Iniziative.

Commissione cultura.

Como 2006. Programma.

U.C.I.D.

Gruppo Regionale Lombardo

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Conferenza 18 Novembre 2006

TAVOLA ROTONDA DELL'UCID GRUPPO LOMBARDO

"Impresa: Tutela del bene comune"

Palace Hotel & Centro Congressi - Como

 

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Il Gruppo Regionale Lombardo della UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

e la UCID Sezione di Como, La invitano a partecipare:

Sabato 18 novembre 2006 con inizio ore 10.00 e termine ore 12.30

alla Tavola Rotonda

“IMPRESA: TUTELA DEL BENE COMUNE”

 

Saluta:

Bruno Gentili

Presidente UCID Sezione di Como

Introduce:

Renzo Bozzetti

Presidente UCID Gruppo Lombardo

Modera e conclude:

Amedeo Nigra

Avvocato e Giornalista

 

E' previsto un coffee break

Intervengono:

Mario Boselli

Presidente Camera della Moda

Sonia Felice

Presidente Fly Synthesis

Giorgio Fiorentini

Docente Università Bocconi

Roberto Mazzotta

Presidente Banca Popolare di Milano

Michele Perini

Presidente di Fiera Milano

Palace Hotel & Centro Congressi                                                 UCID Gruppo Lombardo                                                        UCID Sezione di Como

Lungo Lario Trieste n° 16 – Como                                                     tel. 02 76020049                                                                    tel. 031 572249

(situato sul lungo lago a 100 mt. da Piazza Cavour                                                                 ucidgruppolombardo@libero.it                                                gentili@tiscali.it

con possibilità di parcheggio nelle vicinanze)

 

L’UCID s’interroga sul Bene Comune !

La Commissione Cultura dell'UCID Gruppo Regionale Lombardo, attraverso alcune conferenze, da tenersi nelle varie sedi locali, si domanda se e con quali regole, sia possibile superare la netta contrapposizione tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio economico comune. In quest'ambito, in collaborazione con altrettante Sezioni lombarde, si organizzano queste quattro tavole rotonde:

  • Impresa: tutela del Bene Comune: testimonianze, esperienze e idee di imprenditori e dirigenti - 18 Novembre 2006 a Como;

  • Impresa: ruolo dei Professionisti e Bene Comune: il compito dei professionisti per lo sviluppo - primo semestre 2007;

  • Impresa: ruolo della Famiglia e Bene Comune: riflessioni sul ruolo della famiglia, nella società e nella economia - secondo semestre 2007;

  • Impresa: ruolo del Non-Profit e Bene Comune: testimonianze e idee sul terzo settore - primo semestre 2008.

 

BRUNO GENTILI: Signore e Signori, buongiorno a tutti. Grazie per essere intervenuti a questa riunione che vede relatori cinque imprenditori. Ringrazio innanzitutto le autorità che hanno accolto il nostro invito, dal Procuratore della Repubblica di Como, Dott. Alessandro Lodolini, al nostro Questore, Dott. Angelo Calderona, c’è presente anche il Presidente onorario dell’Ucid lombarda che è il nostro avvocato Giavazzi e il Dr. Vigorelli, grande sostenitore della Ucid, lui stesso ucidino. Già presidente della Banca Commercio e Industria che adesso però ricopre incarichi ancora superiori e ringrazio i relatori che, ripeto, sono il Cavaliere Del Lavoro Mario Boselli, che è presidente della Camera della Moda, la Signora Sonia Felice, che è presidente della Fly Synthesis, il Prof. Giorgio Fiorentini, docente universitario alla Bocconi, il Dott. Roberto Mazzotta, Presidente della Banca Popolare e il Michele Perini, presidente di Fiera Milano: Ringrazio il nostro presidente regionale, Grande ufficiale Renzo Bozzetti per avere organizzato questo incontro, ma soprattutto ringrazio l’avv. Amedeo Nigra, che è stato incaricato e retto bene la VI Commissione, questo Comitato culturale della nostra Regione Lombardia dell’Ucid, perché ha convocato questa Commissione, con diverse riunioni, per studiare questo argomento, hanno deciso di intitolare questo convegno: Impresa: tutela del bene comune”.

Io non porto via altro tempo a questa riunione per poter ascoltare queste relazioni, che sono molte questa mattina e avviso, dal punto di vista organizzativo che verso le undici e un quarto ci sarà un coffee break che vi dà la possibilità di distendervi un momento, di assumere nuove energie e sopportare i lavori di questa mattina. Ricordo per chi non l’avesse ancora fatto e volesse fermarsi a pranzo, possono ancora prenotare perché dopo il termine dei lavori, verso le ore 13, c’è la possibilità di avere un pranzo. Grazie. La parola al nostro Renzo Bozzetti che vi saluta.

 

RENZO BOZZETTI: Autorità, Signore, Signori, consulente ecclesiastico di Como, Soci ed amici dell’Ucid, signori relatori, un cordiale saluto e un benvenuti a questo appuntamento di Como organizzato dal gruppo lombardo in stretta collaborazione con la locale sezione Ucid, che ringrazio per la fattiva opera preparatoria, per l’accoglienza, l’ospitalità e la generosa offerta del coffee break di mezza mattina.

Caro Presidente Gentili, te ne siamo grati, ricambiamo di cuore il tuo saluto e ci complimentiamo per tutto quanto hai voluto predisporre per questa giornata. Un particolare ringraziamento rivolgo ai componenti della Commissione Cultura e al suo presidente, l’amico avvocato Nigra, per il significativo lavoro che svolge nel condurre tutte le iniziative atte ad arricchire di contenuto culturale la nostra associazione. E’ con compiacimento che rilevo qui una buona rappresentanza di presidenti, segretari ed amici delle 18 sezioni Ucid del gruppo lombardo. Saluto con affetto il nostro presidente onorario, Avv. Giovanni Giavazzi e mando un saluto e un augurio di pronta guarigione al nostro segretario regionale Avv. Cristina Maldifassi,momentaneamente bloccata per un piccolo intervento chirurgico.

Anche il presidente nazionale della Ucid, Prof. Ferro e il Cardinale Antonelli, nostro consulente ecclesiastico nazionale, hanno voluto partecipare a questo evento con due significativi messaggi di congratulazioni e di augurio. Io oggi siamo qui per dare avvio al lavoro della nostra Commissione Cultura regionale, inteso ad analizzare il bene comune, visto dall’impresa e dai soggetti attori dell’impresa stessa. L’Ucid si interroga sul bene comune, si domanda se e con quali regole sia possibile superare la netta contrapposizione tra impresa e solidarietà. Lo fa con incontri associativi al suo interno e con quattro tavole rotonde i cui temi sono: Tutela del bene comune, che è quella di oggi, altra Tavola Rotonda: Ruolo dei professionisti e bene comune. Ruolo della famiglia e bene comune. Ruolo del non-profit e bene comune. Ciò con la partecipazione di relatori che con le loro significative testimonianze apportano un importante contributo all’analisi globale. L’intento della Commissione Cultura del nostro gruppo è: identificare un decalogo in ordine ai comportamenti da tenere per soddisfare il bene comune. Oggi in particolare la Tavola Rotonda affronta il tema impresa, tutela del bene comune. Testimonianze; esperienze ed idee di imprenditori e dirigenti. Ne parlano valenti relatori che sin d’ora desidero ringraziare per la loro disponibilità e presenza. I loro curricula sono veramente ampi, mi limiterò a citarne solo una parte: Cavaliere del Lavoro Mario Boselli, imprenditore di lungo corso in aziende tessili di famiglia. Presidente della Camera della Moda Italiana e Presidente dell’Associazione Italiana delle Aziende Familiari.

Dottoressa Sonia Felice, imprenditrice, presidente di un’azienda friulana da lei stessa rilanciata, produce velivoli ultra leggeri fra i più sofisticati e innovativi. Ne esporta l’80% in tutto il mondo. Se per avere una Ferrari c’è una lista di attesa di un anno, per avere un suo velivolo in Australia attendono fino a due anni.

Prof. Giorgio Fiorentini, docente all’Università Bocconi, fra i più acclamati esperti di non profit e solidarietà.

Dott. Roberto Mazzotta, deputato per tre legislature, Sottosegretario di Stato, Ministro, Presidente della Cariplo, attuale presidente della Banca Popolare di Milano.

Dott. Michele Perini, imprenditore, già presidente di Assolombarda, presidente di aziende di famiglia produttrici di arredi d’ufficio e presidente di Fiera Milano.

Modera e conclude il presidente della Commissione Cultura del gruppo lombardo, Amedeo Nigra, avvocato e giornalista.

Nel merito del tema oggetto dell’odierno incontro, visto anche nell’ottica dell’Ucid, che fa riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, mi riferisco al compendio quale guida al comportamento dei cristiani nella vita di ogni giorno. Tre passaggi mi sembrano particolarmente significativi e credo possano rappresentare validi spunti di riflessione per il dibattito che seguirà. Il primo attiene alla responsabilità verso i giovani, ritengo debba essere uno specifico compito dell’impresa quello di aiutare i giovani a crescere sul posto di lavoro, professionalmente, ma prima di tutto umanamente. A tal proposito assume grande rilevanza il ruolo di chi è più anziano quale guida dei giovani, nella palestra di vita rappresentata dal lavoro, trasmettendogli conoscenze, esperienze, valori, tradizioni e rendendoli partecipi di un progetto comune senza lasciarsi andare a derive ambiziose e carrieristiche.

Il secondo riguarda la valorizzazione in senso cristiano della grande capacità imprenditoriale del nostro Paese espressa da una miriade di piccole e medie imprese che rappresentano l’asse portate dell’economia nazionale. Il sistema imprenditoriale deve offrire sempre più con grande forza un impulso alla valorizzazione del lavoro, alla crescita del senso di responsabilità personale e sociale, ai valori umani utili al progresso del mercato e della società. Il lavoro non deve essere considerato ai soli fini reddituali, ma va ritenuto soprattutto un valore per la crescita e la realizzazione della persona. L’azienda deve divenire il luogo ove costruire se stessi e la propria famiglia con l’opera delle mani o dell’ingegno, ma anche il luogo ove ciascuno sente di avere una dignità. Bisogna evitare quei comportamenti che non rispettano la persona, ma focalizzando l’attenzione sul guadagno creano condizioni di lavoro insicure e di forte pericolo.

L’ultimo spunto di riflessione riguarda il fenomeno della globalizzazione che alimenta sì nuova speranze, ma deve essere sorretto da saldi principi di equità e di solidarietà tra i popoli di tutto il mondo.

Le politiche di dumping sociale e ambientale operato da alcuni Paesi à e qui il Cav. Boselli può esserci testimone per il caso della moda – rappresentano certamente una turbativa al principio di equità e di rispetto delle persone, ma, allo stesso modo, contravvengono al principio di solidarietà quei comportamenti di chi sfrutta ai soli fini reddituali i Paesi poveri e la loro forza lavoro.

Responsabilità, dignità, rispetto, solidarietà credo debbano essere i principî guida dell’impresa volta alla tutela del bene comune.

La nostra Associazione, noi tutti, dobbiamo condividere uno specifico impegno: quello di diffondere nell’azione imprenditoriale del nostro Paese il valore fondamentale del bene comune quale base di sviluppo economico, sociale ed umano.

Grazie per l’attenzione e la parola al moderatore Nigra.

 

AMEDEO NIGRA: Io ringrazio tutti. Faccio presente che tutti noi, non saremmo niente senza la tradizione.

Noi abbiamo un valore perché abbiamo una cultura che ci è stata tramandata. Un principio che - peraltro - tende ad essere dimenticato nella nostra società.

Proprio per questo, lo scopo della Commissione Cultura vorrebbe essere quello di tentare un rimedio. Vorremmo ricordare i principi che ci sono stati tramandati.

Il Presidente Bozzetti l’ha ricordato. L’obiettivo è arrivare a un decalogo e, appunto, a una sintesi.

Perché, in una società dove si affermano principi opposti, dove tutti sono liberisti e sono tutti antiliberisti, dove tutti i principi si scontrano, noi abbiamo bisogno di una linea culturale che ci guidi, in modo semplice. E la sintesi serve a questo.

Così, una delle prime cose da ricordare l’ha enunciata in un’intervista al Sole 24 Ore l’ultimo premio Nobel dell’economia, Phelps. Il quale ha spiegato che uno dei problemi dell’Europa, ma principalmente dell’Italia, è costituito da una tendenziale avversione al guadagno. La qual cosa è una contraddizione in termini.

Perché il bene comune è costituito da prodotti, da guadagni, da accumulazione. Il bene comune è l’insieme di tutti i lavoratori e di tutte le imprese. Quindi, se noi vogliamo tutelare il bene comune, abbiamo bisogno di tutte queste cose e non possiamo essere contro il profitto ossia contro il frutto del lavoro.

Il bene comune è direttamente proporzionale al numero di imprese che ci sono. Ma questo è un principio che sfugge.

Noi quindi tenteremo di contribuire al chiarimento.

Dunque, dò senz’altro la parola ai relatori, ringraziando il Presidente Bozzetti, l’Ucid tutta, il presidente Gentili, anzitutto, perché, ripeto, senza di loro, noi non avremmo alcuna opportunità.

Nell’ottica della sintesi, chiederei ai relatori di parlare quindici minuti. L’argomento che affrontiamo richiederebbe per la verità giornate intere.

Però, io ho questa campanella. E, allo scoccare dei quindici minuti, suonerò e chiederò gentilmente di terminare.

Do senz’altro la parola per primo al Dott. Michele Perini, preannunciandovi che ha un intervento molto interessante.

 

DOTT. MICHELE PERINI: Buongiorno a tutti. Scusatemi se sono venuto in blue jeans, ma io il sabato mattina passo in azienda, cosa che ho fatto anche questa mattina.

Innanzitutto vorrei presentarmi, non per i miei ruoli professionali, ma per i miei ruoli familiari. Mio nonno nasce nel 1867, mio padre nasce nel 1920, è il tredicesimo di quattordici figli, siamo 95 cugini primi e 215 tra tutta la parentela.

Non sto a dirvi che la nostra è una famiglia estremamente cattolica.. Prima di consegnarci le redini dell’azienda, mio padre ci ha lasciato sei regole.

Prima ce le ha dette, poi ce le ha fatte firmare davanti al notaio.

Le regole sono le seguenti (adesso, per inciso, la chiamano “governance”):

1) le mogli fuori dall’azienda, non in quanto donne, ma in quanto mogli;

2) la netta divisione tra la famiglia e l’impresa;

3) farsi pagare come manager al valore di mercato, né una lira di più, né una lira di meno;

4) se si ritiene di essere all’altezza, non vergognarsi, ma fare l’azionista;

5) gli utili si ritirano ogni cinque anni, si reinveste in azienda quasi sempre;

6) in azienda dovete essere i primi ad entrare e gli ultimi ad uscire.

Chi accetta queste regole avrà girato le azioni, i fissati bollati. Però me li rigirate perché io non mi fido neanche di voi.

Questo era mio padre. Che nel 1990, davanti a un notaio, ci ha girato le quote dell’azienda e con questi principî io e i miei fratelli, sono due fratelli, lavoriamo in azienda.

Quindi, quando ho avuto l’invito da Bozzetti per venire a parlare d’impresa, tutela del bene comune, ho accettato con grande piacere. Perché l’impresa, l’azienda, è parte della mia vita.

Vorrei fare delle brevissime considerazioni di carattere generale. Quando un Paese cresce?

Quando c’è fame e ci sono giovani.

Questo è un Paese che non ha più fame e che ha pochi giovani, tanto è vero che i nostri genitori la fame l’hanno fatta, tutti.

Allora il benessere, inteso come crescita di una nazione a volte può essere anche un deterrente a un miglioramento della crescita.

Allora credo che noi abbiamo davanti un problema. In pratica, in questo Paese, al di là degli schieramenti di chi governa, mancano valori di riferimento o, se vogliamo, ci sono pochi valori di riferimento.

Lo dice uno che qualche giorno fa ha avuto degli ospiti che venivano dal mondo arabo. Io ho ristrutturato uno spazio che era la nostra vecchia fabbrica, a Ripa Ticinese al 111, trasformandola in uno spazio vendite, dove facciamo manifestazioni, show room. Venerdì vengono a dire la Messa e abbiamo un Crocefisso in questo spazio. Dunque, questi arabi mi hanno detto: “ma lei ha grande coraggio; perché in questo Paese io vedo che molti non hanno più neanche il coraggio della loro identità religiosa”.

Detto da un arabo, questo pensiero ci deve far pensare molto fortemente.

Ma ritorniamo all’impresa.

Quello che credo che noi dobbiamo ritornare a fare, soprattutto con i giovani, è far capire che il lavoro è un valore, in quanto tale e che non è l’attribuzione economica della prestazione.

Il primo punto che riguarda il tema del lavoro, è questo: il lavoro è l’espressione, la riuscita individuale del poter fare qualcosa di utile.

Allora il lavoro, inteso inteso come valore, diventa espressione del singolo nei confronti degli altri in un’attività organizzata, economica.

E qui apro una parentesi su un tema che questo Paese sembra avere abbandonato: il valore manuale, il valore del lavoro manuale.

Qui nelle scuole, nelle Università, si enfatizzano solo i lavori che stanno nella comunicazione, nel software, nei servizi, che vanno benissimo, intendiamoci.

Però ricordiamoci che i prodotti nascono, le idee nascono anche da chi è capace di avere una manualità.

Voi siete seduti su una sedia disegnata da un certo Giancarlo Pieretti, che nel 1966, mi ricordo anche l’anno, ha inventato questo sistema di seduta, in pressofusione, primo pezzo fatto in Italia in questo settore.

Era una persona che lavorava alla Castelli di Bologna. Dopo è diventato un designer famoso.

E io mi ricordo che, quando vidi, entrando in azienda, questo prodotto, ne capii la genialità. Lui inoltre mi fece vedere proprio con la manualità, come lui aveva fatto i modelli.

Allora, per fare un prodotto industriale, bisogna che chi pensa, (adesso c’è anche il computer) sia anche capace di semplice manualità.

Ho fatto questo esempio per dire che dobbiamo riprendere a insegnare ai ragazzi che il fare un lavoro e utilizzare le mani, non è un lavoro di serie B. E’ un lavoro utile per il Paese.

L’altro tema, poi, quello che è stato accennato prima, è il tema del profitto e della ricchezza.

Io mi auguro (nella mia concezione di vita) che tutti possano essere un po’ ricchi, non che tutti possano essere un po’ poveri e mi sprono affinché tutti possano avere qualcosa.

Allora, un’impresa che guadagna è un’impresa che può dare più premi. E un’impresa che può valorizzare le persone. Questo purtroppo è un Paese dove è difficile dare premi e profitti perché c’è questa mentalità dell’appiattimento, scusate, della falsa solidarietà.

Questo è un Paese, in cui da quando la solidarietà è andata sui mezzi televisivi, tutti sono bravissimi con i soldi degli altri.

Ebbene, secondo Monsignor Comboni, (che ho conosciuto perché la sua famiglia veniva dal Lago di Garda), la solidarietà migliore è quella in cui il beneficiario non sa neanche da che parte arriva.

Per me questo è un insegnamento importante.

Invece sembra che qui ci sia la gara a dare. Peccato che, poi, i soldi ce li mettono gli altri.

L’aveva scritto Richard Floris in un libro estremamente interessante, trattando i temi legati alla tolleranza, alla capacità, all’espressione tecnologica.

Io  aggiungo, la tolleranza e la tecnologia, altre due T, la tradizione e la tenacia, che sono elementi forti del nostro DNA.

Insieme a un qualcosa, che quel signore che adesso fa il presidente della Banca Popolare di Milano mi ha insegnato trenta anni fa, quando dalle parti di Via Vivaio ci trovavamo in un piccolo ufficio a fare evoluzioni di pensiero, è il tema del rigore.

Tutte queste cose funzionano se chi le porta avanti ha la capacità di avere un rigore, che parte da se stessi, il primo rigore deve essere verso se stessi e poi, regole, impegno ed esempio personale.

Io credo che questi sono elementi sui quali la battaglia quotidiana va combattuta.

I ragazzi, se non hanno un’educazione forte, una famiglia unita, un qualcuno che gli insegni queste cose, hanno delle deviazioni fortissime, sotto questo aspetto.

Quando assumi, io ho assunto alcuni ragazzi bravissimi, la prima cosa che ti chiedono, molti, è: quante ferie all’anno? E quale è l’orario di lavoro e qual è la retribuzione netta?

Io devo dire che ero presente in Assolombarda, ci sono qua degli amici che se lo ricordano, quattro anni fa lanciai un progetto dove, anche qui, la Banca Popolare di Milano ci fu vicina, per fare dello scouting in Cina, con dei giovani ragazzi laureati.

Andai da Mario Monti – il mio presidente della Bocconi – e gli dissi: guarda, io credo che il problema per le imprese non sia solo un problema economico, per le piccole imprese, ma una piccola impresa che ha 50 dipendenti non può prendere e andare in Cina, perché gli fallisce l’azienda nel frattempo.

Allora ho detto: bisogna avere dei giovani che siano disponibili a fare questo.

Abbiamo messo insieme un progetto, finanziamenti un po’ dall’Europa, un po’ dall’ICE e un po’ dalla Banca Popolare di Milano, un po’ dalla Bocconi e un’azienda (impiegando una spesa di 10 mila euro: questo era il contributo che dava l’azienda), poteva avere per un anno un ragazzo che faceva lo scouting in Cina.

Mi hanno detto: ce ne saranno due o tre, di questi casi.

Ebbene, dopo tre anni sono 459. Quindi 459 ragazzi hanno potuto andare in Cina per conto di aziende e altrettante imprese che ne hanno beneficiato.

260 di quei ragazzi sono stati assunti a tempo indeterminato.

Il che vuol dire che, se si lavora in profondità coi giovani e se gli si danno gli strumenti corretti, c’è questa possibilità.

Quando sono entrato in Assolombarda avevamo 800 stage di ragazzi nelle aziende e nelle Università milanesi. Abbiamo messo a punto un progetto con l’Università. E dopo quattro anni, ma non è un merito mio, è un merito dello staff, erano 18 mila.

Da 800 a 18 mila.

Io, quindi, credo e chiudo il mio intervento, che c’è un humus, un terreno sul quale si può lavorare, bisogna lavorare con grande impegno, con grande esempio, con grande professionalità e far capire al mondo della politica che l’impresa non è una vacca da mungere, ma è un qualcosa che serve per rilanciare il Paese, perché solo attraverso la capacità di promuovere e far aumentare le nostre imprese, avremo la possibilità di essere tutti un po’ più ricchi e meno poveri.

 

AMEDEO NIGRA: Grazie e complimenti al Dott. Michele Perini, per la qualità dell’intervento e per la precisione. Adesso, io darei la parola al Comm. Mario Boselli, che ha un’altra interessante vicenda e testimonianza, da proporci.

 

COMM. MARIO BOSELLI: Speriamo che sia interessante!

Buongiorno a tutti e grazie all’Ucid per avermi invitato.

Io credo che valga la pena di spendere due parole sul settore che rappresento e poi sulla testimonianza imprenditoriale.

Credo che qualche numero vada dato. Estrema sintesi, per non annoiare.

Noi oggi occupiamo ancora circa 800 mila addetti in 80 mila imprese, quindi numeri importanti.

Anche da questa doppia indicazione emerge la debolezza del sistema, perché, quando si divide il numero degli addetti per il numero delle imprese, la media è di dieci e, quando si considera che abbiamo anche delle realtà di centinaia di addetti e qualcuna da qualche migliaio, è evidente che abbiamo anche delle imprese al di sotto dei cinque addetti.

Vincere la sfida della globalizzazione con queste dimensioni è estremamente difficile. Quindi, il piccolo, ahimè, è sempre meno bello.

Detto questo, a me pare che comunque il risultato sia ancora molto buono, perché noi quest’anno chiuderemo ancora con un saldo attivo della bilancia commerciale del settore di 17 miliardi di euro, che sono in riduzione rispetto ai 21 miliardi di euro dell’inizio della crisi 2001, ma sono sempre una grossa realtà.

Tanto per dire, la grande Francia, il glamour di Parigi, le sfilate che tanto fanno parlare, come sistema hanno un saldo negativo che loro confessano a malincuore, ma che varia da meno due e mezzo a meno cinque.

Se fate una somma algebrica, la differenza è di 20 miliardi di euro. Noi siamo molto orgogliosi.

Io cercherei di guardare un po’ avanti e, quindi, provare a rispondere a ciò che ha detto il Presidente Bozzetti riguardo alla sfida della globalizzazione, perché questo è il discorso.

Io credo che il settore nostro vada visto come una piramide, una piramide che segmentiamo, per facilità, in tre.

Il triangolino alto è quello che rappresentiamo noi come Camera della Moda. Poi ci sono 200 aziende, 200 marchi, almeno la metà di questi eccellenti e diffusi a livello internazionale. Infine, ci sono tutti gli altri che fanno un buon lavoro e che quindi alimentano una filiera molto compatta di qualità, anche tessile.

Visto che qui parliamo in una zona molto tessile, noi vediamo questo triangolino abbastanza al riparo dalle concorrenze anomale extra europee. Questo è un full made in Italy, quindi è lavoro che resta in Italia.

Poi andiamo in fondo alla piramide, che è la parte più interessante, più ampia e purtroppo lì dobbiamo essere molto chiari con noi stessi, perché, in caso contrario, questo discorso sarebbe perso per sempre.

Qui c’è la Cina, c’è l’India, tutti i Paesi esotici che volete inventarvi, da Taiwan in su, al Pakistan. Qui è inutile impegnarsi perché sarebbe una battaglia contro i mulini a vento.

Il discorso vero lo dobbiamo fare sulla parte intermedia, che è comunque importante, perché gran parte di quegli 800 mila addetti sono lì, quindi è di quell’area che ci dobbiamo preoccupare.

Noi diciamo che probabilmente la battaglia si vincerà su tre assi.

Primo asse: il prodotto, prodotto, prodotto, lo cito tre volte perché è di gran lunga più importante, senza prodotto non si va da nessuna parte.

Il secondo: l’entità dei lotti, perché i Cinesi sono bravissimi.

Credo che il Presidente Perini una volta mi abbia raccontato una storia di una copia di un suo prodotto. Egli può quindi esserne un testimone.

Io però vado in Cina dall’84, ne ho viste di tutti i colori, ma devo ammettere che sono molto migliorati, ultimamente in modo esponenziale. Sono capaci di fare quasi tutto, diciamo quasi tutto.

Gli unici prodotti che non sono capaci a fare e che non hanno interesse a fare sono le piccole serie. Noi siamo, direi, condannati, per contro, a occuparci di serie comunque limitate.

Terzo: la velocità di consegna, ossia il tantum market. Noi dobbiamo essere veloci.

La Cina, nonostante le navi, gli aerei, che però costicchiano, è ancora, per fortuna, lontana, quindi sulla velocità facciamo bene a guardare vicino.

Per realizzare questo, in una situazione di competitività ragionevole, perché quel prodotto non si compra a qualunque prezzo, ma deve avere un prezzo ragionevole, noi abbiamo indicato (dico noi come Camera della Moda, ma abbiamo firmato questo protocollo noi come anche i Francesi) una delocalizzazione di prossimità.

Che vuol dire che l’Europa a 15, la nostra vecchia Europa, è assolutamente non competitiva. Ma questo lo sappiamo da tempo, soprattutto nel settore manifatturiero.

L’entrata di dieci Paesi nella Comunità Europea nel maggio del 2004 – però - ha di molto migliorato la situazione.

E’ stata un’iniezione di competitività e anche di opportunità di vendite per molti di noi in questi mercati nuovi.

Abbiamo abbiamo scoperto il fronte Sud. Dall’altra parte c’è l’oceano e non ci preoccupiamo più di tanto. Fronte Sud vuol dire Nord Africa, dal Marocco alla Turchia.

Noi siamo convinti che una unione di questa realtà a Sud, con la realtà ad Est, consenta di creare in questa zona paneuromediterranea una compagine in grado di competere non ad armi pari, ma certamente, molto meglio che se fossimo soli con l’Asia.

Detto questo, io credo che, se accettiamo la delocalizzazione in una zona di prossimità, potremo rimanere legati a un discorso di testa che si trova in questa zona, ossia a tutto ciò che è pregiato, quindi il marketing, l’innovazione, la ricerca, la logistica, cioè il cuore, che deve ivi rimanere.

Questo, però, lo potremo fare solo se vi sono delocalizzazioni di prossimità.

Quando si va lontano, in Cina, in India e quant’altro, è un altro film, si va via dal paese, allora la logica è più da multinazionale, più di tipo finanziario, ma non c’è questa integrazione.

Ne ho avuto una rapida conferma il giorno 7 di novembre. Sono stato al Chief Economist di Intesa, ove è stata fatta una ricerca specifica che ha confermato la nostra tesi.

Non ho slide, ma magari ve le faccio vedere da qui, sono due indicazioni (NDR: viene mostrato un prospetto). Quella sopra è il fatturato, quella sotto è la produzione, per settore a monte e settore a valle. Purtroppo la produzione fatta in Italia cala, mentre il fatturato quest’anno cresce.

Noi quest’anno avremo un fatturato che cresce del 4%, la produzione calerà del 7-8%.

E’ una forbice che è legata a queste delocalizzazioni virtuose o meno virtuose. Questo ha però delle conseguenze che sono non tutte negative.

Per esempio, noi vediamo – ve lo confermerò poi con la mia breve testimonianza – che in Italia stanno aumentando molto le figure professionali impiegatizie, quadri e dirigenti, tanto quanto calano gli operai. Questo è il discorso degli operai che calano e questo è il discorso degli impiegati, quadri e dirigenti che aumentano.

Vi faccio vedere la slide della Romania, perché in Slovacchia o in tutti i Paesi del centro Est il fenomeno si ripete, come in Romania.

Questi sono gli operai che aumentano, invece non aumentano impiegati ecc. Allora la nostra esperienza aziendale, della quale vado a parlare in tempi brevi, conferma questo.

Noi abbiamo più o meno gli stessi dipendenti globali che avevamo nel 1997, però con gli operai che sono calati in una maniera verticale in Italia, mentre gli impiegati, i quadri e i dirigenti sono rimasti stabili, sono aumentati in Italia e gli operai (che erano zero evidentemente prima di questa delocalizzazione o internazionalizzazione), sono oggi più di 300. Quindi sono quasi tutti all’estero.

Quindi, se parliamo del bene comune, dobbiamo preoccuparci del risultato globale.

Un’evoluzione che privilegi la difesa di certe specificità, di certe professionalità, che hanno poi la possibilità di resistere anche a ulteriori sfide della globalizzazione, a noi sembra una gran cosa.

Racconto brevemente perché mi restano, se non erro, sei minuti, la nostra esperienza che conferma questa situazione.

Ho due figli, più una figlia, che però fa la farmacista e quindi non è coinvolta in vicende aziendali.

Carlo ha 43 anni, 42 Federico. Carlo, detto lo slovacco, è quello che si occupa dei fili, quindi è quello che passa un terzo del suo tempo in Slovacchia.

Federico è quello dell’area fashion, è ingegnere, mentre il primo è bocconiano, ha un anno e mezzo di meno, quindi 41 anni e mezzo.

Due strategie tutte diverse. Carlo è stato costretto ad emigrare, perché se non fosse andato là, probabilmente oggi l’azienda non ci sarebbe più.

Federico è qua, contento di essere qua perché fa un prodotto con alto contenuto creativo, dove l’incidenza della manodopera è l’8% e quindi si riesce a essere competitivi, anche perché si riesce a far pagare al mercato quel più di creatività che è poi la forza del sistema del nostro  Paese, in termini di moda.

Dopo cinque anni di grandi sacrifici e grandi fatiche, oggi i risultati sono estremamente positivi, quanto meno in termini di fatturato, perché la strategia è quella giusta. Devo dire però, con grande onestà, che qualche errore da me è stato commesso. Quindi, in pratica, denuncio una situazione negativa e magari ne racconto una positiva.

La situazione negativa è stata quella che, dopo avere avviato questa bella fabbrica che oggi è forse la fabbrica più importante del Nord-Est-Centro Europa, in Slovacchia, a Omenè, ai confini con l’Ucraina, noi abbiamo, (anzi, io ho tentato, con un po’ di romanticismo), di tenere aperte le fabbriche in Italia, sette in totale.

Questo è stato un errore, perché alla fine le abbiamo chiuse lo stesso. Quindi, la gente è andata a casa lo stesso. Però in quei due o tre anni in cui le abbiamo tenute inutilmente aperte ci siamo indeboliti, perché abbiamo perso un sacco di soldi.

Quindi, siamo arrivati allo stesso risultato più tardi. Questo è stato, a mio giudizio, un errore, dovuto al fatto che ci si illudeva di avere una logica come quella precedente al 2001.

Ma dal 2001 con le Twin Tower è cambiato il mondo! Quindi, i processi di cambiamento strutturale erano in atto. Ma l’accelerazione data da questa crisi è stata epocale.

Oggi abbiamo ancora quattro fabbriche in Italia. Ce le teniamo care perché abbiamo anche molto razionalizzato il personale.

Solo due, delle quattro più piccole, hanno ritrovato dei parametri di redditività buoni. Questa è l’azione più negativa che io ho realizzato.

Quindi, solo per chiosare il tema dell’incontro di oggi, il bene comune va difeso con generosità, ma anche con intelligenza, perché questa mia esperienza dimostra che contro certe realtà del mercato non si va.

Vi descrivo invece una azione positiva, che credo di aver fatto.

Avendo questi due figli bravi, laureati, sposati, imprenditori seri, quando ho visto che avevano 35 anni, maturi, bene impegnati nell’azienda, mi sono detto: se io resto troppo ingombrante, do fastidio a loro e non li faccio crescere più di tanto.

Quindi, all’età di 55 anni, ho cominciare a delegare molto, arrivando a delegare il 100% dell’operatività.

Un anno e mezzo fa, anche perché ho visto come andavano le elezioni, le donazioni e quant’altro e, quindi, come sarebbe andata a finire, ho ceduto tutto, proprio tutto, nuda proprietà, usufrutto ai figli e, visto che era la scadenza delle mie cariche, mi sono anche ritirato dalla gestione.

Quindi, io non ho più nessuna responsabilità in azienda. I dominus sono loro.

Il consiglio che mi sento di dare, nell’ultimo minuto, anche come presidente dell’Aidaf delle imprese familiari, è di avere il coraggio di andarsene presto, quando non si è ancora troppo attaccati alle cose.

Io vi dico che in questi dieci anni mi è capitato di avere qualche altra responsabilità da lasciare e che faccio un po’ più fatica.

Bisogna gestire la successione al momento giusto, quando si è ancora nel vigore e nella voglia di delegare, perché poi un po’ di egoismo subentra, ci si attacca alle cose.

E’ chiaro che, in questo, il buon Dio ti deve dare una mano, perché se non hai la facilità della successione, di avere dei figli bravi e impegnati, devi cercare il dirigente da mettere in azienda.

Per un’azienda familiare è difficile, per un’azienda di piccole dimensioni è ancora più difficile, non è uno scherzo.

Però io credo che ognuno di noi debba cercare la propria strada con umiltà e determinazione.

Questa è la mia esperienza e se vi può essere utile in qualche modo, lieto di avervela offerta. Grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Io ringrazio per questi due primi interventi molto interessanti.

Non solo perché i relatori sono stati nei tempi previsti, fatto che rappresenta già una “impronta” di cosa vuol dire saper seguire dei princìpi, ma anche per gli ottimi contenuti, contenuti che poi cercheremo di sintetizzare, con il presidente Bozzetti e di farne una raccolta.

Oltre a questo, anticipo fin d’ora che i primi due relatori hanno introdotto un tema che verrà nuovamente trattato poi: il tema della famiglia.

Avrete notato che, in entrambe le relazioni, c’è questo tema ricorrente importantissimo costituito dalla cultura della famiglia, di cui ha parlato adesso il Commendator Boselli.

Tema ricordato molto bene anche dal Dott. Perini, quando ha evocato l’imprinting che aveva ricevuto dal padre. Ne riparleremo.

Adesso noi siamo ospiti del presidente Gentili e avremo un piccolo coffee break per interrompere la caduta della curva dell’attenzione, come dicono gli psicologi.

Dopo, ripartiremo con gli altri interventi, partendo dal Dott. Roberto Mazzotta.

 

AMEDEO NIGRA: Grazie di essere rientrati.

Riprendiamo e do la parola al Dott. Roberto Mazzotta, che ho sentito qualche giorno fa e che, oltre ad una grande esperienza, ha anche un interessantissimo senso dello humour.

Infatti, io gli ho ricordato l’ultima conferenza cui aveva partecipato nel 1985, alla presentazione di un mio libro.

Allora, appunto, Roberto Mazzotta era commissario della Democrazia Cristiana.

A quel ricordo, lo stesso Roberto Mazzotta ha esclamato: ma quello era “il vecchio testamento”.

In effetti in questi 21 anni bisogna dire che è veramente cambiato tutto, incredibilmente. Quindi, do senz’altro la parola al Dott. Roberto Mazzotta.

 

DOTT. ROBERTO MAZZOTTA: Io ringrazio molto per l’invito con cordiale saluto.

L’argomento che mi tocca, trattando di banche, non suscita immediatamente un senso di gioia, perché normalmente nel mondo delle imprese l’argomento banche è sempre frutto, dicevo appunto all’amico Nigra, croce e delizia, delle argomentazioni che gli imprenditori fanno.

Io cerco di raccontare alcune cose per punti, per tenere i tempi.

Il primo. I due interventi che sono stati fatti prima della sospensione, mi permetto di dire interessantissimi e bellissimi, sono stati l’espressione di un concetto fondamentale nella vita di tutte le imprese, quindi anche delle banche, che si accorgono di essere imprese, sempre di più.

E, cioè, che in ogni decisione che gli operatori economici fanno, l’elemento più importante è capire qual è il senso delle decisioni e qual è il senso delle scelte. Il senso è un concetto complesso, non può essere solamente la convenienza, guai se non è la convenienza, ma non può essere soltanto l’immediato vantaggio.

In generale, se le scelte sono giuste, “il senso” diventa qualche cosa di più ricco e di più complesso.

Il senso è fatto dallo spirito col quale l’imprenditore affronta gli argomenti, che sono davanti a lui ogni giorno e organizza la sua vita di lavoro e la sua vita di impresa.

Per chi ha una formazione come la nostra, alcuni vocaboli sono a lungo apparsi come vocaboli di difficile maneggio.

Per esempio, nella nostra tradizione, nella nostra concezione, sul termine profitto ci sono state lunghe discussioni e molti hanno anche detto cose profondamente sbagliate.

Il profitto fa parte del senso dell’impresa, è un elemento indispensabile. Però deve essere visto, da parte di chi ha senso dell’impresa e della ragione delle scelte d’impresa, come uno strumento indispensabile, non come un fine esclusivo.

Il senso dell’impresa richiede anche di considerare bene la variabile temporale, perché la massimizzazione del vantaggio a breve può non avere senso, in una decisione complessiva.

Il senso dell’impresa è quello di decidere un interesse comune insieme agli altri, insieme alla propria famiglia, insieme ai propri collaboratori, insieme ai propri clienti.

Il senso dell’impresa è quello di massimizzare il profitto, ma non a svantaggio del mercato.

Quindi dare senso alle proprie decisioni richiede una cultura, richiede un sistema di valori, richiede una mentalità.

Io penso che questa sia la premessa di qualsiasi ragionamento, anche di quelli che mi permetto di farvi adesso, sull’argomento banca.

La banca in Italia, negli ultimi dieci, quindici anni, ha avuto una trasformazione radicale.

E’ diventata impresa, da istituzione che era, ha scelto quindi di competere, aumentando enormemente il suo peso nella vita economica e la sua capacità di condizionamento nella vita economica.

Le modificazioni legislative, istituzionali fatte all’interno, derivate dall’applicazione di direttive dell’Unione Europea, hanno trasformato completamente questo scenario e hanno dato all’intermediario bancario un incremento di funzioni, di potere, di peso nella realtà economica, che oggi sono arrivate al massimo storico. In un Paese come il nostro, in un mercato come il nostro.

Questa conclusione si rileva anche in altre regioni europee, ma nel nostro è molto forte, essendo il sistema economico rigorosamente bancocentrico.

La risposta al fabbisogno finanziario, economico, di breve, di medio e di lungo periodo dell’impresa è soddisfatto quasi esclusivamente dalla banca.

La banca non c’è, solo per un numero limitatissimo di aziende. La banca è l’unico fornitore del fabbisogno finanziario.

La banca, diventata gruppo a più funzioni. Fa i mestieri più diversi.

Una volta il mestiere del banchiere era limitato dalle specializzazioni e alcuni comparti non erano gestibili dalla banca.

Oggi nel gruppo plurifunzionale la banca concentra tutte le funzioni, gestisce ogni tipo di attività creditizia, indipendentemente da vincoli di specialità e di scadenza, è presente in maniera massiccia nell’attività di gestione del risparmio, nell’attività di distribuzione e di formazione di strutture di investimento collettivo, nelle attività di banca di investimento ecc. ecc.

Ha quindi un’importanza, che non c’è mai stata nella storia dell’Italia unificata.

Negli ultimi tempi questo sistema ha conosciuto robuste trasformazioni.

Subito dopo l’introduzione della legge bancaria, che ha riformato radicalmente la legge del ’36, vi è stato un forte accorpamento di attività bancarie, senza però intervenire pesantemente, massicciamente nelle condizioni di erogazione.

La riorganizzazione bancaria italiana ha avuto una timidezza nel manifestarsi immediatamente sul mercato, in termini di forte e reale concorrenza, capace di produrre effetti significativi e forti sul livello dei prezzi e sul livello dell’effettiva concorrenza tra le banche, che noi, persone di banche, diciamo sempre essere sempre altissima e quasi perfetta. Ma non sempre è vero.

Siamo entrati oggi in una seconda fase (lo leggiamo sui giornali tutti i giorni), di formidabile ricomposizione del sistema.

Ecco, su questo io credo che alcune osservazioni debbano essere fatte in termini di senso. Qual è il senso di queste cose?

Io penso che, se gli elementi di senso che abbiamo ricordato possono essere espressi, il senso deve essere che quest’operazione di radicale trasformazione debba portare a un miglioramento della professione, quindi a un vantaggio del mercato.

Ha senso tutto questo se il mercato trova vantaggi, in termini di qualità del prodotto, puntualità del prodotto, competitività dei prezzi, allargamento della concorrenza, quindi se queste operazioni sono legate a operazioni industriali forti, competitive, aperte.

Queste operazioni sono fortemente regressive, non hanno senso rispetto ai principî ricordati, ma sensi diversi, quando possono essere operazioni di potere.

E questo è un discrimen, estremamente importante. Perché noi non possiamo pensare che concentrazioni formidabili, che mettono insieme un potere enorme nell’intermediazione bancaria, finanziaria, assicurativa, a livelli mai visti dall’unificazione italiana in poi, se non ci sarà una fortissima apertura di mercati, a livello internazionale e, se quindi non ci sarà veramente concorrenza di mercato aperto, rischino di diventare formidabili occasioni di potere, non miglioramenti di senso dell’attività competitiva e quindi di servizio al mercato.

Questo è un aspetto sul quale io credo si debba ragionare con molta attenzione e con molta prudenza.

Vengo a un altro punto. La banca ha un rapporto con il sistema delle imprese delicatissimo e vitale.

Le riforme che sono intervenute nei comparti della vigilanza prudenziale, quindi delle regole che presidiano l’attività bancaria e la possibilità di definire lo sviluppo della propria operatività, a fronte del patrimonio che ogni intermediario ha, oggi chiedono di accostarsi all’impresa con un taglio totalmente diverso.

Non è pensabile nei prossimi anni che una banca possa funzionare bene, dare buoni risultati per i propri azionisti e per chi lavora in queste banche, se non si costruisce con l’impresa cliente un rapporto di conoscenza, di collaborazione, di capacità di valutare il merito economico e finanziario dei progetti che devono essere sostenuti, se quindi non vi è un rapporto di professionalità tra banca e cliente-imprese, diverso da quello che in un periodo illimitato possiamo avere alle nostre spalle.

Niente è mai completamente nuovo, intendiamoci bene, perché, quando io parlo con i miei collaboratori e cerchiamo di costruire i meccanismi di rating, cerchiamo di farlo in una maniera non soltanto standardizzata, in modo che il computer fa quasi tutto, cerchiamo di avere anche una capacità di avere gli strumenti per interpretare il bisogno dell’azienda, saperlo valutare, saperlo pesare, saper definire il rischio, quindi dare l’effetto migliore in termini di quantità, tempi e prezzo.

Io continuo a dire: ma guardate che, sì, queste sono cose totalmente nuove nella professione che voi fate.

Io sono convinto che alcune forme tecniche oggi sono quasi sempre espresse in inglese, perché, evidentemente, noi abbiamo una certa povertà di lingua che non ci permette di farlo in maniera diversa.

Però voi avete presente la ricostruzione degli anni cinquanta? Io, ai miei giovanotti, lo dico sempre: voi avete presente la ricostruzione degli anni cinquanta? Ecco, io vi chiedo di saperlo fare con le piccole imprese, che magari non hanno patrimonio già formato, dove voi dovete valutare il progetto, la faccia, la capacità di chi vi chiede qualcosa.

Certo, io vi chiedo di avere tutti gli strumenti tecnici raffinati del rating, però vi faccio come esempio (io sempre un po’ patriota) dei ragionieri della Cariplo che, magari non sapevano assolutamente cos’era il project financing, non sapevano assolutamente cos’erano delle nozioni misteriose e complicate, però hanno finanziato in Brianza, nel Nord Milano, nella realtà milanese, la ricostruzione degli anni cinquanta e hanno aiutato gli operai a diventare imprenditori.

E l’operaio non gli portava i beni della moglie, che magari non aveva.

Tante volte questa gente aveva fatto e saputo fare quello, quindi questo è il mestiere che oggi ovviamente pratica.

La banca, sempre più bancocentrica e capace di offrire prodotti e servizi sempre più diversi, numerosi e quasi completi, deve tornare ovviamente a saper fare.

Poi dico queste cose naturalmente alla presenza di banchieri consolidati, antichi che hanno fatto anche loro un pezzo importante della vita sociale ed economica del nostro territorio.

Qui ci sono quei due signori, che sono davanti a me che hanno fatto un pezzo dell’economia della nostra Lombardia e del nostro Paese. Quindi io racconto cose note e forse condivise.

Altro elemento di grande importanza: versante famiglie, banca che gestisce e serve il risparmio.

Alti e bassi, luci e ombre, perdita di prestigio molto forte negli ultimi anni, risposte non sempre tempestive, debolezza di vivere in un sistema nel quale purtroppo non si riesce a identificare gli elementi di forte sviamento e di forte insufficienza e quindi si rischia di fare di ogni erba un fascio e di perdere fortemente il rapporto fiduciario tra il mondo delle famiglia e il risparmio e gli intermediari.

Noi siamo passati attraverso le esperienze di Cirio, Parmalat, Argentina eccetera eccetera

Io credo che il mondo degli intermediari e delle autorità abbiano avuto diverse responsabilità.

Si è arrivati a una situazione nella quale la perdita di fiducia è stata molto elevata.

Questi elementi si sono persi nelle nebbie di una memoria ormai smarrita e non ci hanno aiutato a fare un salto forte, nel senso che, precisando quali potevano essere le effettive responsabilità (non la caccia alle streghe) e non avendo compiuto questo passaggio, non siamo riusciti a fare più fortemente il grande salto nella capacità di servire il risparmio delle famiglie con gli strumenti professionali, evitando il fai da te ed evitando il ritorno o la fuga alla preferenza per la liquidità o alla preferenza per strumenti poco competitivi e poco capaci di andare verso l’attività e verso il servizio vero alle imprese.

Quindi, banca: mondo complesso. E chiudo con questa osservazione: mondo che deve essere, per avere senso nelle scelte, al servizio del mercato, al servizio delle imprese, al servizio delle politiche economiche delle istituzioni.

Il sistema bancario e finanziario non può diventare strumento prevalente del potere più forte delle istituzioni, non controllato dal mercato, quindi non al servizio degli interessi effettivi del mercato.

Completamento del percorso e piena valutazione del senso che può avere questo mestiere, non temendo la concorrenza, aprendola e non avendo paura che chi entra superando i nostri confini possa dare fastidio alla nostra economia.

Perché le aggregazioni, anche le più grandi, sono sempre favorevoli quando la concorrenza limita i loro effetti negativi, mentre rischiano di essere perniciose quando prevale in qualche maniera una logica di mercato chiuso.

Nonostante le dichiarazioni e nonostante le possibili condizioni obiettive, ma attraverso evidentemente forme e comportamenti.

Il nostro è un mestiere difficile, è un mestiere che richiede sempre di avere un forte senso del limite e che richiede di fare quello che Boselli raccomandava prima: richiede in certi casi di avere sempre molto presente l’esigenza di un rapido ricambio.

L’esigenza delle imprese, l’esigenza di questo mondo è di una forte mobilità tra esperienze di diverso tipo.

Io ho fatto un’esperienza di passaggio, da un’esperienza politica a un’esperienza imprenditoriale, a esperienze diverse. Sarebbe importantissimo se accadessero ripetutamente queste cose.

Chiudo con una grande raccomandazione: cerchiamo di evitare che si possa fare politica, attraverso l’uso della banca.

 

AMEDEO NIGRA: Ringrazio il Dott. Mazzotta.

In un’altra occasione ci dirà con chi andrà la Banca Popolare di Milano.

 

DOTT. MAZZOTTA: Con chi ci vuole!

 

AMEDEO NIGRA: E do senz’altro la parola al Prof. Giorgio Fiorentini.

Come ha ricordato giustamente il nostro Presidente Bozzetti, uno dei migliori esperti di economia aziendale, specificamente nel campo del no-profit e della solidarietà, editorialista del Corriere della Sera.

 

PROF. GIORGIO FIORENTINI: Io vi ringrazio di avermi invitato.

Devo dire che ho ascoltato con molto interesse ed anche con un certo coinvolgimento l’esperienze che sono state poste negli interventi precedenti.

Io non porto un’esperienza specifica. Cercherò sostanzialmente però di dare alcuni elementi di fondo rispetto a questo tema che ci è stato assegnato, cioè dell’impresa come tutela del bene comune.

Non vi parlerò del no-profit, vi parlerò di profit. Vi parlerò di no- profit, in un altro momento, se volete.

Devo dire che le esperienze che sono state poste qui, il concetto di famiglia, il concetto di impresa prima col presidente Perini, mi richiamano essenzialmente un mio maestro, che poi però avevo già posto nei miei appunti, che è Carlo Masini.

Il quale aveva già visto precedentemente che il bene comune è l’insieme di istituti che secondo lui erano: la famiglia, l’impresa, le aziende pubbliche e quelle “pubbliche-private”.

Poi abbiamo sdoganato una quarta, che è quella del no-profit.

Però questo è molto importante, perché vuol dire che già fin da allora aveva capito che sostanzialmente la famiglia, per esempio come istituto, portava dei valori.

E diceva: guardate che la famiglia (nel suo lavoro, lavoro risparmio insomma), per raggiungere i propri fini, bisogna che abbia la capacità organizzativa, gestionale. E diceva che era un’azienda di consumo.

Allora voi capite che qui c’è un filo conduttore per tutti questi attori, gli istituti, che è la capacità aziendale, la capacità organizzativa, gestionale, la capacità di management.

Io però ho tentato anche di pensare a una definizione, rendendomi conto dell’aspetto, in un certo senso, buffo del problema.

Se andate un po’ in giro a vedere su Internet e quant’altro, ormai questi sono gli strumenti, non è che ci siano grandi definizioni di bene comune.

Il bene comune è sempre visto come un finalismo (“Per il bene comune, facciamo questo, eccetera”). Per il bene comune, però, voglio dire qualcosa di un po’ più ancorato.

Certamente, non sarà esaustiva la mia definizione.

Ma ho tentato di pensare un attimo alla sostanza: per fare un passo avanti.

Quindi, inteso, il bene comune, come un insieme di risultati economico-sociali, facendo però attenzione all’ordine, metto così le sue qualità: essere economico e sociale, in equilibrio, con più beni integrati fra loro per avere una continuità e una perdurabilità dell’impresa.

In economicità, quindi, con questo concetto sostanzialmente del rapporto costi e ricavi, attivo e passivo, autonomia e capacità quindi di autonomia viste nel senso, per esempio, finanziario.

Quindi, viste anche come la capacità di avere una creatività, razionalizzata. Evidentemente, dell’autonomia finanziaria, si cerca la migliore combinazione delle risorse per avere un ROI, un ritorno sull’investimento adeguato agli investimenti sia degli azionisti, gli share holders, visti nella dimensione di quelli che detengono parti dell’azionariato, sia degli stake holders, i portatori di interesse rispetto a questo tipo di impresa.

In una logica di – prima si è fatto un accenno – solidarietà e di sussidiarietà.

E’ vero che questo concetto della solidarietà è un po’ un concetto abusato.

Però è vero che, sostanzialmente, come diceva prima il presidente Mazzotta, dà anche un senso alla nostra attività di tipo hard, si direbbe, cioè di tipo aziendale in senso molto positivo, evidentemente una logica di sussidiarietà.

Sussidiarietà deriva dal termine latino subsidium, che vuol dire aiuto e indicava le truppe che, sostanzialmente, in campo di battaglia, venivano messe ai lati o dietro l’esercito, nel momento della battaglia.

Quando c’era bisogno – subsidium, aiuto – entravano le truppe sussidiarie che facevano tutte queste operazioni.

Ma per fare che cosa? Per vincere, non certo, evidentemente, per perdere.

Nella Centesimus Annus, Giovanni Paolo II dice che l’impresa è prima di tutto e soprattutto una comunità di uomini e afferma che il profitto è un indispensabile indicatore del buon andamento dell’azienda, ma non è l’unico.

Anche prima il presidente Mazzotta ha fatto un ragionamento, dicendo: attenzione, il profitto non è l’unico, esclusivo e ad libitum senso obiettivo dell’impresa.

Certo che il profitto è uno strumento ed è uno strumento operativo e indispensabile per poter raggiungere quello che sono i finalismi della nostra impresa.

Capite che ormai siamo in una situazione tale per cui è indubbio che, non è solo il profitto, è un di cui il reddito.

Perché poi qui abbiamo tutto l’intangible asset che va dal concetto della marca, al concetto della qualità delle persone, al concetto sostanzialmente della nostra capacità distributiva.

Insomma, tutti questi elementi che non sono sostanzialmente collegati al rapporto materia. Ma fanno di più.

Comunque, anche servizio e risultato solo di tipo economico, ma è un risultato che deriva da una serie di elementi intangibili, ed è tutto il discorso dell’intangible asset.

Devo anche dire che il bene comune non è una sommatoria, ma è una produttoria, nel senso che il bene comune è un insieme di elementi tale per cui questi stessi elementi si moltiplicano fra loro e si integrano e raggiungono un livello che è superiore a quelle che sono le risorse poste in essere.

Questo mi sembra intuitivo, ma il concetto è che nella sommatoria, noi possiamo fare in modo che possiamo azzerare uno degli addendi, mentre nella produttoria non possiamo mai azzerare uno degli elementi della moltiplicazione, perché altrimenti, a questo punto, si azzera tutto il bene comune.

Allora è chiaro che, a questo punto, noi abbiamo una forte responsabilità fra le altre, che è quella di mantenere sempre e comunque una quantità tale di bene comune che ci permetta essenzialmente di non azzerare mai il livello di moltiplicazione.

E questa è una grande responsabilità dell’imprenditore.

Quindi, questo è un ulteriore elemento. Il bene comune del gruppo è fatto di stipendi dei dipendenti, la sostenibilità, la perdurabilità, la continuità, perché, attenzione, questi concetti della perdurabilità, della continuità, sono elementi molto importanti all’interno della valutazione di un’impresa.

Non è il mordi e fuggi, non è l’elemento speculativo visto nella dimensione dell’hic et nunc sostanzialmente delle situazioni. La nostra è una continuità.

C’è una telologia dell’impresa, c’è un finalismo sostanzialmente dell’impresa.

Masini diceva: il fine generale dell’impresa è concorrere per molteplici vie alla promozione della persona umana.

Il reddito non è il fine dell’impresa, ma è una parte del sistema dei valori.

Nella dinamica economica verso il bene comune come insieme di persone. Quindi questa integrazione tra gli azionisti (share holders) e sostanzialmente gli stake holders, (i portatori di interessi).

C’è stato un passaggio a questo punto da tutte queste situazioni, che oggi è molto concreto, che è la corporate social responsibility, la responsabilità sociale dell’impresa.

Ormai, non c’è convegno dove non si parli di CSR, chiamatela come volete, ma dove invece questo elemento può diventare sostanzialmente un elemento importante.

Perché, attenzione, dietro questa corporate social responsibility, ci può essere un incremento forte di valore hard, cioè quello dei fatturati, che è quello sostanzialmente delle vendite, della distribuzione.

Noi abbiamo fatto una ricerca tre anni fa, volta a capire quale era il ritorno sull’investimento, anzi, sugli investimenti sociali delle imprese.

Abbiamo lavorato su: il livello di distribuzione, ossia la marca, che è una delle componenti fondamentali, e se ci fossero delle formule, in termini quantitativi ovviamente; poi su uno dei problemi grossi, ossia quale è l’indice finanziario di redditività, che poi è uno degli elementi.

Il terzo elemento era sostanzialmente la capacità di valutare il valore aggiunto rispetto al valore delle persone.

Il quarto livello era essenzialmente rappresentato dalla distribuzione, cioè quanto la rete di vendita sostanzialmente poteva avere un incremento rispetto a una dimensione anche di tipo sociale.

Tutto questo che cosa ci comporta? Ci porta alla tesi Levit & Friedman. Friedman è morto l’altro giorno, premio Nobel, persona fortissima, bravissimo, un economista che ha sostanzialmente portato avanti fortemente tutto il tema della liberalizzazione ad oltranza, il quale diceva che la questione sociale era il profitto.

Un profitto che è la composizione del profitto e del non-profitto è il profitto del profitto. Che non è un gioco di parole! Cioè uno non è un ossimoro (il profitto del non-profitto) e l’altro non è un reiterare il concetto del profitto, ma è il concetto dove a un certo punto c’è questo tipo di integrazione e unitarietà.

A questo punto leggo essenzialmente il decalogo, perché, leggendo, ho tentato di fare un minimo di decalogo.

Primo: profitto della ricchezza sociale, ossia reputare sostanzialmente che la ricchezza sociale abbia un profitto rispetto al bene comune, nel senso che c’è un valore aggiunto, è un paradosso indispensabile ed è un concetto di gestione delle integrazioni e così via.

La gestione delle risorse, a parte le tradizionali, gestisce il valore e i valori o i valori e il valore, però la cosa interessante è che anche i valori hanno un valore economico, dal punto di vista solo della valorialità.

Vi è inoltre una capacità decisoria supportiva, dove il concetto di governance si integra fortemente col government, ma dove c’è un concetto di integrazione fra pubblico, privato e sussidiario.

Prima col presidente Giavazzi si faceva un riferimento sulle Fondazioni.

Noi dobbiamo cominciare a renderci conto che le Fondazioni rispetto alle loro attività cominciano a diventare delle governance parallele rispetto alla governance tradizionale, perché ormai i livelli, le quote di denaro che sono poste in essere sono, in certi territori, addirittura quelli che fanno il differenziale sociale, per esempio dei territori stessi.

E’ un problema di trasparenza, di spendibilità etica e di fiducia! La fiducia si spende indubbiamente, ma anche l’etica ovviamente, perché è un concetto teorico.

Un flash solo. Ero con una persona la quale lavora in Cina: ha una Fondazione, fa distance learning.

Mi diceva: sai, noi arriviamo, tutti ben strutturati, attrezzati eccetera.

Poi ci sono i tedeschi che arrivano con un aeroplano di linea, firmano e vanno via, ma la cosa interessante che abbiamo capito è che dobbiamo uscire da certi livelli di circuiti di tipo istituzionale e andare da soli. Ma per un motivo preciso. Eccolo.

In pratica, se i Cinesi ti danno fiducia, a quel punto il rapporto va al di sopra di qualsiasi altro tipo di rapporto istituzionale.

Gestione della partecipazione con abbattimento dei costi di transazione sono gli elementi che normalmente vengono correlati fra la partecipazione e i risultati di partecipazione.

E’ possibile secondo me abbattere i costi di transazione: è il discorso, per esempio delle economie di scala, ove ci sono anche i costi di transazione.

Una razionalizzazione dei costi e dinamica degli investimenti, siamo al punto 6, bilancio sociale, socio-economico e così via.

Sette: offerta di occupazione e dinamiche di sviluppo. Perché tutto il discorso dell’inpowerment e quindi tutto il discorso del valore del personale serva a crescere un gruppo dirigente.

Ostentare la funzione sociale dell’impresa. Qui c’è scritto “ostentare”, ma il concetto è che devo farlo percepire, perché altrimenti facciamo questi discorsi un po’ catacombali dove tutto rimane scritto senza mai emergere visivamente.

Sostanzialmente è finito il tempo del discorso un po’ catacombale.

E’ importante che il concetto di bene comune sia chiaro. Occorre che ci sia un rapporto di percezione rispetto al valore sociale.

Perché è vero, perché è utile, perché è indispensabile, perché è autoverificante e automotivante, quindi, riuscire ad avere delle strategie possibili in contesti difficili e rischiosi.

Avere anche strategie possibili, in contesti possibili eticamente.

Anche io ogni tanto uso questi paradossi, ossia il concetto di lavorare su strategie impossibili in contesti possibili eticamente.

Perché, se così è, a questo punto, attraverso il nostro lavoro, ciò che è impossibile diventa possibile.

Grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Grazie al Prof. Fiorentini, per l’ottimo intervento.

 

MICHELE PERINI: Io mi scuso, devo andare.

Ho mia figlia che si laurea oggi alle due.

Un solo messaggio, per Natale regalatevi un piccone, picconate la burocrazia perché è il più bel bene comune che potete fare!

 

AMEDEO NIGRA: Bene, grazie al Dott. Michele Perini.

Come diceva Orazio, uno dei più grandi nostri autori latini, dulcis in fundo: il dolce viene alla fine.

Quindi, abbiamo una bravissima imprenditrice che viene dal Nord-Est che ci parlerà per ultima.

A dir la verità, se avessimo dovuto usare le quote rosa avremmo dovuto avere relatori per  metà uomini e per metà donne.

Queste –lasciatemelo dire- sono le contraddizioni della nostra società.

Una società  enigmatica che dice che bisogna essere liberi.

Però al tempo stesso pensa alle quote rosa per limitare la nostra libertà.

Comunque, siccome c’è la parità, abbiamo chiesto alla Dottoressa Sonia Felice di parlare per ultima.

Perché ci parlerà di una vicenda concreta, di un successo che ha ottenuto con la sua azienda e che ci illuminerà sul concetto di bene comune.

E lascio senz’altro la parola a lei.

 

SONIA FELICE: Grazie. Buongiorno a tutti.

Io vi ringrazio per l’invito perché, oltre al piacere di avervi incontrato, ho avuto modo di sentire delle cose molto interessanti, che hanno sicuramente arricchito anche me, oltre tutti voi.

Io sono qui per parlarvi di Fly Synthesis e ritengo di dovervi prima spiegare sommariamente di che cosa ci occupiamo.

Fly Synthesis costruisce e commercializza degli aeroplani ultraleggeri in fibra di carbonio.

Che cosa significa ultraleggeri? Ultraleggeri significa che gli aeroplani, che sono degli aeroplani biposto, hanno dei limiti.

Il limite più importante è sicuramente il limite di peso, perché questi aeroplani non devono pesare più di 285 chili.

Il peso naturalmente è considerato a vuoto, quindi senza passeggeri e senza carburante.

Da dove nasce poi la famiglia degli ultraleggeri?

Molti anni fa, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 c’era una forte passione per il volo libero.

Quindi che cosa significava? Che le persone utilizzavano dei deltaplani o dei parapendii, che sono quelle vele colorate che ancora vedete oggi con la persona appesa sotto.

Naturalmente non erano evoluti come gli attrezzati che utilizziamo oggi, erano dei mezzi molto più semplici, si usava la famosa ala di rogalo che, tra l’altro, era anche estremamente pericolosa.

Questa passione poi si è sviluppata sempre di più e ha dato forma ai primi ultraleggeri tre assi.

Li costruivano in tubi e tela. Ovverosia, il telaio era costruito con dei tubi di alluminio e veniva ricoperto con delle tele piuttosto robuste, con tutto un procedimento particolare.

Fly Synthesis ha avuto il merito, all’inizio degli anni ’80, di costruire il primo ultraleggero rigido. Quindi all’epoca fu costruito in fibra di vetro, con un’ala rigida e un abitacolo rigido.

Era un piccolissimo aeroplanino monoposto che si chiamava Canguro proprio perché, in fase di atterraggio, si tendeva ad avere questo atterraggio piuttosto tumultuoso e quindi questo sobbalzava. Con un piccolissimo motore, 20 cavalli.

La storia nasce da lì.

Nel momento in cui questi attrezzi hanno cominciato a moltiplicarsi, è nata l’esigenza di regolamentare anche questo settore.

Il settore degli ultraleggeri non è stato preso dall’Enav, ma è stato creato l’Aeroclub d’Italia e la legge 106.

Qui siamo a metà degli anni ’80 ed è proprio la legge 106 che ancora oggi regolarizza sia la costruzione, sia l’utilizzo di questi aeroplani.

Quindi, come vi dicevo, si valuta il peso, che è di 285 chili, si definisce anche la velocità di stallo, che è 65 chilometri orari.

La velocità di stallo è la velocità sotto la quale l’aeroplano precipita perché non riesce più a sostenersi. Ed altre cose.

Si stabilisce che per pilotare uno di questi velivoli bisogna avere un attestato di volo, quindi non un brevetto.

L’attestato di volo si ottiene con una ventina di ore di teoria e una decina di ore di pratica con un istruttore.

Il costo approssimativo è sui 4 mila euro, ma, soprattutto, il mantenimento di questo attestato è veramente molto economico, contrariamente a un brevetto di volo.

Questo all’inizio, con gli aeroplani di cui vi parlavo.

Naturalmente oggi noi facciamo degli aeroplani che hanno una velocità media di 250 chilometri orari, che imbarcano più di cento litri di carburante, dando così un’autonomia di otto ore di volo.

I motori non sono più da venti cavalli, ma sono da 120 cavalli.

Ovviamente, segue anche tutto un tipo di strumentazione di bordo molto differente, diventa un aeroplano a tutti gli effetti.

Quindi, costruire una di queste macchine oggi diventa veramente un piccolo prodigio.

C’è necessità di buoni ingegneri, c’è necessità di tante idee, c’è necessità di una grande manualità, proprio perché noi utilizziamo le fibre di carbonio, ma non solo, per esempio anche delle fibre di kevlat a seconda dell’elasticità o della rigidezza che vogliamo ottenere.

Quindi sono veramente delle piccole opere d’ingegno.

Questa è Fly Synthesis a grandi linee.

Però, per cercare di centrare un po’ l’argomento sul quale parliamo oggi, il nostro Gruppo ha rilevato Fly Synthesis nel 2000 in uno stato di sofferenza sia finanziaria, sia di gestione vera e propria.

Il problema di Fly Synthesis qual era? L’azienda non era riuscita a passare da uno stato artigianale a uno stato industriale e questo generalmente è il punto dove un po’ tutti si fermano.

Per mentalità, per capacità, per non capacità di cambiare mentalmente, perché noi vogliamo fare delle cose moderne e poi facciamo fatica a modernizzare noi stessi, il nostro modo di pensare, di vedere le cose e di rapportarci con gli altri.

Abbiamo impiegato quasi due anni, a riportare Fly Synthesis in una posizione di leadership fondamentalmente, non solo italiana, ma a livello mondiale.

Questo è stato un percorso obbligato perché nel mercato italiano naturalmente non basta sostenere un’azienda come la nostra.

Andare a vendere all’estero che cosa significa? Significa che tutte le certificazioni che non bisogna fare qui, proprio perché la legge è così permissiva, in realtà nel resto del mondo esistono.

Quindi, si richiedono test piuttosto impegnativi a livello statico, a livello test di volo, certificazioni lunghe e costose che richiedono, appunto, l’apporto e il lavoro di ingegneri.

E quindi l’azienda, nella quale non conta più solo lo staff degli operai, quindi delle persone che manualmente fanno gli aeroplani, ha bisogno di un supporto notevole con un notevole investimento.

Fortunatamente l’azienda è presto cresciuta e si è posto il problema di allargare la produzione.

Naturalmente dove stavamo avevamo problemi di spazio. Le nostre dimensioni, non erano sufficienti.

Anzi, ho dimenticato di dirvi, noi siamo in Friuli e siamo posizionati all’incirca tra Udine e Trieste, orientativamente.

Il vecchio stabilimento non era più contemplabile per questioni di spazio, ma anche per questioni di adeguamento a quella che è la 626, a quelle che sono tante altre norme.

Devo confessare che abbiamo contemplato per prima la possibilità di spostare lo stabilimento ad Est.

Perché? Perché naturalmente questi Paesi, Paesi come la Romania, Paesi come la Repubblica Ceca, ci offrivano delle condizioni molto favorevoli, soprattutto per un settore come il nostro.

Alla fine del secolo scorso, anche se dire il secolo scorso sembra lontanissimo, questi Paesi hanno smantellato tutte le loro industrie belliche. Quindi si è riversata sul mercato una forte manodopera che fondamentalmente poteva già essere preparata, non essendo questo un mestiere dove assumi un operaio e lo metti subito lì e lo improvvisi a fare tutto questo. Inoltre, i Paesi offrivano anche degli incentivi notevoli per le aziende che fossero state spostate lì.

In realtà, noi oggi abbiamo uno stabilimento di 4 mila mq che è situato a Morteliano, a 15 chilometri da dove stavamo prima e quindi voglio spiegarvi perché questa scelta che, a questo punto del discorso, sembra così irrazionale.

E vi assicuro che avevamo già preparato il nostro piano di investimento, avevamo già visionato ogni cosa perché quella fondamentalmente, di primo acchito, ci sembrava, dal punto di vista proprio manageriale, la scelta forse più giusta da fare.

Per spiegarvi perché siamo rimasti qui voglio raccontarvi chi sono le persone che lavorano con me.

I nostri operai arrivano quasi tutti dall’Istituto Aeronautico Madignani, che è situato a Udine e il nostro quadro dirigenziale, i nostri ingegneri, arrivano quasi tutti dal Politecnico di Milano o comunque dall’Università di Forlì, quindi sono ingegneri aeronautici.

Gli ingegneri aeronautici potrebbero non essere un problema perché, comunque, questi li ottieni con facilità, un po’ per lo stipendio che hanno, un po’ per il loro inquadramento, un po’ anche per la voglia che hanno di spostarsi in giro per il mondo.

Per gli operai è decisamente un po’ diverso.

Fare un aeroplano non assomiglia a niente altro, cioè noi abbiamo anche altre aziende, ma questa non assomiglia a nessuna delle altre.

Fare un aeroplano è una cosa estremamente impegnativa, il margine di errore deve essere zero, non puoi sbagliare assolutamente niente.

Fare un aeroplano in fibra come lo facciamo noi richiede una manualità, una capacità di concentrazione veramente eccezionale.

Le persone che arrivano lì sono generalmente i ragazzi che si sono diplomati al Madignani e che poi arrivano da noi in qualità di apprendisti.

Loro lavorano per un periodo che varia dagli otto, ai dieci, ai dodici mesi, a seconda della loro manualità e della loro capacità, della loro rapidità nell’apprendere, dopodiché diventano autonomi nel loro lavoro.

Questo lavoro è estremamente impegnativo anche dal punto di vista della concentrazione che devi avere, quindi non tutti restano, non tutti lo vogliono fare. Quelli che restano e che lo vogliono fare sono persone estremamente motivate.

Come le motiviamo noi? Il sistema è un po’ questo.

Io credo che per fare un aeroplano tutti devono lavorare in gruppo, tutti devono dipendere un po’ gli uni dagli altri.

Non ci deve essere assolutamente una differenza tra quello che lavora in ufficio e quello che, invece, è giù e prepara i pezzi.

I nostri aeroplani noi li produciamo interamente, escluso il motore e gli strumenti che acquistiamo dai vari costruttori, ma tutti gli altri pezzi sono costruiti da noi, nel nostro stabilimento.

Quindi, avendo loro imparato a lavorare così, a lavorare in squadra, a dipendere gli uni dagli altri, a farsi aiutare gli uni dagli altri, un ingegnere non potrebbe mai pensare a una nuova soluzione se non avesse l’accortezza di scendere in reparto e di parlare con quello che veramente fa i pezzi e dice: no, quel tessuto non lo puoi mettere lì, perché lì non si può stendere.

Quindi, occorre far capire a queste persone che, per ottenere il risultato che noi effettivamente stiamo ottenendo, c’è bisogno di lavorare insieme.

Questo è stato il motivo che effettivamente ci ha tenuti qua, nel senso che io non avrei mai voluto perdere parte di queste persone, perché ne conosco il merito, ne conosco la capacità, ma conosco anche il loro impegno e quanto loro siano affezionati all’azienda.

E dico questo oggi, quando è difficilissimo che questo accada, però dovete credermi, io tante volte dico:

“va bene, oggi è sabato, stiamo a casa”. Poi magari vado in azienda e li trovo lì.

“Ma come mai siete qua?”

“Si” rispondono loro “siamo qua, perché abbiamo pensato al problema e siamo venuti a verificare”.

Queste sono delle cose veramente importanti per un imprenditore. Queste manifestazioni sono qualcosa che ti stimola. Quando accadono, ti sembra di poter arrivare ovunque e di poter fare veramente qualunque cosa.

Un’altra cosa, che effettivamente credo ci abbia portati a restare lì, è che, poco distante da noi, c’era una vecchia pista militare, che risaliva ancora all’inizio del ‘900.

Questa pista era appartenuta al Dominio Militare, poi è passata alla Regione, dopodiché è stata concessa al Comune di Morteliano.

Siamo riusciti ad avere la concessione di questa pista.

Quindi sono mille metri di lunghezza per 400 di larghezza di pista in cemento.

Noi abbiamo acquistato i terreni a bordo pista e abbiamo costruito lo stabilimento lì.

Non abbiamo pensato di portare solo la produzione, anche se ci siamo trasferiti da poco e per il momento siamo ancora così, ma il nostro progetto vede un po’ più in là. In Comune di Morteliano, quindi, siamo nel cuore del Friuli.

I Friulani sono per tradizione delle persone molto chiuse, al punto tale da sembrare un po’ ostiche quando le si guarda senza guardarle bene-bene fino in fondo.

Di primo acchito, insomma, questa è un po’ l’impressione che loro fanno.

Questo li porta a non riuscire sempre a valorizzare quello che loro hanno.

Come vi dicevo, nel Comune di Morteliano c’è un campo da golf, ci sono due maneggi, c’è un centro ippico, ci sono dei ristoranti anche rinomati, dove la gente viene anche da lontano per mangiare.

Il piano che abbiamo presentato al Comune di Morteliano contempla non solo lo stabilimento, ma contempla una club house, contempla una scuola di volo e tende a rivalutare tutta l’area e, quindi, ad essere di supporto anche per queste attività.

Noi siamo molto prossimi, molto vicini all’Austria e, contrariamente a noi che voliamo la domenica, magari per divertimento, gli Austriaci tendono a spostarsi con l’aeroplano.

E questo progetto tende quindi anche ad incentivare il turismo dall’Austria e dalla Slovenia verso la nostra regione.

Io credo che sia stata sicuramente la scelta migliore.

Io mi rendo conto che l’investimento che è stato fatto a Morteliano avrebbe reso apparentemente molto di più in un altro paese.

I nostri 4 mila metri si sarebbero sicuramente come minimo trasformati in 8 mila metri, però la domanda era: che cosa ci metto dentro poi?

E adesso arrivo in fondo perché forse ci sono. Un altro dei vantaggi è sicuramente il fatto che noi adesso offriamo sul mercato un prodotto fatto interamente in Italia.

L’aviazione ha avuto un periodo di crisi notevole, partendo dal 2001, ma che poi si è protratto ed ha continuato per questi anni.

Noi, in realtà, questa crisi l’abbiamo sentita molto poco. Come vi dicevo, esportiamo l’80% della nostra produzione.

Io credo che il nostro prodotto, oltre chiaramente ad essere un prodotto eccellente e di qualità, abbia anche un valore aggiunto, ed è proprio il fatto che è costruito interamente in Italia.

Questa caratteristica è veramente apprezzata nel mondo, perché siamo conosciuti fondamentalmente per persone capaci, ma soprattutto capaci di fare cose belle, che si trovano forse solo qui.

Ed ecco perché, fondamentalmente, io credo sia giusto restare qui e credo che non sia nemmeno una sofferenza, credo che non sia nemmeno un atto eroico.

Uno dice: no, io resto in Italia perché è giusto.

No, noi siamo rimasti in Italia perché abbiamo reputato che questa, alla fine della fiera, fosse la cosa migliore per noi. E devo dire che allo stato attuale la storia ci sta dando ragione. Grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Bravissima Dottoressa Felice.

Siamo arrivati così alla nostra conclusione.

Ora, nella mia sintesi, partirei dal fondo. Partirei proprio dall’intervento della Dottoressa Felice.

Come premessa, peraltro, direi anzitutto che il grande merito per la nostra manifestazione e per gli ottimi interventi è da attribuire al lavoro preparatorio del nostro presidente Renzo Bozzetti, delle sue conoscenze, della capacità di coagulare.

E, come sicuramente sta pensando il nostro padre spirituale, (non voglio rubargli l’opera, però) laddove ci sono delle persone che hanno una finalità comune nel nome del Signore, là c’è anche appunto Nostro Signore. Quindi, ci siamo proposti di operare bene, per spiegare il bene comune e abbiamo avuto tanti aiuti.

Allora, cosa ha detto di interessante la nostra Dottoressa Felice?

In effetti, il suo intervento ha toccato un po’ tutti gli argomenti, consentendoci cosi di cucire quello che è stato detto in precedenza.

Perché Perini, il Dott. Perini, ha parlato dell’importanza della manualità. E, qui, è venuta fuori, in modo eccezionale, anche a proposito degli ultraleggeri.

La Dottoressa Felice ha spiegato come sia importante la manualità, per la sua opera. E ha confermato il precedente intervento del Dottor Perini. La manualità come valore.

Perché l’attività di impresa è un’attività di carattere globale, dove non c’è solamente l’intellettualità, c’è anche l’aspetto manuale.

Poi emerge – vado, ancora, non proprio in senso cronologico – l’elemento che ci ha ricordato il Prof. Fiorentini, ovvero il bene comune.

Qualcosa che si incrementa nella società. E che aumenta la ricchezza.

Occorre ricordare che questa capacità, questa manualità, unita all’intelligenza, ha fatto sì che un’azienda che nel 2000 era in difficoltà, la Fly Synthesis, oggi produca e, soprattutto, aumenti il bene comune, una entità - se posso dirlo - sconosciuta.

Perché, devo dire la verità, io ho controllato su diverse enciclopedie mondiali. E se uno va a ricercare sotto gli indici analitici alfabetici, la voce profitto non c’è. E la voce bene comune non c’è.

Quindi è una grande lacuna, la nostra Costituzione della Repubblica parla continuamente di bene comune. Però questa definizione non c’è, nella società.

Poi mi ricollego a quanto ci ha ricordato il Commendator. Borselli. Il quale ci ha dimostrato come delle parole e delle operazioni che tendenzialmente vengono considerate negative, come la delocalizzazione, in realtà bene orchestrate e bene organizzate, possono dare un risultato positivo.

Qui emerge quindi un altro aspetto negativo, quello che io personalmente chiamo il “cosismo”, ovvero il fatto di dare delle definizioni statiche, definitive, continuative a delle parole.

Il profitto è negativo, la banca è negativa, il guadagno, l’impresa è negativa.

Nulla di tutto questo è vero. Le cose sono cose. Quello che va giudicato sono le azioni.

Il Vangelo ci ricorda in modo esemplare questo argomento, dicendo che “riconosceremo i falsi profeti dalle loro opere”. Il criterio di valutazione, quindi, è costituito delle azioni.

La Banca è una cosa. Ma le opere – come ricordava il Dottor Mazzotta – possono renderla buona o meno buona, a seconda dei casi.

In pratica, nella società moderna si afferma tendenzialmente una forma di politeismo delle cose (una forma di "cosismo"). Abbiamo così il mercato, il profitto, il capitalismo, le privatizzazioni, il liberismo, l'impresa, la banca. E vediamo tutte queste entità come se fossero persone. Come se avessero una loro volontà autonoma e come se operassero, appunto, come dei per dominare l'uomo o per portarlo in questa o quella direzione.

Ma – ripetiamolo- le cose sono solo cose. Chi decide sono gli uomini. E qui, ci possiamo ricollegare all'ottimo intervento del Commendator Boselli. Il quale ci ha ricordato come una "cosa", nel nostro caso la delocalizzazione, non sia affatto in sé negativa, ma come possa esserlo, in funzione delle azioni dell'uomo. E come al contrario, attraverso le azioni dell'uomo e attraverso la sua intelligenza, possa diventare positiva. Il Commendator Boselli parla di "delocalizzazione prossima". Ma, questo, altro non è che un modo per definire la capacità dell’uomo e la sua intelligenza, nel muovere i capitali e le risorse, perché aumentino il bene comune e la solidarietà. Al contrario, la difesa strenua, in sé e per sé considerata del posto di lavoro e delle aziende vecchio stile, comportano solo la perdita di risorse e in prospettiva il fallimento.

Ecco dunque la necessità di puntare sull'uomo e sulla sua intelligenza, anziché sulle cose. Le quali cambieranno in funzione di come agiremo. Noi cambiamo le cose. Non sono queste ultime a cambiare noi.

A questo punto, viene in considerazione anche l'ottimo intervento del Presidente della Banca Popolare di Milano, Dottor Roberto Mazzotta. Il quale ci ha parlato delle banche. E, senza ripetere le ottime cose che ha già detto il Dottor Mazzotta, va ricordato come, anche in questo caso, il manager abbia messo l'accento sull'intelligenza e sulla saggezza dell'uomo, come metodo per trasformare le cose e per difendere il bene comune. Il dottor Mazzotta, infatti, ha ricordato l'importanza di usare la banca, non per fini politici e, cioè, non per raggiungere scopi di carattere diverso a quello istituzionale, ma per realizzare equamente la tutela del bene comune dell'interesse collettivo. Anche qui, possiamo dire che la banca è una cosa. Potrà diventare buona o cattiva, in funzione delle azioni dell'uomo. Il compito di noi cristiani quindi, ancora una volta è segnato. Ricordare la nostra qualità di uomini. Ricordare il nostro essere fatti a somiglianza di Dio. E usare le cose per l'interesse collettivo ossia per il bene comune. Il quale, quindi, resta e resterà, semplicemente una cosa destinata a misurare come e se, le persone abbiano agito bene.

Grazie a tutti e, dunque, arrivederci alla prossima conferenza.

 

U.C.I.D. Gruppo Regionale Lombardo

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