Il
Gruppo Regionale Lombardo della UCID – Unione Cristiana Imprenditori
Dirigenti
e le
Sezioni di Busto Arsizio, Novara e Varese, La invitano a partecipare:
Sabato 17 Novembre 2007 con
inizio ore 09.30 e termine ore 12.45
alla
Tavola Rotonda
“IMPRESA: RUOLO DELLA FAMIGLIA E BENE COMUNE”
|
Saluta:
Ambrogio
Taborelli
Presidente
UCID Sezione di Varese
Introduce:
Renzo
Bozzetti
Presidente
UCID Gruppo Lombardo
Vice
Presidente Nazionale UCID
Modera e
conclude:
Amedeo
Nigra
Avvocato e
giornalista
|
Intervengono:
S.E. Mons.
Giuseppe Anfossi
Vescovo di
Aosta
Presidente
Nazionale Commissione CEI per la Famiglia
Gianni
Locatelli
Presidente
Trafigura Electricity Italia S.p.a.,
già Direttore
Generale RAI TV e Il Sole 24 Ore
Vera Negri
Zamagni
Ordinario
Scienze Economiche Università di Bologna
Livia
Pomodoro
Presidente
Tribunale di Milano |
Villa Cagnola – Centro Congressi
UCID
Gruppo Lombardo Sezioni UCID:
Via Cagnola - GAZZADA (VA)
tel. 02 76020049
BUSTO ARSIZIO Tel.
0331.622918
Autostrada A8
uscita GAZZADA
ucidgruppolombardo@libero.it
NOVARA Tel.
02.6597684
(Parcheggio
privato)
E’ previsto un coffee break
VARESE
Tel. 0332/236019
“L’UCID s’interroga sul Bene Comune”
La Commissione
Cultura dell'UCID Gruppo Regionale Lombardo, attraverso alcune
conferenze, da tenersi nelle varie sedi locali, si domanda se e con
quali regole, sia possibile superare la netta contrapposizione tra
impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio economico
comune. In quest'ambito, in collaborazione con altrettante Sezioni
lombarde, si organizzano queste quattro tavole rotonde:
-
Impresa: tutela del Bene Comune:
testimonianze, esperienze e idee di imprenditori e dirigenti - 18
Novembre 2006 a Como;
-
Impresa: ruolo dei Professionisti e Bene Comune:
il compito dei professionisti per lo sviluppo -12 Maggio 2007 a
Piacenza;
-
Impresa: ruolo della Famiglia e Bene Comune:
riflessioni sul ruolo della famiglia, nella società e nella economia
- 17 Novembre 2007 a Varese
-
Impresa: ruolo del Non-Profit e Bene Comune:
testimonianze e idee sul terzo settore - primo semestre 2008 a
Milano.
Introduzione al
Convegno:
·
Vicepresidente dell’UCID
di Varese Sig. Moroni
…… Avrebbe
voluto essere presente al mio posto il Dottor Taborelli che è il
presedente dell’UCID di Varese, ma impegni familiari, purtroppo, lo
hanno tenuto lontano. Lo stesso mi ha delegato, io sono il
vicepresidente dell’UCID di Varese, e mi ha pregato di portare il suo
saluto a voi tutti e di ringraziarvi per la vostra partecipazione. Mi
ha pregato anche di leggere due righe di saluto e di introduzione al
convegno.
<< Eccellenza
Monsignor Anfossi, autorità, invitati, signore e signori, quale
Presidente dell’UCID di Varese e a nome dei Presidenti delle sezioni
di Busto Arsizio e di Novara ho il gradito compito di porgere a tutti
gli intervenuti il mio più caloroso saluto ed un cordiale benvenuto.
Oggi, qui a Villa
Cagnola,
ci incontriamo ancora una volta per trattare ed approfondire un tema
caro al cuore di tutti noi: “Impresa, ruolo della famiglia e bene
comune”.
La terza, di 4
tavole rotonde organizzate su UCID e Bene Comune.
Mentre, spetterà
al nostro presidente Regionale Bozzetti
introdurre e presentare questa Conferenza, a me non rimane che
sottolineare e, penso, anticipare una cosa soltanto per tutti coloro
che operano nell’impresa e nella professione: “questi operatori devono
sentire forte e costante l’impegno cristiano nel porre la persona al
centro di ogni dinamica economica e sociale per costruire un mondo
migliore e più responsabile in tutte le sue componenti, componenti che
non dimenticano come l’importante della vita, delle famiglie, del
lavoro si gioca nel quotidiano, giorno per giorno.”
Chiudo ora questo
mio breve intervento esprimendo a tutti gli autorevoli oratori che
prenderanno la parola, il mio sentito ringraziamento, augurando nel
contempo un proficuo e soddisfacente lavoro, ed infine a questo nostro
convegno un meritevole e durevole successo>>.
Passo la parola,
ora, a Lorenzo Bozzetti
che è il Presidente del Gruppo Lombardo.
·
Intervento del Dottor
Renzo Bozzeti
Eccellenza,
Monsignore. autorità, soci ed amici dell’UCID, consulenti
ecclesiastici, un cordiale saluto ed un benvenuto a questo
appuntamento organizzato dal Gruppo Lombardo, in stretta
collaborazione con le sezioni UCID di Busto
Arsizio,
Novara e Varese, che ringrazio per la fattiva opera preparatoria,
per,l’accoglienza,
l’ospitalità e la generosa offerta del coffee break di mezza mattina.
Caro
Vicepresidente Moroni, sono grato delle parole che ci ha rivolto anche
a nome dell’amico Toborelli, ricambio di cuore il saluto tuo e di
Taborelli, anche a nome dei presidenti Crespi e Genta e mi complimento
per tutto quanto avete voluto predisporre.
Un grazie rivolgo
ai componenti della nostra Commissione Cultura ed al suo presidente
Avv. Amedeo Nigra, che oggi è qui nelle vesti di moderatore.
Sono lieto di
rilevare e salutare una buona rappresentanza di presidenti, segretari
ed amici delle 18 sezioni del Gruppo Lombardo.
Saluto con
affetto il presidente onorario del Gruppo Lombardo Avvocato Giovassi,
che ha voluto essere qui con noi. Ringrazio tutti voi per la presenza
e sono già ottimista sui risultati dei nostri lavori, perché la vostra
risposta è stata splendida. Grazie.
Inizio ora col
presentare i nostri relatori. Saluto cordialmente sua Eccellenza
Monsignor Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta e presedente della
Conferisca Episcopale per la famiglia e la vita.
Saluto sua
Eccellenza Monsignor Luigi Stucchi, Vescovo di Varese e padrone di
casa, tra le varie cose.
Saluto il Dottor
Gianni Locatelli, presidente di “Traffigura Elettricità Italia”, già
direttore generale della RAI TV e del Sole 24 Ore. Mi piace ricordare
che è Direttore responsabile della rivista “Etica per le professioni”
e del nostro “UCID Letter” che tutti noi riceviamo.
Saluto, con
particolare riconoscenza, forse perché viene da più lontano,
da Bologna, la Professoressa Vera Negri
Zamagni, che è ordinario di Scienze Economiche presso l’Università di
Bologna.
Infine saluto il
Dottor Innocente Figini che è presidente dell’Associazione Cometa.
Oggi
doveva essere qui anche il Presidente del Tribunale di Milano “Livia
Pomodoro”, purtroppo è stata chiamata a Roma dal CSM per problematiche
urgenti e quindi non sarà presente. Una chiamata di questo genere,
evidentemente, anche se è Presidente di Tribunale non poteva, doveva
assolutamente esserci.
A voi relatori il
mio più caro ringraziamento per essere qui oggi, sono certo che le
vostre parole offriranno interessanti spunti di meditazione e, perché
no, provocazione per un dibattito stimolante.
Prima di
lasciare la parola agli stessi nostri relatori vi ricordo il titolo
della nostra giornata: <<Impresa, ruolo della famiglia e bene
comune>>.
Oggi proseguiamo
nel nostro cammino sul “Bene Comune”, iniziato a Como il 18 novembre
dell’anno scorso, dove abbiamo meditato sul ruolo dell’impresa come
prima tutela del Bene Comune, poi il 22 maggio scorso a Piacenza,
abbiamo parlato del ruolo dei professionisti di impresa rispetto a
questo obiettivo.
Oggi il tema è, a
ben vedere, una riflessione ancora più pressante sul futuro del Paese.
Come imprenditori
cristiani siamo chiamati anche a questo, ad essere inseriti nella
realtà e a farci carico, ognuno della propria parte, dei problemi che
bloccano lo sviluppo della nostra Italia.
La famiglia è il
primo motore del Paese, senza
di lei non è possibile avere società ed economia. Senza famiglia noi
non potremmo esistere, questo è il mio primo punto di riflessione; ma
la famiglia deve inserirsi in un futuro che è sempre più mobile,
sempre più variegato, non possiamo
chiudere gli occhi a quanto accade intorno a noi. Il posto fisso non è
più una caratteristica della
vita lavorativa di ognuno di noi, a maggior ragione però, dobbiamo
continuare a guardare con più forza (se mi permettete) alla famiglia
come bene primario dell’impresa e all’impresa
come bene primario della società.
Voglio dire,
insomma, che nelle condizioni di
lavoro di questi anni 2000 gli imprenditori, soprattutto quelli
cristiani, hanno il dovere morale di innescare un circolo “virtuoso”.
L’operaio è un
bene per l’azienda, ma al tempo stesso l’azienda è un bene per la
famiglia e per la società.
Proprio perché,
attraverso l’interscambio tra lavoratori, impresa, famiglia e società,
possiamo permettere di diffondere maggior benessere per tutti.
Tenendo sempre
presente il monito lanciato dal Papa nel messaggio di aperture della
45° edizione della settimana sociale a Pistoia ed a Pisa: << Quando la
precarietà del lavoro, non permette ai giovani di costruire una loro
famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta
seriamente compromesso>>.
Il Pontefice,
come si vede,
tocca subito un tasto dolente, senza ricambio generazionale, senza
nuove idee l’Italia non potrà crescere ancora. È una responsabilità
che tocca tutti noi, non dobbiamo dimenticare mai che i nostri
collaboratori sono prima di tutto padri, madri o giovani che
desiderano esserlo; ecco perché dico che a maggior ragione è
necessario costruire il “circolo virtuoso” cui accennavo prima. Devono
avere questa possibilità proprio perché il bene comune è anche questo,
è crescita, futuro, sviluppo, in una parola
“speranza”.
Penso che non ci
sia nulla di più cristiano della speranza; ma c’è anche un altro punto
che mi preme ricordare, sempre tratto dallo stesso messaggio
Papale, è
l’invito rivolto a tutti noi ad “aprire con fiducia a nuovi rapporti
non trascurando nessuna delle energie capaci di contribuire alla
crescita culturale e morale dell’Italia.”.
Le energie del
Paese siamo anche noi e le parole di
Papa
Ratzinger ci interpellano, sottolineano cioè la necessità per i
cattolici di essere decisi a spendere le nostre energie per il Paese.
Bene Comune,
infatti, non significa solo sentirsi realizzati nell’aver prodotto
fatturato, beni e servizi. Il nostro lavoro è nulla se non riesce a
produrre condizioni sociali migliori per tutti. Solo quella azienda
che tratta bene i propri dipendenti, considerandoli non banale forza
lavoro, ma come collaboratori preziosi, ognuno con una
specializzazione capace di migliorare il prodotto finale. Solo quella
azienda che riesce a valorizzare le capacità di ognuno, senza
spersonalizzare i lavoratori in masse, allora può essere capace di
produrre il Bene Comune.
Un’azienda che
umanizza il lavoro, che reinveste anche nel sociale, che aiuta le
famiglie (che in definitiva sono il Paese) a crescere e con esse a
migliorare le condizioni di vita per tutti. Allargare il benessere al
più ampio numero di persone possibile, non solo come potere di
acquisto o capacità economiche, ma anche e soprattutto come
testimonianza di valori, ci permette di rappresentare quelle energie
che il Papa chiede per la crescita culturale e morale italiana.
Le parole di
Benedetto XVI sono un monito per tutti noi. L’emergenza è sotto gli
occhi di tutti e non è una mera questione ideologica è anche una
questione economica e sociale. Vorrei ricordarvi Papa Giovanni Paolo
II e la sua Centesimus annus: << Se il capitalismo così com’è non va
deve essere riformato>>; ma diciamolo una volta per tutte, il sistema
migliore per eccellenza è solo una utopia, semmai dobbiamo guardare
al Capitalismo nell’eccezione
di una opportunità per gli imprenditori cristiani. Abbiamo cioè il
diritto ed il dovere di servircene come uno strumento di miglioramento
della società tutta, specialmente nell’era della globalizzazione,
dobbiamo testimoniare anche così la nostra identità di imprenditori
cristiani.
Anche questo tema
tocca la nostra discussione, “globalizzazione” non significa solo
economia, ma anche costumi, pensiero, incontro
di civiltà e
religioni.
La famiglia non
resta indenne estranea a questo fenomeno. Ora non è facile pensare di
dire no alla globalizzazione, semmai abbiamo il dovere di entrare in
questo grande movimento per testimoniare i nostri valori.
La famiglia ha
bisogno di valori certi, perché mentre tutto si globalizza,
culturalmente ed economicamente si rischia di calpestarla umiliandola
sotto modelli uniformanti che non sempre sono in grado di rispettare
le differenze dei singoli.
La
straordinarietà del messaggio cristiano è un rapporto diretto
“uomo-Dio” mediato dallo Spirito Santo, e se Dio ci da del
“TU”, vuol
dire che conosce le nostre differenze e peculiarità, a maggior ragione
la famiglia va tutelata rispettando le sue peculiarità ed esigenze.
Tocca a noi non vedere la famiglia solo come nuclei di consumatori, ma
come un cuore pulsante che chiede il nostro appoggio, il nostro lavoro
per poter crescere; la famiglia ci chiede di essere bastone dello
sviluppo, produttori di speranza, abbiamo il dovere di dare questo
nostro contributo, altrimenti non siamo più imprenditori cristiani,
siamo un’altra cosa.
La sfida dunque è
lanciata, tocca a noi raccoglierla.
Lascio la parola
ad amici e relatori, con un ultimo augurio “Crescere Crescere Crescere
nei nostri orizzonti e traguardi cristiani”.
Grazie a tutti.
·
Avv. Amedeo Nigra
Allora, grazie al
Presidente Bozzetti, complimenti per l’ottima introduzione.
Grazie a tutti di
essere intervenuti. Grazie ai membri della “Commissione Cultura”, ai
Presidenti delle varie sezioni che hanno concorso al nostro lavoro.
Una piccola
segnalazione, chi vuole fermarsi a pranzo potrà lasciare l’avviso in
segreteria, appunto prenotando; alle 11.00 faremo un coffe break.
Adesso do,
senz’altro, la parola a Monsignor Stucchi, avvisando che dovremmo
cercare di stare in 10 minuti per intervento per poter fare 2
interventi, per dare spazio a qualche domanda ed anche perché la c.d.
“curva dell’attenzione” richiede interventi brevi e coincisi.
Noi, come
“Commissione Cultura”, porremo poi su internet questo convegno, come
lo sono stati gli altri, in modo che sarà possibile consultare più
ampliamente e risentire e rileggere quello che verrà detto oggi.
Il nostro
obiettivo è quello di essere il contrario del relativismo, cercare di
fare dei flash che diano della luce su alcuni argomenti tra cui c’è,
ora, la famiglia.
Do, quindi, la
parola a Monsignor Stucchi.
·
Monsignor Stucchi
Grazie.
La parola che
viene data, penso, sia solo per un saluto, un saluto che faccio con
tutto il cuore e molto cordialmente; non è il saluto del padrone di
casa, come si è detto prima, ma di uno a cui è affidato un bene, il
bene è questo complesso di “Villa Cagnola” di cui si deve rispondere,
forse è questo il titolo vero di ogni padrone. Ha in mano un bene,
dispone di un bene, gli hanno affidato un bene, egli stesso lo può
incrementare, anzi è chiamato a farlo, ma per poter rispondere,
attraverso i beni che passano nelle sue mani, per un bene più grande.
È giusto così?
chiedo agli esperti qui.
Allora io mi
sento come colui che serve, facendo si che questo bene, che
è Villa
Cagnola
possa servire ad un bene più grande.
Ecco, quindi,
sono onorato di potervi accogliere a “Villa Cagnola” per l’importante
e significativo Convegno che avete programmato come UCID, a cui
stiamo, ora, tutti partecipando.
Già la parola che
mi ha preceduto ha offerto molti spunti a questo riguardo.
Villa Cagnola è
da sempre luogo di confronto ed approfondimento per problemi di
attualità.
Alla luce dei
valori essenziali che caratterizzano la nostra
presenza nella società, come presenza ispirata e motivata dal Vangelo
e dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
Le citazioni che
abbiamo ascoltato ci confermano questo.
Il Convegno di
oggi si iscrive, quindi, o nel più forte ed incisivo servizio dei
cattolici alle trasformazioni che anche nel nostro tempo
registriamo
e vogliamo
vivere non passivamente, ma come protagonisti responsabili, originali
per il bene di tutti.
Il Vostro
Convegno, la Vostra presenza danno onore a questa istituzione che ho
la responsabilità di presiedere e confermano, e vi sono molto grato
anche per questo, le intenzioni dello stesso donatore di questa
stupenda realtà alla Santa Sede per una elaborazione culturale senza
la quale non potremmo incidere sui processi in atto.
L’orizzonte del
lavoro culturale è molto ampio nelle intenzioni del donatore e noi
stiamo cercando di rilanciare tutte le possibilità, e siamo grati a
voi anche per questo.
L’esperienza e la
competenza dei relatori invitati - che saluto uno ad uno con stima e
gratitudine e che tra poco ascolteremo con attenzione - danno
garanzia della qualità dello svolgimento del tema e del dibattito; ma,
mi sia concesso, salutandovi e ringraziandovi, di sottolineare anche
da parte mia il nesso profondo ed ineliminabile tra i tre riferimenti
indicati e già di per se ordinati, messi uno in relazione all’altro e
tutti insieme dentro quello che poi è il “Bene Comune”.
Bene Comune che
non solo dobbiamo costruire, ma ci accoglie e
ci tiene
dentro tutti,
ci fa stare dentro tutti molto bene, “Impresa la Famiglia
e Bene
Comune”, con la precisa e puntuale specificazione del ruolo della
famiglia, soggetto originario ed originale nell’ambito sociale e non
solo nell’ambito privato. Famiglia come passaggio e via indispensabile
ed arricchente proprio in vista del Bene Comune.
L’ordine
indicato prima era proprio di questo tipo (mi pare se ho capito
bene..).
Se il Bene Comune
è la sintesi ed insieme il criterio, la misura, la prospettiva,
l’ancora di valutazione della stessa bontà dei processi e delle
dinamiche sociali, come potrebbe essere raggiunto o progressivamente
realizzato penalizzando, compromettendo o addirittura abbattendo
proprio il primo fondamentale nativo, il soggetto ed orizzonte
relazionale della vita, della formazione della persona, massimo
capitale per ogni investimento, che è, evidentemente, la famiglia.
La famiglia in
cui sono riposti i valori fondamentali di “amore e vita”, speranza di
quel futuro già progettato.
Nella misura in
cui si privilegiasse l’opposto, e purtroppo per tanti motivi avviene,
si sarebbe costretti a guardare al ribasso, molto al ribasso il valore
e la dignità di ogni persona, perdendo già così il primo capitale in
gioco il “capitale umano”.
Nuove leggi e
nuovi meccanismi corrispondenti a questa “riduttiva logica” ne
mangerebbero, a breve, altrettanto capitale umano.
Ma,
questi processi non sono già in atto? non sono
processi da temere che accadano. Lo stesso coraggio dell’Impresa non
andrebbe misurato solo a livello di risultati quantitativi (quanto
cerca di realizzare ogni giorno)?.
Anche qui, quanto
e quale capitale umano già perso o già compromesso?
La conflittualità
ne esce esasperata, le diversità diventano conflittuali ed a loro
volta spingono all’individualismo che non corrisponde a quella
capacità di Dio di dare del “TU” a ciascuno; questo è tutt’altro,
perché dare
del “Tu” a ciascuno (essendo, poi, impossibile entrare direttamente
in relazione solo con Dio) ci mette nelle condizioni di relazionarci
umanamente e solidaristicamente, anzi con il suo stesso amore, anche
tra noi.
E, la famiglia,
ritorna in primo piano come scuola di vita; e, proprio come scuola di
coraggio di una impresa, di un lavoro, di un impegno nella società.
Una direzione di marcia e di valutazione dei problemi che pure ci sono
e sono complessi, che allontana o avvicina al Bene Comune, secondo che
si assume un criterio di priorità o lo si trascura.
Non mi resta che
augurare, dopo essermi permesso queste annotazioni al fine di
condividere il vostro lavoro e le vostre riflessioni, buon lavoro
ringraziando ancora. Questo Convegno ci ha già dato molti spunti e
continuerà a darcene, ascoltiamo quindi i nostri relatori.
Grazie davvero.
·
Avv. Amedeo Nigra
Grazie Monsignor
Stucchi, adesso do la parola al Vescovo di Aosta, che mi ricorda di
quando facevo l’Alpino, adesso purtroppo non c’è più neanche la
caserma.
·
Monsignor Anfossi,
Vescovo di Aosta
Grazie a tutti
Voi del Gruppo Regionale Lombardo dell’UCID che mi avete invitato.
Grazie a
Monsignor Stucchi che mi ha accolto così bene.
Complimenti per
aver messo questa tema all’ordine del giorno, perché nella cultura
contemporanea, anche quella imprenditoriale, sindacale, economica, la
direzione che ha presso questo Convegno, a partire dall’introduzione,
è un po’ contro corrente (mi sembra) .
Le fonti a cui
faccio riferimento sono il “Foro delle Associazioni Familiari” perché
è nato con me, (nel senso del tempo e della coincidenza), quando
lavoravo a Roma come direttore dell’Ufficio “CEI Pastorale Familiare”,
poiché l’ho seguito con un po’ di simpatia.
Un’altra fonte
sono, in particolare, i documenti della Conferenze Episcopale
Italiana, più precisamente un Convegno che si è tenuto il 10/02/2007,
intitolato, appunto, “Lavoro e Famiglia quale via di riconciliazione”.
Il convegno coincise con una esplosione di comunicazione mediale che
riguardava i DICO, perciò quasi non se ne parla sui giornali, anche
l’Avvenire è stato molto, molto sobrio.
Un’altra fonte è
qualche contributo della “Settimana Sociale”, devo dire, però, che non
ho ancora segnalate al punto da poterne parlare.
In particolare
due contributi, veramente molto profondi ed anche con promesse di
novità, quello della Professoressa Zamagni e quella del Professore
Donati.
I libri di Donati
sono anche oggetto di una mia lettura non sempre facile e non sempre,
da me, ben assimilati.
Voglio cominciare
con una nota personale: io tutti gli anni in Val d’Aosta organizzo dei
ritiri spirituali di tre giorni per gli sposi. Sono molto colpito
quando mi trovo dei fidanzati che non possono sposarsi perché uno
lavora a Milano e l’altro a Genova (o qualcosa del genere). Così
quando parlo ai giovani sposi del lavoro vedo che si misurano con
orari così diversi, spesso con luoghi di lavoro così distanti che
diventa davvero difficile conciliare insieme il loro lavoro con le
cure familiari, mettere al mondo dei figli; vedo che questo problema
si sta accentuando per i giovani laureati.
La seconda
annotazione, così di tipo introduttivo, è una Legge Regionale della
mia Valle la n. 44/1998 intitolata “Iniziative a favore della
famiglia”. L’art. 20 prevede un contributo finanziario fino all’80%
delle spese per progetti gestiti direttamente d famiglie associate,
riguardanti:
a) servizi si
assistenza a favore di anziani o di persone in situazioni di
disagio o/e persone ricoverate in case di riposo (noi le
chiamiamo micro comunità);
b) servizi di
natura educativa rivolti a minori, quali dopo scuola, organizzazione
del tempo libero.
Voi conoscete
gli oratori, una mia parrocchia ha potuto organizzare un quasi vero
oratorio perché un gruppo di famiglie si sono associate, ed
approfittando di questa legge hanno ottenuto questo adeguato
finanziamento; ma non è durato nel tempo e non ci sono al momento
altri gruppi familiari che vogliono approfittare di questo dettato
della legge.
Questa legge è
molto buona perché è il pubblico che lascia la gestione al privato o
comunque all’iniziativa di terzo settore.
Quindi in termini
ideali è un’ottima legge, qual è il punto debole? Che indurre le
famiglie ad associarsi, come la Chiesa propone e come le politiche
familiari suggeriscono (com’è giusto che avvenga), è difficile, ed è
difficile promuovere la decisione di associarsi, soprattutto a livelli
popolari.
La famiglia sarà
sempre trattata male, fino a quando essa non si associa. Perché
associarsi vuol dire anche elaborare valutazioni corrette.
La scuola ha un
pessimo rapporto con le famiglie anche per questa ragione.
Perché
l’interlocutore familiare non ha un luogo dove elaborare le proprie
proposte ; dove buttar fuori le proposte che non sono buone, e
costruire dignitosamente un ruolo di dialogo e di interlocutore
valido.
Fatte
queste due annotazioni, mi introduco un pochettino sul pensiero della
Chiesa.
Devo
dire che non sol la cultura politica, la cultura in particolare dei
partiti, non conosce le politiche sociali familiari;
le politiche familiari sono state giudicate molto negativamente in un
Convegno tenutosi a Bonn nel 1992, quando i 12 paesi membri
presentavano l’uno all’altro le proprie politiche familiari.
L’Italia è
definito un Paese di politiche familiari “implicite”, non avendo
neppure coscienza di stare facendo delle politiche familiari; ma devo
dire che anche la Chiesa, il mondo Cattolico italiano, anche la
borghesia cattolica impegnata a sinistra della Torino degli anni ’80
non conosceva, non aveva elaborato, un pensiero di politiche
familiari.
Quindi, le
politiche familiari sono recenti anche per il mondo Cattolico ed il
mondo della Pastorale.
Quindi, un mio
primo appello è che questa cultura, attingendo se è possibile dagli
altri Paesi Europei, si elabori possibilmente di più a partire dai
documenti della Chiesa.
Soltanto nel 1981
con la “familiaris consortio” noi ci troviamo di fronte ad una
elaborazione (proposta culturalmente valida) dell’opportunità e
necessità che il pensiero cattolico abbia un modello di politica
familiare.
La Carta dei
“Diritti della Famiglia” emanata dalla Santa Sede nel 1983, chiesta
dal “Familiaris consortio” nel 1981 e pubblicata nel 1983, contiene
delle elaborazioni un poco più puntuali di politica familiare, leggo
l’art. 9: <<Le famiglie hanno diritto di poter fare assegnamento su
una adeguata politica familiare da parte delle pubbliche autorità
nell’ambito giuridico economico, sociale e fiscale, senza
discriminazione di sorta.
a) Le famiglie
hanno diritto a condizioni economiche che assicurino loro un livello
di vita adeguato alla loro dignità e pieno sviluppo.
b) Le famiglie
hanno diritto a misure nell’ambito sociale che tengano conto dei
bisogni, specialmente nel caso di morte prematura di uno o entrambi i
genitori, di abbandono di uno dei coniugi, di incidente, di malattia,
di invalidità, di disoccupazione, ed ogni qual volta la famiglia debba
sostenere oneri
straordinari a favore dei suoi membri per ragioni di anzianità,
handicap, fisici, mentali, dell’educazione dei figli>>.
Piccola
parentesi, come Vescovo i casi di povertà più numerosi e più gravi che
arrivano alla mia parte sono donne che rimangono sole per diverse
ragioni, con un
figlio,
almeno,
a carico devono tenere la macchina,
l’alloggio. (La macchina perché è impossibile lavorare con gli orari …
che vengono offerti ad una donna non più giovane) che cerca lavoro,
soprattutto nelle mie valli. E’ impossibile tener lavoro, automobile e
alloggio … per due.
Si parla degli
anziani, l’art. 10 <<Le famiglie hanno diritto ad un ordine sociale
economico in cui l’organizzazione del lavoro permetta ai membri di
vivere insieme e non ostacoli l’unità, il benessere, la salute, la
stabilità delle famiglie, offrendo anche la possibilità di una sana
ricreazione>>.
Poi si parla
della remunerazione
del lavoro << che deve essere sufficiente per fondare e mantenere una
famiglia con dignità, sia mediante un conveniente salario chiamato
“salario familiare”>>. Ecco questa è una vecchia linea della Dottrina
sociale della Chiesa, mai
ascoltato e non so neppure se sia eventualmente valido, non possiamo
interrogarci
su questo.
Poi si parla di
“Assegni familiari e di remunerazione
del lavoro casalingo, “cioè
di uno dei genitori”.
Dovrebbe essere tale il salario da non obbligare le madri a lavorare
fuori casa con deperimento della vita familiare, specialmente
dell’educazione dei figli.
Il lavoro in casa
delle madri deve essere riconosciuto e rispettato per il suo valore
nei confronti della famiglia e della società.
Ecco,
posso aggiungere che la riflessione sul lavoro della donna,
credo,
che sia andato più avanti di quanto non dica questa documento sui
diritti e dovere della famiglia. Credo
che sia,
forse,
carente sotto questo profilo e bisognoso di un aggiornamento,
(credo io).
Altre
considerazioni che possono essere fatte a questo riguardo, sono altri
articoli che parlano del diritto/dovere della famiglia
di
associarsi, questo è un punto che si presenta molto delicato, ma anche
molto lento.
La cultura
italiana, soprattutto la cultura mediterranea, non è una cultura che
scelga l’associazionismo come valore. Gli italiani sono per i gruppi
primari, buone mangiate, bicchierate, pizze, ma l’associarsi nelle
linee, diciamo, del gruppo secondario dove è importante lo statuto e
ciò che deriva nello statuto,
trova degli ostacoli notevoli nella
cultura italiana.
Ed anche i nostri
preti o sono in sintonia con la cultura dominante e mediterranea
oppure fanno anche essi fatica a sostenere il diritto, il dovere , la
bellezza
che esprime i propri desideri, avanzare i propri diritti, battere i
pugni in una relazione con un interlocutore importante quale potrebbe
essere il sindacato.
Questo è un punto
decisivo in termini di voler far qualcosa di nuovo nel futuro, perché
se la famiglia non è un interlocutore come dire saggio, costruito in
modo tale da avanzare delle richieste sagge,
sia con il mondo del sindacato,
sia col mondo delle imprese, la famiglia sarà sempre in basso, sempre
un interlocutore debole e spezzato;
senza contare che una delle difficoltà maggiori che
incontriamo
oggi, soprattutto parlando con il sindacato è il rifiuto netto delle
politiche familiari, a partire da un principio che le “politiche
familiari” si possono accogliere soltanto se servono a ridistribuire
il reddito. Quindi questo è l’unico dato che premette di poter
interloquire con il sindacato.
Allora soltanto
una famiglia forte, e da noi è sufficiente quello che i documenti
della chiesa o gli articoli dicono, questo è un punto decisivo della
crescita del mondo cattolico e chi tratta con la famiglia deve
chiedere che la famiglia sia più dignitosamente rappresentata
attraverso lo strumento associativo.
·
VOCE
ESTERNA: potremmo spezzare l’intervento.
·
RIPRENDE
IL VESCOVO:
…Va bene,
aggiungerei soltanto questo.
Un’altra fonte di
documenti importanti della Chiesa per altro è già stata citata, è il
documento di Giovanni Paolo II: il “centisimus annus” dove il
riferimento sul wait fire, ma molto importante è anche questo perché
soltanto in un ripensamento del waitfire,
non marxista, con uno Stato troppo forte, non, come dire, anche
cresciuto
nel senso che promuove il livello intermedio della società civile o
terzo settore, ma che arrivi a
riconoscere anche dei soggetti come sono
quelli della famiglia.
Il documento dice
così << che lo Stato assistenziale provoca la perdita di energia umana
l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche
burocratiche più che da preoccupazioni di servire gli utenti, con
enorme crescita di spese>>.
Cioè uno Stato
che sembra il principio della sussidiarietà non osservato, quindi una
crescita enorme di burocrazia o perdita di valori, quali valori che
invece, anche la scuola inglese del waitfire,
aveva considerato importanti. Cioè che il cittadino ami la convinzione
delle opere di attitudine volontaristica e di generosità verso gli
altri.
·
PRENDE PAROLA L’AVV.
NIGRA:
Grazie
Eccellenza, chiedo scusa se ho interrotto il pensiero, ma ci
ritroveremo.
Chiederei adesso
di far intervenire il Dottor Locatelli, che ha una notevole esperienza
e spesso leggiamo i suoi ottimi interventi sul Sole 24 Ore,
generalmente di carattere culturale.
·
PRENDE PAROLA IL DOTTOR
LOCATELLI
Benissimo grazie.
Io vi ringrazio tutti. Devo fare un’osservazione personale: tornare a
Villa Cagnola
e come tornare, non dico bambino, ma giovanotto quando crescevamo e ci
formavamo e la Cagnola
insieme a San Salvatore di Erba erano i due poli dove andavamo ad
attingere un po’ di cultura, un po’ di modo di vivere e ci ha aiutato
molto, anche se forse queste fonti, non dico che si sono dissolte,
ma hanno meno attrazione, ci sono altre fonti che sono i giornali,
televisione, ma comunque grazie a Dio abbiamo avuto queste
possibilità, quindi tornare qui, e tornare in un certo senso a
riflettere su alcune riflessioni che hanno in un certo senso
accompagnato la mia generazione, la mia crescita in questa società
italiana e poi nella società più globalizzata in cui noi,
anche finalmente e provvidenzialmente , stiamo vivendo.
Il tema della
famiglia, io non posso ne
riesco, in un certo senso ad
avere un approccio (come
dire)
così istituzionale come sua Eccellenza, che evidentemente ha una serie
di documenti, anche se anche io mi rifaccio a tanti documenti tra cui
ho sentito parlare della “centisimus Anno”, ma che è estremamente
importante, proprio sul ruolo e sul rapporto tra impresa, imprenditore
e società, ed quindi anche dentro questo rapporto il ruolo della
famiglia.
E vorrei avere
più che altro un approccio così, chiamiamolo un po’
rozzo, da
persona che vive la realtà delle famiglie e la realtà di tutti i
giorni
rispetto a quello che è certamente la ricchezza dei nobili intenti e
di belle parole che è contenuta nei documenti, negli appelli ed anche
talvolta nelle leggi, per quanto non applicati e per quanto proprie di
una comunità particolarmente dotata di risorse, come quella
Valdostana. Non dimentichiamo anche questo aspetto. Se poi anche lì,
dove ci sono le risorse,
non vengono utilizzate certamente questo dimostra le difficoltà delle
leggi, anche delle migliori, ad essere poi attuate ed interpretate non
sempre per colpa del legislatore, ma anche per colpa delle società che
è distratta da altri comportamenti.
Ora il problema
della famiglia, io mi rifarò, ad una lettura che è di ieri, proprio
perché il Cardinal Martino ogni tanto ci regala qualche pugno nello
stomaco, come quello che abbiamo letto ieri sul Corriere. Lui parla
della fatica della fede, la fatica di credere che è la nostra
esperienza di tutti i gironi. Perché se ce l’avessimo già bella fatta
e confezionata forse non avremmo bisogno neanche della Chiesa, a
questo punto ci arrangeremmo da soli, ma se abbiamo bisogno come
società, come corpo “mistico”, è ancora giusta questa espressione,
vale a dire che unisce persone che ancora cercano faticosamente di
vivere assieme questa realtà della fede.
Ed io credo che
lo stesso concetto di bene comune sia una fatica quotidiana. A parte
il tono un po’ obsoleto di “Bene
Comune”,
nessuno più lo cita forse viene meglio solo come tema, ma ripeto
quando venivano alla Cagnola
o andavano a San
Salvatore,
il
Bene
Comune era uno dei punti di riferimento ricorrente.
Oggi si sente meno, forse anche perché
come tante cose che vengono rifiutate è una realtà faticosa. La fatica
di capire e realizzare una qualche cosa che è
“Bene
Comune”
mentre dentro di noi -
come dice Martini
- c’è
sempre qualcuno che dice <<perché non pensi a te?. Perché non pensi ai
tuoi interessi agli interessi della tua impresa, della tua famiglia,
del tuo mondo. Questo bene comune cos’è?>> E allora è una fatica e una
conquista di tutti i giorni.
Ed è una fatica
particolarmente, in un certo senso, rischiosa perché oggi secondo il
modo di vedere la famiglia è al di la delle, come dire, polemiche o
delle osservazioni di tipo ideologico – culturale che legano la
famiglia come noi la concepiamo. Addirittura negando il concetto di
famiglia come luogo in cui si vive e si cresce un sacramento
nell’unione delle persone. Ecco aldilà di questo è una realtà che ha
deciso il modo stesso di vivere di essere famiglia, perché quando
vengono alle porte del Vescovo dei casi in cui dei giovani non possono
per tanti motivi, perché le città sono così, perché il modo è fatto
così e non si può più stare insieme , non posso quando lo si vorrebbe
oppure si deve stare insieme anche quando non si dovrebbe. Pensavo a
tanti figli che rimangono in casa oltre una ragionevole permanenza.
Ecco tutto questo, secondo me ha
distrutto proprio la condizione primaria,
e quasi fisica del vivere, come famiglia, e del “confrontarci” e del
“crescere” nelle famiglie.
Questa
distruzione -
uso questa parola non so se è corretta, ma mi pare che possa esprimere
il concetto stesso -
“fisica” del concetto e della realtà della famiglia è qualche cosa che
ci
impone a maggior ragione la fatica di costruire una famiglia in cui
dimensione che non è semplicemente fisica, ma che è diciamo così
culturale, e oltre che culturale, per noi in particolare come
credenti, è qualche cosa che vive dentro di noi, vive nel rapporto,
con le persone che ci stanno accanto.
Questo è il primo
concetto, secondo me, di famiglia.
Solo se si
riesce, ed in un certo senso questa è la fatica, (oltre a quella di
credere tutti i giorni, che è un’altra grande fatica)
a costruire
la Famiglia finalizzata
ad un certo Bene Comune, allora magari è più facile
riscoprire
la possibilità o
il dovere o anche la bellezza di stare insieme, di collaborare quindi
di servire. In questo senso è possibile costruire nella famiglia un
percorso. Pensiamo ad esempio alla
famiglia di un
imprenditore o di un grande, medio, piccolo
dirigente di azienda, che dedica questo suo
“valore
familiare”
ad un percorso o crescita di Bene Comune.
La famiglia deve,
secondo me, anche al di là della sua consistenza fisica fatta di
luoghi o di persone di ricorsi,
essere preservata come valore al di là della firma. Perché poi le
forme nella legge possono essere le più varie, possono essere più
rispondenti ad una visione laica che non dobbiamo ostacolare, ma
semmai servire con i nostri valori; la famiglia deve diventare un
concetto. Quindi la famiglia distrutta fisicamente viene salvata,
viene vissuta e valorizzata ai fini del
Bene Comune
come valore, come realtà spirituale, o come dicevo prima, culturale o
di una armonia di carattere
generale.
Devo dire anche
che, (ed
ho finito),
in questa “fatica”
oggi di salvare la famiglia ci sono, purtroppo, tanti esempi negativi
rispetto al ruolo ed al valore della
famiglia.
Lasciamo stare le finte famiglie o le ostentate famiglie che sono
proprie ormai di una comunicazione, ma anche nelle famiglie, diciamo
così, dove ci potrebbe essere o dovrebbe essere più incardinato il
valore dell’esempio per il Bene Comune, purtroppo, si assiste a
comportamenti che sono di una (o
la chiamo)
immoralità o di una mancanza di lucidità. Parlo soprattutto di
famiglie di
una società come al nostra (forse
in altre zone è diverso) dove
si sta
diffondendo facilmente anche questa cultura, questa continua, secondo
me, ostentazione
di possedere, di avere, di acquistare, di spendere, è un’
ostentazione
che sta diventando…..(CAMBIA DISCORSO).
Noi viviamo in
città, a Milano, e vediamo delle continue e quotidiane
orrende,
(almeno
dal mio punto di vista),
ostentazioni di possibilità,
di ricchezza. Con un difetto, guardate, che sono ostentazioni prive di
cultura. Capita, è capitato a tutti, di vivere o visitare contesti
come la società americana dove c’è ostentazione, c’è la ricchezza, ma
in un certo senso non è fatta con quella regolarità di come è fatta
nella nostra società, perché trova tanti modi di esprimersi sotto
forme di solidarietà o anche di Bene Comune, che anche diverso dal
nostro concetto di Bene Comune, ma che è un Bene comune inteso come la
possibilità per tutti di avere la stessa cosa, di avere le stesse
opportunità.
Il problema del
bene Comune, non è solo una disponibilità di risorse di beni ecc., ma
anche una disponibilità di opportunità. E allora entriamo nelle
scuole, entriamo nel lavoro, perché sono le opportunità che creano,
non la distribuzione o la legislazione formalmente distributive di
certe risorse, che prima di essere distribuite vanno create. In questo
senso secondo me.
E poi soprattutto
io vedo una avidità assolutamente fuori regola. Adesso io, per l’amor
di Dio, non dico che è colpa dell’euro, anzi dico: “Grazie a Dio che
abbiamo l’euro”; però questo 28 e
un po’ di zeri, da
l’impressione a tutti di essere,
di guadagnare, come vedo spesso sui
giornali due o tre milioni;
così, un manager che guadagna meno di 2-3 milioni l’anno non ha senso.
Un imprenditore che non ostenta “redditi”
non ha senso. Sappiamo che dietro a questi ci sono i miliardi, ci sono
i miliardi di quanto spendere un milione per me era una cosa, adesso
500,00 euro non sono niente.
Lo sto dicendo perché questi due concetti: di un’ostentazione senza
cultura e di una avidità senza motivazione (che comporta anche se è un
premio o un buon lavoro anche la non premiava il lavoro malfatto),
questi due elementi non ci aiutano a costruire quel Bene Comune che
attraverso la famiglia deve essere in un certo senso la preoccupazione
di tutti noi.
Non voglio
perdere altro tempo, ma volevo solo portare, se è possibile a questo
contributo e se mai riprende anche sulle osservazione di altri,
queste chiamiamole difficoltà questa nostra sofferenza oggi di
testimoniare dei interpretare se vogliamo, ed anche di convincersi che
sia la strada più solida, questa cultura che ci ha fatto crescere nel
concetto della famiglia, prima di tutto come un valore, nel concetto
della famiglia come una realtà non semplicemente materiale o fisica,
ma come qualche cosa che serva poi al Bene
Comune.
Dentro alle famiglie c’è,
poi,
il rispetto delle persone, intendiamoci, perché nelle famiglie tanti
volti e
specialmente parlo di tante famiglie imprenditoriali, non c’è il
rispetto della persona. Perché si
disgregano? Perché il primo rispetto
della persona è quello di lasciar i figli o credere che i figli
possano e debbano fare
quella che è la loro scelta e non quella che viene imposta dalla
struttura della famiglia. Cioè il mondo, la vita nostra è fatta di
tante cose difficile, quindi anche questo concetto delle famiglie, se
la famiglia è un valore si ha anche il rispetto della persona che è
nella famiglia,
oltre che delle persone che sono fuori, nella
società.
Scusate io ho
solo pasticciato un po’ delle idee, ma forse mi ha tradito anche
l’emozione di essere tornato a Gazzada, ma anche la possibilità devo
dire di riflettere e qualche volta e non sempre avviene, su quella,
ripeto, che è la fatica di conquistare giorno per giorno una
motivazione, conquistarla dentro la famiglia per costruire un bene che
sia di tutti.
·
PRENDE LA PAROLA L’AVV.
NIGRA
Grazie Dottor
Locatelli, direi che è il contrario di una cosa confusa.
Io ricordo anche
un suo bellissimo articolo sul Sole 24 Ore in cui si diceva che la <<…
perdita della classe dirigente risale al ‘68>> probabilmente anche al
‘68 di
cui ricorre il quarantennio l’anno prossimo, risale anche la crisi
della famiglia.
Direi che se non
ci sono ostacoli di fare il nostro caffè - break.
Grazie, ci
vediamo dopo.
·
LA REGISTRAZIONE INIZIA
SUBITO CON LA VOCE DEL PRESIDENTE “BOZZETTI”.
…Lombardo ha un
sito internet e tutti gli atti di questo Convegno,
ditelo a chi non è venuto
quindi ditelo agli amici, potrà vederlo su questo sito. Per chi vuole
prendere nota il sito è
www.ucidlombardia.com, quindi è semplice e
facile, quindi noi dobbiamo ringraziare chi l’ha ideato che è sempre
il nostro amico Nigra, ed è per questo che l’ho detto io perché lui
non lo voleva dire.
Cioè, quindi lo
ringraziamo, abbiamo iniziato così con molta semplicità piano piano
miglioreremo. Grazie.
·
PRENDE LA PAROLA L’AVV.
NIGRA
Grazie
presidente, chiunque volesse intervenire e mandare interventi il sito
… si tratta di un sito essenziale quindi solamente contiene dei
dattilo essenziali sulle attività dell’Ucid Lombardia, contiene alcuni
interventi.
Recentemente
abbiamo messo on-line l’intervento del dottor Petrolio di Como e c’è
anche il glossario dei pensieri dove noi cercheremo sempre di
alimentare, mettere delle piccole sintesi su ciò che riguarda la
nostra cultura.
·
INTERVENTO SPONTANEO DEL
PRESIDENTE BOZZETTI
Scusate ma è una
chicca.
Monsignor Stucchi
mi dice che la Ucid, e quindi devo immaginare la Ucid, ante Unione
Cristiana Imprenditori e Dirigenti, che era Unione cattolici
Imprenditori e Dirigenti, perché così era nata nel ’45 la Ucid già nel
’46 ha inaugurato praticamente questa Villa Gagnola, proprio con un
Convegno.
·
INTERVIENE MONSIGNOR
STUCCHI
Si, primo
convegno assoluto.
Dopo se sono
seguiti tanti altri, di altri tipi di altri soggetti, ma le ho
ricordato Don Adriano nella pausa.
·
INTERVIENE AVV. NIGRA
Bene, allora la
parola alla professoressa Zamagni.
·
PRENDE PAROLA LA PROF.
SSA ZAMAGNI
Innanzitutto
grazie dell’invito, dico molto brevemente che è da molti anni che
collaboro
con la CEI sul versante dei problemi dell’impresa e della famiglia dei
rapporti tra impresa e famiglia soprattutto da una visuale femminile
ed adesso abbiamo, recentemente, pubblicato questo volume a cura di
Don Paolo Tarchi e Michele Colasanti, “Il genio femminile e l’impresa”
che da conto di tutta questa elaborazione che abbiamo fatto, in cui
c’è anche un mio saggio intitolato “Donne nel lavoro” un manifesto per
donne imprenditrici. Tanto
per dirsi il perché io sono qua, dato che
mi occupo di problemi
economici
sociali perché,
poi sono inerenti a
questo particolare tema.
Ho anche
partecipato al Convegno, che sia eccellente diceva, che è stato fatto
sulla famiglia nel Febbraio 2007, appunto con una relazione che al
momento non è ancora pubblicata.
Nel poco tempo
che ho a disposizione cercherò di concentrarmi sul punto che è il
seguente: “quando si pensa alla famiglia, si pensa appunto a tante
questioni di valore ecc. e etanet
questioni di valore ecc.i pensa aappunto concentrarmi sul punto che è
il seguente: "a nel febbraio 2007, mo, recentementcc. Quello
che viene spesso sottolineato è l’aspetto della
“stabilità”.
Cioè non esiste una famiglia senza stabilità. Nel caso della
Chiesa,
poi, questa stabilità è totale perché è pensata appunto, come
irrevocabile, irreversibile quell’accordo che si fa per costruire una
famiglia. Ma in linea
generale
non c’è famiglia senza stabilità perché nelle attività proprie che la
famiglia deve svolgere ci vuole,
è necessaria questa stabilità. Pensiamo all’investimento nel capitale
umano. E’ stato detto da altri che uno dei compiti fondamentali delle
famiglie è l’investimento in
capitale
umano,
in primo luogo per mettere al mondo dei figli, perché se nessuno li
mette al mondo allora non c’è proprio il capitale umano, non comincia
nemmeno, e poi ovviamente anche nell’educarli. Non esiste la
possibilità di costruire una personalità senza personalità e senza
continuità. Questo è sotto gli occhi di tutti, ma pensiamo al tema:
“quando ci si sposa dici nella buona e nella cattiva sorte”, ed allora
appunto nel tempo. La
famiglia è una specie di assicurazione, la migliore assicurazione
possibile di tutte le evenienze della vita per cui si ha un posto
sicuro a cui riferirsi.
Ma l’assicurazione, è una cosa di lungo periodo, provate a fare
un’assicurazione per un mese, non ve la firma nessuno, perché la buona
e cattiva sorte, devono essere bilanciate. Pensiamo ai
“Beni
Relazionali”,
molto importante capire che la famiglia è alla base, proprio, di
quelli che oggi vanno sotto il nome di beni relazioni; ormai sono
studiati ampiamente dagli economisti che ormai si sono resi conto che
esiste anche questa categoria di beni.
La
“relazione”
è una cosa che si coltiva con il tempo non è che uno in un giorno e
basta e dice:
“quella è una relazione”, che razza di relazione sarà! La relazione ha
sempre un orizzonte temporale diventa più schietto e più significativo
quanto più l’orizzonte temporale è lungo.
Chiediamoci
l’implicazione di tutto questo, qual è oggi l’emergenza? L’emergenza è
che,
invece, la famiglia è scivolata all’interno della categoria dei Beni
di Consumo, e scivolando in quella categoria nega, propriamente questa
stabilità. Infatti, se voi pensate ad un bene di consumo, pensate
subito a delle preferenze e le preferenze per loro natura sono
mutabili, oggi mi piace quel paio di scarpe domani non mi piace più,
cosa faccio butto via quello vecchio e ne prendo un altro,
e
sostituisco quello precedente, perché le preferenze sono per loro
natura instabili.
Ma le relazioni
di scambio dei mercati, che sono proprie
dei beni di consumo, sono relazioni di scambio momentanee concluse
semplicemente con quel tipo di azione e poi ne venivano delle altre.
Se vado a comprare la bistecca dal macellaio non devo fare una
relazione di lungo periodo con il macellaio, niente affatto comprerò
la bistecca, buona notte, vado a casa a mangiarmela ed amen, poi il
girono dopo vado in un altro macellaio, ci mancherebbe!
E dunque, anche
da questo punto di vista si ha un tipo di azione che è diversa da
quella della famiglia. In più, io non mi impegno con i prodotti di
consumo, a mutare o multare che si va a cambiare il prodotto comprato
se non va bene lo metterà da parte e se si rompe lo farà aggiustare.
Comunque non si può investire su un prodotto di consumo, non ha senso,
lo uso e basta!
Mentre, invece, è
chiaro che nelle relazioni, di lungo periodo c’è sempre coinvolto un
investimento cui andarci attorno… (124-fine lato A)
… Appunto, la mia
famiglia e su tutto ciò che ha la stabilità nel tempo.
Invece sui prodotti di consumo proprio non mi impegno
siamo deresponsabilizzati completamente, “se non va lo cambio”, quello
che è il concetto del prodotto di consumo.
Questa è
l’emergenza che dobbiamo affrontare perché la società oggi si è
trasferita da una centralità delle produzioni ad una centralità di
consumo e questo è dovuto proprio alla ricchezza che è propria nella
nostra società. Ormai è una tale abbondanza di produzione ad una tale
abbondanza di reddito che, appunto, c’è questo vastissimo mondo nel
consumo, una qualche cosa che una volta non c’era.
Era più facile
una volta avere la dimensione della famiglia perché c’era molto meno
spazio per i beni di consumo, dunque un vestito si teneva per anni e
anni, si rivoltava si aggiustava, si faceva per il figlio e , persino,
il prodotto di consumo aveva quella lunghezza di tempo, stabilità che
poteva, appunto, suggerire la dimensione che è propria della famiglia,
cioè la stabilità. Mentre invece, oggi non è più così, nessuno
aggiusta più nulla, si butta via tutto e questa è la mentalità.
Prendiamo atto
che questo è in effetti il problema che dobbiamo affrontare. E qual è
l’altro aspetto, (e
finisco con questo),
poi se mi sarà dato altro po’ di tempo dirò come si può affrontare il
problema. Qual è altro aspetto che al momento ci rende difficile
intervenire per fondare e sostenere la validità della famiglia.
Il C.D. card in
out., in inglese ma la traduco subito, card in out, significa,
“spiazzamento”,
cioè siccome ha così tanto desiderio
(lo diceva
il Dott.
Locatelli, prima)
di “acquisizione” e allora tempi lunghissimi di lavoro perché bisogna
sempre più diventare ricchi.
Siccome poi,
dopo quando si è ricchi si hanno un sacco di
soldi a disposizione, allora di
tutto il tempo che resta bisogna
consumare ed andare in giro ad acquistare. Alla fine tra la produzione
e il consumo non resta più niente, non c’è più tempo. Il tempo per
qualcos’altro che non sia più produrre o consumare, appunto non c’è
più, e tutto il resto viene fatto “Cardin out”,
cioè spiazzato dal tempo che si dedica a
quelle due attività.
Il vangelo dice:
<<E’ più facile per un cammello passare per la
cruna del
lago
che per il ricco andare nel regno dei cieli>>. E qual è il motivo, il
motivo è questo: “I ricchi non hanno tempo di andare nel regno dei
cieli”, siccome si devono dedicare a tutte queste altre attività, non
hanno tempo!
Il Vangelo è
pieno di altri esempi di questo genere. Quando il ricco va da
Gesù a
chiedergli cosa devo fare per vivere bene, Gesù gli dice: “Seguire le
regole” quello risponde “le seguo già”, allora Gesù dice “vendi tutti
i tuoi beni e dalli ai poveri” e quello risponde “ no, e se ne va a
casa, con la cosa tra le gambe.
Ma non è un
problema di ricchezza in se, ma è un problema di tempo che viene
destinato a questo scopo.
Il mercato è
diventato così invadente, tempi di lavoro, tempi di acquisto, tempi di
consumo, che non lascia spazio ad altro. Finisco con un paradosso: Ci
sono tante richieste oggi, e molti economisti si applicano
propriamente a questo, per vedere se gli uomini più ricchi sono più
felici. C’è un mucchio nel mondo di queste richieste che
inesorabilmente dimostrano che: fino ad un certo punto uno più
acquisisce reddito più è felice, poi si arriva ad un plateaux e dopo
va giù dall’altra parte più si acquisisce reddito e meno si è felici.
Allora, domanda
fatta dagli intervistatori. Perché?
Risposta
inevitabile di questi soggetti, migliaia di soggetti di posti diversi,
di nazioni diverse: “Non ho tempo per la famiglia, non ho tempo per
gli amici, non ho tempo per coltivare un po’ di cultura, non ho tempo
per andare a teatro, in chiesa”.
Paradosso dei
paradossi, se la felicità richiede un tempo per queste attività però
non gli si lascia nessun tempo, allora ci si domanda veramente, se c’è
razionalità nelle decisioni delle persone.
I miei amici
economisti, basano normalmente i loro modelli su canoni di razionalità
tanto di cappello sulla razionalità che le persone hanno nel mettere
in fila le loro priorità, lottano
se i risultati sono inevitabilmente questi.
E mi fermo qui.
·
PRENDE LA PAROLA L’AVV.
NIGRA
Grazie
professoressa per la sua incisività ed avremmo modo di tornare, perché
adesso dopo il Dottor Figini faremo un’altra tornata di interventi,
dirittamente proporzionale alla distanza degli interlocutori. Quindi
chi è più lontano avrà più diritto di parola. Quindi do senz’altro, la
parola al dottor Figini che è gentilmente intervenuto dalla vicina
Como, essendo presidente di un’associazione interamente dedicata alla
famiglia, l’associazione Cometa.
·
PRENDE LA PAROLA IL DOTTOR FIGINI.
Vi ringrazio
innanzitutto per l’invito, ecco mi
è stato chiesto di raccontare in 10 minuti un’esperienza che come
dire, sopportasse le analisi precise ascoltate nelle relazioni di
questa mattina.
Quindi sono
qui a
raccontarVi
di un’opera, più che di un’opera,
di una vita che mi sono trovato tra le mani e che è cominciata una
ventina di anni fa. Tutto era cominciato con la richiesta di affido di
un minore sieropositivo, che era stata fatta dalla famiglia di mio
fratello. In realtà tutto era incominciato 2 anni prima con l’incontro
con una persona di aver cambiato, convertito la nostra vita. Così che,
la nostra vita si era trasformata da un vagare nell’inesistenza, pieni
solo di pretese, ad un incominciare
a camminare pieni
di gioia per quella gratitudine che avremmo ricevuto.
Dicevo, la
richiesta fatta alla famiglia di mio fratello, siccome era un minore
sieropositivo tutti erano contrari
che arrivasse nella sua casa, per cui lui chiama me, noi allora
abitavamo ancora in appartamenti separati a Como ci si vedeva anche
poco. Io allora lavoravo in un Ospedale di Milano, dove c’era un
grosso centro di malattie infettive, mio fratello mi chiama e mi
chiede di informarmi su questo problema.
Nell’87 ancora
non era molto chiaro il discorso sieropositivi,
ma io capii che non era un grosso problema per i figli e allora
lui mi dice:
“se tu mi dai una mano
io direi di
si”.
Quella prima
esperienza durò un anno, e lasciò una traccia di bene, una traccia di
positivo sulla nostra vita. Ma al di là della risposta di quel
bambino, la cosa più importante fu che ci fece capire che la
possibilità di vivere in comunione con la famiglia di mio fratello era
un dono preziosissimo,
che ci aiutava ad essere fedeli a fa memori di quelle ragioni che ci
avevano cambiato la vita di alcuni anni prima.
Così nasce il
desiderio di poter ripetere un’esperienza come questa. Perché tutta
questa storia si gioca proprio tra i desideri risvegliati da questo
incontro e di
tentativi di risposta alle provocazioni della realtà.
Tra le
provocazioni c’era quella che io mi sono sposato tardi, adesso ho 7
figli, ne nasceva uno all’anno, non ci stavano più a casa, cercavano
una casa più grande, mio fratello doveva andare via dalla sua, e
troviamo una grande casa alla periferia di Como, che qualcuno di
voi fra l’
altro conosce,
dove andammo ad abitare. Non è che noi ci siamo messi lì a capire
teoricamente cosa volesse dire la parola comunione che avevamo come
capito, ma abbiamo deciso di andare ad abitare insieme proprio per
fare esperienza della comunione.
Perché solo
facendo esperienza che può esplodere la potenza di quello che stai
vivendo, insomma è solo l’esperienza che ti libera.
E così,
vivendo insieme è stata la realtà che ha
posto dei
punti in cui la comunione è diventata accogliente. Era come se vivendo
affondo la comunione,
l’espressione
vivente della comunione non fosse altro che
accoglienza.
E
capivamo
proprio che la comunione, come ci dicevano era la verità e l’unità
della nostra vita, che non nasceva da temperamenti simili,
(perché io e
mio fratello abbiamo temperamenti completamenti diversi),
ma nasceva dall’unità dei cuori.
E così nasce
l’accoglienza, l’accoglienza
innanzitutto di famiglia, perché il tema di questa mattina è la
famiglia, ed hanno incominciato a venire da noi, chi portando i loro
figli perché condividevano con
i nostri l’avventura della crescita,
chi
poneva questioni circa l’educazione dei figli.
E di queste
famiglie che avevamo incominciato a frequentare la nostra casa, due
hanno poi deciso di impegnarsi in modo più preciso e sono venute
abitare lì.
Ed adesso siamo diventate 4 famiglie che vivono in questa grande casa
in appartamenti separati, ma comunicanti ed i nostri 14 figli naturali
e 24 in affido residenziale. Così in ogni famiglia vivono 6 bambini in
affido.
E così siamo
quasi un cinquantina di persone e così abbiamo dovuto darci come una
regola, abbiamo dei momenti della giornata in cui viviamo insieme che
sono il pranzo, la cena, la recita del rosario la sera dopo cena con i
bambini. Poi la sera le famiglie, gli adulti,
si trovano nella cappellina.
Il nostro
ex Vescovo,
si chiamava Maggiolini,
ci ha lasciato il Santissimo e quindi c’è una piccola cappella in casa
e li
ci
troviamo la sera per la compieta e per discutere i problemi della
giornata.
E poi le famiglia
di quella rete di cui vi ho accennato prima sono cresciute, adesso
sono diventate più di 40 ed hanno cominciato anche loro a prendere in
affido dei bambini appoggiandosi alla realtà dell’Associazione Cometa.
Vengono
per i
servizi
che ci sono
da fare, ormai ci sono 150
Volontari
che girano attorno a questa storia, volontari che vengono
per aiutare i bambini a
fare i compiti per le attività sportive, per
tutti i bisogni che potete immaginare ci sono in una storia come
questa.
E così
hanno cominciato anche loro a prendere i bambini in affido e come se
venisse fuori , a me in modo sempre più chiaro, l’idea che la famiglia
da sola non c’è la fa più. E’ sempre più frequente che vengano
dei
genitori che ci portino i loro figli dicendo <<con tutto quello che
abbiamo fatto, con tutto lo sforzo educativo , questo è il frutto del
nostro sforzo educativo>>,
<<non c’è niente da fare, il mondo,
la televisione i giornali, insomma è troppo forte questa cosa, non ce
la facciamo>>. Se vai a fondo,
però,
capisci
che è la famiglia che non ha più certezze da proporre, è diventata
essa stessa televisiva. Certe volte l’educazione dei figli diventa
l’ostacolo più grosso, se per educazione intendo quello che a me è
capitato a me più che nella vita, uno che ti risvegli i desideri reali
del cuore, perché come l’altro giorno quando è venuto un genitore
dicendo:
<<non so più cosa fare>> e quando <<ripartiamo
dal cuore, dal desiderio di suo figlio>> e lui risponde << ma qui non
c’è nessun desiderio, non c’è nessuna risposta>>. E questo i figli non
te lo perdonano, non ti perdonano che tu neghi la possibilità di
risposta a quel desiderio di infinito che hanno dentro. Insomma,
dicevo, è come se la famiglia non ce la facesse più perché si fa di
tutto per impoverire quel rapporto tra genitori e figli. Per cui i
genitori stanno diventando, come è stato meglio detto prima, come
qualcosa che è stato strutturato solo per rispondere al bisogno dei
figli. E poi c’è qualcuno che stabilisce,
però, quali sono i bisogni veri e quelli non veri, e poi ti lasciano
la parte affettiva, sentimentale, per cui il figlio è tuo ecc.,
ma tu sei fatto solo per rispondere a
questo. Invece più vado avanti,
più capisco
che i figli hanno solo bisogno di vedere due adulti che
vadano
affondo della loro identità, che si impegnano nel compito affidato,
perché capiscano subito che il matrimonio non è un problema di dover
scegliere le donne della tua vita, il problema è quello “qualcuno ti
ha convocato lì con un compito preciso. Ecco,
voi capite bene che lavorare sulle famiglie come ha detto qualcuno
prima diventa un lavoro eterno,
vuol dire lavorare contro il potere,
perché il potere favorisce l’individualismo, quando sei da solo li
vengono i dubbi su tutto e ti fanno fare quello che vuoi. Quelle poche
volte che io vedo i genitori di
quei ragazzi che hanno provato le cose
più temibili, (qualche
famiglia c’è ancora),
vengono a trovarli, stanno da noi, capisco che l’unica possibilità
perché possano riprendere il “Gusto di essere genitore” e se
vedono un luogo cui venga vissuto semplicemente, senza niente di
eccezionale, il rapporto tra genitori e figli.
Ecco, adesso sono
passati 10 minuti, da questa storia è nato tanto, è nata
un’associazione, un ente di formazione, e adesso è venuto fuori un
sogno, che si
sta realizzando e che è un “Borgo”
che verrà costruito li vicino a noi, in
cui ci sarà la scuola, le famiglie, gli artigiani, la Chiesa, la
piazza.
Quel Borgo
di cui ci parlava quella persona che li aveva incontrato 20 anni fa,
lui diceva: <<non resterà più niente,
perché tra gli uomini tra un po’ d’anni sarà impossibile comunicare,
resteranno soltanto dei luoghi vedendo i quali
il desiderio possa risvegliarsi>>,
lui diceva:
<<un luogo, una costruzione dove l’incontro tra gli uomini testimoni
la certezza del Bene
Comune>>.
Ecco proprio perché quella certezza di Bene incontrata possa
raggiungere tutti è partita la costruzione di questo “borgo”, qualcosa
è già finanziato, qualcosa no, siamo qui a chiedere aiuto a tutti
ed anche
a voi come diceva il rag. Gentili.
·
PRENDE PAROLA AVV. AMEDEO
NIGRA
Bene, siamo al
secondo giro. Io vorrei raccomandare nei limiti del possibile, perché
ciascuno ha preparato il suo intervento, il tema che qui ci occupa che
è “Il tema dell’Impresa e della Famiglia”, sintetizzandolo
ulteriormente direi che dovremmo domandarci,
premesso che abbiamo visto che ci sono
delle difficoltà nella famiglia sia da un punto di vista legislativo,
culturale, che da un punto di vista dei consumi e delle inclinazioni
naturali che esistono attualmente nella nostra società. Parlare di
imprese significa parlare di fare, quindi in concreto per cambiare,
per migliorare, cosa bisogna fare? Perché l’impresa è un fare
organizzato, in modo particolarmente professionale, dicono le
definizioni giuridiche e dottrinali. Bene,
do in
particolare la parola al Vescovo Anfossi che fuori onda mi diceva una
grande verità, mi diceva (prima quando parlavamo) se ho capito bene:
<<Non si può tante volte fare una politica troppo a favore delle
famiglie perché la faceva il fascismo, e allora, se tu fai una
politica come quella ti accusano di essere fascista>> e quindi c’è una
specie di black-out su questo argomento.
Bene, darei la
parola su questo argomento, se è possibile, al Vescovo Anfossi.
·
PRENDE PAROLA IL VESCOVO
ANFOSSI
Commentavo quello
che avevo detto prima in due parole, perché in Italia non si può fare
politica familiare, perché:
1)
se tu aiuti la famiglia, aiuti la Chiesa, è stupido, è strano,
è in culturale, però è così;
2)
rievochi
una politica fascista; le
difficoltà della DC quando governava era anche questa;
3)
un’altra
ragione è dovuta al fatto che in Italia si pensa alla famiglia come
“l’acqua” o come “l’aria” come se
si produce da sola. Il sud, il meridione, i Veneti, le famiglie
lombarde, i piemontesi ecc. e dunque tutti prendono dalla famiglia,
usufruiscono del servizio della famiglia, ma nessuno la produce,
nessuno le restituisce utilità o possibilità di comporsi.
Poi ci sono altre
ragioni: c’è il marxismo con la sua filosofia, c’è anche il vecchio
liberalismo, il capitalismo che ha un suo modo di intendere la
famiglia e comunque la persona singola, individuale va aiutata, mai
aiutare il nucleo familiare, perché bisogna liberare la donna del
marito, i figli dai genitori, bisogna dare una libertà grande. In
questo momento uno studio fatto, pubblicato dal Mulino, di area non
cattolica, dice che le convivenze, le famiglie ricostruite saturano
moltissimo la concezione della libertà individuale, spinta anche con
capricci, e la parità uomo -
donna.
Siccome l’unione
fondata sul matrimonio non da
le stesse garanzie però questo “tipo
di matrimonio”
non si implica socialmente, non si lega, non aumenta il tasso di
impegno con l’altro. Se due persone mettono al mondo un bambino,
questo bambino che dice: <<Ma che fai, ti occupi di me? No?>> Posso
dire io:
la mia libertà
individuale non sarebbe mia, non sarei libero se fossi obbligato ad
occuparmi di te.
Questo vale per
la relazione uomo-donna.
Dunque il senso
di assumere responsabilità e di mantenerla nel tempo sta diminuendo.
Le donne soprattutto avanti negli anni pagano, pagano i figli,
diceva questa ricerca. Questo per dire che strategicamente io credo
che lavorare per le politiche familiare, a partire da una famiglia
attiva, che vogliamo con tutte quelle caratteristiche compresa la
stabilità (di
cui abbiamo parlato prima),
sia,
strategicamente che culturalmente,
molto molto importante, anche perché voi abbiate degli interlocutori.
Poi non so,
se due parola ancora…
Poi ancora su
questo dialogo “lavoro e famiglia” il modo cattolico ha già recuperato
un apprezzamento positivo del lavoro.
Certamente anche
le donne e gli uomini giovani di oggi,
fuori e
dentro la tradizione cattolica,
tengo molto al lavoro come attenuazione di se, come modo di stare al
mondo, conoscerlo ecc.
Quindi noi non
possiamo,
come uomini e donne del
mondo cattolico,
diminuire il
valore che si attribuisce al lavoro.
Così voglio dire
che la riconciliazione non può cadere
nell’ errore
di non dare stima al lavoro,
ma deve
partire dalla stima del lavoro, come fa
anche il
Concilio, come fa una lettura biblica
odierna,
contemporanea. Nessuno parla di castigo, ossia, io spero, io non ho
mai sentito dentro di me come un problema, ma
qualcuno ce
lo rimprovera.
Così non si può
ricondurre
il problema della riconciliazione “lavoro e famiglia” ad un problema
di donne, farne semplicemente farne semplicemente una questione di
pari
opportunità oppure di dare spazio alle donne. Non si deve
femminilizzare troppo, anche se essendo un problema deve avere il suo
spazio. Così può essere risolto solo in termine
“utilitaristico
o produttivistico”,
una concezione troppo lavorista.
Cioè,
così come si vive
oggi il lavoro,
le perone che vanno a lavorare non sono sposate, non sono mariti, non
sono mogli, non sono mamme, sono trattate come se non lo fossero, e
questo è insano ed
ingiusto. E’ proprio vero che la produzione
ne guadagna
dal fatto di non considerare
che la persona ha dei carichi familiari,
ha delle responsabilità educative?
Quindi la novità
è che l’impresa faccia del lavoro
scientifico, di studio che faccia delle
esperienze, e
che le esperienze vengano
prese in esame. Soprattutto, (ed
è ultima osservazione),
secondo me la
caratteristica
del mondo contemporaneo e proprio
“l’orientamento individualistico”;
ed anche
quali uomini politici cattolici si difendono quando tu gli dici: “Voi
non mantenete conto della famiglia”, ma
come risponde: “
se io mi occupo dei singoli membri della
famiglia dei deboli, non mi sto occupando della famiglia?” Questa
acquisizione non c’è nella maggior parte anche di
genitori e
di uomini politici di area cattolica. Cioè che la “famiglia come tale,
che va promossa”, e va sostenuta con delle politiche adeguate,
invece
questa mentalità individualistica è largamente condivisa; se poi si
aggiunge l’utilitarismo e la libertà individuale di cui parlavo prima,
come temi dominanti della nostra cultura, voi
vedete come
è quasi impopolare, e veramente cattolico, avere come obiettivo la
promozione del nucleo, e noi di una singole persona, di un uomo o di
una donna con figli.
Questo è un
discorso culturale, se non si fa
secondo me, se non lo si insegna nelle
facoltà teleologiche, perché non lo si insegna, non circola.
·
PRENDE PAROLA L’AVV.
NIGRA
Grazie
eccellenza, darei la parola al Dottor Locatelli
·
INTERVENTO DEL DOTTOR
LOCATELLI
Ma, io credo che
un punto su cui (discorso non completato)
Mi ha molto fatto
riflettere l’accenno della
Prof.ssa Zamagni su questo elemento della
famiglia come stabilità, come continuità, che riferito al tema nostro
di oggi, della impresa è proprio, anche una caratteristica
dell’Impresa.
L’impresa nella
sua natura ha il principio fondamentale della stabilità, della
crescita e della continuità nella crescita.
Quindi questo
rapporto tra la famiglia come realtà stabile che ha una prospettiva di
continuità,
oltre che di crescita,
quindi figli, nipoti e quello
che ne
viene come allargamento ecc.,
secondo me si colloca molto bene in questo tema dell’impresa. Il
problema vero è poi
come avviene questo collegamento tra una
concezione di famiglia di questo tipo e un’Impresa che deve avere al
suo interno questi principi.
Io vedo,
o per lo meno,
è l’esperienza anche di tante persone, di
tante aziende, di tante imprese, e di tante famiglie imprenditrici,
impegnate nell’impresa come dirigenti che conosciamo, che dove c’è la
stabilità della famiglia, c’è anche la continuità dell’impresa. Ci
sono esempi veramente significativi, ne conosciamo tutti e perciò è
inutile fare dei nomi,
ma vediamo che sono imprese crescenti e continuano a crescere pur
essendo imprese di grandi dimensioni, pur essendo imprese collocate
sul mercato, quindi che devono fare i conti
con un azionariato
e di assonnato e anche diffuso, dove il nucleo, non tanto del
possesso, ma della cultura imprenditoriale è affidato proprio al
concetto della famiglia ed è
una cosa che,
purtroppo,
si va rarefacendo nella nostra realtà.
La crisi di tante
imprese, ma soprattutto della nostra economia è spesso dovuta alla
caduta della famiglia. La caduta della famiglia, secondo me, non è
senza conseguenze anche nella caduta dell’economia, del sistema
economico. Noi oltre tutto abbiamo un sistema molto articolato e
fondato sulla piccola – media impresa, che è di
… natura
un’impresa familiare, dove c’è magari il padre che ha cominciato
sviluppando un’idea dell’uomo, i figli che portano avanti seconda e
terza generazione poi spesso questa realtà di piccola – media impresa
si perde. Si perde perché, secondo me, si è persa la famiglia che era
dietro. Si è persa non perché ha smesso di lavorare, perché tutti
lavorano, ma perché ha smesso si essere una famiglia, c’è stata
qualcosa che si è frantumato.
Si frantuma in
tanti modi, si frantuma perché qualcuno sceglie di fare un altro
mestiere, perché si pretende di tenere un controllo anche quando non
si è in grado di mantenerlo,
perché l’impresa è cresciuta troppo
ecc., ecco
questo elemento non è solo un fatto dell’Italia, le piccole e medie
imprese non sono una nostra prerogativa, sono una realtà di tutte le
economie occidentali ed anche di molti paesi con economie che crescono,
nei Paesi in via di sviluppo, lasciamo
stare la Cina che ha altre caratteristiche,
ma anche li ci sono comparti di imprese di carattere familiare, ma
tutto questo da noi credo che sia in una situazione.
Negli Stati Uniti
dove c’è anche una forte componente di imprenditoria aperta
all’investimento privato, ci sono grandissime imprese, c’è tuttavia un
fortissimo tessuto si imprenditoria minore, di imprenditore familiare
che resiste moltissimo, e resiste molto più di quello che non stia
resistendo da noi, questo tipo di imprese.
La
piccola
e media
impresa,
è proprio in
un rapporto
di crisi con la
famiglia.
Quello che
dicevano prima, certe ostentazioni eccessive di consumo o anche di
ricchezza, diciamo così cui esce proprio in questi tentativi (ora
conosciamo anche il motivo …) dove è forte la piccola e media impresa
familiare perché la famiglia è la prima che trae dall’impresa non uno
stimolo alla continuità, ma trae dall’impresa una disponibilità di
mezzi, impoverendo la sua cultura. Detto questo secondo me è proprio
il recupero di questa continuità, e la continuità ovviamente non è
semplicemente da noi, parlando come credenti è una continuità
benedetta da un sacramento, benedetta da quella cosa che è al di là di
un impegno che è appunto “nella
buona e nella cattiva sorte”.
Un impegno
spesso, come dire, faticoso da mantenere, la vita della famiglia, la
vita tra coniugi, non è una cosa semplice. E come tutte le altre cose
di questa vita, quando sono importanti e difficili sono faticose, e
però quando c’è questa continuità anche in un certo senso,
i
comportamenti ne
hanno una conseguenza. Ripeto, secondo me, la stessa,
(come dire),
fragilità dell’impresa,
di tante imprese è una conseguenza della fragilità della famiglia.
E in fondo quello
che noi abbiamo considerato un elemento indispensabile al sistema
produttivo moderno vale a dire la flessibilità (che non è precarietà)
del lavoro e della struttura imprenditoriale, non possiamo applicarla
al concetto di famiglia, alla flessibilità della famiglia, per cui la
famiglia o è una grande tribù nella forme di una nuova … che si
allarga continuamente osservando una sua realtà indistinta e quindi
sono le famiglie allargate piuttosto che, come dire, senza confini e
quindi senza regole interne, ma solo con l’idea di stare assieme,
oppure sono famiglie monodiche,
quasi sterili, chiuse nel rapporto tra i coniugi che devono vivere
faticosamente una vita familiare che per motivi economici per motivi
ambientali non ha prospettive. Questo è un altro grande danno, magari
non voluto, ma certamente una delle conseguenze del nostro modo di
vivere oggi; per cui parlando sempre di impresa tante piccole imprese
rimangono piccole perché la famiglia rimane piccola, perché non vuole
crescere, perché vuol godere,
in questo momento,
di quello che ha e spesso è talmente tanto che non ha più tempo di
essere felice, come diceva la professoressa Zamagni. Manca, il tempo
per essere felici, purtroppo!
·
PRENDE PAROLA L’AVV.
NIGRA
Grazie Dott.
Locatelli, darei allora la parola alla prof. Zamagni.
·
PRENDE PAROLA LA
PROFESSORESSA ZAMAGNI
Si, mi sarebbe
piaciuto continuare la linea interpretativa del Dott. Locatelli,
ma qui basterà
una battuta;
“Ho
avuto il grande privilegio di scrivere la storia dell’Ital Cementi” e
se l’Ital Cementi
ha avuto successo è perché la famiglia
presenti
“è
una famiglia”.
Pensate che
l’ultimo rampollo,
quello che adesso è un consiglio di amministrazione della Ital Cementi
che si chiama Carlo,
ha 6 figli (a questo punto se non sono diventati 7), di cui
5 maschi
(beato lui), perciò la discendenza è assicurata, la sua famiglia, la
sua impresa è assicurata.
Ma, visto i pochi
minuti che ho a disposizione, volevo riferirmi ad un altro argomento
che è questo: di fronte alla situazione della famiglia che è sotto gli
occhi di tutti, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità. Sua
Eccellenza ha detto prima “la Chiesa deve assumersi le sue
responsabilità”,
bisogna insegnare
nei seminari,
le famiglie stesse devono assumersi le proprie responsabilità,
e si
detto soprattutto associandosi e facendo sentire la propria voce.
Sarebbe meglio che anche i partiti si
assumessero le loro responsabilità al momento, per la verità,
al momento
mi sembrano molto latitanti per questa strada.
Le imprese devono assumersi le loro
responsabilità.
Io volevo
concentrarmi, brevemente, sulle imprese che devono assumersi la loro
responsabilità di fronte a questa situazione delle famiglie e devono
diventare dei facilitatori della vita di famiglia. Chiaramente non
spetta a loro argomentare la vita delle famiglie, però quando hanno
delle richieste in questa direzione devono naturalmente dare delle
risposte.
Mi sono
esercitata sulle varie aree in cui le imprese potrebbero trovare la
maniera di dare delle risposte, sicuramente sulla flessibilizzazione
dei tempi di lavoro. Abbiamo lavorato su una serie di esempi nel libro
che ho citato prima (e quindi li
potete
trovare). Ci
sono delle aziende che sono veramente all’avanguardia in questo campo,
scusate se cito
quella di “Diana Brocco”,
ma ho avuto occasione di sentire direttamente una presentazione di
quello che fanno, e fanno veramente moltissimo. Dunque ci sono delle
aziende che fanno molto, e
a quelle che “non
fanno”
dovrebbero un attimo cercare di pensare che forse qualcosa che si può
fare.
La
flessibilizzazione dei posti di lavoro, per esempio attraverso un po’
di part-time di posti condivisi, magari temporaneamente tanto che ci
sono dei problemi familiari da risolvere. Orari di lavoro, appunto,
flessibili con qualche picco.
Ad esempio,
io ho un genero che lavora in una bellissima impresa bolognese la cui
proprietaria è una signora di grande volontà sociale ed ha fatto
anche tantissime azioni in campo sociale, nella sua impresa
lei dice:
se 5 ore le avete al giorno,
se non riuscite a fare 5
ore un giorno
ne farete 5 in un altro giorno, potete presentarvi al lavoro e uscire
quando volete, purché
nell’arco della settimana eroghiate quel tot di ore di lavoro.
Naturalmente non in tutte le aziende questo è possibile perché ci
saranno le categorie di montaggio, per
qui per là.
Però, insomma, evidentemente non è impossibile.
Poi
telelavoro,
congedi lunghi, congedi brevi, adesso molto più facile di una volta.
Una volta bisognava sempre assumere a tempo indefinito. Adesso se c’è
il problema di sostituire una persona che deve avere un bambino,
si prenderà un precario,
(mamma mia),
in quell’occasione. Ed io
credo che sia giusto che venga fatto
questo.
Poi ausili delle
famiglie, anche qui abbiamo raccolto una infinità di esempi, per
esempio addirittura una persona che va a fare la spesa per tutta una
serie di danni dell’azienda. Le donne la mattina danno un bigliettino
con scritto quello di cui hanno bisogno ed uno va a fare la spesa per
tutti, gli porta il sacchettino, e questi vanno la sera a casa con la
spesa già fatta. Questo per fare un esempio qualunque.
Quindi nidi
aziendali, e quindi andare così! Assistenza medica aggiuntiva per
tagliare la coda per non far sprecare inutilmente il tempo alle
persone e chi più ne ha più ne metta.
Bisogna
diventare creativi, io avendo, appunto, questo poco tempo,
mi limito
a ciò che un’impresa può fare.
Naturalmente anche le famiglie devono diventare molto creative e molto
più creative rispetto ad una volta. Non è che bisogna mangiare per
forza in famiglia tutti i girni, mattina, sera, insieme, si fa quello
che si può, però ci devono essere dei momenti di incontro in cui ci si
scambiano idee ecc. E questi momenti bisogna crearli, non è più
un’abitudine ovvia e normale, bisogna essere creativi. Grazie.
·
PRENDE PAROLA L’AVV.
NIGRA
Dunque
siamo
ancora, nel giusto tempo
quindi io darei ancora la
parola al Vescovo di Aosta Eccellenza Anfossi, poi chiederei al
Presidente dell’ Ucid di Lodi
Ing. Walter Rasini
per una telegrafica esperienza di carattere culturale e poi come mi
ricordavo la prof.ssa Zamagni, darei la parola proprio un minuto,
tipo, spot, al Dott. Figini.
Infine, dovrei
fare io un altro Spot di sintesi.
Eccellenza
Raccolgo
l’invito della Dott.ssa Zamagni, di cosa chiedere alla Chiesa, che
cosa chiedere alle famiglie, provo a dire in breve.
Le famiglie hanno
bisogno di essere messe insieme, che sono in grado da sole di dire
cosa possono fare, purché abbiano un luogo con la presenza di qualcuno
che induce la conversazione, per affrontare
questi problemi:
per stimolare la loro creatività,
le parrocchie, le diocesi devono creare
dei momenti in cui le famiglie possono trovarsi insieme esporre loro
difficoltà e loro stesse cercare soluzioni. Alle
famiglie,
bisognerebbe dare la possibilità,
quando ci sono situazioni di conflitto di primo litigio,
di essere aiutate.
Alcuni
professionisti potrebbero farlo, ma gli psicologi in genere inducono
quasi immediatamente la separazione e l’accompagnano alla meta, con
la scusa che dobbiamo aiutarli a separasi senza farsi male.
Così anche molti Avvocati fanno questo
lavoro. La Chiesa in questo momento offre
solo la consulenza dei preti,
non è poco ho detto “solo” perché anche altre coppie o dei consultori
potrebbero offrire questa possibilità. C’è una attività che viene
dagli stati Uniti che è “RETROUVAIL”
sono delle coppie che sono state separate, hanno vissuto la
separazione alle volte anche fuori di casa, e poi si sono riconciliate
e mettono in moto dei processi di ritorno all’armonia.
Bisogna sapere
che quando una coppia inizia un litigio, non è in grado di stabilità
ma una nuova comunicazione.
I vecchi percorsi della comunicazione
valgono
sempre e
prevalgono su quelli nuovi, nessuno pensa che davvero sua moglie sta
dicendo una cosa nuova,
questo che cosa vuol dire? Che quando si è acceso un conflitto ad un
certo livello è assolutamente necessario che intervenga una terza
persona, un terzo fattore, un terzo gruppo. Un terzo professionista.
E’ triste però
l’Italia ha dato poco da offrire a questi livelli.
Un altro aspetto
che si può chiedere alle famiglie è proprio la cultura
dell’atteggiamento che non sia
privatista, cioè le relazioni familiari
siano desiderate.
Relazioni di aiuto reciproco non soltanto quando c’è il figlio tossico
dipendente, ma anche in altri casi, in casi creativi, costruttivi, non
solo in casi disperati.
Quindi accrescere
la disponibilità di aiutarsi tra familiari e accrescere la decisione,
dopo essersi aiutati tra famiglie per ragioni immediate, e farlo a
livello politico, diventare accrescere il peso politico che è proprio
quello che vuole la “Familiaris Consortio n. 44”, dove dice <<Se voi
non lo fate, subirete decisioni di distruzione della vostra vita
familiare. Decidetevi a farlo!>>
Detto in un
documento così ufficiale una cosa così paterna, emoziona anche.
Alle famiglie si
chiede di riflettere su tutti i problemi che oggi mettono in
discussione le donne e gli uomini, dalla conversazione alla macchina
del caffè, tutti i problemi di genere, di educazione dei figli, di
autonomia, cioè quei problemi che oggi, anche la televisione e i
giornali, rovesciano addosso a noi facendo apparire come cattolici dei
vecchi che non capiscono più niente delle persone fuori del tempo.
Questi problemi
vanno altrettanto affrontati parlando, compreso il problema della
ammissibilità, bisogna creare dei luoghi dove questi problemi vengono
discussi e si lavori
sugli argomenti. Allora, ad esempio, non si può
ricondurre all’omosessualità a questa stupida legge naturale di cui i
cattolici sono i sostenitori. Va ridefinita la legge, vanno, come
dire, ridette le argomentazioni.
Quello che si può
chiedere alla Chiesa e
che la Parrocchia si
faccia di più
promotrice di reti di famiglia, la solidarietà delle famiglie tra di
loro deve essere attivata anche tra famiglie povere o ricche.
Oggi sappiamo
della sociologia della famiglia che non si può più parlare di
famiglia, ma di famiglia giovane, famiglia con figli senza figli,
famiglia con figli adulti; quindi tutta la pastorale familiare deve
essere ridisegnata a secondo dei livelli,
mancando il neonato,
la parentela, cioè tutte le solidarietà tradizionali stanno cadendo o
sono cadute, bisogna riattivarle in forme diverse, da volontariato ad
associazioni, misurative di altro tipo, compreso i parroci della
Diocesi di Milano che propongono la Domenica della Comunità,
mi pare,
no?
Cioè la domenica
insieme, oppure lavorando di più sulla
catechesi
dei bambini, dei genitori che chiedono il battesimo, prima comunione e
cresima. In quel momento bisogna coinvolgere molto di più i giovani
genitori, e non bisogna dire che i giovani genitori di oggi non sono
bravi come i loro genitori, i loro nomi, non bisogna, dire che le
giovani mamme di oggi non sono generose. Questi discorsi che
squalificano i giovani genitori,
i giovani adulti, non vanno fatti, bisogna fare il discorso contrario,
bisogna aiutarli, promuoverli, metterli in condizione di dare il
meglio di se di ricreare dei canali di solidarietà di associazionismo,
appunto, generoso.
Le donne giovani
di oggi sono generose come le loro nonne, ma non hanno il canale, il
tipo di comunicazione e di incontro utile per poterlo essere. Così
anche nelle predicazioni bisogna di più esprimere le vacazioni e
costruire il mondo e comunque una mamma che deve rispondere ad un
figlio che và al liceo
classico, probabilmente se lavora qualche argomento in più
l’avrà (con
questo non voglio dire che le donne devono per forza lavorare) voglio
dire soltanto che gli aspetti
positivi sia di vocazione umana che
religiosa si esprime anche in quel momento in quelle situazioni.
Poi ci sono per
le coppie, delle stagioni in cui non hanno bisogno di fare altro. Ma
le esperienze che si fanno in quegli anni narrativi, con i figli che
educano, può diventare una benedizione che loro mettono a disposizione
quando non avranno più questo assillo, questo stress che può ricadere
sulle generazioni che crescono.
Cioè, in altre
parole, bisogna creare dei canali di comunicazione, cioè un nuovo
tipo, se voi volete di società solidali, Poi si può andare avanti, ma
è meglio fermarsi.
AVV. NIGRA
Grazie
Eccellenza.
Darei la parola,
prima del Presidente Ing. Walter Rasini,
al Dott. Alessandro Crespi, Ingegnere, che è tra gli organizzatori ed
uno degli ospiti di questo Convegno.
Però mi stanno
chiedendo qualcosa (non si sente) .
Ecco,
poi alla fine di tutto chiuderà il Vice Presidente Moroni.
Ecco, chiederei
all’Ing. Alessandro Crespi, se vuole dire due parole.
PRENDE LA PAROLA
L’ING. ALESSANDRO CRESPI
Questo è un
trucco che non mi aspettavo, io non è che amo istintivamente parlare
in pubblico ma mi tocca questo. Merita
la mia
gratitudine prima di tutto chi è intervenuto. Penso che chi è
intervenuto oggi a questo Convegno non rimarrà deluso perché le
relazioni che si stanno ascoltando
sono eccezionali, eccellenti,
ed i relatori altrettanto,
evidentemente non poteva essere diversamente.
Quindi io sono
molto soddisfatto della presenza, certo penso che se fossero arrivate
ancora più persone sarebbe stato ancora meglio,
comunque mi
fa molto piacere
per quelli
intervenuti.
Credo che oggi
sia emerso
in maniera evidente che,
come qualcuno
diceva,
che “la donna è l’acrobata della società”,
qui si capisce come la famiglia è il cardine della società e cardine
della società significa essere cardine
anche per l’impresa che fa ampio utilizzo di questo elemento che è la
famiglia.
La famiglia che è
un pochettino in disfacimento, lo abbiamo sentito dalle parole di
Locatelli, ma lo abbiamo tutti davanti agli occhi, penso che se si
disfa la famiglia si disfa la società, si disfa anche l’impresa come è
stato sottolineato. Quindi una cura che è il messaggio,
che ci viene molto profondamente
segnalato,
di una cura che noi dell’impresa dobbiamo avere
per primi del tema della famiglia. Quindi le agevolazioni di cui si
parlava, l’attenzione precisa a
che questa famiglia non si disfi, perché
la disfatta della
famiglia
corrisponde alla disfatta della nostra impresa. Grazie a voi della
vostra partecipazione.
PRENDE LA PAROLA
L’ING. WALTER RASINI
Buongiorno,
anche io non ho
molta paternità a parlare, sono più tecnico, ma quando raccontai nella
commissione la storia di mio padre, (tra l’altro era di queste parti
arriviamo da Gallarate quindi provincia di Varese siamo di queste
parti). Come alle origini ha cominciato con l’azienda considerandola
una famiglia.
Nel ‘44 con 4
operai avevamo una grande cucina, si mangiava tutti in cucina, portavano
quella che a Milano si chiama “schiscetta”
la mamma la
riscaldava e si mangiava. Poi,
eravamo nel 44/45,
l’istruzione era molto limitata, papà la sera dava lezioni di disegno
tecnico ai suoi dipendenti che sono stati dipendenti tutta la vita e
diciamo che questa azienda da 4 dipendenti è diventata in tutta Italia
400 da dipendenti con questa idea della famiglia. Noi siamo ed eravamo
tre fratelli adesso purtroppo in due, ed abbiamo continuato. Queste
cose le ho raccontate all’amico Avv. Nigra e dice, le devi raccontare.
Non so se sono state interessanti comunque, ringrazio tra l’altro
perché quest’anno ricade il centenaio di mio padre,
era del 1907
e sono qui nella sua terra a parlare di lui.
Vi ringrazio.
INTERVIENE L’AVV.
NIGRA.
Chiederei di dire
perché in un certo momento vi siete interrotti. Chi vi chiedeva di
interrompere?
ING. RASINI
RISPONDE
Il sindacato.
Noi facevamo gita
a Venezia, Firenze, cominciando i primi tempi umilmente
a Caravaggio al Santuario e facendo i
regali a Natale e Pasqua ai bambini degli
…
Il sindacato si è
opposto.
Io non voglio
parlare di sindacato, essendo stato capo di tutte le zone
sindacali di
Milano, ma
sono un “antisindacalista” nel senso che vorrei un sindacato unico,
non partitico perché come ci sono gli operai disonesti che non
lavorano, ci sono anche gli imprenditori (ne ho conosciuti tanti) che
non meritano rispetto.
Io ero capo di
tutte le zone d’Asso
Lombarda, quindi, ne ho conosciuti di evasori, di gente che non pagava
gli straordinari, e davano
un cattivo esempio e lo danno
tutt’ora.
Ma c’è anche
tanta buona cosa.
E noi abbiamo
dovuto smettere di avere quel rapporto familiare con i dipendenti
perché i regali di Pasqua e di Natale li hanno proibiti e dovevamo
ottenere loro quello che comunque avrei dato io. Grazie.
INTERVIENE L’AVV.
NIGRA
Grazie Ing.
Rasini
Domande?
C’è qualche
domanda anche diretta a qualche relatore in particolare?
FA UNA DOMANDA L’AVV.
GIAVAZZI
Semplicemente una
sottolineatura.
Mi sembra che il
vero problema sia quello che: dato per scontato che la famiglia com’ è
attualmente è in crisi, bisogna che si ritorni alla difesa non della
famiglia come struttura che deve essere ristabilita perché in crisi,
ma ridare alla famiglia quello che era la sua funzione. La funzione
che non era (purtroppo
tante volte accade oggi di necessità),
una struttura che impedisce ai due membri che formano la famiglia di
raggiungere i loro desideri personali, ma torni ad essere un sistema
che aiuti
a realizzare questi desideri e quindi a realizzare la personalità di
quelli che formano le famiglie.
Cosa osta a
questo? Osta secondo me, il fatto che non ci è resi conto che gli
interventi per una politica familiare devono adeguarsi ad una
situazione diversa. Osta assolutamente la questione tempo e qui
senz’altro l’intervento della prof. Zamagni è stato prezioso. Il tempo
è l’impossibilità di far entrare nel tempo disponibile i propri
disegni è indubbiamente la maggior difficoltà
di oggi.
Quindi secondo me, e concludo, una politica familiare non deve essere
una politica familiare che ricalca la situazione per ricostruirla deve
essere una politica che si renda
conto di una situazione
assolutamente diversa e cerchi
di trovare dei sistemi per venire
incontro.
Questa come
strategia generale. E come applicazione della strategia,
è
indispensabile che
le persone che formano famiglia,
si rendano
conto che se non adeguano fra di loro da comuni
intenti finali
ed invece diversificano l’applicazione
della loro vita alla necessità di poter realizzare una compatibilità
tra quello
che devono fare e la famiglia, la famiglia non resiste. Cioè i membri
della famiglia hanno qualche fine, qualche scopo fondamentale comune
devono altrettanto, con la estrema flessibilità non far si
che nella
loro vita che questo desiderio comune diventi un desiderio
irrealizzato, perché se no
fatalmente danno
le colpe
alla famiglia di aver impedito a loro di realizzare la loro
personalità. Ecco credo questa dovrebbe essere e purtroppo tante volte
gli organismi di ogni tipo (ed intendo politica pubblica, mi permetta
Eccellenza,
anche indirizzi della Chiesa) struttura
in generale, cercano disperatamente di costruire elementi che cadano
in crisi e che sono in crisi, anziché cercar di tener fermi alcuni
principi, ma non ricostruire quello
che diventa una difficoltà,
ma trovava
quello
che non contrasti con questi principi. Grazie
INTERVIENE L’AVV.
NIGRA
Chiederei al
Dottor Figini il suo minuto spot.
INTERVIENE DOTTOR
FIGINI
A me pare che
quello che è venuto fuori in questo secondo punto della discussione,
tutto sia proprio un problema di educazione.
Sia l’impresa che
la famiglia hanno bisogno di prendere coscienza di chi sono, solo così
possono diventare protagonisti delle realtà e vivere la realtà
intensamente ecco.
Alle opere sta di
risvegliare questi desideri, alla politica ed alle imprese di
sostenere queste opere, altrimenti non c’è futuro.
INTERVIENE L’AVV.
NIGRA
Grazie
INTERVIENE UN
SOGGETTO NON PRESENTATO
IL SIGNOR CACCIA
UCID DI BUSTO ARSIZIO
Scusate se non
pongono un
quesito,
ma butto una considerazione sulla logica del vostro Convegno. Socia
Caccia dell’Ucid di Busto Arsizio.
1)
io
l’anno scorso ho fatto due ricerche:
una sulla
terza età,
che adesso chiamo adulta perché è la continuità
dell’adulto che ha tante esperienze
da un lato, ma dall’altro non sa altre
cose;
2)
ed una
sugli adolescenti. La conclusione su queste due componenti
(che sono le
componenti più deboli delle famiglie),
mi date
delle risposte estremamente delicate che conducono
ad un punto solo. La prima che la
persona adulta, anziana nella famiglia è considerata solo
se ha
funzione economica, baby sitter, oppure
riesce a sopperire
alle necessità del figlio e del nipote per poter fare alcune cose il
venerdì, sabato e domenica. Quando questo non serve l’anziano non è
più considerato, è considerato come oggetto per andare
a bussare
alla casa di riposo e dire : <<da
quando muore qualcuno per portare il mio genitore?>>.
3)
L’altra componente è l’adolescente che è più fragile.
Prima:
l’anziano in queste considerazioni lo vedete solo in televisione.
Io ho fatto
quell’indagine l’anno scorso, ho terminato fine
luglio – agosto ed ho notato che
io volte parlavano dell’abbandono dei
cani e dei gatti, ed una volta dell’abbandono degli anziani.
Televisione adolescenti.
Io mi sono detto
alla fine della ricerca, “non voglio essere
il genitore
oggi di quegli adolescenti”.
Sono
onnipotenti,
padroni della famiglia, rispondono e fanno rispondere solo loro.
Ed i loro due
modelli cosa sono: le veline ed i calciatori.
Allora mi sono
posto un problema: dove nasce tutto ciò. Nasce dalla televisione, dai
mas media, il mas media è la madre di tutte le conseguenze che noi
abbiamo davanti, ed è direi il sistema che condizione tutte queste
cose.
Oggi avete
parlato a 100 persone, in televisione oggi ore 12.30 parlano a 200.000
di persone, l’idea maggiormente nella società, è quella e non quella
dei valori che avete espresso.
Allora se la
televisione è il punto fondamentale della mutazione, cerchiamo noi
entrambi di mutare e capire cosa possiamo fare.
Cosa tiene in
vita la Televisione? Il profitto.
Se non ho una
trasmissione che sollecita, il progetto (sento una campana, un secondo
è in rapporto ai Km che ho fatto per venire).
Vi faccio un
esempio “Striscia la notizia” è vero che tira fuori problemi veri,
problemi
scandalistici. Ma cosa accade, perché fa quello? Non perché vuole
naturalizzare la società, ma perché si alza l’audience, le pubblicità
che vengono introdotte in striscia costano 5 volte
di più
rispetto alle altre….
…… le pubblicità
che vengono introdotte in “Striscia La Notizia”, costano cinque volte
di più rispetto alle altre, allora il profitto all’azienda.
Arrivo al
discorso dell’azienda. Prima è stato detto, direi in modo arcaico,
“padrone – dipendente” nella città di Busto non ci fu la contestazione
perché i dipendenti mangiavano insieme ai datori di lavoro, ma queste
cose non esistono più, allora se noi cristiani vogliamo far questo,
dobbiamo mettere un bollino che ci permetta di ricostruire le
relazioni sociali all’interno dell’azienda tali da diventare esempio,
che il ritorno a queste cose non è il ritorno all’antico, ma è
recuperare i valori che non ci sono più.
Grazie.
·
Intervento Avv. Nigra
Siamo giunti alla
conclusione , a me l’onere di sintetizzare questo argomento.
Devo dire che con
l’obiettivo che ci siamo dati,
che è quello di essere sintetici, io vorrei chiedermi: “ma alla fonte
di tutto quello che ci siamo detti, esiste una regola?”
Io penso di si.
Noi abbiamo una frase dogma, che viene ripetuta in ogni occasione ed è
questa: “la morale non è un’azienda, lo Stato non è un’azienda”. Vero
dal punto di vista dell’entità, se noi
consideriamo l’azienda come un bene materiale, però siccome l’azienda
è un’entità che produce bene e servizi, noi abbiamo che gli unici che
producono beni e servizi, quelli che producono crescita nella società,
sono solamente i produttori di beni di largo consumo e le aziende.
Mentre tutto il resto, la morale, la anzianità, la famiglia, le entità
sono un “NON”.
Noi in questo
momento non diffondiamo la famiglia
perché siamo
un “NON”.
Anche l’ideale
morale che è emerso con le ben note vicende di Beppe Grillo, qual è il
politico ideale? Quello che “NON”,
…. quello
che “NON” ruba, non c’è un solo esempio di entità su cui costruire un
modello.
Noi siamo
arrivati a questo tipo di società,
e lo dico senza anticomunismo viscerale, ma solo perché è una realtà
storica,
perché la nostra “società” ha avuto un grande pensatore, che ha
realizzato molte della cose che oggi esistono, che è Most The Toung il
quale aveva detto: <<per fare una risoluzione ci vuole qualcuno che
pensi una risoluzione>>.
Allora noi
abbiamo avuto, in tutto l’universo, persone che hanno pensato a fare
la risoluzione e persone che l’hanno subita.
Il problema
basato su questa realtà, su questo dogma, lo stato e la morale non
sono impresa. Così quella che era la famiglia tradizionale, quelli che
erano gli obblighi, quelli che erano i rapporti interpersonali, hanno
avuto qualcuno che lottava per fare la
Rivoluzione.
Ma attenzione, fatta la risoluzione qual è il modello?
Cosa sostituisce
quella che veniva chiamata la “Morale
Rivoluzione Borghese”.
Non c’è un
modello, noi viviamo in una cultura del NON, e mi permetto di
interpretare in questo senso quello che è stato detto.
Giustamente, Sua
Eccellenza, il Vescovo d’Aosta
ha detto che il problema che non
si vuole aiutare le famiglie perché si
vuole aiutare l’individuo. Nel momento in cui c’è un obbligo allora la
persona deve essere libera dall’obbligo, ma libera dall’obbligo per
fare cosa? Questo è il nostro problema.
Va anche
ricordato che nella teologia, adesso non si insegna il modello.
Quindi qui emerge
un grosso problema che è quello di non avere un modello, e non avere
un’azienda che lotta per costruirlo.
Lo stesso, tento
di fare quella che gli antichi chiamavano la “recondutio ad unam”, ad
un unico concetto che posso
raggruppare il resto.
Se la Prof.ssa Zamagni ha detto che noi non abbiamo tempo per la felicità. Sappiamo
che la famiglia è felicità, però il ricercare la felicità ci allontana
dalla felicità. Ma anche questo avviene perché non abbiamo un modello.
Perché la società è un “NON”.
Noi dobbiamo
lavorare, ma non possiamo lavorare per la famiglia perché non è
un’azienda, non è una cosa da perseguire. Lo stesso concetto, mi
sembra, che abbia ricordato il Dottor Locatelli, che dice: <<La
società della spendità
>>.
Noi vediamo
l’obiettivo di spendere
e non basta mai, perché quando uno si propone l’obiettivo della
ricchezza fine a stessa, senza un modello la ricchezza non basta mai.
Quando uno è sazio vediamo delle persone, ad esempio Bill Gaits, che è
l’uomo più ricco della terra, anche lui ha ancora dei desideri e non
gli basta quello che ha raggiunto.
E giustamente,
Monsignor stucchi ha detto: <<Questo è il bene>> è perché c’è stato
qualcuno che, contravvenendo
all’obbligo della cultura moderna, ha fatto del capitalismo utile,
quindi ha impiegato il denaro,.
Quindi, anche
questo è capitale ed è capitale utile.
Quindi il
problema è quello del “Bene
Comune”,
è che il Bene esiste, l’importante è come viene impiegato, e per
essere impiegato deve avere una teoria.
Ecco il Dottor
Figini ha ricordato un altro elemento importante, sintetizzando le
molte cose che ho detto, che è il problema dell’esempio. Qui la Chiesa
lo ricorda molto, dice cosa dovete fare, l’esempio.
Io mi ricordo in
molti discorsi l’ho sentito. In effetti, l’esempio, anche dal punto di
vista socio-biologico, produce l’empatich
lerning
quindi la capacità di imitare quel determinato comportamento.
Quindi l’esempio
“quello di fare” e di “mostrare
come fare”
è sicuramente,
a grandi linee,
una cosa molto importante.
Molto importante
è anche l’intervento del nostro Presidente Bozzetti, che ci ha parlato
del lavoro.
Quindi, se noi
vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo fare un lavoro. Quindi
dobbiamo avere un obiettivo, anche se la cultura lo vieta noi dovremmo
essere un’azienda, un’azienda culturale che cerca di affermare dei
principi.
Naturalmente a
mio modesto avviso, con la situazione che abbiamo adesso, con la
famiglia in crisi, con l’impresa in crisi, con l’Italia che dal
‘68,
cioè da quando si è introdotto questo concetto che “per fare la
Rivoluzione ci vuole qualcuno che pensi alla Rivoluzione”,
si sta
sempre andando peggio, c’è
bisogno di un modello. Ed allora questo modello noi dobbiamo
costruirlo”.
Se posso,
umilmente fare un suggerimento, dovremmo chiedere al nostro Santo
Padre, che per altro è bravissimo, di fare una nuova enciclica sui
modelli e sul modo per raggiungerli.
Ecco, però è un
mio personale pensiero, non so se sarà degno di nota e comunque io
ringrazio tutti di essere intervenuti.
Ringrazio i
relatori dell’ottimo contributo che ci hanno dato, e passo parola al
nostro presidente Bozzetti, cioè al Vicepresidente dell’UCID di
Varese.
·
Interviene il Vice
Presidente Ucid di Varese
Ringrazio tutti
gli ospiti per i loro articolati interessanti interventi, che hanno
dato senz’altro spunto a nuovi Convegni.
In particolare
vorrei riferirmi a Monsignor Anfossi che ha parlato di “difficoltà di
sposarsi per questi giovani”. In effetti ha messo il dito nella piaga,
perché sono intervenuto direttamente. Ho un figlio che lavora a
Madrid, la futura nuora che lavora a Varese e la difficoltà di farli
incontrare. A Madrid hanno ottimi stipendi a Varese un po’ meno
(forse),
però tra l’altro la futura nuora è Greca
ed i
genitori sono
in Grecia, perciò i problemi sono vastissimi.
La Dott.ssa
Zamagni ha poi, parlato di “consumismo”.
E’ vero, noi
molto spesso andiamo con delle
borse di indumenti quasi nuovi a portarli alla Caritas, a portarli ai
Frati.
E hanno parlato
dei tempi in cui si rivoltavano
i vestiti, è vero che durante la guerra ed anche subito dopo, io mi
ricordo che avevo i vestiti rivoltati ed avevo vergogna perché
l’occhiello di sinistra passava sulla destra, ed andavamo a scuola ed
avevamo la giacca, a scuola la giacca era d’obbligo. Questi sono dei
particolari che ancora mi toccano, come forse capita anche a tante
persone che sono qui presenti.
Detto questo, io
ringrazio tutti i presenti, i partecipanti anche a nome di Faborelli
che ho sentito per telefono e mi ha pregato di salutarvi tutti e di
ringraziarvi.
Grazie di cuore.
Adesso do degli omaggi agli intervenuti.
·
Interviene il Presidente
Bozzetti.
Lasciate a me
l’ultimo ringraziamento a tutti i relatori e complimenti per quanto ci
hanno detto.
E lasciate anche
che, una buona volta, ringrazi particolarmente il nostro moderatore,
nonché Presidente della Commissione Cultura del Gruppo Lombardo, che è
sempre così puntuale, preciso ed ecc. e
dà la
massima
disponibilità.
(N.B. TRATTASI DI BOZZA IN CORSO DI
REVISIONE)