Iniziative.

Commissione cultura.

Gazzada (VA) 2007. Trascrizione.

U.C.I.D.

Gruppo Regionale Lombardo

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Conferenza 17 Novembre 2007

"Impresa: ruolo della Famiglia e Bene Comune:

riflessioni sul ruolo della famiglia,

nella società e nella economia"

Villa Cagnola - Centro Congressi - Gazzada (VA)

 

 

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Il Gruppo Regionale Lombardo della UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

e le Sezioni di Busto Arsizio, Novara e Varese, La invitano a partecipare:

Sabato 17 Novembre 2007 con inizio ore 09.30 e termine ore 12.45

alla Tavola Rotonda

“IMPRESA: RUOLO DELLA FAMIGLIA E BENE COMUNE”

 

Saluta:

Ambrogio Taborelli

Presidente UCID Sezione di Varese

Introduce:

Renzo Bozzetti

Presidente UCID Gruppo Lombardo

Vice Presidente Nazionale UCID

Modera e conclude:

Amedeo Nigra

Avvocato e giornalista

                                                                                     

Intervengono:

S.E. Mons. Giuseppe Anfossi

Vescovo di Aosta

Presidente Nazionale Commissione CEI per la Famiglia

Gianni Locatelli

Presidente Trafigura Electricity Italia S.p.a.,

già Direttore Generale RAI TV e Il Sole 24 Ore

Vera Negri Zamagni

Ordinario Scienze Economiche Università di Bologna

Livia Pomodoro

Presidente Tribunale di Milano

Villa Cagnola – Centro Congressi                                             UCID Gruppo Lombardo                                         Sezioni UCID:

Via Cagnola - GAZZADA (VA)                                                    tel. 02 76020049                                                    BUSTO ARSIZIO Tel. 0331.622918     

Autostrada A8 uscita GAZZADA                                                                                            ucidgruppolombardo@libero.it                                 NOVARA  Tel. 02.6597684

(Parcheggio privato)                                  E’ previsto un coffee break                                                                                       VARESE  Tel. 0332/236019

 

 

“L’UCID s’interroga sul Bene Comune

La Commissione Cultura dell'UCID Gruppo Regionale Lombardo, attraverso alcune conferenze, da tenersi nelle varie sedi locali, si domanda se e con quali regole, sia possibile superare la netta contrapposizione tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio economico comune. In quest'ambito, in collaborazione con altrettante Sezioni lombarde, si organizzano queste quattro tavole rotonde:

  • Impresa: tutela del Bene Comune: testimonianze, esperienze e idee di imprenditori e dirigenti - 18 Novembre 2006 a Como;

  • Impresa: ruolo dei Professionisti e Bene Comune: il compito dei professionisti per lo sviluppo -12 Maggio 2007 a Piacenza;

  • Impresa: ruolo della Famiglia e Bene Comune: riflessioni sul ruolo della famiglia, nella società e nella economia - 17 Novembre 2007 a Varese

  • Impresa: ruolo del Non-Profit e Bene Comune: testimonianze e idee sul terzo settore - primo semestre 2008 a Milano.

 

Introduzione al Convegno:

 

·   Vicepresidente dell’UCID di Varese Sig. Moroni

 …… Avrebbe voluto essere presente al mio posto il Dottor Taborelli che è il presedente dell’UCID di Varese, ma impegni familiari, purtroppo, lo hanno tenuto lontano. Lo stesso mi ha delegato, io sono il vicepresidente  dell’UCID di Varese, e mi ha pregato di portare il suo saluto a voi tutti e di ringraziarvi per la vostra partecipazione. Mi ha pregato anche di leggere due righe di saluto e di introduzione al convegno.

<< Eccellenza Monsignor Anfossi, autorità, invitati, signore e signori, quale Presidente dell’UCID di Varese e a nome dei Presidenti delle sezioni di Busto Arsizio  e di Novara ho il gradito compito di porgere a tutti gli intervenuti il mio più caloroso saluto ed un cordiale benvenuto.

Oggi, qui a Villa Cagnola, ci incontriamo ancora una volta per trattare ed approfondire un  tema caro al cuore di tutti noi: “Impresa, ruolo della famiglia e bene comune.

La terza, di 4 tavole rotonde organizzate su UCID e Bene Comune.

Mentre, spetterà al nostro presidente Regionale Bozzetti introdurre e presentare questa Conferenza, a me non rimane che sottolineare e,  penso, anticipare una cosa soltanto per tutti coloro che operano nell’impresa e nella professione: “questi operatori devono sentire forte e costante l’impegno cristiano nel porre la persona al centro di ogni dinamica economica e sociale per costruire un mondo migliore e più responsabile in tutte le sue componenti, componenti che non dimenticano come l’importante della vita, delle famiglie, del lavoro si gioca nel quotidiano, giorno per giorno.”

Chiudo ora questo mio breve intervento esprimendo a tutti gli autorevoli oratori che prenderanno la parola, il mio sentito ringraziamento, augurando nel contempo un proficuo e soddisfacente lavoro, ed infine a questo nostro convegno un meritevole e durevole successo>>.

Passo la parola, ora, a Lorenzo Bozzetti che è il Presidente del Gruppo Lombardo.

 

·   Intervento del Dottor Renzo Bozzeti

Eccellenza, Monsignore. autorità, soci ed amici dell’UCID, consulenti ecclesiastici, un cordiale saluto ed un benvenuto a questo appuntamento organizzato dal Gruppo Lombardo, in stretta collaborazione con le sezioni UCID di Busto Arsizio, Novara e Varese, che ringrazio per la fattiva opera preparatoria, per,l’accoglienza, l’ospitalità e la generosa offerta del coffee break  di mezza mattina.

Caro Vicepresidente Moroni, sono grato delle parole che ci ha rivolto anche a nome dell’amico Toborelli, ricambio di cuore il saluto tuo e di Taborelli, anche a nome dei presidenti Crespi e Genta e mi complimento per tutto quanto avete voluto predisporre.

Un grazie rivolgo ai componenti della nostra Commissione Cultura ed al suo presidente Avv. Amedeo Nigra, che oggi è qui nelle vesti di moderatore.

Sono lieto di rilevare e salutare una buona rappresentanza di presidenti, segretari ed amici delle 18 sezioni del Gruppo Lombardo.

Saluto con affetto il presidente onorario del Gruppo Lombardo Avvocato Giovassi, che ha voluto essere qui con noi. Ringrazio tutti voi per la presenza e sono già ottimista sui risultati dei nostri lavori, perché la vostra risposta è stata splendida. Grazie.

Inizio ora col presentare i nostri relatori. Saluto cordialmente sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta e presedente della Conferisca Episcopale per la famiglia e la vita.  

Saluto sua Eccellenza Monsignor Luigi Stucchi, Vescovo di Varese e padrone di casa, tra le varie cose.

Saluto il Dottor Gianni Locatelli, presidente di “Traffigura Elettricità Italia”, già direttore generale della RAI TV e del Sole 24 Ore. Mi piace ricordare che è Direttore responsabile della rivista “Etica per le professioni” e del nostro “UCID Letter” che tutti noi riceviamo.

Saluto, con particolare riconoscenza, forse perché viene da più lontano, da Bologna,  la Professoressa Vera Negri Zamagni, che è ordinario di Scienze Economiche presso l’Università di Bologna.

Infine saluto il Dottor Innocente Figini che è presidente dell’Associazione Cometa.

Oggi doveva essere qui anche il Presidente del Tribunale di Milano “Livia Pomodoro”, purtroppo è stata chiamata a Roma dal CSM per problematiche urgenti e quindi non sarà presente. Una chiamata  di questo genere, evidentemente, anche se è Presidente di Tribunale  non poteva, doveva assolutamente esserci.

A voi relatori il mio più caro ringraziamento per essere qui oggi, sono certo che le vostre parole offriranno interessanti spunti di meditazione e, perché no, provocazione per un dibattito stimolante.

    Prima di lasciare la parola agli stessi nostri relatori vi ricordo il titolo della nostra giornata: <<Impresa, ruolo della famiglia e bene comune>>.

Oggi proseguiamo nel nostro cammino sul “Bene Comune”, iniziato a  Como il 18 novembre dell’anno scorso, dove abbiamo meditato sul ruolo dell’impresa come prima tutela del Bene Comune, poi il 22 maggio scorso a Piacenza, abbiamo parlato del ruolo dei professionisti di impresa rispetto a questo obiettivo.

Oggi il tema è, a ben vedere, una riflessione ancora più pressante sul futuro del Paese.

Come imprenditori cristiani siamo chiamati anche a questo, ad essere inseriti nella realtà e a farci carico, ognuno della propria parte, dei problemi che bloccano lo sviluppo della nostra Italia.

La famiglia è il primo motore del Paese, senza di lei non è possibile avere società ed economia. Senza famiglia noi non potremmo esistere, questo è il mio primo punto di riflessione; ma la famiglia deve inserirsi in un futuro che è sempre più mobile, sempre più variegato, non possiamo chiudere gli occhi a quanto accade intorno a noi. Il posto fisso non è più una caratteristica della vita lavorativa di ognuno di noi, a maggior ragione però, dobbiamo continuare a guardare con più forza (se mi permettete) alla famiglia come bene primario dell’impresa e allimpresa come bene primario della società.

Voglio dire, insomma, che nelle condizioni di lavoro di questi anni 2000 gli imprenditori, soprattutto quelli cristiani, hanno il dovere morale di innescare un circolo “virtuoso”.

L’operaio è un bene per l’azienda, ma al tempo stesso l’azienda è un bene per la famiglia e per la società. 

 Proprio perché, attraverso l’interscambio tra lavoratori, impresa, famiglia e società, possiamo permettere di diffondere maggior benessere per tutti.

Tenendo sempre presente il monito lanciato dal Papa nel messaggio di aperture della 45° edizione della settimana sociale a Pistoia ed a Pisa: << Quando la precarietà del lavoro, non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso>>.

Il Pontefice, come si vede, tocca subito un tasto dolente, senza ricambio generazionale, senza nuove idee l’Italia non potrà crescere ancora.  È una responsabilità che tocca tutti noi, non dobbiamo dimenticare mai che i nostri collaboratori sono prima di tutto padri, madri o giovani che desiderano esserlo; ecco perché dico che a maggior ragione è necessario costruire il “circolo virtuoso” cui accennavo prima. Devono avere questa possibilità proprio perché il bene comune è anche questo, è crescita, futuro, sviluppo, in una parola speranza

Penso che non ci sia nulla di più cristiano della speranza; ma c’è anche un altro punto che mi preme ricordare, sempre tratto dallo stesso messaggio Papale, è l’invito rivolto a tutti noi ad “aprire con fiducia a nuovi rapporti non trascurando nessuna delle energie capaci di contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia.”.

Le energie del Paese siamo anche noi e le parole di Papa Ratzinger ci interpellano, sottolineano cioè la necessità per i cattolici di essere decisi a spendere le nostre energie per il Paese.

Bene Comune, infatti, non significa solo sentirsi realizzati nell’aver prodotto fatturato, beni e servizi. Il nostro lavoro è nulla se non riesce a produrre condizioni sociali migliori per tutti. Solo quella azienda che tratta bene i propri dipendenti, considerandoli non banale forza lavoro, ma come collaboratori preziosi, ognuno con una specializzazione capace di migliorare il prodotto finale. Solo quella azienda che riesce a valorizzare le capacità di ognuno, senza spersonalizzare i lavoratori in masse, allora può essere capace di produrre il Bene Comune.

Un’azienda che umanizza il lavoro, che reinveste anche nel sociale, che aiuta le famiglie (che in definitiva sono il Paese) a crescere e con esse a migliorare le condizioni di vita per tutti. Allargare il benessere al più ampio numero di persone possibile, non solo come potere di acquisto o capacità economiche, ma anche e soprattutto come testimonianza di valori, ci permette di rappresentare quelle energie che il Papa chiede per la crescita culturale e morale italiana.

Le parole di Benedetto XVI sono un monito per tutti noi. L’emergenza è sotto gli occhi di tutti e non è una mera questione ideologica è anche una questione economica e sociale. Vorrei ricordarvi Papa Giovanni Paolo II e la sua Centesimus annus: << Se il capitalismo così com’è non va deve essere riformato>>;  ma diciamolo una volta per tutte, il sistema migliore  per eccellenza è solo una utopia, semmai dobbiamo guardare al Capitalismo nelleccezione di una opportunità per gli imprenditori cristiani. Abbiamo cioè il diritto ed il dovere di servircene come uno strumento di miglioramento della società  tutta, specialmente nell’era della globalizzazione, dobbiamo testimoniare anche così la nostra identità di imprenditori cristiani.

Anche questo tema tocca la nostra discussione, “globalizzazione” non significa solo economia, ma anche costumi, pensiero, incontro di civiltà e religioni.

La famiglia non resta indenne estranea a questo fenomeno. Ora non è facile pensare di dire no alla globalizzazione, semmai abbiamo il dovere di entrare in questo grande movimento per testimoniare i nostri valori.    

La famiglia ha bisogno di valori certi, perché mentre tutto si globalizza, culturalmente ed economicamente si rischia di calpestarla umiliandola sotto modelli uniformanti che non sempre sono in grado di rispettare le differenze dei singoli.

La straordinarietà del messaggio cristiano è un rapporto diretto “uomo-Dio” mediato dallo Spirito Santo, e se Dio ci da del “TU”, vuol dire che conosce le nostre differenze e peculiarità, a maggior ragione la famiglia va tutelata rispettando le sue peculiarità ed esigenze. Tocca a noi non vedere la famiglia solo come nuclei di consumatori, ma come un cuore pulsante che chiede il nostro appoggio, il nostro lavoro per poter crescere; la famiglia ci chiede di essere bastone dello sviluppo, produttori di speranza, abbiamo il dovere di dare questo nostro contributo, altrimenti non siamo più imprenditori cristiani, siamo un’altra cosa.

La sfida dunque è lanciata, tocca a noi raccoglierla.

Lascio la parola ad amici e relatori, con un ultimo augurio “Crescere Crescere Crescere nei nostri orizzonti e traguardi cristiani”.

Grazie a tutti.

 

·   Avv. Amedeo Nigra

Allora, grazie al Presidente Bozzetti, complimenti per l’ottima introduzione.

Grazie a tutti di essere intervenuti. Grazie ai membri della “Commissione Cultura”, ai Presidenti delle varie sezioni che hanno concorso al nostro lavoro.

Una piccola segnalazione, chi vuole fermarsi a pranzo potrà lasciare l’avviso in segreteria, appunto prenotando; alle 11.00 faremo un coffe break.

Adesso do, senz’altro, la parola a Monsignor Stucchi, avvisando che dovremmo cercare di stare in 10 minuti per intervento per poter fare 2 interventi, per dare spazio a qualche domanda ed anche perché la c.d. “curva dell’attenzione” richiede interventi brevi e coincisi.

Noi, come “Commissione Cultura”, porremo poi su internet questo convegno, come lo sono stati gli altri, in modo che sarà possibile consultare più ampliamente e risentire e rileggere quello che verrà detto oggi.

Il nostro obiettivo è quello di essere il contrario del relativismo, cercare di fare dei flash che diano della luce su alcuni argomenti tra cui c’è, ora, la famiglia.

Do, quindi, la parola a Monsignor Stucchi.

 

·  Monsignor Stucchi

Grazie.

La parola che viene data, penso, sia solo per un saluto, un saluto che faccio con tutto il cuore e molto cordialmente; non è il saluto del padrone di casa, come si è detto prima, ma di uno a cui è affidato  un bene, il bene è questo complesso di “Villa Cagnola” di cui si deve rispondere, forse è questo il titolo vero di ogni  padrone. Ha in mano un bene, dispone di un bene, gli hanno affidato un bene, egli stesso lo può incrementare, anzi è chiamato a farlo, ma per poter rispondere, attraverso i beni che passano nelle sue mani, per un bene più grande.  

È giusto così? chiedo agli esperti qui.

Allora io mi sento come colui che serve, facendo si che questo bene, che è Villa Cagnola possa servire ad un bene più grande.

Ecco, quindi, sono onorato di potervi accogliere a “Villa Cagnola”  per l’importante e significativo Convegno che avete programmato come UCID, a cui stiamo, ora, tutti partecipando.

Già la parola che mi ha preceduto ha offerto molti spunti a questo riguardo.

Villa Cagnola è da sempre luogo di confronto ed approfondimento per problemi di attualità.

 Alla luce dei valori essenziali che caratterizzano la nostra presenza nella società, come presenza ispirata e motivata dal Vangelo e dalla Dottrina Sociale della Chiesa.

Le citazioni che abbiamo ascoltato ci confermano questo.

Il Convegno di oggi si iscrive, quindi, o nel più forte ed incisivo servizio dei cattolici alle trasformazioni  che anche nel nostro tempo registriamo e vogliamo vivere non passivamente, ma come protagonisti responsabili, originali per il bene di tutti.

Il Vostro Convegno, la Vostra presenza danno onore a questa istituzione che ho la responsabilità di presiedere e confermano, e vi sono molto grato anche per questo,  le intenzioni dello stesso donatore di questa stupenda realtà alla Santa Sede per una elaborazione culturale senza la quale non potremmo incidere sui processi in atto.

L’orizzonte del lavoro culturale è molto ampio nelle intenzioni del donatore e noi stiamo cercando di rilanciare tutte le possibilità, e siamo grati a voi anche per questo.

L’esperienza e la competenza dei relatori invitati - che saluto uno ad uno con stima e gratitudine e che tra poco ascolteremo con attenzione -  danno garanzia della qualità dello svolgimento del tema e del dibattito; ma, mi sia concesso, salutandovi e ringraziandovi, di sottolineare anche da parte mia il nesso profondo ed ineliminabile tra i tre riferimenti indicati e già di per se ordinati, messi uno in relazione all’altro e tutti insieme dentro quello che poi è il “Bene Comune”.

Bene Comune che non solo dobbiamo costruire, ma ci accoglie e ci tiene dentro tutti, ci fa stare dentro tutti molto bene, “Impresa la Famiglia e Bene Comune”, con la precisa e puntuale specificazione del ruolo della famiglia, soggetto originario ed originale nell’ambito sociale e non solo nell’ambito privato. Famiglia come passaggio e via indispensabile ed arricchente proprio in vista del Bene Comune. L’ordine indicato prima era proprio di questo tipo (mi pare se ho capito bene..).

Se il Bene Comune è la sintesi ed insieme il criterio, la misura, la prospettiva, l’ancora di valutazione della stessa bontà dei processi e delle dinamiche sociali, come potrebbe essere raggiunto o progressivamente realizzato penalizzando, compromettendo o addirittura abbattendo proprio il primo fondamentale nativo, il  soggetto ed orizzonte relazionale della vita, della formazione della persona, massimo capitale per ogni investimento, che è, evidentemente, la famiglia. 

La famiglia in cui sono riposti i valori fondamentali di “amore e vita”, speranza di quel futuro già progettato.

Nella misura in cui si privilegiasse l’opposto, e purtroppo per tanti motivi avviene, si sarebbe costretti a guardare al ribasso, molto al ribasso il valore e la dignità di ogni persona, perdendo già così il primo capitale in gioco il “capitale umano”.

Nuove leggi e nuovi meccanismi corrispondenti a questa “riduttiva logica” ne mangerebbero, a breve, altrettanto capitale umano.

Ma, questi processi non sono già in atto? non sono processi da temere che accadano. Lo stesso coraggio dell’Impresa non andrebbe misurato solo a livello di risultati quantitativi (quanto cerca di realizzare ogni giorno)?.

Anche qui, quanto e quale capitale umano già perso o già compromesso?

La conflittualità ne esce esasperata, le diversità diventano conflittuali ed a loro volta spingono all’individualismo che non corrisponde a quella capacità di Dio  di dare del “TU” a ciascuno; questo è tutt’altro, perché dare del “Tu” a ciascuno (essendo, poi,  impossibile entrare direttamente in relazione solo con Dio) ci mette nelle condizioni di relazionarci umanamente e solidaristicamente, anzi con il suo stesso amore, anche tra noi.

E, la famiglia, ritorna in primo piano come scuola di vita; e, proprio come scuola di coraggio di una impresa, di un lavoro, di un impegno nella società. Una direzione di marcia e di valutazione dei problemi che pure ci sono e sono complessi, che allontana o avvicina al Bene Comune, secondo che si assume un criterio di priorità o lo si trascura.

Non mi resta che augurare, dopo essermi permesso queste annotazioni al fine di condividere il vostro lavoro e le vostre riflessioni, buon lavoro ringraziando ancora. Questo Convegno ci ha già dato molti spunti e continuerà a darcene, ascoltiamo quindi i nostri relatori.

Grazie davvero.

 

·  Avv. Amedeo Nigra

Grazie Monsignor Stucchi, adesso do la parola al Vescovo di Aosta, che mi ricorda di quando facevo l’Alpino, adesso purtroppo non c’è più neanche la caserma.

 

·  Monsignor Anfossi, Vescovo di Aosta

Grazie a tutti Voi del Gruppo Regionale Lombardo dell’UCID che mi avete invitato.

Grazie a Monsignor Stucchi che mi ha accolto così bene.

Complimenti per aver messo questa tema all’ordine del giorno, perché nella cultura contemporanea, anche quella imprenditoriale, sindacale, economica, la direzione che ha presso questo Convegno, a partire dall’introduzione, è un po’ contro corrente (mi sembra) .

Le fonti a cui faccio riferimento sono il “Foro delle Associazioni Familiari” perché è nato con me, (nel senso del tempo e della coincidenza), quando lavoravo a Roma come direttore dell’Ufficio “CEI Pastorale Familiare”, poiché l’ho seguito con un po’ di simpatia.

Un’altra fonte sono, in particolare, i documenti della Conferenze Episcopale Italiana, più precisamente un Convegno che si è tenuto il 10/02/2007, intitolato, appunto, “Lavoro e Famiglia quale via di riconciliazione. Il convegno coincise con una esplosione di comunicazione mediale che riguardava i DICO, perciò quasi non se ne parla sui giornali, anche l’Avvenire è stato molto, molto sobrio.

Un’altra fonte è qualche contributo della “Settimana Sociale”, devo dire, però, che non ho ancora segnalate al punto da poterne parlare.

In particolare due contributi, veramente molto profondi ed anche con promesse di novità, quello della Professoressa Zamagni e quella del Professore Donati.

I libri di Donati sono anche oggetto di una mia lettura non sempre facile e non sempre, da me, ben assimilati.

Voglio cominciare con una nota personale: io tutti gli anni in Val d’Aosta organizzo dei ritiri spirituali di tre giorni per gli sposi. Sono molto colpito quando mi trovo dei fidanzati che non possono sposarsi perché uno lavora a Milano e l’altro a Genova (o qualcosa del genere). Così quando parlo ai giovani sposi del lavoro vedo che si misurano con orari così diversi, spesso con luoghi di lavoro così distanti che diventa davvero difficile conciliare insieme il loro lavoro con le cure familiari, mettere al mondo dei figli; vedo che questo problema si sta accentuando per i giovani laureati.

La seconda annotazione, così di tipo introduttivo, è una Legge Regionale della mia Valle la n. 44/1998 intitolata “Iniziative a favore della famiglia”. L’art. 20  prevede un contributo finanziario fino all’80% delle spese per progetti gestiti direttamente d famiglie associate, riguardanti:

a) servizi  si assistenza a favore di anziani o di persone in situazioni di disagio            o/e persone ricoverate in case di riposo (noi le chiamiamo micro comunità);

b) servizi di natura educativa rivolti a minori, quali dopo scuola, organizzazione del tempo libero. 

 Voi conoscete gli oratori, una mia parrocchia ha potuto organizzare un quasi vero oratorio perché un gruppo di famiglie si sono associate, ed approfittando di questa legge hanno ottenuto questo adeguato finanziamento; ma non è durato nel tempo e non ci sono al momento altri gruppi familiari che vogliono approfittare di questo dettato della legge.

Questa legge è molto buona perché è il pubblico che lascia la gestione al privato o comunque all’iniziativa di terzo settore.

Quindi in termini ideali è un’ottima legge, qual è il punto debole? Che indurre le famiglie ad associarsi, come la Chiesa propone e come le politiche familiari suggeriscono (com’è giusto che avvenga), è difficile, ed è difficile promuovere la decisione di associarsi, soprattutto a livelli popolari.

La famiglia sarà sempre trattata male, fino a quando essa non si associa.  Perché associarsi vuol dire anche elaborare valutazioni corrette.

La scuola ha un pessimo rapporto con le famiglie anche per questa ragione.

Perché l’interlocutore familiare non ha un luogo dove elaborare le proprie proposte ; dove buttar fuori le proposte che non sono buone, e costruire dignitosamente un ruolo di dialogo e di interlocutore valido.

Fatte queste due annotazioni, mi introduco un pochettino sul pensiero della Chiesa.

Devo dire che non sol la cultura politica, la cultura in particolare dei partiti, non conosce le politiche sociali familiari; le politiche familiari sono state giudicate molto negativamente in un Convegno tenutosi a Bonn nel 1992, quando i 12 paesi membri presentavano l’uno all’altro le proprie politiche familiari.

L’Italia è definito un Paese di politiche familiari “implicite”, non avendo neppure coscienza di stare facendo delle politiche familiari; ma devo dire che anche la Chiesa, il mondo Cattolico italiano, anche la borghesia cattolica impegnata a sinistra della Torino degli anni ’80 non conosceva, non aveva elaborato, un pensiero di politiche familiari.

Quindi, le politiche familiari sono recenti anche per il mondo Cattolico ed il mondo della Pastorale.

Quindi, un mio primo appello è che questa cultura, attingendo se è possibile dagli altri Paesi Europei, si elabori possibilmente di più a partire dai documenti della Chiesa. 

Soltanto nel 1981 con la “familiaris consortio” noi ci troviamo di fronte ad una elaborazione (proposta culturalmente valida) dell’opportunità e necessità che il pensiero cattolico abbia un modello di politica familiare.

La Carta dei “Diritti della Famiglia” emanata dalla Santa Sede nel 1983, chiesta dal “Familiaris consortio” nel 1981 e pubblicata nel 1983, contiene delle elaborazioni un poco più puntuali di politica familiare, leggo l’art. 9: <<Le famiglie hanno diritto di poter fare assegnamento su una adeguata politica familiare da parte delle pubbliche autorità nell’ambito giuridico economico, sociale e fiscale, senza discriminazione di sorta.

a) Le famiglie hanno diritto a condizioni economiche che assicurino loro un livello di vita adeguato alla loro dignità e pieno sviluppo.

 b) Le famiglie hanno diritto a misure nell’ambito sociale che tengano conto dei bisogni, specialmente nel caso di morte prematura di uno o entrambi i genitori, di abbandono di uno dei coniugi, di incidente, di malattia, di invalidità, di disoccupazione, ed ogni qual volta la famiglia debba sostenere oneri straordinari a favore dei suoi membri per ragioni di anzianità, handicap, fisici, mentali, dell’educazione dei figli>>.

Piccola parentesi, come Vescovo i casi di povertà più numerosi e più gravi che arrivano alla mia parte sono donne che rimangono sole per diverse ragioni, con un figlio, almeno, a carico devono tenere la macchina, l’alloggio. (La macchina perché è impossibile lavorare con gli orari … che vengono offerti ad una donna non più giovane) che cerca lavoro, soprattutto nelle mie valli. E’ impossibile tener lavoro, automobile e alloggio … per due.

Si parla degli anziani, l’art. 10 <<Le famiglie hanno diritto ad un ordine sociale economico in cui l’organizzazione del lavoro permetta ai membri di vivere insieme e non ostacoli l’unità, il benessere, la salute, la stabilità delle famiglie, offrendo anche la possibilità di una sana ricreazione>>.

Poi si parla della remunerazione del lavoro << che deve essere sufficiente per fondare e mantenere una famiglia con dignità, sia mediante un conveniente salario chiamato “salario familiare”>>. Ecco questa è una vecchia linea della Dottrina sociale della Chiesa, mai ascoltato e non so neppure se sia eventualmente valido, non possiamo interrogarci su questo.

Poi si parla di “Assegni familiari e di remunerazione del lavoro casalingo, “cioè di uno dei genitori. Dovrebbe essere tale il salario da non obbligare le madri a lavorare fuori casa con deperimento della vita familiare, specialmente dell’educazione dei figli.

Il lavoro in casa delle madri deve essere riconosciuto e rispettato per il suo valore nei confronti della famiglia e della società.

Ecco, posso aggiungere che la riflessione sul lavoro della donna, credo, che sia andato più avanti di quanto non dica questa documento sui diritti e dovere della famiglia. Credo che sia, forse, carente sotto questo profilo e bisognoso di un aggiornamento, (credo io).

Altre considerazioni che possono essere fatte a questo riguardo, sono altri articoli che parlano del diritto/dovere della famiglia di associarsi, questo è un punto che si presenta molto delicato, ma anche molto lento.

La cultura italiana, soprattutto la cultura mediterranea, non è una cultura che scelga l’associazionismo come valore. Gli italiani sono per i gruppi primari, buone mangiate, bicchierate, pizze, ma l’associarsi nelle linee, diciamo, del gruppo secondario dove è importante lo statuto e ciò che deriva nello statuto, trova degli ostacoli notevoli nella cultura italiana.

Ed anche i nostri preti o sono in sintonia con la cultura dominante e mediterranea oppure fanno anche essi fatica a sostenere il diritto, il dovere , la bellezza che esprime i propri desideri, avanzare i propri diritti, battere i pugni in una relazione con un interlocutore importante quale potrebbe essere il sindacato.

Questo è un punto decisivo in termini di voler far qualcosa di nuovo nel futuro, perché se la famiglia non è un interlocutore come dire saggio, costruito in modo tale da avanzare delle richieste sagge, sia con il mondo del sindacato, sia col mondo delle imprese, la famiglia sarà sempre in basso, sempre un interlocutore debole e spezzato; senza contare che una delle difficoltà maggiori che incontriamo oggi, soprattutto parlando con il sindacato è il rifiuto netto delle politiche familiari, a partire da un principio che le “politiche familiari” si possono accogliere soltanto se servono a ridistribuire il reddito. Quindi questo è l’unico dato che premette di poter interloquire con il sindacato.

Allora soltanto una famiglia forte, e da noi è sufficiente quello che i documenti della chiesa o gli articoli dicono, questo è un punto decisivo della crescita del mondo cattolico e chi tratta con la famiglia deve chiedere che la famiglia sia più dignitosamente rappresentata attraverso lo strumento associativo.

 

·  VOCE ESTERNA: potremmo spezzare l’intervento.

 

·   RIPRENDE IL VESCOVO:

…Va bene, aggiungerei soltanto questo.

Un’altra fonte di documenti importanti della Chiesa per altro è già stata citata, è il documento di Giovanni Paolo II: il “centisimus annus” dove il riferimento sul wait fire, ma molto importante è anche questo perché soltanto in un ripensamento del waitfire, non marxista, con uno Stato troppo forte, non, come dire, anche cresciuto nel senso che promuove il livello intermedio della società civile o terzo settore, ma che arrivi a riconoscere anche dei soggetti come sono quelli della famiglia.

Il documento dice così << che lo Stato assistenziale provoca la perdita di energia umana l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che da preoccupazioni di servire gli utenti, con enorme crescita di spese>>.

Cioè uno Stato che sembra il principio della sussidiarietà non osservato, quindi una crescita enorme di burocrazia o perdita di valori, quali valori che invece, anche la scuola inglese del waitfire, aveva considerato importanti. Cioè che il cittadino ami la convinzione delle opere di attitudine volontaristica e di generosità verso gli altri.   

 

·   PRENDE PAROLA L’AVV. NIGRA:

Grazie Eccellenza, chiedo scusa se ho interrotto il pensiero, ma ci ritroveremo.

Chiederei adesso di far intervenire il Dottor Locatelli, che ha una notevole esperienza e spesso leggiamo i suoi ottimi interventi sul Sole 24 Ore, generalmente di carattere culturale.

 

·  PRENDE PAROLA IL DOTTOR LOCATELLI

Benissimo grazie. Io vi ringrazio tutti. Devo fare un’osservazione personale: tornare a Villa Cagnola e come tornare, non dico bambino, ma giovanotto quando crescevamo e ci formavamo e la Cagnola insieme a San Salvatore di Erba erano i due poli dove andavamo ad attingere un po’ di cultura, un po’ di modo di vivere e ci ha aiutato molto, anche se forse queste fonti, non dico che si sono dissolte, ma hanno meno attrazione, ci sono altre fonti che sono i giornali, televisione, ma comunque grazie a Dio abbiamo avuto queste possibilità, quindi tornare qui, e tornare in un certo senso a riflettere su alcune riflessioni che hanno in un certo senso  accompagnato la mia generazione, la mia crescita in questa società italiana e poi nella società più globalizzata in cui noi, anche finalmente e provvidenzialmente , stiamo vivendo.

Il tema della famiglia, io non posso ne riesco, in un certo senso ad avere un approccio (come dire) così istituzionale come sua Eccellenza, che evidentemente ha una serie di documenti, anche se anche io mi rifaccio a tanti documenti tra cui ho sentito parlare della “centisimus Anno”, ma che è estremamente importante, proprio sul ruolo e sul rapporto tra impresa, imprenditore e società, ed quindi anche dentro questo rapporto il ruolo della famiglia.

E vorrei avere più che altro un approccio così, chiamiamolo un po’ rozzo, da persona che vive la realtà delle famiglie e la realtà di tutti i giorni rispetto a quello che è certamente la ricchezza dei nobili intenti e di belle parole che è contenuta nei documenti, negli appelli ed anche talvolta nelle leggi, per quanto non applicati e per quanto proprie di una comunità particolarmente dotata di risorse, come quella Valdostana. Non dimentichiamo anche questo aspetto. Se poi anche lì, dove ci sono le risorse, non vengono utilizzate certamente questo dimostra le difficoltà delle leggi, anche delle migliori, ad essere poi attuate ed interpretate non sempre per colpa del legislatore, ma anche per colpa delle società che è distratta da altri comportamenti.

Ora il problema della famiglia, io mi rifarò, ad una lettura che è di ieri, proprio perché il Cardinal Martino  ogni tanto ci regala qualche pugno nello stomaco, come quello che abbiamo letto ieri sul Corriere. Lui parla della fatica della fede, la fatica di credere che è la nostra esperienza di tutti i gironi. Perché se ce l’avessimo già bella fatta e confezionata forse non avremmo bisogno neanche della Chiesa, a questo  punto ci arrangeremmo da soli, ma se abbiamo bisogno come società, come corpo “mistico”, è ancora giusta questa espressione, vale a dire che unisce persone che ancora cercano faticosamente di vivere assieme questa realtà della fede.

Ed io credo che lo stesso concetto di bene comune sia una fatica quotidiana. A parte il tono un po’ obsoleto di Bene Comune, nessuno più lo cita forse  viene meglio solo come tema, ma ripeto quando venivano alla Cagnola o andavano a San Salvatore, il Bene Comune era uno dei punti di riferimento ricorrente. Oggi si sente meno, forse anche perché come tante cose che vengono rifiutate è una realtà faticosa. La fatica di capire e realizzare una qualche cosa che è “Bene Comune mentre dentro di noi - come dice Martini - c’è sempre qualcuno che dice <<perché non pensi a te?. Perché non pensi ai tuoi interessi agli interessi della tua impresa, della tua famiglia, del tuo mondo. Questo bene comune cos’è?>> E allora è una fatica e una conquista di tutti i giorni.

Ed è una fatica particolarmente, in un certo senso, rischiosa perché oggi secondo il modo di vedere la famiglia è al di la delle, come dire, polemiche o delle osservazioni di tipo ideologico – culturale  che legano la famiglia come noi la concepiamo. Addirittura negando il concetto di famiglia come luogo in cui si vive e si cresce un sacramento nell’unione delle persone. Ecco aldilà di questo è una realtà che ha deciso il modo stesso di vivere di essere famiglia, perché quando vengono alle porte del Vescovo dei casi in cui dei giovani non possono per tanti motivi, perché le città sono così, perché il modo è fatto così e non si può più stare insieme , non posso quando lo si vorrebbe oppure si deve stare insieme anche quando non si dovrebbe. Pensavo a tanti figli che rimangono in casa oltre una ragionevole permanenza. Ecco tutto questo, secondo me ha distrutto proprio la condizione primaria, e quasi fisica del vivere, come famiglia, e del “confrontarci” e del “crescere” nelle famiglie.

Questa distruzione - uso questa parola non so se è corretta, ma mi pare che possa esprimere il concetto stesso - “fisica” del concetto e della realtà della famiglia è qualche cosa che ci impone a maggior ragione la fatica di costruire una famiglia in cui dimensione che non è semplicemente fisica, ma che è diciamo così culturale, e oltre che culturale, per noi in particolare come credenti, è qualche cosa che vive dentro di noi, vive nel rapporto, con le persone che ci stanno accanto.

Questo è il primo concetto, secondo me, di famiglia.

Solo se si riesce, ed in un certo senso questa è la fatica, (oltre a quella di credere tutti i giorni, che è un’altra grande fatica) a costruire la Famiglia finalizzata ad un certo Bene Comune, allora magari è più facile riscoprire la possibilità o il dovere o anche la bellezza di stare insieme, di collaborare quindi di servire. In questo senso è possibile costruire nella famiglia un percorso. Pensiamo ad esempio alla famiglia di un imprenditore o di un grande, medio, piccolo dirigente di azienda, che dedica questo suo valore familiare ad un percorso o crescita di Bene Comune.

La famiglia deve, secondo me, anche al di là della sua consistenza fisica fatta di luoghi o di persone di ricorsi, essere preservata come valore al di là della firma. Perché poi le forme nella legge possono essere le più varie, possono essere più rispondenti ad una visione laica che non dobbiamo ostacolare, ma semmai servire con i nostri valori; la famiglia deve diventare un concetto. Quindi la famiglia distrutta fisicamente viene salvata, viene vissuta e valorizzata ai fini del Bene Comune come valore, come realtà spirituale, o come dicevo prima, culturale o di una armonia di carattere generale.

Devo dire anche che, (ed ho finito), in questa fatica oggi di salvare la famiglia ci sono, purtroppo, tanti esempi negativi rispetto al ruolo ed al valore della famiglia. Lasciamo stare le finte famiglie o le ostentate famiglie che sono proprie ormai di una comunicazione, ma anche nelle famiglie, diciamo così, dove ci potrebbe essere o dovrebbe essere più incardinato il valore dell’esempio per il Bene Comune, purtroppo, si assiste a comportamenti che sono  di una (o la chiamo) immoralità o di una mancanza di lucidità. Parlo soprattutto di famiglie di una società come al nostra (forse in altre zone è diverso) dove si sta diffondendo facilmente anche questa cultura, questa continua, secondo me, ostentazione di possedere, di avere, di acquistare, di spendere, è un’ ostentazione che sta diventando…..(CAMBIA DISCORSO).

Noi viviamo in città, a Milano, e vediamo delle continue e quotidiane orrende, (almeno dal mio punto di vista), ostentazioni di possibilità, di ricchezza. Con un difetto, guardate, che sono ostentazioni prive di cultura. Capita, è capitato  a tutti, di vivere o visitare contesti come la società americana dove c’è ostentazione, c’è la ricchezza, ma in un certo senso non è fatta con quella regolarità di come è fatta nella nostra società, perché trova tanti modi di esprimersi sotto forme di solidarietà o anche di Bene Comune, che anche diverso dal nostro concetto di Bene Comune, ma che è un Bene comune inteso come la possibilità per tutti di avere la stessa cosa, di avere le stesse opportunità.

Il problema del bene Comune, non è solo una disponibilità di risorse di beni ecc., ma anche una disponibilità  di opportunità. E allora entriamo nelle scuole, entriamo nel lavoro, perché sono le opportunità che creano, non la distribuzione o la legislazione formalmente distributive di certe risorse, che prima di essere distribuite vanno create. In questo senso secondo me.

E poi soprattutto io vedo una avidità assolutamente fuori regola. Adesso io, per l’amor di Dio, non dico che è colpa dell’euro, anzi dico: “Grazie a Dio che abbiamo l’euro”; però questo 28 e un po’ di zeri, da l’impressione a tutti di essere, di guadagnare, come vedo spesso sui giornali due o tre milioni; così, un manager che guadagna meno di 2-3 milioni l’anno non ha senso. Un imprenditore che non ostenta redditi non ha senso. Sappiamo che dietro a questi ci sono i miliardi, ci sono i miliardi di quanto spendere un milione per me era una cosa, adesso 500,00 euro non sono niente. Lo sto dicendo perché questi due concetti: di un’ostentazione senza cultura e di una avidità senza motivazione (che comporta anche se è un premio o un buon lavoro anche la non premiava il lavoro malfatto), questi due elementi non ci aiutano a costruire quel Bene Comune  che attraverso la famiglia deve essere in un certo senso la preoccupazione di tutti noi.

Non voglio perdere altro tempo, ma volevo solo portare, se è possibile a questo contributo  e se mai riprende anche sulle osservazione di altri, queste chiamiamole difficoltà questa nostra sofferenza  oggi di testimoniare dei interpretare se vogliamo, ed anche di convincersi che sia la strada più solida, questa cultura che ci ha fatto crescere nel concetto della famiglia, prima di tutto come un valore, nel concetto della famiglia come una realtà non semplicemente materiale o fisica, ma come qualche cosa che serva poi al Bene Comune. Dentro alle famiglie c’è, poi, il rispetto delle persone, intendiamoci, perché nelle famiglie tanti volti e specialmente parlo di tante famiglie imprenditoriali, non c’è il rispetto della persona. Perché si disgregano? Perché il primo rispetto della persona è quello di lasciar i figli o credere che i figli possano e debbano fare quella che è la loro scelta e non quella che viene imposta dalla struttura della famiglia. Cioè il mondo, la vita nostra è fatta di tante cose difficile, quindi anche questo concetto delle famiglie, se la famiglia è un valore si ha anche il rispetto della persona che è nella famiglia, oltre che delle persone che sono fuori, nella società.

Scusate io ho solo pasticciato un po’ delle idee, ma forse mi ha tradito anche l’emozione di essere tornato a Gazzada, ma anche la possibilità devo dire di riflettere e qualche volta e non sempre avviene, su quella, ripeto, che è la fatica di conquistare giorno per giorno una motivazione, conquistarla dentro la famiglia per costruire un bene che sia di tutti.

 

·         PRENDE LA PAROLA L’AVV. NIGRA

Grazie Dottor Locatelli, direi che è il contrario di una cosa confusa.

Io ricordo anche un suo bellissimo articolo sul Sole 24 Ore in cui si diceva che la <<… perdita della classe dirigente risale al ‘68>> probabilmente anche al ‘68 di cui ricorre il quarantennio l’anno prossimo, risale anche la crisi della famiglia.

Direi che se non ci sono ostacoli di fare il nostro caffè - break.

Grazie, ci vediamo dopo.

 

·         LA REGISTRAZIONE INIZIA SUBITO CON LA VOCE DEL PRESIDENTE “BOZZETTI”.

…Lombardo ha un sito internet e tutti gli atti di questo Convegno, ditelo a chi non è venuto quindi ditelo agli amici, potrà vederlo su questo sito. Per chi vuole prendere nota il sito è www.ucidlombardia.com, quindi è semplice e facile, quindi noi dobbiamo ringraziare chi l’ha ideato che è sempre il nostro amico Nigra, ed è per questo che l’ho detto io perché lui non lo voleva dire.

Cioè, quindi lo ringraziamo, abbiamo iniziato così con molta semplicità piano piano miglioreremo. Grazie.

 

·         PRENDE LA PAROLA L’AVV. NIGRA

Grazie presidente, chiunque volesse intervenire e mandare interventi il sito … si tratta di un sito essenziale quindi solamente contiene dei dattilo essenziali sulle attività dell’Ucid Lombardia, contiene alcuni interventi.

Recentemente abbiamo messo on-line l’intervento del dottor Petrolio di Como e c’è anche il glossario dei pensieri dove noi cercheremo sempre di alimentare, mettere delle piccole sintesi su ciò che riguarda la nostra cultura.

 

·         INTERVENTO SPONTANEO DEL PRESIDENTE BOZZETTI

Scusate ma è una chicca.

Monsignor Stucchi mi dice che la Ucid, e quindi devo immaginare la Ucid, ante Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, che era Unione cattolici Imprenditori e Dirigenti, perché così era nata nel ’45 la Ucid già nel ’46 ha inaugurato praticamente questa Villa Gagnola, proprio con un Convegno.

 

·         INTERVIENE MONSIGNOR STUCCHI

Si, primo convegno assoluto.

Dopo se sono seguiti tanti altri, di altri tipi di altri soggetti, ma le ho ricordato Don Adriano nella pausa.

 

·         INTERVIENE AVV. NIGRA

Bene, allora la parola alla professoressa Zamagni.

 

·         PRENDE PAROLA LA PROF. SSA ZAMAGNI

Innanzitutto grazie dell’invito, dico molto brevemente che è da molti anni che collaboro con la CEI sul versante dei problemi dell’impresa e della famiglia dei rapporti tra impresa e famiglia soprattutto da una visuale femminile ed adesso abbiamo, recentemente, pubblicato questo volume a cura di Don Paolo Tarchi e Michele Colasanti, “Il genio femminile e l’impresa” che da conto di tutta questa elaborazione che abbiamo fatto, in cui c’è anche un mio saggio intitolato “Donne nel lavoro” un manifesto per donne imprenditrici. Tanto per dirsi il perché io sono qua, dato che mi occupo di problemi economici sociali perché, poi sono inerenti a questo particolare tema.

Ho anche partecipato al Convegno, che sia eccellente diceva, che è stato fatto sulla famiglia nel Febbraio 2007, appunto con una relazione che al momento non è ancora pubblicata.

Nel poco tempo che ho a disposizione cercherò di concentrarmi sul punto che è il seguente: “quando si pensa alla famiglia, si pensa appunto a tante questioni di valore ecc. e etanet questioni di valore ecc.i pensa aappunto concentrarmi sul punto che è il seguente: "a nel febbraio 2007, mo, recentementcc. Quello che viene spesso sottolineato è l’aspetto della stabilità. Cioè non esiste una famiglia senza stabilità. Nel caso della Chiesa, poi, questa stabilità è totale perché è pensata appunto, come irrevocabile, irreversibile quell’accordo che si fa per costruire una famiglia. Ma in linea generale non c’è famiglia senza stabilità perché nelle attività proprie che la famiglia deve svolgere ci vuole, è necessaria questa stabilità. Pensiamo all’investimento nel capitale umano. E’ stato detto da altri che uno dei compiti fondamentali delle famiglie è l’investimento in capitale umano, in primo luogo per mettere al mondo dei figli, perché se nessuno li mette al mondo allora non c’è proprio il capitale umano, non comincia nemmeno, e poi ovviamente anche nell’educarli. Non esiste la possibilità di costruire una personalità senza personalità e senza continuità. Questo è sotto gli occhi di tutti, ma pensiamo al tema: “quando ci si sposa dici nella buona e nella cattiva sorte”, ed allora appunto nel tempo. La famiglia è una specie di assicurazione, la migliore assicurazione possibile di tutte le evenienze della vita per cui si ha un posto sicuro a cui riferirsi. Ma l’assicurazione, è una cosa di lungo periodo, provate a fare un’assicurazione per un mese, non ve la firma nessuno, perché la buona e cattiva sorte, devono essere bilanciate. Pensiamo ai Beni Relazionali, molto importante capire che la famiglia è alla base, proprio, di quelli che oggi vanno sotto il nome di beni relazioni; ormai sono studiati ampiamente dagli economisti che ormai si sono resi conto che esiste anche questa categoria di beni.

La relazione è una cosa che si coltiva con il tempo non è che uno in un giorno e basta e dice: “quella è una relazione”, che razza di relazione sarà! La relazione ha sempre un orizzonte temporale diventa più schietto e più significativo quanto più l’orizzonte temporale è lungo.

Chiediamoci l’implicazione di tutto questo, qual è oggi l’emergenza? L’emergenza è che, invece, la famiglia è scivolata all’interno della categoria dei Beni di Consumo, e scivolando in quella categoria nega, propriamente questa stabilità. Infatti, se voi pensate ad un bene di consumo, pensate subito a delle preferenze e le preferenze per loro natura sono mutabili, oggi mi piace quel paio di scarpe domani non mi piace più, cosa faccio butto via quello vecchio e ne prendo un altro, e sostituisco quello precedente, perché le preferenze sono per loro natura instabili.

Ma le relazioni di scambio dei mercati, che sono proprie dei beni di consumo, sono relazioni di scambio momentanee concluse semplicemente con quel tipo di azione e poi ne venivano delle altre. Se vado a comprare la bistecca dal macellaio non devo fare una relazione di lungo periodo con il macellaio, niente affatto comprerò la bistecca, buona notte, vado a casa a mangiarmela ed amen, poi il girono dopo vado in un altro macellaio, ci mancherebbe!

E dunque, anche da questo punto di vista si ha un tipo di azione che è diversa da quella della famiglia. In più, io non mi impegno con i prodotti di consumo, a mutare o multare che si va a cambiare il prodotto  comprato se non va bene lo metterà da parte e se si rompe lo farà aggiustare. Comunque non si può investire su un prodotto di consumo, non ha senso, lo uso e basta!

Mentre, invece, è chiaro che nelle relazioni, di lungo periodo c’è sempre coinvolto un investimento cui andarci attorno… (124-fine lato A)

… Appunto, la mia famiglia e su tutto ciò che ha la stabilità nel tempo. Invece sui prodotti di consumo proprio non mi impegno siamo deresponsabilizzati completamente, “se non va lo cambio”, quello che è il concetto del prodotto di consumo.

Questa è l’emergenza che dobbiamo affrontare perché la società oggi si è trasferita da una centralità delle produzioni ad una centralità di consumo e questo è dovuto proprio alla ricchezza che è propria nella nostra società. Ormai è una tale abbondanza di produzione ad una tale abbondanza di reddito che, appunto, c’è questo vastissimo mondo nel consumo, una qualche cosa che una volta non c’era.

Era più facile una volta avere la dimensione della famiglia perché c’era molto meno spazio per i beni di consumo, dunque un vestito si teneva per anni e anni, si rivoltava si aggiustava, si faceva per il figlio e , persino, il prodotto di consumo aveva quella lunghezza di tempo, stabilità che poteva, appunto, suggerire la dimensione che è propria della famiglia, cioè la stabilità. Mentre invece, oggi non è più così, nessuno aggiusta più nulla, si butta via tutto e questa è la mentalità.

Prendiamo atto che questo è in effetti il problema che dobbiamo affrontare. E qual è l’altro aspetto, (e finisco con questo), poi se mi sarà dato altro po’ di tempo dirò come si può affrontare il problema. Qual è altro aspetto che al momento ci rende difficile intervenire per fondare e sostenere la validità della famiglia.

Il C.D. card in out., in inglese ma la traduco subito, card in out, significa, “spiazzamento, cioè siccome ha così tanto desiderio (lo diceva il Dott. Locatelli, prima) di “acquisizione” e allora tempi lunghissimi di lavoro perché bisogna sempre più diventare ricchi. Siccome poi, dopo quando si è ricchi si hanno un sacco di soldi a disposizione, allora di tutto il tempo che resta bisogna consumare ed andare in giro ad acquistare. Alla fine tra la produzione e il consumo non resta più niente, non c’è più tempo. Il tempo per qualcos’altro che non sia più produrre o consumare, appunto non c’è più, e tutto il resto viene fatto “Cardin out”, cioè spiazzato dal tempo che si dedica a quelle due attività.

Il vangelo dice: <<E’ più facile per un cammello passare per la cruna del lago che per il ricco andare nel regno dei cieli>>. E qual è il motivo, il motivo è questo: “I ricchi non hanno tempo di andare nel regno dei cieli”, siccome si devono dedicare a tutte queste altre attività, non hanno tempo!

Il Vangelo è pieno di altri esempi di questo genere. Quando il ricco va da Gesù a chiedergli cosa devo fare per vivere bene, Gesù gli dice: “Seguire le regole” quello risponde “le seguo già”, allora Gesù dice “vendi tutti i tuoi beni e dalli ai poveri” e quello risponde “ no, e se ne va a casa, con la cosa tra le gambe.

Ma non è un problema di ricchezza in se, ma è un problema di tempo che viene destinato a questo scopo.

Il mercato è diventato così invadente, tempi di lavoro, tempi di acquisto, tempi di consumo, che non lascia spazio ad altro. Finisco con un paradosso: Ci sono tante richieste oggi, e molti economisti si applicano propriamente a questo, per vedere se gli uomini più ricchi sono più felici. C’è un mucchio nel mondo di queste richieste che inesorabilmente dimostrano che: fino ad un certo punto uno più acquisisce reddito più è felice, poi si arriva ad un plateaux e dopo va giù dall’altra parte più si acquisisce reddito e meno si è felici.

Allora, domanda fatta dagli intervistatori. Perché?

Risposta inevitabile di questi soggetti, migliaia di soggetti di posti diversi, di nazioni diverse: “Non ho tempo per la famiglia, non ho tempo per gli amici, non ho tempo per coltivare un po’ di cultura, non ho tempo per andare a teatro, in chiesa”.

Paradosso dei paradossi, se la felicità richiede un tempo per queste attività però non gli si lascia nessun tempo, allora ci si domanda veramente, se c’è razionalità nelle decisioni delle persone.

I miei amici economisti, basano normalmente i loro modelli su canoni di razionalità tanto di cappello sulla razionalità che le persone hanno nel mettere in fila le loro priorità, lottano se i risultati sono inevitabilmente questi. E mi fermo qui.

 

·         PRENDE LA PAROLA L’AVV. NIGRA

Grazie professoressa per la sua incisività ed avremmo modo di tornare, perché adesso dopo il Dottor Figini faremo un’altra tornata di interventi, dirittamente proporzionale alla distanza degli interlocutori. Quindi chi è più lontano avrà più diritto di parola. Quindi do senz’altro, la parola al dottor Figini che è gentilmente intervenuto dalla vicina Como, essendo presidente di un’associazione interamente dedicata alla famiglia, l’associazione Cometa.

 

·         PRENDE LA PAROLA IL DOTTOR FIGINI.

Vi ringrazio innanzitutto per l’invito, ecco mi è stato chiesto di raccontare in 10 minuti un’esperienza che come dire, sopportasse le analisi precise ascoltate nelle relazioni di questa mattina.

Quindi sono qui a raccontarVi di un’opera, più che di un’opera, di una vita che mi sono trovato tra le mani e che è cominciata una ventina di anni fa. Tutto era cominciato con la richiesta di affido di un minore sieropositivo, che era stata fatta dalla famiglia di mio fratello. In realtà tutto era incominciato 2 anni prima con l’incontro con una persona di aver cambiato, convertito la nostra vita. Così che, la nostra vita si era trasformata da un vagare nell’inesistenza, pieni solo di pretese, ad un incominciare a camminare pieni di gioia per quella gratitudine che avremmo ricevuto.

Dicevo, la richiesta fatta alla famiglia di mio fratello, siccome era un minore sieropositivo tutti erano contrari che arrivasse nella sua casa, per cui lui chiama me, noi allora abitavamo ancora in appartamenti separati a Como ci si vedeva anche poco. Io allora lavoravo in un Ospedale di Milano, dove c’era un grosso centro di malattie infettive, mio fratello mi chiama e mi chiede di informarmi su questo problema.

Nell’87 ancora non era molto chiaro il discorso sieropositivi, ma io capii che non era un grosso problema per i figli e allora lui mi dice: “se tu mi dai una mano io direi di si”.

Quella prima esperienza durò un anno, e lasciò una traccia di bene, una traccia di positivo sulla nostra vita. Ma al di là della risposta di quel bambino, la cosa più importante fu che ci fece capire che la possibilità di vivere in comunione con la famiglia di mio fratello era un dono preziosissimo, che ci aiutava ad essere fedeli a fa memori di quelle ragioni che ci avevano cambiato la vita di alcuni anni prima.  

Così nasce il desiderio di poter ripetere un’esperienza come questa. Perché tutta questa storia si gioca proprio tra i desideri risvegliati da questo incontro e di tentativi di risposta alle provocazioni della realtà.

Tra le provocazioni c’era quella che io mi sono sposato tardi, adesso ho 7 figli, ne nasceva uno all’anno, non ci stavano più a casa, cercavano una casa più grande, mio fratello doveva andare via dalla sua, e troviamo una grande casa alla periferia di Como, che qualcuno di voi fra l’ altro conosce, dove andammo ad abitare. Non è che noi ci siamo messi lì a capire teoricamente cosa volesse dire la parola comunione che avevamo come capito, ma abbiamo deciso di andare ad abitare insieme proprio per fare esperienza della comunione.

Perché solo facendo esperienza che può esplodere la potenza di quello che stai vivendo, insomma è solo l’esperienza che ti libera.

E così, vivendo insieme è stata la realtà che ha posto dei punti in cui la comunione è diventata accogliente. Era come se vivendo affondo la comunione, l’espressione vivente della comunione non fosse altro che accoglienza.

E capivamo proprio che la comunione, come ci dicevano era la verità e l’unità della nostra vita, che non nasceva da temperamenti simili, (perché io e mio fratello abbiamo temperamenti completamenti diversi), ma nasceva dall’unità dei cuori.

E così nasce l’accoglienza, l’accoglienza innanzitutto di famiglia, perché il tema di questa mattina è la famiglia, ed hanno incominciato a venire da noi, chi portando i loro figli perché condividevano con i nostri l’avventura della crescita, chi poneva questioni circa l’educazione dei figli.

E di queste famiglie che avevamo incominciato a frequentare la nostra casa, due hanno poi deciso di impegnarsi in modo più preciso e sono venute abitare lì. Ed adesso siamo diventate 4 famiglie che vivono in questa grande casa in appartamenti separati, ma comunicanti ed i nostri 14 figli naturali e 24 in affido residenziale. Così in ogni famiglia vivono 6 bambini in affido.

E così siamo quasi un cinquantina di persone e così abbiamo dovuto darci come una regola, abbiamo dei momenti della giornata in cui viviamo insieme che sono il pranzo, la cena, la recita del rosario la sera dopo cena con i bambini. Poi la sera le famiglie, gli adulti, si trovano nella cappellina. Il nostro ex Vescovo, si chiamava Maggiolini, ci ha lasciato il Santissimo e quindi c’è una piccola cappella in casa e li ci troviamo la sera per la compieta e per discutere i problemi della giornata.

E poi le famiglia di quella rete di cui vi ho accennato prima sono cresciute, adesso sono diventate più di 40 ed hanno cominciato anche loro a prendere in affido dei bambini appoggiandosi alla realtà dell’Associazione Cometa. Vengono per i servizi che ci sono da fare, ormai ci sono 150 Volontari che girano attorno a questa storia, volontari che vengono per aiutare i bambini a fare i compiti per le attività sportive, per tutti i bisogni che potete immaginare ci sono in una storia come questa.

E così hanno cominciato anche loro a prendere i bambini in affido e come se venisse fuori , a me in modo sempre più chiaro, l’idea che la famiglia da sola non c’è la fa più. E’ sempre più frequente che vengano dei genitori che ci portino i loro figli  dicendo <<con tutto quello che abbiamo fatto, con tutto lo sforzo educativo , questo è il frutto del nostro sforzo educativo>>, <<non c’è niente da fare, il mondo, la televisione i giornali, insomma è troppo forte questa cosa, non ce la facciamo>>. Se vai a fondo, però, capisci che è la famiglia che non ha più certezze da proporre, è diventata essa stessa televisiva. Certe volte l’educazione dei figli diventa l’ostacolo più grosso, se per educazione intendo quello che a me è capitato a me più che nella vita, uno che ti risvegli i desideri reali del cuore, perché come l’altro giorno quando è venuto un genitore dicendo: <<non so più cosa fare>> e quando <<ripartiamo dal cuore, dal desiderio di suo figlio>> e lui risponde << ma qui non c’è nessun desiderio, non c’è nessuna risposta>>. E questo i figli non te lo perdonano, non ti perdonano che tu neghi la possibilità di risposta a quel desiderio di infinito che hanno dentro. Insomma, dicevo, è come se la famiglia non ce la facesse più perché si fa di tutto per impoverire quel rapporto tra genitori e figli. Per cui i genitori stanno diventando, come è stato meglio detto prima, come qualcosa che è stato strutturato solo per rispondere al bisogno dei figli. E poi c’è qualcuno che stabilisce, però, quali sono i bisogni veri e quelli non veri, e poi ti lasciano la parte affettiva, sentimentale, per cui il figlio è tuo ecc., ma tu sei fatto solo per rispondere a questo. Invece più vado avanti, più capisco  che i figli hanno solo bisogno di vedere due adulti che vadano affondo della loro identità, che si impegnano nel compito affidato, perché capiscano subito che il matrimonio non è un problema di dover scegliere le donne della tua vita, il problema è quello “qualcuno ti ha convocato lì con un compito preciso. Ecco, voi capite bene che lavorare sulle famiglie come ha detto qualcuno prima diventa un lavoro eterno, vuol dire lavorare contro il potere, perché il potere favorisce l’individualismo, quando sei da solo li vengono i dubbi su tutto e ti fanno fare quello che vuoi. Quelle poche volte che io vedo i genitori di quei ragazzi che hanno provato le cose più temibili, (qualche  famiglia c’è ancora), vengono a trovarli, stanno da noi, capisco che l’unica possibilità perché possano riprendere il “Gusto di essere genitore” e se vedono un luogo cui venga vissuto semplicemente, senza niente di eccezionale, il rapporto tra genitori e figli.

Ecco, adesso sono passati 10 minuti, da questa storia è nato tanto, è nata un’associazione, un ente di formazione, e adesso è venuto fuori un sogno, che si sta realizzando e che è un “Borgo” che verrà costruito li vicino a noi, in cui ci sarà la scuola, le famiglie, gli artigiani, la Chiesa, la piazza.

Quel Borgo di cui ci parlava quella persona che li aveva incontrato 20 anni fa, lui diceva: <<non resterà più niente, perché tra gli uomini tra un po’ d’anni sarà impossibile comunicare, resteranno soltanto dei luoghi vedendo i quali il desiderio possa risvegliarsi>>, lui diceva: <<un luogo, una costruzione dove l’incontro tra gli uomini testimoni la certezza del Bene Comune>>. Ecco proprio perché quella certezza di Bene incontrata possa raggiungere tutti è partita la costruzione di questo “borgo”, qualcosa è già finanziato, qualcosa no, siamo qui a chiedere aiuto a tutti ed anche a voi come diceva il rag. Gentili.  

 

·         PRENDE PAROLA AVV. AMEDEO NIGRA

Bene, siamo al secondo giro. Io vorrei raccomandare nei limiti del possibile, perché ciascuno ha preparato il suo intervento, il tema che qui ci occupa che è “Il tema dell’Impresa e della Famiglia”, sintetizzandolo ulteriormente direi che dovremmo domandarci, premesso che abbiamo visto che ci sono delle difficoltà nella famiglia sia da un punto di vista legislativo, culturale, che da un punto di vista dei consumi e delle inclinazioni naturali che esistono attualmente nella nostra società. Parlare di imprese significa parlare di fare, quindi in concreto per cambiare, per migliorare, cosa bisogna fare? Perché l’impresa è un fare organizzato, in modo particolarmente professionale, dicono le definizioni giuridiche e dottrinali. Bene, do in particolare la parola al Vescovo Anfossi che fuori onda mi diceva una grande verità, mi diceva (prima quando parlavamo) se ho capito bene: <<Non si può tante volte fare una politica troppo a favore delle famiglie perché la faceva il fascismo, e allora, se tu fai una politica come quella ti accusano di essere fascista>> e quindi c’è una specie di black-out su questo argomento.

Bene, darei la parola su questo argomento, se è possibile, al Vescovo Anfossi.

 

·         PRENDE PAROLA IL VESCOVO ANFOSSI

Commentavo quello che avevo detto prima in due parole, perché in Italia non si può fare politica familiare, perché:

1)      se tu aiuti la famiglia, aiuti la Chiesa, è stupido, è strano, è in culturale, però è così;

2)      rievochi una politica fascista; le difficoltà della DC quando governava era anche questa;

3)      un’altra ragione è dovuta al fatto che in Italia si pensa alla famiglia come “l’acqua” o come “l’aria” come se si produce da sola. Il sud, il meridione, i Veneti, le famiglie lombarde, i piemontesi ecc. e dunque tutti prendono dalla famiglia, usufruiscono del servizio della famiglia, ma nessuno la produce, nessuno le restituisce utilità o possibilità di comporsi.

Poi ci sono altre ragioni: c’è il marxismo con la sua filosofia, c’è anche il vecchio liberalismo, il capitalismo che ha un suo modo di intendere la famiglia e comunque la persona singola, individuale va aiutata, mai aiutare il nucleo familiare, perché bisogna liberare la donna del marito, i figli dai genitori, bisogna dare una libertà grande. In questo momento uno studio fatto, pubblicato dal Mulino, di area non cattolica, dice che le convivenze, le famiglie ricostruite saturano moltissimo la concezione della libertà individuale, spinta anche con capricci, e la parità uomo - donna.

Siccome l’unione fondata sul matrimonio non da le stesse garanzie però questo tipo di matrimonio non si implica socialmente, non si lega, non aumenta il tasso di impegno con l’altro. Se due persone mettono al mondo un bambino, questo bambino che dice: <<Ma che fai, ti occupi di me? No?>> Posso dire io: la mia libertà individuale non sarebbe mia, non sarei libero se fossi obbligato ad occuparmi di te.

Questo vale per la relazione uomo-donna.

Dunque il senso di assumere responsabilità e di mantenerla nel tempo sta diminuendo. Le donne soprattutto avanti negli anni pagano, pagano i figli, diceva questa ricerca. Questo per dire che strategicamente io credo che lavorare per le politiche familiare, a partire da una famiglia attiva, che vogliamo con tutte quelle caratteristiche compresa la stabilità (di cui abbiamo parlato prima), sia, strategicamente che culturalmente, molto molto importante, anche perché voi abbiate degli interlocutori.

Poi non so, se due parola ancora…

Poi ancora su questo dialogo “lavoro e famiglia” il modo cattolico ha già recuperato un apprezzamento positivo del lavoro.

Certamente anche le donne e gli uomini giovani di oggi, fuori e dentro la tradizione cattolica, tengo molto al lavoro come attenuazione di se, come modo di stare al mondo, conoscerlo ecc.

Quindi noi non possiamo, come uomini e donne del mondo cattolico, diminuire il valore che si attribuisce al lavoro.

Così voglio dire che la riconciliazione non può cadere nell’ errore di non dare stima al lavoro, ma deve partire dalla stima del lavoro, come fa anche il Concilio, come fa una lettura biblica odierna, contemporanea. Nessuno parla di castigo, ossia, io spero, io non ho mai sentito dentro di me come un problema, ma qualcuno ce lo rimprovera.

Così non si può ricondurre il problema della riconciliazione “lavoro e famiglia” ad un problema di donne, farne semplicemente farne semplicemente una questione di pari opportunità oppure di dare spazio alle donne. Non si deve femminilizzare troppo, anche se essendo un problema deve avere il suo spazio. Così può essere risolto solo in termine utilitaristico o produttivistico, una concezione troppo lavorista. Cioè, così come si vive oggi il lavoro, le perone che vanno a lavorare non sono sposate, non sono mariti, non sono mogli, non sono mamme, sono trattate  come se non lo fossero, e questo è insano ed ingiusto. E’ proprio vero che la produzione ne guadagna dal fatto di non considerare che la persona ha dei carichi familiari, ha delle responsabilità educative?

Quindi la novità è che l’impresa faccia del lavoro scientifico, di studio che faccia delle esperienze, e che le esperienze vengano prese in esame. Soprattutto, (ed è ultima osservazione), secondo me la caratteristica del mondo contemporaneo e proprio “l’orientamento individualistico; ed anche quali uomini politici cattolici si difendono quando tu gli dici: “Voi non mantenete conto della famiglia”, ma come risponde: “ se io mi occupo dei singoli membri della famiglia dei deboli, non mi sto occupando della famiglia?” Questa acquisizione non c’è nella maggior parte anche di genitori e di uomini politici di area cattolica. Cioè che la “famiglia come tale, che va promossa”, e va sostenuta con delle politiche adeguate, invece questa mentalità individualistica è largamente condivisa; se poi si aggiunge l’utilitarismo e la libertà individuale di cui parlavo prima, come temi dominanti della nostra cultura, voi vedete come è quasi impopolare, e veramente cattolico, avere come obiettivo la promozione del nucleo, e noi di una singole persona, di un uomo o di una donna con figli.

Questo è un discorso culturale, se non si fa secondo me, se non lo si insegna nelle facoltà teleologiche, perché non lo si insegna, non circola.

 

·         PRENDE PAROLA L’AVV. NIGRA

Grazie eccellenza, darei la parola al Dottor Locatelli

 

·         INTERVENTO DEL DOTTOR LOCATELLI

Ma, io credo che un punto su cui (discorso non completato)

Mi ha molto fatto riflettere l’accenno della Prof.ssa Zamagni su questo elemento della famiglia come stabilità, come continuità, che riferito al tema nostro di oggi, della impresa è proprio, anche una caratteristica dell’Impresa.

L’impresa nella sua natura ha il principio fondamentale della stabilità, della crescita e della continuità nella crescita.

Quindi questo rapporto tra la famiglia come realtà stabile che ha una prospettiva di continuità, oltre che di crescita, quindi figli, nipoti e quello che ne viene come allargamento ecc., secondo me si colloca molto bene in questo tema dell’impresa. Il problema vero è poi come avviene questo collegamento tra una concezione di famiglia di questo tipo e un’Impresa che deve avere al suo interno questi principi.

Io vedo, o per lo meno, è l’esperienza anche di tante persone, di tante aziende, di tante imprese, e di tante famiglie imprenditrici, impegnate nell’impresa come dirigenti che conosciamo, che dove c’è la stabilità della famiglia, c’è anche la continuità dell’impresa. Ci sono esempi veramente significativi, ne conosciamo tutti e perciò è inutile fare dei nomi, ma vediamo che sono imprese crescenti e continuano a crescere  pur essendo imprese di grandi dimensioni, pur essendo imprese collocate sul mercato, quindi che devono fare i conti con un azionariato e di assonnato e anche diffuso, dove il nucleo, non tanto del possesso, ma della cultura imprenditoriale è affidato proprio al concetto della famiglia ed è una cosa  che, purtroppo, si va rarefacendo nella nostra realtà.

La crisi di tante imprese, ma soprattutto della nostra economia è spesso dovuta alla caduta della famiglia. La caduta della famiglia, secondo me, non è senza conseguenze anche nella caduta dell’economia, del sistema economico. Noi oltre tutto abbiamo un sistema molto articolato e fondato sulla piccola – media impresa, che è di natura un’impresa familiare, dove c’è magari il padre che ha cominciato sviluppando un’idea dell’uomo, i figli che portano avanti seconda e terza generazione poi spesso questa realtà di piccola – media impresa si perde. Si perde perché, secondo me, si è persa la famiglia che era dietro. Si è persa non perché ha smesso di lavorare, perché tutti lavorano, ma perché ha smesso si essere una famiglia, c’è stata qualcosa che si è frantumato.

Si frantuma in tanti modi, si frantuma perché qualcuno sceglie di fare un altro mestiere, perché si pretende di tenere un controllo anche quando non si è in grado di mantenerlo, perché l’impresa è cresciuta troppo ecc., ecco questo elemento non è solo un fatto dell’Italia, le piccole e medie imprese non sono una nostra prerogativa, sono una realtà di tutte le economie occidentali ed anche di molti paesi con economie che crescono, nei Paesi in via di sviluppo, lasciamo stare la Cina che ha altre caratteristiche, ma anche li ci sono comparti di imprese di carattere familiare, ma tutto questo da noi credo che sia in una situazione.

Negli Stati Uniti dove c’è anche una forte componente di imprenditoria aperta all’investimento privato, ci sono grandissime imprese, c’è tuttavia un fortissimo tessuto si imprenditoria minore, di imprenditore familiare che resiste moltissimo, e resiste molto più di quello che non stia resistendo da noi, questo tipo di imprese.

La piccola e media impresa, è proprio in un rapporto di crisi con la famiglia.

Quello che dicevano prima, certe ostentazioni eccessive di consumo o anche di ricchezza, diciamo così cui esce proprio in questi tentativi (ora conosciamo anche il motivo …) dove è forte la piccola e media impresa familiare perché la famiglia è la prima che trae dall’impresa non uno stimolo alla continuità, ma trae dall’impresa una disponibilità di mezzi, impoverendo la sua cultura. Detto questo secondo me è proprio il recupero di questa continuità, e la continuità ovviamente non è semplicemente da noi, parlando come credenti è una continuità benedetta da un sacramento, benedetta da quella cosa che è al di là di un impegno che è appunto nella buona e nella cattiva sorte.

Un impegno spesso, come dire, faticoso da mantenere, la vita della famiglia, la vita tra coniugi, non è una cosa semplice. E come tutte le altre cose di questa vita, quando sono importanti e difficili sono faticose, e però quando c’è questa continuità anche in un certo senso, i comportamenti ne hanno una conseguenza. Ripeto, secondo me, la stessa, (come dire), fragilità dell’impresa, di tante imprese è una conseguenza della fragilità della famiglia.

E in fondo quello che noi abbiamo considerato un elemento indispensabile al sistema produttivo moderno vale a dire la flessibilità (che non è precarietà) del lavoro e della struttura imprenditoriale, non possiamo applicarla al concetto di famiglia, alla flessibilità della famiglia, per cui la famiglia o è una grande tribù nella forme di una nuova … che si allarga continuamente osservando una sua realtà indistinta e quindi sono le famiglie allargate piuttosto che, come dire,  senza confini e quindi senza regole interne, ma solo con l’idea di stare assieme, oppure sono famiglie monodiche, quasi sterili, chiuse nel rapporto tra i coniugi che devono vivere faticosamente una vita familiare che per motivi economici per motivi ambientali non ha prospettive. Questo è un altro grande danno, magari non voluto, ma certamente una delle conseguenze del nostro modo di vivere oggi; per cui parlando sempre di impresa tante piccole imprese rimangono piccole perché la famiglia rimane piccola, perché non vuole crescere, perché vuol godere, in questo momento, di quello che ha e spesso è talmente tanto che non ha più tempo di essere felice, come diceva la professoressa Zamagni. Manca, il tempo per essere felici, purtroppo!

 

·         PRENDE PAROLA L’AVV. NIGRA

Grazie Dott. Locatelli, darei allora la parola alla prof. Zamagni.

 

·         PRENDE PAROLA LA PROFESSORESSA ZAMAGNI

Si, mi sarebbe piaciuto continuare la linea interpretativa del Dott. Locatelli, ma qui basterà una battuta;Ho avuto il grande privilegio di scrivere la storia dell’Ital Cementi” e se l’Ital Cementi ha avuto successo è perché la famiglia presenti è una famiglia.

Pensate che l’ultimo rampollo, quello che adesso è un consiglio di amministrazione della Ital Cementi che si chiama Carlo, ha 6 figli (a questo punto se non sono diventati 7), di cui 5 maschi (beato lui), perciò la discendenza è assicurata, la sua famiglia, la sua impresa è assicurata.

Ma, visto i pochi minuti che ho a disposizione, volevo riferirmi ad un altro argomento che è questo: di fronte alla situazione della famiglia che è sotto gli occhi di tutti, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità. Sua Eccellenza ha detto prima “la Chiesa deve assumersi le sue responsabilità”, bisogna insegnare nei seminari, le famiglie stesse devono assumersi le proprie responsabilità,  e si detto soprattutto associandosi e facendo sentire la propria voce. Sarebbe meglio che anche i partiti si assumessero le loro responsabilità al momento, per la verità, al momento mi sembrano molto latitanti per questa strada. Le imprese devono assumersi le loro responsabilità.

Io volevo concentrarmi, brevemente, sulle imprese che devono assumersi la loro responsabilità di fronte a questa situazione delle famiglie e devono diventare dei facilitatori  della vita di famiglia. Chiaramente non spetta a loro argomentare la vita delle famiglie, però quando hanno delle richieste in questa direzione devono naturalmente dare delle risposte.

Mi sono esercitata sulle varie aree in cui le imprese potrebbero trovare la maniera di dare delle risposte, sicuramente sulla flessibilizzazione dei tempi di lavoro. Abbiamo lavorato su una serie di esempi nel libro che ho citato prima (e quindi li potete trovare). Ci sono delle aziende che sono veramente all’avanguardia in questo campo, scusate se cito quella di “Diana Brocco”, ma ho avuto occasione di sentire direttamente una presentazione di quello che fanno, e fanno veramente moltissimo. Dunque ci sono delle aziende che fanno molto, e a quelle che non fanno dovrebbero un attimo cercare di pensare che forse qualcosa che si può fare.

La flessibilizzazione dei posti di lavoro, per esempio attraverso un po’ di part-time di posti condivisi, magari temporaneamente tanto che ci sono dei problemi familiari da risolvere. Orari di lavoro, appunto, flessibili con qualche picco.

Ad esempio, io ho un genero che lavora in una bellissima impresa bolognese la cui proprietaria  è una signora di grande volontà sociale ed ha fatto anche tantissime azioni in campo sociale, nella sua impresa lei dice: se 5 ore le avete al giorno, se non riuscite a fare 5 ore un giorno ne farete 5 in un altro giorno, potete presentarvi al lavoro e uscire quando volete, purché nell’arco della settimana eroghiate quel tot di ore di lavoro. Naturalmente non in tutte le aziende questo è possibile perché ci saranno le categorie di montaggio, per qui per là. Però, insomma, evidentemente non è impossibile.

Poi telelavoro, congedi lunghi, congedi brevi, adesso molto più facile di una volta. Una volta bisognava sempre assumere a tempo indefinito. Adesso se c’è il problema di sostituire una persona che deve avere un bambino, si prenderà un precario, (mamma mia), in quell’occasione. Ed io credo che sia giusto che venga fatto questo.

Poi ausili delle famiglie, anche qui abbiamo raccolto una infinità di esempi, per esempio addirittura una persona che va a fare la spesa per tutta una serie di danni dell’azienda. Le donne la mattina danno un bigliettino con scritto quello di cui hanno bisogno ed uno va a fare la spesa per tutti, gli porta il sacchettino,  e questi vanno la sera a casa con la spesa già fatta. Questo per fare un esempio qualunque.

Quindi nidi aziendali, e quindi andare così! Assistenza medica aggiuntiva per tagliare la coda per non far sprecare inutilmente il tempo alle persone e chi più ne ha più ne metta.

Bisogna diventare creativi, io avendo, appunto, questo poco tempo, mi limito a ciò che un’impresa può fare. Naturalmente anche le famiglie devono diventare molto creative e molto più creative rispetto ad una volta. Non è che bisogna mangiare per forza in famiglia tutti i girni, mattina, sera, insieme, si fa quello che si può, però ci devono essere dei momenti di incontro in cui ci si scambiano idee ecc. E questi momenti bisogna crearli, non è più un’abitudine ovvia e normale, bisogna essere creativi. Grazie.

 

·         PRENDE PAROLA L’AVV. NIGRA

Dunque siamo ancora, nel giusto tempo quindi io darei ancora la parola al Vescovo di Aosta Eccellenza Anfossi, poi chiederei al Presidente dell’ Ucid di Lodi Ing. Walter Rasini per una telegrafica esperienza di carattere culturale e poi come mi ricordavo la prof.ssa  Zamagni, darei la parola proprio un minuto, tipo, spot, al Dott. Figini.

Infine, dovrei fare io un altro Spot di sintesi.

Eccellenza

 

Raccolgo l’invito della Dott.ssa Zamagni, di cosa chiedere alla Chiesa, che cosa chiedere alle famiglie, provo a dire in breve.

Le famiglie hanno bisogno di essere messe insieme, che sono in grado da sole di dire cosa possono fare, purché abbiano un luogo con la presenza di qualcuno che induce la conversazione, per affrontare questi problemi: per stimolare la loro creatività, le parrocchie, le diocesi devono creare dei momenti in cui le famiglie possono trovarsi insieme esporre loro difficoltà e loro stesse cercare soluzioni. Alle famiglie, bisognerebbe dare la possibilità, quando ci sono situazioni di conflitto di primo litigio, di essere aiutate.

Alcuni professionisti potrebbero farlo, ma gli psicologi in genere inducono quasi immediatamente la separazione e l’accompagnano alla  meta, con la scusa che dobbiamo aiutarli a separasi senza farsi male. Così anche molti Avvocati fanno questo lavoro. La Chiesa in questo momento offre solo la consulenza dei preti, non è poco ho detto “solo” perché anche altre coppie o dei consultori potrebbero offrire questa possibilità. C’è una attività che viene dagli stati Uniti che è “RETROUVAIL” sono delle coppie che sono state separate, hanno vissuto la separazione alle volte anche fuori di casa, e poi si sono riconciliate e mettono in moto dei processi di ritorno all’armonia.

Bisogna sapere che quando una coppia inizia un litigio, non è in grado di stabilità ma una nuova comunicazione. I vecchi percorsi della comunicazione valgono sempre e prevalgono su quelli nuovi, nessuno pensa che davvero sua moglie sta dicendo una cosa nuova, questo che cosa vuol dire? Che quando si è acceso un conflitto ad un certo livello è assolutamente necessario che intervenga una terza persona, un terzo fattore, un terzo gruppo. Un terzo professionista.

E’ triste però l’Italia ha dato poco da offrire a questi livelli.

Un altro aspetto che si può chiedere alle famiglie è proprio la cultura dell’atteggiamento che non sia privatista, cioè le relazioni familiari siano desiderate. Relazioni di aiuto reciproco non soltanto quando c’è il figlio tossico dipendente, ma anche in altri casi, in casi creativi, costruttivi, non solo in casi disperati.

Quindi accrescere la disponibilità di aiutarsi tra familiari e accrescere la decisione, dopo essersi aiutati tra famiglie per ragioni immediate, e farlo a livello politico, diventare accrescere il peso politico che è proprio quello che vuole la “Familiaris Consortio n. 44”, dove dice <<Se voi non lo fate, subirete decisioni di distruzione della vostra vita familiare. Decidetevi a farlo!>>

Detto in un documento così ufficiale una cosa così paterna, emoziona anche.

Alle famiglie si chiede di riflettere su tutti i problemi che oggi mettono in discussione le donne e gli uomini, dalla conversazione alla macchina del caffè, tutti i problemi di genere, di educazione dei figli, di autonomia, cioè quei problemi che oggi, anche la televisione e i giornali, rovesciano addosso a noi facendo apparire come cattolici dei vecchi che non capiscono più niente delle persone fuori del tempo.

Questi problemi vanno altrettanto affrontati parlando, compreso il problema della ammissibilità, bisogna creare dei luoghi dove questi problemi vengono discussi e si lavori sugli argomenti. Allora, ad esempio, non si può ricondurre all’omosessualità a questa stupida legge naturale di cui i cattolici sono i sostenitori. Va ridefinita la legge, vanno, come dire, ridette le argomentazioni.

Quello che si può chiedere alla Chiesa e che la Parrocchia si faccia di più promotrice di reti di famiglia, la solidarietà delle famiglie tra di loro deve essere attivata anche tra famiglie povere o ricche.

Oggi sappiamo della sociologia della famiglia che non si può più parlare di famiglia, ma di famiglia giovane, famiglia con figli senza figli, famiglia con figli adulti; quindi tutta la pastorale familiare deve essere ridisegnata a secondo dei livelli, mancando il neonato, la parentela, cioè tutte le solidarietà tradizionali stanno cadendo o sono cadute, bisogna riattivarle in forme diverse, da volontariato ad associazioni, misurative di altro tipo, compreso i parroci della Diocesi di Milano che propongono la Domenica della Comunità, mi pare, no?

Cioè la domenica insieme, oppure lavorando di più sulla catechesi dei bambini, dei genitori che chiedono il battesimo, prima comunione e cresima. In quel momento bisogna coinvolgere molto di più i giovani genitori, e non bisogna dire che i giovani genitori di oggi non sono bravi come i loro genitori, i loro nomi, non bisogna, dire che le giovani mamme di oggi non sono generose. Questi discorsi che squalificano i giovani genitori, i giovani adulti, non vanno fatti, bisogna fare il discorso contrario, bisogna aiutarli, promuoverli, metterli in condizione di dare il meglio di se di ricreare dei canali di solidarietà di associazionismo, appunto, generoso.

Le donne giovani di oggi sono generose come le loro nonne, ma non hanno il canale, il tipo di comunicazione e di incontro utile per poterlo essere. Così anche nelle predicazioni bisogna di più esprimere le vacazioni e costruire il mondo e comunque una mamma che deve rispondere ad un figlio che và al liceo classico, probabilmente se lavora qualche argomento in più l’avrà (con questo non voglio dire che le donne devono per forza lavorare) voglio dire soltanto che gli aspetti positivi sia di vocazione umana che religiosa si esprime anche in quel momento in quelle situazioni. 

Poi ci sono per le coppie, delle stagioni in cui non hanno bisogno di fare altro. Ma le esperienze che si fanno in quegli anni narrativi, con i figli che educano, può diventare una benedizione che loro mettono a disposizione quando non avranno più questo assillo, questo stress che può ricadere sulle generazioni che crescono.

Cioè, in altre parole, bisogna creare dei canali di comunicazione, cioè un nuovo tipo, se voi volete di società solidali, Poi si può andare avanti, ma è meglio fermarsi.

 

AVV. NIGRA

Grazie Eccellenza.

Darei la parola, prima del Presidente Ing. Walter Rasini, al Dott. Alessandro Crespi, Ingegnere, che è tra gli organizzatori ed uno degli ospiti di questo Convegno.

Però mi stanno chiedendo qualcosa (non si sente) .

Ecco, poi alla fine di tutto chiuderà il Vice Presidente Moroni.

Ecco, chiederei all’Ing. Alessandro Crespi, se vuole dire due parole.

 

PRENDE LA PAROLA L’ING. ALESSANDRO CRESPI

Questo è un trucco che non mi aspettavo, io non è che amo istintivamente parlare in pubblico ma mi tocca questo. Merita la mia gratitudine prima di tutto chi è intervenuto. Penso che chi è intervenuto oggi a questo Convegno non rimarrà deluso perché le relazioni che si stanno ascoltando sono eccezionali, eccellenti, ed i relatori altrettanto, evidentemente non poteva essere diversamente.

Quindi io sono molto soddisfatto della presenza, certo penso che se fossero arrivate ancora più persone sarebbe stato ancora meglio, comunque mi fa molto piacere per quelli intervenuti.

Credo che oggi sia emerso in maniera evidente che, come qualcuno diceva, che “la donna è l’acrobata della società”, qui si capisce come la famiglia è il cardine della società e cardine della società significa essere cardine anche per l’impresa che fa ampio utilizzo di questo elemento che è la famiglia.

La famiglia che è un pochettino in disfacimento, lo abbiamo sentito dalle parole di Locatelli, ma lo abbiamo tutti davanti agli occhi, penso che se si disfa la famiglia si disfa la società, si disfa anche l’impresa come è stato sottolineato. Quindi una cura che è il messaggio, che ci viene molto profondamente segnalato, di una cura che noi dell’impresa dobbiamo avere per primi del tema della famiglia. Quindi le agevolazioni di cui si parlava, l’attenzione precisa a che questa famiglia non si disfi, perché la disfatta della famiglia corrisponde alla disfatta della nostra impresa. Grazie a voi della vostra partecipazione.

 

PRENDE LA PAROLA L’ING. WALTER RASINI

Buongiorno,

anche io non ho molta paternità a parlare, sono più tecnico, ma quando raccontai nella commissione la storia di mio padre, (tra l’altro era di queste parti arriviamo da Gallarate quindi provincia di Varese siamo di queste parti). Come alle origini ha cominciato con l’azienda considerandola una famiglia.

Nel ‘44 con 4 operai avevamo una grande cucina, si mangiava tutti in cucina, portavano quella che a Milano si chiama “schiscetta” la mamma la riscaldava e si mangiava. Poi, eravamo nel 44/45, l’istruzione era molto limitata, papà la sera dava lezioni di disegno tecnico ai suoi dipendenti che sono stati dipendenti tutta la vita e diciamo che questa azienda da 4 dipendenti è diventata in tutta Italia 400 da dipendenti con questa idea della famiglia. Noi siamo ed eravamo tre fratelli adesso purtroppo in due, ed abbiamo continuato. Queste cose le ho raccontate all’amico Avv. Nigra e dice, le devi raccontare. Non so se sono state interessanti comunque, ringrazio tra l’altro perché quest’anno ricade il centenaio di mio padre, era del 1907 e sono qui nella sua terra a parlare di lui.

Vi ringrazio.

 

INTERVIENE L’AVV. NIGRA.

Chiederei di dire perché in un certo momento vi siete interrotti. Chi vi chiedeva di interrompere?

 

ING. RASINI RISPONDE

Il sindacato.

Noi facevamo gita a Venezia, Firenze, cominciando i primi tempi umilmente a Caravaggio al Santuario e facendo i regali a Natale e Pasqua ai bambini degli

Il sindacato si è opposto.

Io non voglio parlare di sindacato, essendo stato capo di tutte le zone sindacali di Milano, ma sono un “antisindacalista” nel senso che vorrei un sindacato unico, non partitico perché come ci sono gli operai disonesti che non lavorano, ci sono anche gli imprenditori (ne ho conosciuti tanti) che non meritano rispetto.

Io ero capo di tutte le zone d’Asso Lombarda, quindi, ne ho conosciuti di evasori, di gente che non pagava gli straordinari, e davano un cattivo esempio e lo danno tutt’ora.

Ma c’è anche tanta buona cosa.

E noi abbiamo dovuto smettere di avere quel rapporto familiare con i dipendenti perché i regali di Pasqua e di Natale li hanno proibiti e dovevamo ottenere loro quello che comunque avrei dato io. Grazie.

 

INTERVIENE L’AVV. NIGRA

Grazie Ing. Rasini

Domande?

C’è qualche domanda anche diretta a qualche relatore in particolare?

 

FA UNA DOMANDA L’AVV. GIAVAZZI

Semplicemente una sottolineatura.

Mi sembra che il vero problema sia quello che: dato per scontato che la famiglia com’ è attualmente è in crisi, bisogna che si ritorni alla difesa non della famiglia come struttura che deve essere ristabilita perché in crisi, ma ridare alla famiglia quello che era la sua funzione. La funzione che non era (purtroppo tante volte accade oggi di necessità), una struttura che impedisce ai due membri che formano la famiglia di raggiungere i loro desideri personali, ma torni ad essere un sistema che aiuti a realizzare questi desideri e quindi a realizzare la personalità di quelli che formano le famiglie.

Cosa osta a questo? Osta secondo me, il fatto che non ci è resi conto che gli interventi per una politica familiare devono adeguarsi ad una situazione diversa. Osta assolutamente la questione tempo e qui senz’altro l’intervento della prof. Zamagni è stato prezioso. Il tempo è l’impossibilità di far entrare nel tempo disponibile i propri disegni è indubbiamente la maggior difficoltà di oggi. Quindi secondo me, e concludo, una politica familiare non deve essere una politica familiare che ricalca la situazione per ricostruirla deve essere una politica che si renda conto di una situazione assolutamente diversa e cerchi di trovare dei sistemi per venire incontro.

Questa come strategia generale. E come applicazione della strategia, è indispensabile che le persone che formano famiglia, si rendano conto che se non adeguano fra di loro da comuni intenti finali ed invece diversificano l’applicazione della loro vita alla necessità di poter realizzare una compatibilità tra quello che devono fare e la famiglia, la famiglia non resiste. Cioè i membri della famiglia hanno qualche fine, qualche scopo fondamentale comune devono altrettanto, con la estrema flessibilità non far si che nella loro vita che questo desiderio comune diventi un desiderio irrealizzato, perché se no fatalmente danno le colpe alla famiglia di aver impedito a loro di realizzare la loro personalità. Ecco credo questa dovrebbe essere e purtroppo tante volte gli organismi di ogni tipo (ed intendo politica pubblica, mi permetta Eccellenza, anche indirizzi della Chiesa) struttura in generale, cercano disperatamente di costruire elementi che cadano in crisi e che sono in crisi, anziché cercar di tener fermi alcuni principi, ma non ricostruire quello che diventa una difficoltà, ma trovava quello che non contrasti con questi principi. Grazie

 

INTERVIENE L’AVV. NIGRA

Chiederei al Dottor Figini il suo minuto spot.

 

INTERVIENE DOTTOR FIGINI

A me pare che quello che è venuto fuori in questo secondo punto della discussione, tutto sia proprio un problema di educazione.

Sia l’impresa che la famiglia hanno bisogno di prendere coscienza di chi sono, solo così possono diventare protagonisti delle realtà e vivere la realtà intensamente ecco.

Alle opere sta di risvegliare questi desideri, alla politica ed alle imprese di sostenere queste opere, altrimenti non c’è futuro.

 

INTERVIENE L’AVV. NIGRA

Grazie

 

INTERVIENE UN SOGGETTO NON PRESENTATO

IL SIGNOR CACCIA UCID DI BUSTO ARSIZIO

Scusate se non pongono un quesito, ma butto una considerazione sulla logica del vostro Convegno. Socia Caccia dell’Ucid di Busto Arsizio.

1)      io l’anno scorso ho fatto due ricerche: una sulla terza età, che adesso chiamo adulta perché è la continuità dell’adulto che ha tante esperienze da un lato, ma dall’altro non sa altre cose;

2)    ed una sugli adolescenti. La conclusione su queste due componenti (che sono le componenti più deboli delle famiglie), mi date delle risposte estremamente delicate che conducono ad un punto solo. La prima che la persona adulta, anziana nella famiglia è considerata solo se ha funzione economica, baby sitter, oppure riesce a sopperire alle necessità del figlio e del nipote per poter fare alcune cose il venerdì, sabato e domenica. Quando questo non serve l’anziano non è più considerato, è considerato come oggetto per andare a bussare alla casa di riposo e dire : <<da quando muore qualcuno per portare il mio genitore?>>.

3)      L’altra componente è l’adolescente che è più fragile.

Prima: l’anziano in queste considerazioni lo vedete solo in televisione.

Io ho fatto quell’indagine l’anno scorso, ho terminato  fine luglio – agosto ed ho notato che io volte parlavano dell’abbandono dei cani e dei gatti, ed una volta dell’abbandono degli anziani.

Televisione adolescenti.

Io mi sono detto alla fine della ricerca, “non voglio essere il genitore oggi di quegli adolescenti.

Sono onnipotenti, padroni della famiglia, rispondono e fanno rispondere solo loro.

Ed i loro due modelli cosa sono: le veline ed i calciatori.

Allora mi sono posto un problema: dove nasce tutto ciò. Nasce dalla televisione, dai mas media, il mas media è la madre di tutte le conseguenze che noi abbiamo davanti, ed è direi il sistema che condizione tutte queste cose.

Oggi avete parlato a 100 persone, in televisione oggi ore 12.30 parlano a 200.000 di persone, l’idea maggiormente nella società, è quella e non quella dei valori che avete espresso.

Allora se la televisione è il punto fondamentale della mutazione, cerchiamo noi entrambi di mutare e capire cosa possiamo fare.

Cosa tiene in vita la Televisione? Il profitto.

Se non ho una trasmissione che sollecita, il progetto (sento una campana, un secondo è in rapporto ai Km che ho fatto per venire).

Vi faccio un esempio “Striscia la notizia” è vero che tira fuori problemi veri,

problemi scandalistici. Ma cosa accade, perché fa quello? Non perché vuole naturalizzare la società, ma perché si alza l’audience, le pubblicità che vengono introdotte in striscia costano 5 volte di più rispetto alle altre…. 

…… le pubblicità che vengono introdotte in “Striscia La Notizia”, costano  cinque volte di più rispetto alle altre, allora il profitto all’azienda.

Arrivo al discorso dell’azienda. Prima è stato detto, direi in modo arcaico, “padrone – dipendente” nella città di Busto non ci fu la contestazione perché i dipendenti mangiavano insieme ai datori di lavoro, ma queste cose non esistono più, allora se noi cristiani vogliamo far questo, dobbiamo mettere un bollino che ci permetta di ricostruire le relazioni sociali all’interno dell’azienda tali da diventare esempio, che il ritorno a queste cose non è il ritorno all’antico, ma è recuperare i valori che non ci sono più.

Grazie.

 

·             Intervento Avv. Nigra

Siamo giunti alla conclusione , a me l’onere di sintetizzare questo argomento.

Devo dire che con l’obiettivo che ci siamo dati, che è quello di essere sintetici, io vorrei chiedermi: “ma alla fonte di tutto quello che ci siamo detti, esiste una regola?”

Io penso di si. Noi abbiamo una frase dogma, che viene ripetuta in ogni occasione ed è questa: “la morale non è un’azienda, lo Stato non è un’azienda”. Vero dal punto di vista dell’entità, se noi consideriamo l’azienda come un bene materiale, però siccome l’azienda è un’entità che produce bene e servizi, noi abbiamo che gli unici che producono beni e servizi, quelli che producono crescita nella società, sono solamente i produttori di beni di largo consumo e le aziende. Mentre tutto il resto, la morale, la anzianità, la famiglia, le entità sono un “NON”.

Noi in questo momento non diffondiamo la famiglia perché siamo un “NON”.

Anche l’ideale morale che è emerso con le ben note vicende di Beppe Grillo, qual è il politico ideale? Quello che “NON”, …. quello che “NON” ruba, non c’è un solo esempio di entità su cui costruire un modello.

Noi siamo arrivati a questo tipo di società, e lo dico senza anticomunismo viscerale, ma solo perché è una realtà storica, perché la nostra “società” ha avuto un grande pensatore, che ha realizzato molte della cose che oggi esistono, che è Most The Toung il quale aveva detto: <<per fare una risoluzione ci vuole qualcuno che pensi una risoluzione>>.

Allora noi abbiamo avuto, in tutto l’universo, persone che hanno pensato a fare la risoluzione e persone che l’hanno subita.

Il problema basato su questa realtà, su questo dogma, lo stato e la morale non sono impresa. Così quella che era la famiglia tradizionale, quelli che erano gli obblighi, quelli che erano i rapporti interpersonali, hanno avuto qualcuno che lottava per fare la Rivoluzione. Ma attenzione, fatta la risoluzione qual è il modello?

Cosa sostituisce quella che veniva chiamata la “Morale Rivoluzione Borghese”.

Non c’è un modello, noi viviamo in una cultura del NON, e mi permetto di interpretare in questo senso quello che è stato detto.

Giustamente, Sua Eccellenza, il Vescovo d’Aosta ha detto che il problema che non si vuole aiutare le famiglie perché si vuole aiutare l’individuo. Nel momento in cui c’è un obbligo allora la persona deve essere libera dall’obbligo, ma libera dall’obbligo per fare cosa? Questo è il nostro problema.

Va anche ricordato che nella teologia, adesso non si insegna il modello.

Quindi qui emerge un grosso problema che è quello di non avere un modello, e non avere un’azienda che lotta per costruirlo.

Lo stesso, tento di fare quella che gli antichi chiamavano la “recondutio ad unam”, ad un unico concetto che posso raggruppare il resto.

Se la Prof.ssa Zamagni ha detto che noi non abbiamo tempo per la felicità. Sappiamo che la famiglia è felicità, però il ricercare la felicità ci allontana dalla felicità. Ma anche questo avviene perché non abbiamo un modello. Perché la società è un “NON”.

Noi dobbiamo lavorare, ma non possiamo lavorare per la famiglia perché non è un’azienda, non è una cosa da perseguire. Lo stesso concetto, mi sembra, che abbia ricordato il Dottor Locatelli, che dice: <<La società della spendità >>.

Noi vediamo l’obiettivo di spendere e non basta mai, perché quando uno si propone l’obiettivo della ricchezza fine a stessa, senza un modello la ricchezza non basta mai. Quando uno è sazio vediamo delle persone, ad esempio Bill Gaits, che è l’uomo più ricco della terra, anche lui ha ancora dei desideri e non gli basta quello che ha raggiunto.

E giustamente, Monsignor stucchi ha detto: <<Questo è il bene>> è perché c’è stato qualcuno che, contravvenendo all’obbligo della cultura moderna, ha fatto del capitalismo utile, quindi ha impiegato il denaro,.

Quindi, anche questo è capitale ed è capitale utile.

Quindi il problema è quello del Bene Comune, è che il Bene esiste, l’importante è come viene impiegato, e per essere impiegato deve avere una teoria.

Ecco il Dottor Figini ha ricordato un altro elemento importante, sintetizzando le molte cose che ho detto, che è il problema dell’esempio. Qui la Chiesa lo ricorda molto, dice cosa dovete fare, l’esempio.

Io mi ricordo in molti discorsi l’ho sentito. In effetti, l’esempio, anche dal punto di vista socio-biologico, produce l’empatich lerning quindi la capacità di imitare quel determinato comportamento.

Quindi l’esempio “quello di fare” e di “mostrare come fareè sicuramente, a grandi linee, una cosa molto importante.

Molto importante è anche l’intervento del nostro Presidente Bozzetti, che ci ha parlato del lavoro.

Quindi, se noi vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo fare un lavoro. Quindi dobbiamo avere un obiettivo, anche se la cultura lo vieta noi dovremmo essere un’azienda, un’azienda culturale che cerca di affermare dei principi.

Naturalmente a mio modesto avviso, con la situazione che abbiamo adesso, con la famiglia in crisi, con l’impresa in crisi, con l’Italia che dal 68, cioè da quando si è introdotto questo concetto che “per fare la Rivoluzione ci vuole qualcuno che pensi alla Rivoluzione”, si sta sempre andando peggio, c’è bisogno di un modello. Ed allora questo modello noi dobbiamo costruirlo”.

Se posso, umilmente fare un suggerimento, dovremmo chiedere al nostro Santo Padre, che per altro è bravissimo, di fare una nuova enciclica sui modelli e sul modo per raggiungerli.

Ecco, però è un mio personale pensiero, non so se sarà degno di nota e comunque io ringrazio tutti di essere intervenuti.

Ringrazio i relatori dell’ottimo contributo che ci hanno dato, e passo parola al nostro presidente Bozzetti, cioè al Vicepresidente dell’UCID di Varese.

 

·          Interviene il Vice Presidente Ucid di Varese

Ringrazio tutti gli ospiti per i loro articolati interessanti interventi, che hanno dato senz’altro spunto a nuovi Convegni.

In particolare vorrei riferirmi a Monsignor Anfossi che ha parlato di “difficoltà di sposarsi per questi giovani”. In effetti ha messo il dito nella piaga, perché sono intervenuto direttamente. Ho un figlio che lavora a Madrid, la futura nuora che lavora a Varese e la difficoltà di farli incontrare. A Madrid hanno ottimi stipendi a Varese un po’ meno (forse), però tra l’altro la futura nuora è Greca ed i genitori sono in Grecia, perciò i problemi sono vastissimi.

La Dott.ssa Zamagni ha poi, parlato di “consumismo”.

E’ vero, noi molto spesso andiamo con delle borse di indumenti quasi nuovi a portarli alla Caritas, a portarli ai Frati.

E hanno parlato dei tempi in cui si rivoltavano i vestiti, è vero che durante la guerra ed anche subito dopo, io mi ricordo che avevo i vestiti rivoltati ed avevo vergogna perché l’occhiello di sinistra passava sulla destra, ed andavamo a scuola ed avevamo la giacca, a scuola la giacca era d’obbligo. Questi sono dei particolari che ancora mi toccano, come forse capita anche a tante persone che sono qui presenti.

Detto questo, io ringrazio tutti i presenti, i partecipanti anche a nome di Faborelli che ho sentito per telefono e mi ha pregato di salutarvi tutti e di ringraziarvi.

Grazie di cuore. Adesso do degli omaggi agli intervenuti.

 

·          Interviene il Presidente Bozzetti.

Lasciate a me l’ultimo ringraziamento a tutti i relatori e complimenti per quanto ci hanno detto.

E lasciate anche che, una buona volta, ringrazi particolarmente il nostro moderatore, nonché Presidente della Commissione Cultura del Gruppo Lombardo, che è sempre così puntuale, preciso ed ecc. e la massima disponibilità.

 

 

(N.B. TRATTASI DI BOZZA IN CORSO DI REVISIONE)

 

 

 

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