienda dipendono dall’attività dei
professionisti altamente specializzati di cui l’azienda si avvale.
Ecco quindi che i professionisti che si riconoscono nei valori
cristiani devono guidare l’azienda verso il perseguimento del Bene
Comune, come piena attuazione della propria missione. La
responsabilità sociale del sistema imprenditoriale è elevatissima.
Basti pensare ai condizionamenti che l’attività d’impresa può
esercitare non solo sul mercato ma anche sul tessuto economico,
sociale e culturale in cui opera. I professionisti dovrebbero a tale
riguardo sollecitare l’imprenditore ad imprimere un impulso alla
valorizzazione del lavoro, alla crescita del senso di responsabilità
personale e sociale, ai valori umani utili al progresso del mercato
e della società. Il lavoro non deve essere considerato ai soli fini
reddituali, ma va ritenuto soprattutto un valore per la crescita e
la realizzazione delle persone. L’azienda deve divenire il luogo
dove costruire se stessi e la propria famiglia con l’opera delle
mani o dell’ingegno, ma anche il luogo dove ciascuno sente d’avere
una dignità. Bisogna evitare i comportamenti che non rispettano la
persona e che, focalizzando l’attenzione solo sulla redditività,
creano condizioni di lavoro insicuro e di pericolo, generando anche
incidenti mortali come avviene in questi tempi. Confido che queste
brevi valutazioni possano rappresentare validi spunti di riflessione
per il dibattito che seguirà.
Noi tutti aderenti all’UCID abbiamo un impegno preciso: quello di
diffondere nell’azione imprenditoriale del nostro Paese il valore
fondamentale del Bene Comune come base di sviluppo economico,
sociale e umano. Grazie dell’attenzione.
Amedeo Nigra: Oggi siamo qui
alla seconda tavola rotonda indetta dal Gruppo Lombardo UCID con
riferimento al tema “L’UCID si interroga sul Bene Comune“. Dò quindi
la parola al Dottor Giuseppe Bernoni.
Giuseppe Bernoni:
Può un dottore commercialista e un avvocato
che svolge nel campo tributario prevalentemente la sua attività,
anche se non in modo esclusivo, dare un contributo al Bene Comune?
Questo è il tema che devo trattare oggi. Prima però consentitemi di
esprimere un ringraziamento all’UCID, per la vostra organizzazione,
per quello che state facendo e per queste conferenze. E un
ringraziamento all’Università Cattolica, perché io debbo tutto
all’Università Cattolica. Ero un giovane ragioniere che ha potuto
fare il corso serale di Economia e Commercio all’Università
Cattolica di Milano, quando i tempi di una volta erano diversi e
alla sera noi facevamo i corsi e gli esami come chi frequentava di
giorno. Quindi, scusatemi, io ho un debito di riconoscenza e
testimonianza verso l’Università Cattolica e mi piace essere qui tra
voi in questa sede. Parlo un po' come dottore commercialista e un
po’ come avvocato, perché sempre all’Università Cattolica ho
conseguito la laurea in Giurisprudenza, sempre mentre lavoravo. E
poi ho superato l’esame di Stato d’avvocato ma non faccio l’attività
di difesa in tribunale. La mia competenza è extra giudiziaria, salvo
la difesa fiscale che conosco avendo anche fatto il Presidente della
Commissione Tributi Locali, quando c’era l’imposta di famiglia ed il
Giudice d’appello per venti anni nella Commissione Tributaria di
Milano.
Come possiamo dare un contributo a questo bell’incontro che porta in
evidenza il tema del Bene Comune? Come può il professionista aiutare
l’impresa realizzando il Bene Comune? Soprattutto nell’ambito di una
attività cruciale, delicata, difficile, complessa come quella
tributaria e come quella dell’ambito del sindaco di società
commerciale, di consulente aziendale, di curatore di fallimento? Non
è facile perché l’ordinamento giuridico non aiuta in questo campo.
Per stare al tema fiscale, una grande rivoluzione è stata fatta;
sono cambiati i tempi degli anni Sessanta in cui la cultura
consentiva la tolleranza verso certi comportamenti, perché si
giustificava con il fisco che aggrediva senza ritegno o dicendo che
non spendevano bene i quattrini i nostri governanti. Forse qualcosa
di questo ancora c’è, ma è cambiato molto il sistema. C’è stata una
maturazione, ma in particolare cito due grandi elementi che hanno
aiutato ad avvicinarci al Bene Comune, che non è facile da
realizzarsi soprattutto in questo campo, poiché non ci sono tutte le
componenti che faciliterebbero, se ci fossero, l’avvicinarsi al Bene
Comune. Mi riferisco in primo luogo a una norma di legge: lo Statuto
dei Diritti del Contribuente. Noi come osservatori fiscali della
Camera di Commercio (sono Vice Presidente della Camera di Milano)
abbiamo fatto un grande sforzo per facilitare questa normativa e
soprattutto per applicarla. La Corte di Cassazione ha enfatizzato
questa norma. Per sintetizzarla in due parole, la normativa ha dato
una scossa forte che non si percepisce in tutta la sua portata. E
cioè una fiducia maggiore e non totale nel comportamento, nel
rispetto, nella buona fede, così dice la legge, nel rapporto
fisco-contribuente. Pensate a tanti anni fa e pensate ad oggi. Ciò
che dico è relativo; è un confronto col passato per noi uomini di
fede che speriamo e crediamo sempre in un maggiore Bene Comune e non
possiamo ignorare che c’è stato un cambiamento notevole nella
cultura e nel comportamento. Con questo non voglio dire che oggi il
comportamento è perfetto, tutt’altro; ma c’è stato un cammino
notevole. L’altro elemento rilevante che voglio segnalarvi e che può
avvicinare al Bene Comune, se non viene usato in modo troppo
violento, perché come in tutte le cose bisogna avere equilibrio, è
l’utilizzazione della telematica nel campo fiscale. Quando ero Vice
Presidente della Federazione “Des Esperts Contable”a Bruxelles
spiegavo cosa stavano facendo l’Italia e le nostre autorità in
questo campo della telematica. Sapete che le dichiarazioni fiscali
vengono trasmesse telematicamente. Non ero creduto e c’era
perplessità nel ritenere che l’Italia fosse così avanti in questo
campo, siccome l’Italia è vista come una cenerentola. In effetti noi
siamo all’avanguardia nell’uso della telematica. Oggi l’anagrafe
tributaria ha una serie di elementi per cui conosce direttamente i
redditi fiscali e la posizione fiscale del contribuente entro l’anno
successivo a quello della produzione del reddito. Poi bisogna vedere
come vengono usati questi strumenti; però sicuramente, se usati nel
modo giusto, rappresentano un altro elemento per avvicinarsi al Bene
Comune.
Bozzetti ha detto che noi dobbiamo stimolare l’imprenditore. Ma se è
vero che il nostro legislatore ha fatto questa ottima legge che è lo
statuto del contribuente, il primo a non avere rispettato questa
legge è proprio il legislatore. Mentre l’esecutivo, l’Agenzia delle
Entrate, l’Amministrazione finanziaria, hanno svolto un ruolo di
gradualità aderente alla normativa dello statuto del contribuente,
il legislatore non ha per niente rispettato questa legge che ti dava
la misura. Oggi una delle maggiori difficoltà nel nostro campo (e
questo allontana dal Bene Comune professionisti, contribuenti ed
imprese), è la mancanza o insufficienza di legalità. Ci manca in
modo più adeguato la certezza del diritto.
Cosa possiamo fare noi professionisti? Sollecitare l’imprenditore al
rispetto della norma; ma in un momento in cui c’è relativismo etico
e individualismo, per dare un servizio eccellente e adeguato in
termini deontologici, tecnici, di rispetto del Bene Comune, in
un’epoca globalizzata e complessa dobbiamo dedicarci con molto
impegno tecnico, perché la maggior parte del tempo dobbiamo
spenderlo nello studio. Sembra incredibile ma è una difficoltà
notevole. Il nostro privilegio è studiare per far fronte ai
cambiamenti di ogni legislazione. Poi abbiamo il dovere d’essere
corretti. Un tempo, durante le verifiche fiscali, c’erano certi
comportamenti-fenomeni non leciti e devo dire che la situazione, da
quanto sento dalle aziende, è cambiata notevolmente. Fa parte di
quel miglioramento che c’è stato, che è relativo ma che è ciò su cui
tutti noi dobbiamo lavorare. E chiudo ricordando S. Agostino, quando
dice: “Signore ci hai creati per te, il nostro cuore inquieto non
trova vera pace se non in te”. Purtroppo il professionista, il
contribuente, le imprese non hanno trovato finora la pace in campo
fiscale. Ho fatto una sintetica rappresentazione realistica, come
deriva dalla mia esperienza. Occorre fare di più tutti quanti,
perché il nostro cuore sia più in pace. Le imprese devono non solo
rispettare tutta la legislazione, ma debbono preoccuparsi di fare
anche il business, come diceva il Vescovo, aumentare il P.I.L.,
realizzare una competitività che oggi cresce notevolmente con la
globalizzazione. Nel nostro campo la competizione è notevole e non
sempre si avvicina al Bene Comune. Bisogna stare attenti in questa
competizione a non lasciarsi troppo trascinare da elementi che sono
non in conformità al Bene Comune. È facile dirlo, ma non è così
facile farlo, anche perché il sistema non ci aiuta più di tanto e
quindi noi dovremmo fare uno sforzo per essere più vicini al Bene
Comune. Grazie.
Guido Corbetta: Buongiorno a tutti. Io sono particolarmente
lieto di essere qui e ringrazio quindi l’amico Bozzetti e l’avvocato
Nigra di avermi invitato perché mi legano all’UCID bellissimi anni
della mia formazione e devo dire che non ho mai perso di vista l’UCID,
anche se ho avuto poi questo impegno più rilevante nell’Associazione
Italiana Aziende Familiari. Questa ha poi attenuato le nostre
frequentazioni, ma certamente invece non una comunione di valori e
principi che ci lega. La prima ragione per cui sono lieto è che
siamo in una Università e io sono una persona che ha fatto la scelta
principale di stare con i giovani e insegnare in Università. Questa
è stata la scelta della mia vita e sono contentissimo. Fatte queste
premesse doverose ho provato ad articolare cinque o sei riflessioni.
La prima è che quando parliamo di professionisti pensiamo a
commercialisti, avvocati, consulenti in genere, cioè di una serie di
persone che collaborano con una impresa, con una unità economica. La
definizione di Bene Comune io non credo sia semplice. Mi è noto ciò
che la Chiesa Cattolica intende per Bene Comune. Chi ha avuto
l’avventura di leggere i miei primi quattro libri, sa che in tutte
le mie prefazioni ringrazio il Prof. Masini, con cui sono entrato in
università e che mi ha insegnato che noi dobbiamo lavorare per il
Bene Comune. Solo che quando lo scriveva negli anni settanta, era
abbastanza chiaro a tutti cosa intendesse. Oggi credo sia più
difficile avere una definizione di Bene Comune uguale per la
maggioranza della popolazione. Però, partendo dal presupposto che i
professionisti lavorano per lo più per l’impresa, forse è più
semplice per chi lavora per l’impresa dire che il Bene Comune è fare
in modo che l’impresa vada bene. Cioè, se un’impresa va bene, cresce
e non si ferma, questo è Bene Comune. Su questo credo che tutti
possiamo avere un punto d’accordo. Questo è uno dei punti salienti.
Ciò ha però una conseguenza importante per il lavoro dei
professionisti. Vuol dire che il cliente è soprattutto l’impresa,
prima che il proprietario dell’impresa, perché, se il cliente è
l’impresa allora questo può voler dire che tu talvolta trovi
contrapposizione tra quello che è l'interesse dell'impresa e quello
che è l'interesse dell'imprenditore. Questo è oggettivo. L’interesse
dell’impresa è ad esempio avere una guida manageriale capace.
L’interesse dell’imprenditore potrebbe essere avere un figlio/figlia
che guidano l’impresa.
Se riconosciamo che una parte del Bene Comune è lo sviluppo
dell’impresa, allora talvolta vuol dire difendere l’impresa da
familiari proprietari incompetenti, avidi, litigiosi, da dirigenti
incompetenti e via dicendo. Il professionista, se si mette dalla
parte dell’impresa, può essere d’aiuto all’imprenditore, a capire
quali siano le strade per fare crescere l’impresa. Si tratta di una
grande responsabilità di cui un professionista può farsi carico. Non
tutti i professionisti si fanno carico di questo. Quali sono le
condizioni che possono far sì che un professionista si metta a
servizio di questo Bene Comune? Io le ho individuate, prescindendo
da una questione di principi e valori personali. Quali condizioni
deve rispettare un professionista di buona volontà perché possa
contribuire al Bene Comune, che è rappresentato dall’impresa e dal
suo sviluppo? Io mi sono fatto un paio di convinzioni che meritano
attenzione. La prima: l’indipendenza di giudizio, perché senza
indipendenza di giudizio rispetto all’imprenditore un ruolo di
professionista autonomo non c’è. Ciò che conta allora è il ruolo
dell’imprenditore; ma se noi vogliamo mettere a tema il ruolo del
professionista per contribuire alla costruzione del Bene Comune ci
vuole indipendenza di giudizio da parte del professionista. Come
afferma Francois Michelin, Presidente della Michelin - mi pare
membro dell’UCID francese -, parlando dei propri figli: “La cosa che
ho insegnato di più a mio figlio è che bisogna fare la verità.” Io
ho capito che vuol dire guardare in faccia i problemi, non
nasconderli, avere l’energia, la determinazione d’affrontarli
facendosi anche aiutare. Io quindi collego l’indipendenza di
giudizio con la volontà di fare la verità. Questo ha implicazioni
importanti con la questione dell’indipendenza economica. Se il
reddito del professionista è determinato dalla remunerazione che gli
viene da un cliente, è molto difficile per quel professionista
mantenere indipendenza di giudizio rispetto a quel cliente.
Questa è una prima condizione. Veniamo alla seconda, che è
l’aggiornamento professionale. Per me è fondamentale, perché se tu
davvero vuoi aiutare lo sviluppo di una impresa devi assolutamente
prepararti per offrire al cliente le migliori conoscenze possibili.
È un dovere dei professionisti. Senza questo è un po’ vuoto parlare
di contributo al Bene Comune dei professionisti. Quindi, un forte
aggiornamento professionale, e qui per me c’è un tema complicato che
è l’individualismo dei professionisti. Perché maggiore è la
complessità del sistema economico, maggiore dovrebbe essere la
collaborazione tra professionisti. Vengo, a questo punto, a un altro
aspetto. Ad esempio, per un consulente d’impresa chiamato a dare un
contributo al bilancio, cosa vuol dire dare un contributo per il
Bene Comune? Siccome il bilancio è un linguaggio importante
dell’impresa, io mi sono scritto che fare il Bene Comune è fare si
che un terzo competente di bilancio possa capire l’andamento passato
delle imprese e le sue prospettive future. Questo è il contributo
principale che un professionista può dare, perché consente al terzo
di prendere decisioni ponderate su che tipo di relazione avviare con
questa impresa. Se tu, invece, aiuti l’imprenditore ad essere oscuro
e, non sto parlando di evasione fiscale ma di trasparenza contabile,
tu stai creando la premessa perché un terzo prenda le sue decisioni
con riferimento all’impresa, non fondate su verità. Il
professionista deve permettere al terzo di prendere le proprie
decisioni nei rapporti con l’impresa, secondo il profilo rischio -
rendimento ricercato. Ci sono dei terzi: una banca, un cliente, un
fornitore, eccetera che possono volere un profilo rischio -
rendimento più alto di quello che accetterebbe un altro terzo.
Bisogna consentire che il terzo possa decidere sulla base di ciò che
davvero è. Un altro elemento collegato a questo tema è che se il
bilancio è il linguaggio dell’impresa, traendo una conseguenza da
quello che dicevamo prima sull’aggiornamento professionale, un
professionista oggi in questa aerea non può non pensare di aiutare
l’imprenditore a dare visibilità al tema del capitale umano,
relazionale dell’impresa. Oggi la ricchezza dell’impresa non si
misura soltanto con dati di conti economici o di stato patrimoniale.
O meglio la si misura con voci di conto economico che denotano un
certo capitale umano, intellettuale, relazionale.
Vengo a ultimi due aspetti. Uno è il diritto societario e quindi gli
statuti delle imprese. Io mi occupo in particolare di aiutare gli
imprenditori a superare quella fase molto delicata del ricambio
generazionale. Questo dà molto da fare in tema di statuti. Io penso
che salvaguardare il Bene Comune, lo sviluppo dell’impresa,
significa avere la capacità di costruire statuti che favoriscono
compagini proprietarie coese, prevedendo anche processi di uscita a
valori equi. Questo per me è importante. È importante nella
costruzione di uno statuto facilitare una coesione della proprietà,
che nello stesso tempo faciliti i processi di coloro che ad un certo
punto vogliono lasciare la proprietà o famiglia imprenditoriale nel
rispetto di valori etici.
Io credo, infine, che un altro contributo che i professionisti
possono dare al Bene Comune ha a che fare con riforme che vadano
nella direzione del merito e del mercato. In questi giorni
l’Università Bocconi e il Corriere della Sera stanno organizzando il
forum sull’economia e sulla società libera. Io credo che uno dei
cardini di questa società libera sia il merito. Io non vi nascondo
che parti della cultura cattolica non riconoscono questo principio e
questo non è bene perché stiamo educando generazioni di ragazzi che
non sono capaci di autovalutarsi. Questi ragazzi arriveranno sul
mercato del lavoro pensando di essere bravissimi; il mercato del
lavoro non darà la soddisfazione che loro si aspettano e avranno
delusioni. Io credo invece che bisogna fare uno sforzo per rimettere
al centro del Paese una politica educativa dove il merito sia
premiato. Ed io mi chiedo: perché una parte della cultura cattolica
fa resistenza sul merito? A me piange il cuore quando gli economisti
liberal di Harvard dicono che il nostro Paese ha dei problemi perché
è pervaso di cultura cattolica e marxista. Sulla prima ho grandi
dubbi; però devo riconoscere che una parte della cultura cattolica,
proprio non riconoscendo il merito come un valore positivo da
salvaguardare, ha dato qualche appiglio a questi economisti per
attaccare la nostra cultura della quale invece io sono molto
orgoglioso. Grazie.
Piero Migliarese: Io parlo di
professionisti a servizio dell’impresa dai miei due punti di vista,
che sono relativi uno la professione dell’ingegnere gestionale e
l’altro il profilo di docente universitario che si occupa di sistemi
organizzativi aziendali e quindi di organizzazione d’impresa.
Desidero inquadrare il concetto delle professioni nell’economia
della conoscenza che è un tema molto importante; per cui la
professione va vista nello svilupparsi di questa nuova tematica. Poi
porterò alcuni esempi, casi di lavoro professionale per l’impresa.
Poi parlerò delle professioni e infine dei rischi per il
professionista e del significato del Bene Comune per il
professionista.
L’economia della conoscenza è la fase economica post moderna in cui
ci troviamo oggi e in cui c’è un peso crescente del knowledge ,
della conoscenza per l’impresa. Ma a che fine? C’è crescita del
lavoro intellettuale basato su competenze complesse, ai fini
innanzitutto dell’innovazione nel sistema occidentale ma non solo,
in quanto la conoscenza e le competenze dovrebbero alimentare a
livello di sistema d’impresa la capacità innovativa, che è uno dei
vantaggi competitivi. Competitività e conoscenza; ma in generale il
fenomeno a cui assistiamo è che cresce il lavoro intellettuale sia
all’interno dell’impresa sia la professionalità esterna di cui
l’impresa si avvale per fare il suo mestiere.
Abbiamo tre caratteristiche fondamentali, tre esempi. Una prima
figura è l’esperto tradizionale che ha una competenza professionale
certa e indiscutibile.
La seconda figura è il consulente classico d’impresa che è stato
coinvolto da dirigenti, imprenditori o gruppi di dirigenti
d’imprenditori, il cui rischio è avere solo una logica
utilitaristica e contrattuale e quindi non vedere il Bene Comune che
può essere indicato dal sistema impresa nel suo complesso.
Il terzo esempio lo traggo da un’esperienza concreta. Mi capita di
lavorare con imprese come consulente per valutare progetti
d’investimento tecnologico-innovativo nell’ambito di progetti
regionali. Il rischio è che l’indipendenza di giudizio venga a
mancare e che quindi si tenda a favorire o a dare ragione in modo
acritico e troppo semplice all’imprenditore o al dirigente che
sponsorizza questo tipo di innovazione tecnologica. Allora qui il
problema è uscire da questa relazione troppo stretta e guardare
all’impresa nel suo insieme.
L’ingegnere gestionale è una figura nuova, ibrida, ha pregi e
difetti, è però una figura che combina insieme le competenze
ingegneristiche classiche con le competenze aziendali e opera in
diverse funzioni aziendali come la produzione, la logistica (campo
oggi molto importante), nei sistemi informativi, nell’organizzazione
e in altre funzioni aziendali.
Quindi, l’ingegnere opera all’interno dell’impresa o fuori di essa
come professionista a supporto dell’impresa, magari per conto di
studi professionali o di società di consulenza aziendali.
Veniamo alle caratteristiche in generale delle professioni
nell’economia della conoscenza. Io ho indicato tre elementi
fondamentali. Allora: perché economia della conoscenza e perché
professioni? Innanzitutto la professione è basata su un dominio di
conoscenza complessa. Il secondo elemento che caratterizza il ruolo
dei professionisti (ed è un privilegio) è una larga autonomia e
quindi una larga responsabilità. L’altro punto è che i sistemi di
verifica e controllo del lavoro professionale non sono facilissimi,
nel senso che ci sono sì meccanismi di mercato ma tendenzialmente
lenti. Poi ci sono il ruolo dei colleghi concorrenti ed il ruolo
degli ordini professionali. Ma la caratteristica del professionista
è quella di una certa discrezionalità e quindi della necessità di
autocontrollo. In termini organizzativi il lavoro professionale è
basato su queste tre caratteristiche fondamentali: forti competenze
intellettuali, conoscenze complesse, forme organizzative specifiche
(ad esempio studi professionali).
Alcuni rischi per il professionista che vuole il Bene Comune. Per le
professioni (questa è una affermazione forte) lo schema tecnico
scientifico classico che è fatto di oggettività e di certezza, non
vale completamente, cioè vale in parte ma non integralmente. La
competenza è sempre una competenza cha ha una parte più sfumata in
cui conta l’autonomia, la discrezionalità, la responsabilità del
professionista stesso. Qualche autore dice che nello stesso contesto
due professionisti possono dare scelte, progettazioni parzialmente
diverse. Quindi i rischi sono di ritenere che la propria competenza
professionale sia assoluta, certa e ottimale. Questo non vuole dire
cadere nel relativismo assoluto. Certamente ci sono cose sicure e
certe ma c’è un campo che è quello della competenza e della
valutazione personale. Il secondo rischio è quello quindi di
sopravvalutare il proprio knowledge e tutti noi come professionisti
sappiamo che su certe cose non è così automatico che la proposta sia
di quel genere; ma ci assumiamo delle responsabilità. L’altro
rischio è di usare il proprio knowledge come privilegio, usare la
propria conoscenza come mezzo di esclusione del cliente, come modo
per fare stare zitto il cliente. Ci sono rischi di tenere
esorbitante il potere della competenza e di usarla malamente in
questa direzione.
Ci sono segnali di crisi nella fiducia dell’esperto classico come
blog su internet, su qualsiasi argomento. Nel superamento dei rischi
mi sono segnato tre cose. Da esperto assoluto ad un professionista
riflessivo. L’esperto assoluto è colui che ha conoscenza assoluta,
certa, indiscutibile; devi solo stare zitto e ascoltare quello che
dice. L’altro ruolo importante ma anche critico è quello degli albi
e degli ordini professionali, per certificare e favorire una visone
di questo tipo. Il terzo punto è l’orientamento al Bene Comune. Ho
indicato doti professionali e umane che sono rilevanti in un
professionista. Il primo servizio al Bene Comune è quello della
competenza, quindi necessità della competenza, competenza e
aggiornamento, quindi - consentitemi l’espressione - non vendere
fumo. In ottica cristiana e di orientamento al Bene Comune il
professionista cercherà di esercitare queste cose. Il lavoro - e
quindi anche il lavoro professionale - è a servizio di competenze
che una persona ha e dà. È sviluppo di sé e delle proprie capacità,
ma anche ricerca di miglioramento dell’impresa e della società.
Quindi, è rilevante il lavoro professionale, perché positivamente
deve contribuire al bene sistemico dell’impresa. Il secondo punto:
se è vero che ci sono ambiti di discrezionalità e di conoscenza non
indiscutibile ed assoluta, si tratta allora per chi tenta un
orientamento al Bene Comune di usare margini che la conoscenza
professionale inevitabilmente e per sua natura lascia aperti con una
ricerca ed un orientamento al bene in generale e al Bene Comune
specifico, in questo caso dell’impresa.
Sul Bene Comune dell’impresa concludo. È chiaro che c’è difficoltà
su una definizione netta. Mi pare che il concetto di sistema che è
stato detto prima dia una forte chiarezza su questo punto; ma
comunque il Bene Comune non è solo la sommatoria dei beni singoli ma
in qualche modo, la sommatoria per cui poi facciamo la media; è il
prodotto dei beni singoli. Più che una sommatoria conta una visione
di prodotto del Bene Comune. Chiaro che c’è una pluralità di
interessi e attori nell’impresa e l’orientamento è al benessere
dell’impresa, al lavoro competente, a rapporti interpersonali
nell’impresa corretti e cordiali.
Vi ringrazio dell’attenzione. Io mi sono sforzato di darvi un quadro
generale. In questo momento vari autori cercano di studiare forme
organizzative d’impresa secondo queste linee per forme d’impresa che
valorizzino ancora meglio le competenze intellettuali e le
professioni dell’impresa. Grazie.
Amedeo Nigra:
Concludiamo brevemente ringraziando tutti. Recentemente un noto
magistrato ha lasciato la magistratura dicendo che non è possibile
che in Francia ci siano ogni anno seimila sentenze di Cassazione
mentre in Italia ce ne sono quarantottomila all’anno. Questo è uno
dei problemi, tutelabile con gli ordini e con la morale cristiana,
che alla fine si traduce in una difesa sia in termini materiali che
spirituali. Perché quando cadono le istituzioni, la scuola, le
professioni, la moralità, la famiglia, il matrimonio, alla fine la
società non ha più filtri e c’è solo la magistratura. Quindi in una
società che non è morale, che non ha ordini forti, che non ha
professioni forti, che non ha istituzioni forti, che non ha più il
vecchio maestro di una volta, naturalmente ognuno può fare ciò che
gli pare e alla fine di tutto esiste solo la causa. Passando poi
all’ottimo intervento del Prof. Migliarese, il Bene Comune si tutela
- io sintetizzo un principio - con la conoscenza, la conoscenza
della verità, dei metodi, delle professionalità. È il migliore
metodo per difendere il Bene Comune. Dell’ottimo intervento che del
Prof. Corbetta c’è un aspetto innovativo che va sottolineato; e che
è il quesito se faccia bene il professionista che suggerisce di
risparmiare per il fisco. In effetti il Prof. Corbetta ha risposto
dicendo che in realtà il denaro risparmiato rimane nel Bene Comune.
E qui bisogna fare riferimento al diritto naturale che ricordiamo
molto caro ad Aristotele e San Tommaso, che si era dato l’obiettivo
di rendere compatibile il pensiero di Aristotele con il pensiero
cristiano. Qui non c’è niente di nuovo perché il diritto naturale
trattato nel nostro Codice Civile sul tema dei frutti dice che il
frutto c’è nel gregge quando per esempio i nuovi nati superano
quelli che sono scomparsi. Quindi, se alla fine dell’anno solare o
anno economico i beni prodotti sono superiori a quelli che
esistevano in precedenza allora, si è aumentato il Bene Comune. Che
poi sia favorevole allo Stato o al privato conta relativamente. È
importante che sia incrementato il Bene Comune. A questo riguardo
gioverebbe questa tesi soprattutto in tema di pensioni. Una pensione
che esce indebitando lo Stato su denaro non prodotto e non
conseguito, non aumenta il Bene Comune e anzi lo indebolisce. Lo
Stato si indebita perché noi vediamo, facendo il bilancio del
gregge, che i nuovi nati si equivalgono a quelli scomparsi. E quindi
la logica del bilancio è ancora una logica che ci serve per
stabilire cosa sia Bene Comune e cosa non lo sia. Qui concludiamo
ricordando quello che aveva detto l’Avv. Bernoni sulla molteplicità
delle leggi e su quante nozioni ci sono di bilancio. Il Bene Comune
si tutela ancora una volta con la conoscenza ed è per questo che i
professionisti aiutano il Bene Comune, perché danno il mattone della
conoscenza. Qui ringrazio tutti e arrivederci alla prossima.
|