BRUNO GENTILI:
Signore e Signori, buongiorno a tutti. Grazie per essere intervenuti a
questa riunione che vede relatori cinque imprenditori. Ringrazio
innanzitutto le autorità che hanno accolto il nostro invito, dal
Procuratore della Repubblica di Como, Dott. Alessandro Lodolini, al
nostro Questore, Dott. Angelo Calderona, c’è presente anche il
Presidente onorario dell’Ucid lombarda che è il nostro avvocato
Giavazzi e il Dr. Vigorelli, grande sostenitore della Ucid, lui stesso
ucidino. Già presidente della Banca Commercio e Industria che adesso
però ricopre incarichi ancora superiori e ringrazio i relatori che,
ripeto, sono il Cavaliere Del Lavoro Mario Boselli, che è presidente
della Camera della Moda, la Signora Sonia Felice, che è presidente
della Fly Synthesis, il Prof. Giorgio Fiorentini, docente
universitario alla Bocconi, il Dott. Roberto Mazzotta, Presidente
della Banca Popolare e il Michele Perini, presidente di Fiera Milano:
Ringrazio il nostro presidente regionale, Grande ufficiale Renzo
Bozzetti per avere organizzato questo incontro, ma soprattutto
ringrazio l’avv. Amedeo Nigra, che è stato incaricato e retto bene la
VI Commissione, questo Comitato culturale della nostra Regione
Lombardia dell’Ucid, perché ha convocato questa Commissione, con
diverse riunioni, per studiare questo argomento, hanno deciso di
intitolare questo convegno: Impresa: tutela del bene comune”.
Io non porto via altro tempo a questa
riunione per poter ascoltare queste relazioni, che sono molte questa
mattina e avviso, dal punto di vista organizzativo che verso le undici
e un quarto ci sarà un coffee break che vi dà la possibilità di
distendervi un momento, di assumere nuove energie e sopportare i
lavori di questa mattina. Ricordo per chi non l’avesse ancora fatto e
volesse fermarsi a pranzo, possono ancora prenotare perché dopo il
termine dei lavori, verso le ore 13, c’è la possibilità di avere un
pranzo. Grazie. La parola al nostro Renzo Bozzetti che vi saluta.
RENZO BOZZETTI:
Autorità, Signore, Signori, consulente ecclesiastico di Como, Soci ed
amici dell’Ucid, signori relatori, un cordiale saluto e un benvenuti a
questo appuntamento di Como organizzato dal gruppo lombardo in stretta
collaborazione con la locale sezione Ucid, che ringrazio per la
fattiva opera preparatoria, per l’accoglienza, l’ospitalità e la
generosa offerta del coffee break di mezza mattina.
Caro Presidente Gentili, te ne siamo
grati, ricambiamo di cuore il tuo saluto e ci complimentiamo per tutto
quanto hai voluto predisporre per questa giornata. Un particolare
ringraziamento rivolgo ai componenti della Commissione Cultura e al
suo presidente, l’amico avvocato Nigra, per il significativo lavoro
che svolge nel condurre tutte le iniziative atte ad arricchire di
contenuto culturale la nostra associazione. E’ con compiacimento che
rilevo qui una buona rappresentanza di presidenti, segretari ed amici
delle 18 sezioni Ucid del gruppo lombardo. Saluto con affetto il
nostro presidente onorario, Avv. Giovanni Giavazzi e mando un saluto e
un augurio di pronta guarigione al nostro segretario regionale Avv.
Cristina Maldifassi,momentaneamente bloccata per un piccolo intervento
chirurgico.
Anche il presidente nazionale della
Ucid, Prof. Ferro e il Cardinale Antonelli, nostro consulente
ecclesiastico nazionale, hanno voluto partecipare a questo evento con
due significativi messaggi di congratulazioni e di augurio. Io oggi
siamo qui per dare avvio al lavoro della nostra Commissione Cultura
regionale, inteso ad analizzare il bene comune, visto dall’impresa e
dai soggetti attori dell’impresa stessa. L’Ucid si interroga sul bene
comune, si domanda se e con quali regole sia possibile superare la
netta contrapposizione tra impresa e solidarietà. Lo fa con incontri
associativi al suo interno e con quattro tavole rotonde i cui temi
sono: Tutela del bene comune, che è quella di oggi, altra Tavola
Rotonda: Ruolo dei professionisti e bene comune. Ruolo della famiglia
e bene comune. Ruolo del non-profit e bene comune. Ciò con la
partecipazione di relatori che con le loro significative testimonianze
apportano un importante contributo all’analisi globale. L’intento
della Commissione Cultura del nostro gruppo è: identificare un
decalogo in ordine ai comportamenti da tenere per soddisfare il bene
comune. Oggi in particolare la Tavola Rotonda affronta il tema
impresa, tutela del bene comune. Testimonianze; esperienze ed idee di
imprenditori e dirigenti. Ne parlano valenti relatori che sin d’ora
desidero ringraziare per la loro disponibilità e presenza. I loro
curricula sono veramente ampi, mi limiterò a citarne solo una parte:
Cavaliere del Lavoro Mario Boselli, imprenditore di lungo corso in
aziende tessili di famiglia. Presidente della Camera della Moda
Italiana e Presidente dell’Associazione Italiana delle Aziende
Familiari.
Dottoressa Sonia Felice, imprenditrice,
presidente di un’azienda friulana da lei stessa rilanciata, produce
velivoli ultra leggeri fra i più sofisticati e innovativi. Ne esporta
l’80% in tutto il mondo. Se per avere una Ferrari c’è una lista di
attesa di un anno, per avere un suo velivolo in Australia attendono
fino a due anni.
Prof. Giorgio Fiorentini, docente
all’Università Bocconi, fra i più acclamati esperti di non profit e
solidarietà.
Dott. Roberto Mazzotta, deputato per
tre legislature, Sottosegretario di Stato, Ministro, Presidente della
Cariplo, attuale presidente della Banca Popolare di Milano.
Dott. Michele Perini, imprenditore, già
presidente di Assolombarda, presidente di aziende di famiglia
produttrici di arredi d’ufficio e presidente di Fiera Milano.
Modera e conclude il presidente della
Commissione Cultura del gruppo lombardo, Amedeo Nigra, avvocato e
giornalista.
Nel merito del tema oggetto
dell’odierno incontro, visto anche nell’ottica dell’Ucid, che fa
riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, mi riferisco al
compendio quale guida al comportamento dei cristiani nella vita di
ogni giorno. Tre passaggi mi sembrano particolarmente significativi e
credo possano rappresentare validi spunti di riflessione per il
dibattito che seguirà. Il primo attiene alla responsabilità verso i
giovani, ritengo debba essere uno specifico compito dell’impresa
quello di aiutare i giovani a crescere sul posto di lavoro,
professionalmente, ma prima di tutto umanamente. A tal proposito
assume grande rilevanza il ruolo di chi è più anziano quale guida dei
giovani, nella palestra di vita rappresentata dal lavoro,
trasmettendogli conoscenze, esperienze, valori, tradizioni e
rendendoli partecipi di un progetto comune senza lasciarsi andare a
derive ambiziose e carrieristiche.
Il secondo riguarda la valorizzazione
in senso cristiano della grande capacità imprenditoriale del nostro
Paese espressa da una miriade di piccole e medie imprese che
rappresentano l’asse portate dell’economia nazionale. Il sistema
imprenditoriale deve offrire sempre più con grande forza un impulso
alla valorizzazione del lavoro, alla crescita del senso di
responsabilità personale e sociale, ai valori umani utili al progresso
del mercato e della società. Il lavoro non deve essere considerato ai
soli fini reddituali, ma va ritenuto soprattutto un valore per la
crescita e la realizzazione della persona. L’azienda deve divenire il
luogo ove costruire se stessi e la propria famiglia con l’opera delle
mani o dell’ingegno, ma anche il luogo ove ciascuno sente di avere una
dignità. Bisogna evitare quei comportamenti che non rispettano la
persona, ma focalizzando l’attenzione sul guadagno creano condizioni
di lavoro insicure e di forte pericolo.
L’ultimo spunto di riflessione riguarda
il fenomeno della globalizzazione che alimenta sì nuova speranze, ma
deve essere sorretto da saldi principi di equità e di solidarietà tra
i popoli di tutto il mondo.
Le politiche di dumping sociale e
ambientale operato da alcuni Paesi à e qui il Cav. Boselli può esserci
testimone per il caso della moda – rappresentano certamente una
turbativa al principio di equità e di rispetto delle persone, ma, allo
stesso modo, contravvengono al principio di solidarietà quei
comportamenti di chi sfrutta ai soli fini reddituali i Paesi poveri e
la loro forza lavoro.
Responsabilità, dignità, rispetto,
solidarietà credo debbano essere i principî guida dell’impresa volta
alla tutela del bene comune.
La nostra Associazione, noi tutti,
dobbiamo condividere uno specifico impegno: quello di diffondere
nell’azione imprenditoriale del nostro Paese il valore fondamentale
del bene comune quale base di sviluppo economico, sociale ed umano.
Grazie per l’attenzione e la parola al
moderatore Nigra.
AMEDEO NIGRA:
Io ringrazio tutti. Faccio presente che tutti noi, non saremmo niente
senza la tradizione.
Noi abbiamo un valore perché abbiamo
una cultura che ci è stata tramandata. Un principio che - peraltro -
tende ad essere dimenticato nella nostra società.
Proprio per questo, lo scopo della
Commissione Cultura vorrebbe essere quello di tentare un rimedio.
Vorremmo ricordare i principi che ci sono stati tramandati.
Il Presidente Bozzetti l’ha ricordato.
L’obiettivo è arrivare a un decalogo e, appunto, a una sintesi.
Perché, in una società dove si
affermano principi opposti, dove tutti sono liberisti e sono tutti
antiliberisti, dove tutti i principi si scontrano, noi abbiamo bisogno
di una linea culturale che ci guidi, in modo semplice. E la sintesi
serve a questo.
Così, una delle prime cose da ricordare
l’ha enunciata in un’intervista al Sole 24 Ore l’ultimo premio Nobel
dell’economia, Phelps. Il quale ha spiegato che uno dei problemi
dell’Europa, ma principalmente dell’Italia, è costituito da una
tendenziale avversione al guadagno. La qual cosa è una contraddizione
in termini.
Perché il bene comune è costituito da
prodotti, da guadagni, da accumulazione. Il bene comune è l’insieme di
tutti i lavoratori e di tutte le imprese. Quindi, se noi vogliamo
tutelare il bene comune, abbiamo bisogno di tutte queste cose e non
possiamo essere contro il profitto ossia contro il frutto del lavoro.
Il bene comune è direttamente
proporzionale al numero di imprese che ci sono. Ma questo è un
principio che sfugge.
Noi quindi tenteremo di contribuire al
chiarimento.
Dunque, dò senz’altro la parola ai
relatori, ringraziando il Presidente Bozzetti, l’Ucid tutta, il
presidente Gentili, anzitutto, perché, ripeto, senza di loro, noi non
avremmo alcuna opportunità.
Nell’ottica della sintesi, chiederei ai
relatori di parlare quindici minuti. L’argomento che affrontiamo
richiederebbe per la verità giornate intere.
Però, io ho questa campanella. E, allo
scoccare dei quindici minuti, suonerò e chiederò gentilmente di
terminare.
Do senz’altro la parola per primo al
Dott. Michele Perini, preannunciandovi che ha un intervento molto
interessante.
DOTT. MICHELE PERINI:
Buongiorno a tutti. Scusatemi se sono venuto in blue jeans, ma io il
sabato mattina passo in azienda, cosa che ho fatto anche questa
mattina.
Innanzitutto vorrei presentarmi, non
per i miei ruoli professionali, ma per i miei ruoli familiari. Mio
nonno nasce nel 1867, mio padre nasce nel 1920, è il tredicesimo di
quattordici figli, siamo 95 cugini primi e 215 tra tutta la parentela.
Non sto a dirvi che la nostra è una
famiglia estremamente cattolica.. Prima di consegnarci le redini
dell’azienda, mio padre ci ha lasciato sei regole.
Prima ce le ha dette, poi ce le ha
fatte firmare davanti al notaio.
Le regole sono le seguenti (adesso, per
inciso, la chiamano “governance”):
1) le mogli fuori
dall’azienda, non in quanto donne, ma in quanto mogli;
2) la netta divisione tra
la famiglia e l’impresa;
3) farsi pagare come
manager al valore di mercato, né una lira di più, né una lira di meno;
4) se si ritiene di
essere all’altezza, non vergognarsi, ma fare l’azionista;
5) gli utili si ritirano
ogni cinque anni, si reinveste in azienda quasi sempre;
6) in azienda dovete
essere i primi ad entrare e gli ultimi ad uscire.
Chi accetta queste regole avrà girato
le azioni, i fissati bollati. Però me li rigirate perché io non mi
fido neanche di voi.
Questo era mio padre. Che nel 1990,
davanti a un notaio, ci ha girato le quote dell’azienda e con questi
principî io e i miei fratelli, sono due fratelli, lavoriamo in
azienda.
Quindi, quando ho avuto l’invito da
Bozzetti per venire a parlare d’impresa, tutela del bene comune, ho
accettato con grande piacere. Perché l’impresa, l’azienda, è parte
della mia vita.
Vorrei fare delle brevissime
considerazioni di carattere generale. Quando un Paese cresce?
Quando c’è fame e ci sono giovani.
Questo è un Paese che non ha più fame e
che ha pochi giovani, tanto è vero che i nostri genitori la fame
l’hanno fatta, tutti.
Allora il benessere, inteso come
crescita di una nazione a volte può essere anche un deterrente a un
miglioramento della crescita.
Allora credo che noi abbiamo davanti un
problema. In pratica, in questo Paese, al di là degli schieramenti di
chi governa, mancano valori di riferimento o, se vogliamo, ci sono
pochi valori di riferimento.
Lo dice uno che qualche giorno fa ha
avuto degli ospiti che venivano dal mondo arabo. Io ho ristrutturato
uno spazio che era la nostra vecchia fabbrica, a Ripa Ticinese al 111,
trasformandola in uno spazio vendite, dove facciamo manifestazioni,
show room. Venerdì vengono a dire la Messa e abbiamo un Crocefisso in
questo spazio. Dunque, questi arabi mi hanno detto: “ma lei ha grande
coraggio; perché in questo Paese io vedo che molti non hanno più
neanche il coraggio della loro identità religiosa”.
Detto da un arabo, questo pensiero ci
deve far pensare molto fortemente.
Ma ritorniamo all’impresa.
Quello che credo che noi dobbiamo
ritornare a fare, soprattutto con i giovani, è far capire che il
lavoro è un valore, in quanto tale e che non è l’attribuzione
economica della prestazione.
Il primo punto che riguarda il tema del
lavoro, è questo: il lavoro è l’espressione, la riuscita individuale
del poter fare qualcosa di utile.
Allora il lavoro, inteso inteso come
valore, diventa espressione del singolo nei confronti degli altri in
un’attività organizzata, economica.
E qui apro una parentesi su un tema che
questo Paese sembra avere abbandonato: il valore manuale, il valore
del lavoro manuale.
Qui nelle scuole, nelle Università, si
enfatizzano solo i lavori che stanno nella comunicazione, nel
software, nei servizi, che vanno benissimo, intendiamoci.
Però ricordiamoci che i prodotti
nascono, le idee nascono anche da chi è capace di avere una manualità.
Voi siete seduti su una sedia disegnata
da un certo Giancarlo Pieretti, che nel 1966, mi ricordo anche l’anno,
ha inventato questo sistema di seduta, in pressofusione, primo pezzo
fatto in Italia in questo settore.
Era una persona che lavorava alla
Castelli di Bologna. Dopo è diventato un designer famoso.
E io mi ricordo che, quando vidi,
entrando in azienda, questo prodotto, ne capii la genialità. Lui
inoltre mi fece vedere proprio con la manualità, come lui aveva fatto
i modelli.
Allora, per fare un prodotto
industriale, bisogna che chi pensa, (adesso c’è anche il computer) sia
anche capace di semplice manualità.
Ho fatto questo esempio per dire che
dobbiamo riprendere a insegnare ai ragazzi che il fare un lavoro e
utilizzare le mani, non è un lavoro di serie B. E’ un lavoro utile per
il Paese.
L’altro tema, poi, quello che è stato
accennato prima, è il tema del profitto e della ricchezza.
Io mi auguro (nella mia concezione di
vita) che tutti possano essere un po’ ricchi, non che tutti possano
essere un po’ poveri e mi sprono affinché tutti possano avere
qualcosa.
Allora, un’impresa che guadagna è
un’impresa che può dare più premi. E un’impresa che può valorizzare le
persone. Questo purtroppo è un Paese dove è difficile dare premi e
profitti perché c’è questa mentalità dell’appiattimento, scusate,
della falsa solidarietà.
Questo è un Paese, in cui da quando la
solidarietà è andata sui mezzi televisivi, tutti sono bravissimi
con i soldi degli altri.
Ebbene, secondo Monsignor Comboni, (che
ho conosciuto perché la sua famiglia veniva dal Lago di Garda), la
solidarietà migliore è quella in cui il beneficiario non sa neanche
da che parte arriva.
Per me questo è un insegnamento
importante.
Invece sembra che qui ci sia la gara a
dare. Peccato che, poi, i soldi ce li mettono gli altri.
L’aveva scritto Richard Floris in un
libro estremamente interessante, trattando i temi legati alla
tolleranza, alla capacità, all’espressione tecnologica.
Io aggiungo, la tolleranza e la
tecnologia, altre due T, la tradizione e la tenacia, che sono elementi
forti del nostro DNA.
Insieme a un qualcosa, che quel signore
che adesso fa il presidente della Banca Popolare di Milano mi ha
insegnato trenta anni fa, quando dalle parti di Via Vivaio ci
trovavamo in un piccolo ufficio a fare evoluzioni di pensiero, è il
tema del rigore.
Tutte queste cose funzionano se chi le
porta avanti ha la capacità di avere un rigore, che parte da se
stessi, il primo rigore deve essere verso se stessi e poi, regole,
impegno ed esempio personale.
Io credo che questi sono elementi sui
quali la battaglia quotidiana va combattuta.
I ragazzi, se non hanno un’educazione
forte, una famiglia unita, un qualcuno che gli insegni queste cose,
hanno delle deviazioni fortissime, sotto questo aspetto.
Quando assumi, io ho assunto alcuni
ragazzi bravissimi, la prima cosa che ti chiedono, molti, è: quante
ferie all’anno? E quale è l’orario di lavoro e qual è la retribuzione
netta?
Io devo dire che ero presente in
Assolombarda, ci sono qua degli amici che se lo ricordano, quattro
anni fa lanciai un progetto dove, anche qui, la Banca Popolare di
Milano ci fu vicina, per fare dello scouting in Cina, con dei giovani
ragazzi laureati.
Andai da Mario Monti – il mio
presidente della Bocconi – e gli dissi: guarda, io credo che il
problema per le imprese non sia solo un problema economico, per le
piccole imprese, ma una piccola impresa che ha 50 dipendenti non può
prendere e andare in Cina, perché gli fallisce l’azienda nel
frattempo.
Allora ho detto: bisogna avere dei
giovani che siano disponibili a fare questo.
Abbiamo messo insieme un progetto,
finanziamenti un po’ dall’Europa, un po’ dall’ICE e un po’ dalla Banca
Popolare di Milano, un po’ dalla Bocconi e un’azienda (impiegando una
spesa di 10 mila euro: questo era il contributo che dava l’azienda),
poteva avere per un anno un ragazzo che faceva lo scouting in Cina.
Mi hanno detto: ce ne saranno due o
tre, di questi casi.
Ebbene, dopo tre anni sono 459. Quindi
459 ragazzi hanno potuto andare in Cina per conto di aziende e
altrettante imprese che ne hanno beneficiato.
260 di quei ragazzi sono stati assunti
a tempo indeterminato.
Il che vuol dire che, se si lavora in
profondità coi giovani e se gli si danno gli strumenti corretti, c’è
questa possibilità.
Quando sono entrato in Assolombarda
avevamo 800 stage di ragazzi nelle aziende e nelle Università
milanesi. Abbiamo messo a punto un progetto con l’Università. E dopo
quattro anni, ma non è un merito mio, è un merito dello staff,
erano 18 mila.
Da 800 a 18 mila.
Io, quindi, credo e chiudo il mio
intervento, che c’è un humus, un terreno sul quale si può lavorare,
bisogna lavorare con grande impegno, con grande esempio, con grande
professionalità e far capire al mondo della politica che l’impresa non
è una vacca da mungere, ma è un qualcosa che serve per rilanciare il
Paese, perché solo attraverso la capacità di promuovere e far
aumentare le nostre imprese, avremo la possibilità di essere tutti un
po’ più ricchi e meno poveri.
AMEDEO NIGRA:
Grazie e complimenti al Dott. Michele Perini, per la qualità
dell’intervento e per la precisione. Adesso, io darei la parola al
Comm. Mario Boselli, che ha un’altra interessante vicenda e
testimonianza, da proporci.
COMM. MARIO BOSELLI:
Speriamo che sia interessante!
Buongiorno a tutti e grazie all’Ucid
per avermi invitato.
Io credo che valga la pena di spendere
due parole sul settore che rappresento e poi sulla testimonianza
imprenditoriale.
Credo che qualche numero vada dato.
Estrema sintesi, per non annoiare.
Noi oggi occupiamo ancora circa 800
mila addetti in 80 mila imprese, quindi numeri importanti.
Anche da questa doppia indicazione
emerge la debolezza del sistema, perché, quando si divide il numero
degli addetti per il numero delle imprese, la media è di dieci e,
quando si considera che abbiamo anche delle realtà di centinaia di
addetti e qualcuna da qualche migliaio, è evidente che abbiamo anche
delle imprese al di sotto dei cinque addetti.
Vincere la sfida della globalizzazione
con queste dimensioni è estremamente difficile. Quindi, il piccolo,
ahimè, è sempre meno bello.
Detto questo, a me pare che comunque il
risultato sia ancora molto buono, perché noi quest’anno chiuderemo
ancora con un saldo attivo della bilancia commerciale del settore di
17 miliardi di euro, che sono in riduzione rispetto ai 21 miliardi di
euro dell’inizio della crisi 2001, ma sono sempre una grossa realtà.
Tanto per dire, la grande Francia, il
glamour di Parigi, le sfilate che tanto fanno parlare, come sistema
hanno un saldo negativo che loro confessano a malincuore, ma che varia
da meno due e mezzo a meno cinque.
Se fate una somma algebrica, la
differenza è di 20 miliardi di euro. Noi siamo molto orgogliosi.
Io cercherei di guardare un po’ avanti
e, quindi, provare a rispondere a ciò che ha detto il Presidente
Bozzetti riguardo alla sfida della globalizzazione, perché questo è il
discorso.
Io credo che il settore nostro vada
visto come una piramide, una piramide che segmentiamo, per facilità,
in tre.
Il triangolino alto è quello che
rappresentiamo noi come Camera della Moda. Poi ci sono 200 aziende,
200 marchi, almeno la metà di questi eccellenti e diffusi a livello
internazionale. Infine, ci sono tutti gli altri che fanno un buon
lavoro e che quindi alimentano una filiera molto compatta di qualità,
anche tessile.
Visto che qui parliamo in una zona
molto tessile, noi vediamo questo triangolino abbastanza al riparo
dalle concorrenze anomale extra europee. Questo è un full made in
Italy, quindi è lavoro che resta in Italia.
Poi andiamo in fondo alla piramide, che
è la parte più interessante, più ampia e purtroppo lì dobbiamo essere
molto chiari con noi stessi, perché, in caso contrario, questo
discorso sarebbe perso per sempre.
Qui c’è la Cina, c’è l’India, tutti i
Paesi esotici che volete inventarvi, da Taiwan in su, al Pakistan. Qui
è inutile impegnarsi perché sarebbe una battaglia contro i mulini a
vento.
Il discorso vero lo dobbiamo fare sulla
parte intermedia, che è comunque importante, perché gran parte di
quegli 800 mila addetti sono lì, quindi è di quell’area che ci
dobbiamo preoccupare.
Noi diciamo che probabilmente la
battaglia si vincerà su tre assi.
Primo asse: il prodotto,
prodotto, prodotto, lo cito tre volte perché è di gran lunga più
importante, senza prodotto non si va da nessuna parte.
Il secondo:
l’entità dei lotti, perché i Cinesi sono bravissimi.
Credo che il Presidente Perini una
volta mi abbia raccontato una storia di una copia di un suo prodotto.
Egli può quindi esserne un testimone.
Io però vado in Cina dall’84, ne ho
viste di tutti i colori, ma devo ammettere che sono molto migliorati,
ultimamente in modo esponenziale. Sono capaci di fare quasi tutto,
diciamo quasi tutto.
Gli unici prodotti che non sono capaci
a fare e che non hanno interesse a fare sono le piccole serie. Noi
siamo, direi, condannati, per contro, a occuparci di serie comunque
limitate.
Terzo:
la velocità di consegna, ossia il tantum market. Noi dobbiamo essere
veloci.
La Cina, nonostante le navi, gli aerei,
che però costicchiano, è ancora, per fortuna, lontana, quindi sulla
velocità facciamo bene a guardare vicino.
Per realizzare questo, in una
situazione di competitività ragionevole, perché quel prodotto non si
compra a qualunque prezzo, ma deve avere un prezzo ragionevole, noi
abbiamo indicato (dico noi come Camera della Moda, ma abbiamo firmato
questo protocollo noi come anche i Francesi) una delocalizzazione
di prossimità.
Che vuol dire che l’Europa a 15, la
nostra vecchia Europa, è assolutamente non competitiva. Ma questo lo
sappiamo da tempo, soprattutto nel settore manifatturiero.
L’entrata di dieci Paesi nella Comunità
Europea nel maggio del 2004 – però - ha di molto migliorato la
situazione.
E’ stata un’iniezione di competitività
e anche di opportunità di vendite per molti di noi in questi mercati
nuovi.
Abbiamo abbiamo scoperto il fronte Sud.
Dall’altra parte c’è l’oceano e non ci preoccupiamo più di tanto.
Fronte Sud vuol dire Nord Africa, dal Marocco alla Turchia.
Noi siamo convinti che una unione di
questa realtà a Sud, con la realtà ad Est, consenta di creare in
questa zona paneuromediterranea una compagine in grado di competere
non ad armi pari, ma certamente, molto meglio che se fossimo soli con
l’Asia.
Detto questo, io credo che, se
accettiamo la delocalizzazione in una zona di prossimità,
potremo rimanere legati a un discorso di testa che si trova in questa
zona, ossia a tutto ciò che è pregiato, quindi il marketing,
l’innovazione, la ricerca, la logistica, cioè il cuore, che deve ivi
rimanere.
Questo, però, lo potremo fare solo se
vi sono delocalizzazioni di prossimità.
Quando si va lontano, in Cina, in India
e quant’altro, è un altro film, si va via dal paese, allora la logica
è più da multinazionale, più di tipo finanziario, ma non c’è questa
integrazione.
Ne ho avuto una rapida conferma il
giorno 7 di novembre. Sono stato al Chief Economist di Intesa, ove è
stata fatta una ricerca specifica che ha confermato la nostra tesi.
Non ho slide, ma magari ve le faccio
vedere da qui, sono due indicazioni (NDR: viene mostrato un
prospetto). Quella sopra è il fatturato, quella sotto è la produzione,
per settore a monte e settore a valle. Purtroppo la produzione fatta
in Italia cala, mentre il fatturato quest’anno cresce.
Noi quest’anno avremo un fatturato che
cresce del 4%, la produzione calerà del 7-8%.
E’ una forbice che è legata a queste
delocalizzazioni virtuose o meno virtuose. Questo ha però delle
conseguenze che sono non tutte negative.
Per esempio, noi vediamo – ve lo
confermerò poi con la mia breve testimonianza – che in Italia stanno
aumentando molto le figure professionali impiegatizie, quadri e
dirigenti, tanto quanto calano gli operai. Questo è il discorso degli
operai che calano e questo è il discorso degli impiegati, quadri e
dirigenti che aumentano.
Vi faccio vedere la slide della
Romania, perché in Slovacchia o in tutti i Paesi del centro Est il
fenomeno si ripete, come in Romania.
Questi sono gli operai che aumentano,
invece non aumentano impiegati ecc. Allora la nostra esperienza
aziendale, della quale vado a parlare in tempi brevi, conferma questo.
Noi abbiamo più o meno gli stessi
dipendenti globali che avevamo nel 1997, però con gli operai che sono
calati in una maniera verticale in Italia, mentre gli impiegati, i
quadri e i dirigenti sono rimasti stabili, sono aumentati in Italia e
gli operai (che erano zero evidentemente prima di questa
delocalizzazione o internazionalizzazione), sono oggi più di 300.
Quindi sono quasi tutti all’estero.
Quindi, se parliamo del bene comune,
dobbiamo preoccuparci del risultato globale.
Un’evoluzione che privilegi la difesa
di certe specificità, di certe professionalità, che hanno poi la
possibilità di resistere anche a ulteriori sfide della globalizzazione,
a noi sembra una gran cosa.
Racconto brevemente perché mi restano,
se non erro, sei minuti, la nostra esperienza che conferma questa
situazione.
Ho due figli, più una figlia, che però
fa la farmacista e quindi non è coinvolta in vicende aziendali.
Carlo ha 43 anni, 42 Federico. Carlo,
detto lo slovacco, è quello che si occupa dei fili, quindi è quello
che passa un terzo del suo tempo in Slovacchia.
Federico è quello dell’area fashion, è
ingegnere, mentre il primo è bocconiano, ha un anno e mezzo di meno,
quindi 41 anni e mezzo.
Due strategie tutte diverse. Carlo è
stato costretto ad emigrare, perché se non fosse andato là,
probabilmente oggi l’azienda non ci sarebbe più.
Federico è qua, contento di essere qua
perché fa un prodotto con alto contenuto creativo, dove l’incidenza
della manodopera è l’8% e quindi si riesce a essere competitivi, anche
perché si riesce a far pagare al mercato quel più di creatività che è
poi la forza del sistema del nostro Paese, in termini di moda.
Dopo cinque anni di grandi sacrifici e
grandi fatiche, oggi i risultati sono estremamente positivi, quanto
meno in termini di fatturato, perché la strategia è quella giusta.
Devo dire però, con grande onestà, che qualche errore da me è stato
commesso. Quindi, in pratica, denuncio una situazione negativa e
magari ne racconto una positiva.
La situazione negativa è stata quella
che, dopo avere avviato questa bella fabbrica che oggi è forse la
fabbrica più importante del Nord-Est-Centro Europa, in Slovacchia, a
Omenè, ai confini con l’Ucraina, noi abbiamo, (anzi, io ho tentato,
con un po’ di romanticismo), di tenere aperte le fabbriche in Italia,
sette in totale.
Questo è stato un errore, perché alla
fine le abbiamo chiuse lo stesso. Quindi, la gente è andata a casa lo
stesso. Però in quei due o tre anni in cui le abbiamo tenute
inutilmente aperte ci siamo indeboliti, perché abbiamo perso un sacco
di soldi.
Quindi, siamo arrivati allo stesso
risultato più tardi. Questo è stato, a mio giudizio, un errore, dovuto
al fatto che ci si illudeva di avere una logica come quella precedente
al 2001.
Ma dal 2001 con le Twin Tower è
cambiato il mondo! Quindi, i processi di cambiamento strutturale erano
in atto. Ma l’accelerazione data da questa crisi è stata epocale.
Oggi abbiamo ancora quattro fabbriche
in Italia. Ce le teniamo care perché abbiamo anche molto
razionalizzato il personale.
Solo due, delle quattro più piccole,
hanno ritrovato dei parametri di redditività buoni. Questa è l’azione
più negativa che io ho realizzato.
Quindi, solo per chiosare il tema
dell’incontro di oggi, il bene comune va difeso con generosità, ma
anche con intelligenza, perché questa mia esperienza dimostra che
contro certe realtà del mercato non si va.
Vi descrivo invece una azione positiva,
che credo di aver fatto.
Avendo questi due figli bravi,
laureati, sposati, imprenditori seri, quando ho visto che avevano 35
anni, maturi, bene impegnati nell’azienda, mi sono detto: se io resto
troppo ingombrante, do fastidio a loro e non li faccio crescere più di
tanto.
Quindi, all’età di 55 anni, ho
cominciare a delegare molto, arrivando a delegare il 100%
dell’operatività.
Un anno e mezzo fa, anche perché ho
visto come andavano le elezioni, le donazioni e quant’altro e, quindi,
come sarebbe andata a finire, ho ceduto tutto, proprio tutto, nuda
proprietà, usufrutto ai figli e, visto che era la scadenza delle mie
cariche, mi sono anche ritirato dalla gestione.
Quindi, io non ho più nessuna
responsabilità in azienda. I dominus sono loro.
Il consiglio che mi sento di dare,
nell’ultimo minuto, anche come presidente dell’Aidaf delle imprese
familiari, è di avere il coraggio di andarsene presto, quando non si è
ancora troppo attaccati alle cose.
Io vi dico che in questi dieci anni mi
è capitato di avere qualche altra responsabilità da lasciare e che
faccio un po’ più fatica.
Bisogna gestire la successione al
momento giusto, quando si è ancora nel vigore e nella voglia di
delegare, perché poi un po’ di egoismo subentra, ci si attacca alle
cose.
E’ chiaro che, in questo, il buon Dio
ti deve dare una mano, perché se non hai la facilità della
successione, di avere dei figli bravi e impegnati, devi cercare il
dirigente da mettere in azienda.
Per un’azienda familiare è difficile,
per un’azienda di piccole dimensioni è ancora più difficile, non è uno
scherzo.
Però io credo che ognuno di noi debba
cercare la propria strada con umiltà e determinazione.
Questa è la mia esperienza e se vi può
essere utile in qualche modo, lieto di avervela offerta. Grazie.
AMEDEO NIGRA:
Io ringrazio per questi due primi interventi molto interessanti.
Non solo perché i relatori sono stati
nei tempi previsti, fatto che rappresenta già una “impronta” di cosa
vuol dire saper seguire dei princìpi, ma anche per gli ottimi
contenuti, contenuti che poi cercheremo di sintetizzare, con il
presidente Bozzetti e di farne una raccolta.
Oltre a questo, anticipo fin d’ora che
i primi due relatori hanno introdotto un tema che verrà nuovamente
trattato poi: il tema della famiglia.
Avrete notato che, in entrambe le
relazioni, c’è questo tema ricorrente importantissimo costituito dalla
cultura della famiglia, di cui ha parlato adesso il Commendator
Boselli.
Tema ricordato molto bene anche dal
Dott. Perini, quando ha evocato l’imprinting che aveva ricevuto dal
padre. Ne riparleremo.
Adesso noi siamo ospiti del presidente
Gentili e avremo un piccolo coffee break per interrompere la caduta
della curva dell’attenzione, come dicono gli psicologi.
Dopo, ripartiremo con gli altri
interventi, partendo dal Dott. Roberto Mazzotta.
AMEDEO NIGRA:
Grazie di essere rientrati.
Riprendiamo e do la parola al Dott.
Roberto Mazzotta, che ho sentito qualche giorno fa e che, oltre ad una
grande esperienza, ha anche un interessantissimo senso dello humour.
Infatti, io gli ho ricordato l’ultima
conferenza cui aveva partecipato nel 1985, alla presentazione di un
mio libro.
Allora, appunto, Roberto Mazzotta era
commissario della Democrazia Cristiana.
A quel ricordo, lo stesso Roberto
Mazzotta ha esclamato: ma quello era “il vecchio testamento”.
In effetti in questi 21 anni bisogna
dire che è veramente cambiato tutto, incredibilmente. Quindi, do
senz’altro la parola al Dott. Roberto Mazzotta.
DOTT. ROBERTO MAZZOTTA:
Io ringrazio molto per l’invito con cordiale saluto.
L’argomento che mi tocca, trattando di
banche, non suscita immediatamente un senso di gioia, perché
normalmente nel mondo delle imprese l’argomento banche è sempre
frutto, dicevo appunto all’amico Nigra, croce e delizia, delle
argomentazioni che gli imprenditori fanno.
Io cerco di raccontare alcune cose per
punti, per tenere i tempi.
Il primo. I due interventi che sono
stati fatti prima della sospensione, mi permetto di dire
interessantissimi e bellissimi, sono stati l’espressione di un
concetto fondamentale nella vita di tutte le imprese, quindi anche
delle banche, che si accorgono di essere imprese, sempre di più.
E, cioè, che in ogni decisione che gli
operatori economici fanno, l’elemento più importante è capire qual è
il senso delle decisioni e qual è il senso delle scelte. Il senso è un
concetto complesso, non può essere solamente la convenienza, guai se
non è la convenienza, ma non può essere soltanto l’immediato
vantaggio.
In generale, se le scelte sono giuste,
“il senso” diventa qualche cosa di più ricco e di più complesso.
Il senso è fatto dallo spirito col
quale l’imprenditore affronta gli argomenti, che sono davanti a lui
ogni giorno e organizza la sua vita di lavoro e la sua vita di
impresa.
Per chi ha una formazione come la
nostra, alcuni vocaboli sono a lungo apparsi come vocaboli di
difficile maneggio.
Per esempio, nella nostra tradizione,
nella nostra concezione, sul termine profitto ci sono state lunghe
discussioni e molti hanno anche detto cose profondamente sbagliate.
Il profitto fa parte del senso
dell’impresa, è un elemento indispensabile. Però deve essere visto, da
parte di chi ha senso dell’impresa e della ragione delle scelte
d’impresa, come uno strumento indispensabile, non come un fine
esclusivo.
Il senso dell’impresa richiede anche di
considerare bene la variabile temporale, perché la massimizzazione del
vantaggio a breve può non avere senso, in una decisione complessiva.
Il senso dell’impresa è quello di
decidere un interesse comune insieme agli altri, insieme alla propria
famiglia, insieme ai propri collaboratori, insieme ai propri clienti.
Il senso dell’impresa è quello di
massimizzare il profitto, ma non a svantaggio del mercato.
Quindi dare senso alle proprie
decisioni richiede una cultura, richiede un sistema di valori,
richiede una mentalità.
Io penso che questa sia la premessa di
qualsiasi ragionamento, anche di quelli che mi permetto di farvi
adesso, sull’argomento banca.
La banca in Italia, negli ultimi dieci,
quindici anni, ha avuto una trasformazione radicale.
E’ diventata impresa, da istituzione
che era, ha scelto quindi di competere, aumentando enormemente il suo
peso nella vita economica e la sua capacità di condizionamento nella
vita economica.
Le modificazioni legislative,
istituzionali fatte all’interno, derivate dall’applicazione di
direttive dell’Unione Europea, hanno trasformato completamente questo
scenario e hanno dato all’intermediario bancario un incremento di
funzioni, di potere, di peso nella realtà economica, che oggi sono
arrivate al massimo storico. In un Paese come il nostro, in un mercato
come il nostro.
Questa conclusione si rileva anche in
altre regioni europee, ma nel nostro è molto forte, essendo il sistema
economico rigorosamente bancocentrico.
La risposta al fabbisogno finanziario,
economico, di breve, di medio e di lungo periodo dell’impresa è
soddisfatto quasi esclusivamente dalla banca.
La banca non c’è, solo per un numero
limitatissimo di aziende. La banca è l’unico fornitore del fabbisogno
finanziario.
La banca, diventata gruppo a più
funzioni. Fa i mestieri più diversi.
Una volta il mestiere del banchiere era
limitato dalle specializzazioni e alcuni comparti non erano gestibili
dalla banca.
Oggi nel gruppo plurifunzionale la
banca concentra tutte le funzioni, gestisce ogni tipo di attività
creditizia, indipendentemente da vincoli di specialità e di scadenza,
è presente in maniera massiccia nell’attività di gestione del
risparmio, nell’attività di distribuzione e di formazione di strutture
di investimento collettivo, nelle attività di banca di investimento
ecc. ecc.
Ha quindi un’importanza, che non c’è
mai stata nella storia dell’Italia unificata.
Negli ultimi tempi questo sistema ha
conosciuto robuste trasformazioni.
Subito dopo l’introduzione della legge
bancaria, che ha riformato radicalmente la legge del ’36, vi è stato
un forte accorpamento di attività bancarie, senza però intervenire
pesantemente, massicciamente nelle condizioni di erogazione.
La riorganizzazione bancaria italiana
ha avuto una timidezza nel manifestarsi immediatamente sul mercato, in
termini di forte e reale concorrenza, capace di produrre effetti
significativi e forti sul livello dei prezzi e sul livello
dell’effettiva concorrenza tra le banche, che noi, persone di banche,
diciamo sempre essere sempre altissima e quasi perfetta. Ma non sempre
è vero.
Siamo entrati oggi in una seconda fase
(lo leggiamo sui giornali tutti i giorni), di formidabile
ricomposizione del sistema.
Ecco, su questo io credo che alcune
osservazioni debbano essere fatte in termini di senso. Qual è il senso
di queste cose?
Io penso che, se gli elementi di senso
che abbiamo ricordato possono essere espressi, il senso deve essere
che quest’operazione di radicale trasformazione debba portare a un
miglioramento della professione, quindi a un vantaggio del mercato.
Ha senso tutto questo se il mercato
trova vantaggi, in termini di qualità del prodotto, puntualità del
prodotto, competitività dei prezzi, allargamento della concorrenza,
quindi se queste operazioni sono legate a operazioni industriali
forti, competitive, aperte.
Queste operazioni sono fortemente
regressive, non hanno senso rispetto ai principî ricordati, ma sensi
diversi, quando possono essere operazioni di potere.
E questo è un discrimen, estremamente
importante. Perché noi non possiamo pensare che concentrazioni
formidabili, che mettono insieme un potere enorme nell’intermediazione
bancaria, finanziaria, assicurativa, a livelli mai visti
dall’unificazione italiana in poi, se non ci sarà una fortissima
apertura di mercati, a livello internazionale e, se quindi non ci sarà
veramente concorrenza di mercato aperto, rischino di diventare
formidabili occasioni di potere, non miglioramenti di senso
dell’attività competitiva e quindi di servizio al mercato.
Questo è un aspetto sul quale io credo
si debba ragionare con molta attenzione e con molta prudenza.
Vengo a un altro punto. La banca ha un
rapporto con il sistema delle imprese delicatissimo e vitale.
Le riforme che sono intervenute nei
comparti della vigilanza prudenziale, quindi delle regole che
presidiano l’attività bancaria e la possibilità di definire lo
sviluppo della propria operatività, a fronte del patrimonio che ogni
intermediario ha, oggi chiedono di accostarsi all’impresa con un
taglio totalmente diverso.
Non è pensabile nei prossimi anni che
una banca possa funzionare bene, dare buoni risultati per i propri
azionisti e per chi lavora in queste banche, se non si costruisce con
l’impresa cliente un rapporto di conoscenza, di collaborazione, di
capacità di valutare il merito economico e finanziario dei progetti
che devono essere sostenuti, se quindi non vi è un rapporto di
professionalità tra banca e cliente-imprese, diverso da quello che in
un periodo illimitato possiamo avere alle nostre spalle.
Niente è mai completamente nuovo,
intendiamoci bene, perché, quando io parlo con i miei collaboratori e
cerchiamo di costruire i meccanismi di rating, cerchiamo di farlo in
una maniera non soltanto standardizzata, in modo che il computer fa
quasi tutto, cerchiamo di avere anche una capacità di avere gli
strumenti per interpretare il bisogno dell’azienda, saperlo valutare,
saperlo pesare, saper definire il rischio, quindi dare l’effetto
migliore in termini di quantità, tempi e prezzo.
Io continuo a dire: ma guardate che,
sì, queste sono cose totalmente nuove nella professione che voi fate.
Io sono convinto che alcune forme
tecniche oggi sono quasi sempre espresse in inglese, perché,
evidentemente, noi abbiamo una certa povertà di lingua che non ci
permette di farlo in maniera diversa.
Però voi avete presente la
ricostruzione degli anni cinquanta? Io, ai miei giovanotti, lo dico
sempre: voi avete presente la ricostruzione degli anni cinquanta?
Ecco, io vi chiedo di saperlo fare con le piccole imprese, che magari
non hanno patrimonio già formato, dove voi dovete valutare il
progetto, la faccia, la capacità di chi vi chiede qualcosa.
Certo, io vi chiedo di avere tutti gli
strumenti tecnici raffinati del rating, però vi faccio come esempio
(io sempre un po’ patriota) dei ragionieri della Cariplo che, magari
non sapevano assolutamente cos’era il project financing, non sapevano
assolutamente cos’erano delle nozioni misteriose e complicate, però
hanno finanziato in Brianza, nel Nord Milano, nella realtà milanese,
la ricostruzione degli anni cinquanta e hanno aiutato gli operai a
diventare imprenditori.
E l’operaio non gli portava i beni
della moglie, che magari non aveva.
Tante volte questa gente aveva fatto e
saputo fare quello, quindi questo è il mestiere che oggi ovviamente
pratica.
La banca, sempre più bancocentrica e
capace di offrire prodotti e servizi sempre più diversi, numerosi e
quasi completi, deve tornare ovviamente a saper fare.
Poi dico queste cose naturalmente alla
presenza di banchieri consolidati, antichi che hanno fatto anche loro
un pezzo importante della vita sociale ed economica del nostro
territorio.
Qui ci sono quei due signori, che sono
davanti a me che hanno fatto un pezzo dell’economia della nostra
Lombardia e del nostro Paese. Quindi io racconto cose note e forse
condivise.
Altro elemento di grande importanza:
versante famiglie, banca che gestisce e serve il risparmio.
Alti e bassi, luci e ombre, perdita di
prestigio molto forte negli ultimi anni, risposte non sempre
tempestive, debolezza di vivere in un sistema nel quale purtroppo non
si riesce a identificare gli elementi di forte sviamento e di forte
insufficienza e quindi si rischia di fare di ogni erba un fascio e di
perdere fortemente il rapporto fiduciario tra il mondo delle famiglia
e il risparmio e gli intermediari.
Noi siamo passati attraverso le
esperienze di Cirio, Parmalat, Argentina eccetera eccetera
Io credo che il mondo degli
intermediari e delle autorità abbiano avuto diverse responsabilità.
Si è arrivati a una situazione nella
quale la perdita di fiducia è stata molto elevata.
Questi elementi si sono persi nelle
nebbie di una memoria ormai smarrita e non ci hanno aiutato a fare un
salto forte, nel senso che, precisando quali potevano essere le
effettive responsabilità (non la caccia alle streghe) e non avendo
compiuto questo passaggio, non siamo riusciti a fare più fortemente il
grande salto nella capacità di servire il risparmio delle famiglie con
gli strumenti professionali, evitando il fai da te ed evitando il
ritorno o la fuga alla preferenza per la liquidità o alla preferenza
per strumenti poco competitivi e poco capaci di andare verso
l’attività e verso il servizio vero alle imprese.
Quindi, banca: mondo complesso. E
chiudo con questa osservazione: mondo che deve essere, per avere senso
nelle scelte, al servizio del mercato, al servizio delle imprese, al
servizio delle politiche economiche delle istituzioni.
Il sistema bancario e finanziario non
può diventare strumento prevalente del potere più forte delle
istituzioni, non controllato dal mercato, quindi non al servizio degli
interessi effettivi del mercato.
Completamento del percorso e piena
valutazione del senso che può avere questo mestiere, non temendo la
concorrenza, aprendola e non avendo paura che chi entra superando i
nostri confini possa dare fastidio alla nostra economia.
Perché le aggregazioni, anche le più
grandi, sono sempre favorevoli quando la concorrenza limita i loro
effetti negativi, mentre rischiano di essere perniciose quando prevale
in qualche maniera una logica di mercato chiuso.
Nonostante le dichiarazioni e
nonostante le possibili condizioni obiettive, ma attraverso
evidentemente forme e comportamenti.
Il nostro è un mestiere difficile, è un
mestiere che richiede sempre di avere un forte senso del limite e che
richiede di fare quello che Boselli raccomandava prima: richiede in
certi casi di avere sempre molto presente l’esigenza di un rapido
ricambio.
L’esigenza delle imprese, l’esigenza di
questo mondo è di una forte mobilità tra esperienze di diverso tipo.
Io ho fatto un’esperienza di passaggio,
da un’esperienza politica a un’esperienza imprenditoriale, a
esperienze diverse. Sarebbe importantissimo se accadessero
ripetutamente queste cose.
Chiudo con una grande raccomandazione:
cerchiamo di evitare che si possa fare politica, attraverso l’uso
della banca.
AMEDEO NIGRA:
Ringrazio il Dott. Mazzotta.
In un’altra occasione ci dirà con chi
andrà la Banca Popolare di Milano.
DOTT. MAZZOTTA:
Con chi ci vuole!
AMEDEO NIGRA:
E do senz’altro la parola al Prof. Giorgio Fiorentini.
Come ha ricordato giustamente il nostro
Presidente Bozzetti, uno dei migliori esperti di economia aziendale,
specificamente nel campo del no-profit e della solidarietà,
editorialista del Corriere della Sera.
PROF. GIORGIO FIORENTINI:
Io vi ringrazio di avermi invitato.
Devo dire che ho ascoltato con molto
interesse ed anche con un certo coinvolgimento l’esperienze che sono
state poste negli interventi precedenti.
Io non porto un’esperienza specifica.
Cercherò sostanzialmente però di dare alcuni elementi di fondo
rispetto a questo tema che ci è stato assegnato, cioè dell’impresa
come tutela del bene comune.
Non vi parlerò del no-profit, vi
parlerò di profit. Vi parlerò di no- profit, in un altro momento, se
volete.
Devo dire che le esperienze che sono
state poste qui, il concetto di famiglia, il concetto di impresa prima
col presidente Perini, mi richiamano essenzialmente un mio maestro,
che poi però avevo già posto nei miei appunti, che è Carlo Masini.
Il quale aveva già visto
precedentemente che il bene comune è l’insieme di istituti che secondo
lui erano: la famiglia, l’impresa, le aziende pubbliche e quelle “pubbliche-private”.
Poi abbiamo sdoganato una quarta, che è
quella del no-profit.
Però questo è molto importante, perché
vuol dire che già fin da allora aveva capito che sostanzialmente la
famiglia, per esempio come istituto, portava dei valori.
E diceva: guardate che la famiglia (nel
suo lavoro, lavoro risparmio insomma), per raggiungere i propri fini,
bisogna che abbia la capacità organizzativa, gestionale. E diceva che
era un’azienda di consumo.
Allora voi capite che qui c’è un filo
conduttore per tutti questi attori, gli istituti, che è la capacità
aziendale, la capacità organizzativa, gestionale, la capacità di
management.
Io però ho tentato anche di pensare a
una definizione, rendendomi conto dell’aspetto, in un certo senso,
buffo del problema.
Se andate un po’ in giro a vedere su
Internet e quant’altro, ormai questi sono gli strumenti, non è che ci
siano grandi definizioni di bene comune.
Il bene comune è sempre visto come un
finalismo (“Per il bene comune, facciamo questo, eccetera”). Per il
bene comune, però, voglio dire qualcosa di un po’ più ancorato.
Certamente, non sarà esaustiva la mia
definizione.
Ma ho tentato di pensare un attimo alla
sostanza: per fare un passo avanti.
Quindi, inteso, il bene comune, come un
insieme di risultati economico-sociali, facendo però attenzione
all’ordine, metto così le sue qualità: essere economico e sociale, in
equilibrio, con più beni integrati fra loro per avere una continuità e
una perdurabilità dell’impresa.
In economicità, quindi, con questo
concetto sostanzialmente del rapporto costi e ricavi, attivo e
passivo, autonomia e capacità quindi di autonomia viste nel senso, per
esempio, finanziario.
Quindi, viste anche come la capacità di
avere una creatività, razionalizzata. Evidentemente, dell’autonomia
finanziaria, si cerca la migliore combinazione delle risorse per avere
un ROI, un ritorno sull’investimento adeguato agli investimenti sia
degli azionisti, gli share holders, visti nella dimensione di quelli
che detengono parti dell’azionariato, sia degli stake holders, i
portatori di interesse rispetto a questo tipo di impresa.
In una logica di – prima si è fatto un
accenno – solidarietà e di sussidiarietà.
E’ vero che questo concetto della
solidarietà è un po’ un concetto abusato.
Però è vero che, sostanzialmente, come
diceva prima il presidente Mazzotta, dà anche un senso alla nostra
attività di tipo hard, si direbbe, cioè di tipo aziendale in senso
molto positivo, evidentemente una logica di sussidiarietà.
Sussidiarietà deriva dal termine latino
subsidium, che vuol dire aiuto e indicava le truppe che,
sostanzialmente, in campo di battaglia, venivano messe ai lati o
dietro l’esercito, nel momento della battaglia.
Quando c’era bisogno – subsidium, aiuto
– entravano le truppe sussidiarie che facevano tutte queste
operazioni.
Ma per fare che cosa? Per vincere, non
certo, evidentemente, per perdere.
Nella Centesimus Annus, Giovanni Paolo
II dice che l’impresa è prima di tutto e soprattutto una comunità di
uomini e afferma che il profitto è un indispensabile indicatore del
buon andamento dell’azienda, ma non è l’unico.
Anche prima il presidente Mazzotta ha
fatto un ragionamento, dicendo: attenzione, il profitto non è l’unico,
esclusivo e ad libitum senso obiettivo dell’impresa.
Certo che il profitto è uno strumento
ed è uno strumento operativo e indispensabile per poter raggiungere
quello che sono i finalismi della nostra impresa.
Capite che ormai siamo in una
situazione tale per cui è indubbio che, non è solo il profitto, è un
di cui il reddito.
Perché poi qui abbiamo tutto l’intangible
asset che va dal concetto della marca, al concetto della qualità delle
persone, al concetto sostanzialmente della nostra capacità
distributiva.
Insomma, tutti questi elementi che non
sono sostanzialmente collegati al rapporto materia. Ma fanno di più.
Comunque, anche servizio e risultato
solo di tipo economico, ma è un risultato che deriva da una serie di
elementi intangibili, ed è tutto il discorso dell’intangible asset.
Devo anche dire che il bene comune non
è una sommatoria, ma è una produttoria, nel senso che il bene comune è
un insieme di elementi tale per cui questi stessi elementi si
moltiplicano fra loro e si integrano e raggiungono un livello che è
superiore a quelle che sono le risorse poste in essere.
Questo mi sembra intuitivo, ma il
concetto è che nella sommatoria, noi possiamo fare in modo che
possiamo azzerare uno degli addendi, mentre nella produttoria non
possiamo mai azzerare uno degli elementi della moltiplicazione, perché
altrimenti, a questo punto, si azzera tutto il bene comune.
Allora è chiaro che, a questo punto,
noi abbiamo una forte responsabilità fra le altre, che è quella di
mantenere sempre e comunque una quantità tale di bene comune che ci
permetta essenzialmente di non azzerare mai il livello di
moltiplicazione.
E questa è una grande responsabilità
dell’imprenditore.
Quindi, questo è un ulteriore elemento.
Il bene comune del gruppo è fatto di stipendi dei dipendenti, la
sostenibilità, la perdurabilità, la continuità, perché, attenzione,
questi concetti della perdurabilità, della continuità, sono elementi
molto importanti all’interno della valutazione di un’impresa.
Non è il mordi e fuggi, non è
l’elemento speculativo visto nella dimensione dell’hic et nunc
sostanzialmente delle situazioni. La nostra è una continuità.
C’è una telologia dell’impresa, c’è un
finalismo sostanzialmente dell’impresa.
Masini diceva: il fine generale
dell’impresa è concorrere per molteplici vie alla promozione della
persona umana.
Il reddito non è il fine dell’impresa,
ma è una parte del sistema dei valori.
Nella dinamica economica verso il bene
comune come insieme di persone. Quindi questa integrazione tra gli
azionisti (share holders) e sostanzialmente gli stake holders, (i
portatori di interessi).
C’è stato un passaggio a questo punto
da tutte queste situazioni, che oggi è molto concreto, che è la
corporate social responsibility, la responsabilità sociale
dell’impresa.
Ormai, non c’è convegno dove non si
parli di CSR, chiamatela come volete, ma dove invece questo elemento
può diventare sostanzialmente un elemento importante.
Perché, attenzione, dietro questa
corporate social responsibility, ci può essere un incremento forte di
valore hard, cioè quello dei fatturati, che è quello sostanzialmente
delle vendite, della distribuzione.
Noi abbiamo fatto una ricerca tre anni
fa, volta a capire quale era il ritorno sull’investimento, anzi, sugli
investimenti sociali delle imprese.
Abbiamo lavorato su: il livello di
distribuzione, ossia la marca, che è una delle componenti
fondamentali, e se ci fossero delle formule, in termini quantitativi
ovviamente; poi su uno dei problemi grossi, ossia quale è l’indice
finanziario di redditività, che poi è uno degli elementi.
Il terzo elemento era sostanzialmente
la capacità di valutare il valore aggiunto rispetto al valore delle
persone.
Il quarto livello era essenzialmente
rappresentato dalla distribuzione, cioè quanto la rete di vendita
sostanzialmente poteva avere un incremento rispetto a una dimensione
anche di tipo sociale.
Tutto questo che cosa ci comporta? Ci
porta alla tesi Levit & Friedman. Friedman è morto l’altro giorno,
premio Nobel, persona fortissima, bravissimo, un economista che ha
sostanzialmente portato avanti fortemente tutto il tema della
liberalizzazione ad oltranza, il quale diceva che la questione sociale
era il profitto.
Un profitto che è la composizione del
profitto e del non-profitto è il profitto del profitto. Che non è un
gioco di parole! Cioè uno non è un ossimoro (il profitto del
non-profitto) e l’altro non è un reiterare il concetto del profitto,
ma è il concetto dove a un certo punto c’è questo tipo di integrazione
e unitarietà.
A questo punto leggo essenzialmente il
decalogo, perché, leggendo, ho tentato di fare un minimo di decalogo.
Primo: profitto della ricchezza
sociale, ossia reputare sostanzialmente che la ricchezza sociale abbia
un profitto rispetto al bene comune, nel senso che c’è un valore
aggiunto, è un paradosso indispensabile ed è un concetto di gestione
delle integrazioni e così via.
La gestione delle risorse, a parte le
tradizionali, gestisce il valore e i valori o i valori e il valore,
però la cosa interessante è che anche i valori hanno un valore
economico, dal punto di vista solo della valorialità.
Vi è inoltre una capacità decisoria
supportiva, dove il concetto di governance si integra fortemente col
government, ma dove c’è un concetto di integrazione fra pubblico,
privato e sussidiario.
Prima col presidente Giavazzi si faceva
un riferimento sulle Fondazioni.
Noi dobbiamo cominciare a renderci
conto che le Fondazioni rispetto alle loro attività cominciano a
diventare delle governance parallele rispetto alla governance
tradizionale, perché ormai i livelli, le quote di denaro che sono
poste in essere sono, in certi territori, addirittura quelli che fanno
il differenziale sociale, per esempio dei territori stessi.
E’ un problema di trasparenza, di
spendibilità etica e di fiducia! La fiducia si spende indubbiamente,
ma anche l’etica ovviamente, perché è un concetto teorico.
Un flash solo. Ero con una persona la
quale lavora in Cina: ha una Fondazione, fa distance learning.
Mi diceva: sai, noi arriviamo, tutti
ben strutturati, attrezzati eccetera.
Poi ci sono i tedeschi che arrivano con
un aeroplano di linea, firmano e vanno via, ma la cosa interessante
che abbiamo capito è che dobbiamo uscire da certi livelli di circuiti
di tipo istituzionale e andare da soli. Ma per un motivo preciso.
Eccolo.
In pratica, se i Cinesi ti danno
fiducia, a quel punto il rapporto va al di sopra di qualsiasi altro
tipo di rapporto istituzionale.
Gestione della partecipazione con
abbattimento dei costi di transazione sono gli elementi che
normalmente vengono correlati fra la partecipazione e i risultati di
partecipazione.
E’ possibile secondo me abbattere i
costi di transazione: è il discorso, per esempio delle economie di
scala, ove ci sono anche i costi di transazione.
Una razionalizzazione dei costi e
dinamica degli investimenti, siamo al punto 6, bilancio sociale,
socio-economico e così via.
Sette: offerta di occupazione e
dinamiche di sviluppo. Perché tutto il discorso dell’inpowerment e
quindi tutto il discorso del valore del personale serva a crescere un
gruppo dirigente.
Ostentare la funzione sociale
dell’impresa. Qui c’è scritto “ostentare”, ma il concetto è che devo
farlo percepire, perché altrimenti facciamo questi discorsi un po’
catacombali dove tutto rimane scritto senza mai emergere visivamente.
Sostanzialmente è finito il tempo del
discorso un po’ catacombale.
E’ importante che il concetto di bene
comune sia chiaro. Occorre che ci sia un rapporto di percezione
rispetto al valore sociale.
Perché è vero, perché è utile, perché è
indispensabile, perché è autoverificante e automotivante, quindi,
riuscire ad avere delle strategie possibili in contesti difficili e
rischiosi.
Avere anche strategie possibili, in
contesti possibili eticamente.
Anche io ogni tanto uso questi
paradossi, ossia il concetto di lavorare su strategie impossibili in
contesti possibili eticamente.
Perché, se così è, a questo punto,
attraverso il nostro lavoro, ciò che è impossibile diventa possibile.
Grazie.
AMEDEO NIGRA:
Grazie al Prof. Fiorentini, per l’ottimo intervento.
MICHELE PERINI:
Io mi scuso, devo andare.
Ho mia figlia che si laurea oggi alle
due.
Un solo messaggio, per Natale
regalatevi un piccone, picconate la burocrazia perché è il più bel
bene comune che potete fare!
AMEDEO NIGRA:
Bene, grazie al Dott. Michele Perini.
Come diceva Orazio, uno dei più grandi
nostri autori latini, dulcis in fundo: il dolce viene alla fine.
Quindi, abbiamo una bravissima
imprenditrice che viene dal Nord-Est che ci parlerà per ultima.
A dir la verità, se avessimo dovuto
usare le quote rosa avremmo dovuto avere relatori per metà uomini e
per metà donne.
Queste –lasciatemelo dire- sono le
contraddizioni della nostra società.
Una società enigmatica che dice che
bisogna essere liberi.
Però al tempo stesso pensa alle quote
rosa per limitare la nostra libertà.
Comunque, siccome c’è la parità,
abbiamo chiesto alla Dottoressa Sonia Felice di parlare per ultima.
Perché ci parlerà di una vicenda
concreta, di un successo che ha ottenuto con la sua azienda e che ci
illuminerà sul concetto di bene comune.
E lascio senz’altro la parola a lei.
SONIA FELICE:
Grazie. Buongiorno a tutti.
Io vi ringrazio per l’invito perché,
oltre al piacere di avervi incontrato, ho avuto modo di sentire delle
cose molto interessanti, che hanno sicuramente arricchito anche me,
oltre tutti voi.
Io sono qui per parlarvi di Fly
Synthesis e ritengo di dovervi prima spiegare sommariamente di che
cosa ci occupiamo.
Fly Synthesis costruisce e
commercializza degli aeroplani ultraleggeri in fibra di carbonio.
Che cosa significa ultraleggeri?
Ultraleggeri significa che gli aeroplani, che sono degli aeroplani
biposto, hanno dei limiti.
Il limite più importante è sicuramente
il limite di peso, perché questi aeroplani non devono pesare più di
285 chili.
Il peso naturalmente è considerato a
vuoto, quindi senza passeggeri e senza carburante.
Da dove nasce poi la famiglia degli
ultraleggeri?
Molti anni fa, a cavallo tra gli anni
‘70 e ‘80 c’era una forte passione per il volo libero.
Quindi che cosa significava? Che le
persone utilizzavano dei deltaplani o dei parapendii, che sono quelle
vele colorate che ancora vedete oggi con la persona appesa sotto.
Naturalmente non erano evoluti come gli
attrezzati che utilizziamo oggi, erano dei mezzi molto più semplici,
si usava la famosa ala di rogalo che, tra l’altro, era anche
estremamente pericolosa.
Questa passione poi si è sviluppata
sempre di più e ha dato forma ai primi ultraleggeri tre assi.
Li costruivano in tubi e tela.
Ovverosia, il telaio era costruito con dei tubi di alluminio e veniva
ricoperto con delle tele piuttosto robuste, con tutto un procedimento
particolare.
Fly Synthesis ha avuto il merito,
all’inizio degli anni ’80, di costruire il primo ultraleggero rigido.
Quindi all’epoca fu costruito in fibra di vetro, con un’ala rigida e
un abitacolo rigido.
Era un piccolissimo aeroplanino
monoposto che si chiamava Canguro proprio perché, in fase di
atterraggio, si tendeva ad avere questo atterraggio piuttosto
tumultuoso e quindi questo sobbalzava. Con un piccolissimo motore, 20
cavalli.
La storia nasce da lì.
Nel momento in cui questi attrezzi
hanno cominciato a moltiplicarsi, è nata l’esigenza di regolamentare
anche questo settore.
Il settore degli ultraleggeri non è
stato preso dall’Enav, ma è stato creato l’Aeroclub d’Italia e la
legge 106.
Qui siamo a metà degli anni ’80 ed è
proprio la legge 106 che ancora oggi regolarizza sia la costruzione,
sia l’utilizzo di questi aeroplani.
Quindi, come vi dicevo, si valuta il
peso, che è di 285 chili, si definisce anche la velocità di stallo,
che è 65 chilometri orari.
La velocità di stallo è la velocità
sotto la quale l’aeroplano precipita perché non riesce più a
sostenersi. Ed altre cose.
Si stabilisce che per pilotare uno di
questi velivoli bisogna avere un attestato di volo, quindi non un
brevetto.
L’attestato di volo si ottiene con una
ventina di ore di teoria e una decina di ore di pratica con un
istruttore.
Il costo approssimativo è sui 4 mila
euro, ma, soprattutto, il mantenimento di questo attestato è veramente
molto economico, contrariamente a un brevetto di volo.
Questo all’inizio, con gli aeroplani di
cui vi parlavo.
Naturalmente oggi noi facciamo degli
aeroplani che hanno una velocità media di 250 chilometri orari, che
imbarcano più di cento litri di carburante, dando così un’autonomia di
otto ore di volo.
I motori non sono più da venti cavalli,
ma sono da 120 cavalli.
Ovviamente, segue anche tutto un tipo
di strumentazione di bordo molto differente, diventa un aeroplano a
tutti gli effetti.
Quindi, costruire una di queste
macchine oggi diventa veramente un piccolo prodigio.
C’è necessità di buoni ingegneri, c’è
necessità di tante idee, c’è necessità di una grande manualità,
proprio perché noi utilizziamo le fibre di carbonio, ma non solo, per
esempio anche delle fibre di kevlat a seconda dell’elasticità o della
rigidezza che vogliamo ottenere.
Quindi sono veramente delle piccole
opere d’ingegno.
Questa è Fly Synthesis a grandi linee.
Però, per cercare di centrare un po’
l’argomento sul quale parliamo oggi, il nostro Gruppo ha rilevato Fly
Synthesis nel 2000 in uno stato di sofferenza sia finanziaria, sia di
gestione vera e propria.
Il problema di Fly Synthesis qual era?
L’azienda non era riuscita a passare da uno stato artigianale a uno
stato industriale e questo generalmente è il punto dove un po’ tutti
si fermano.
Per mentalità, per capacità, per non
capacità di cambiare mentalmente, perché noi vogliamo fare delle cose
moderne e poi facciamo fatica a modernizzare noi stessi, il nostro
modo di pensare, di vedere le cose e di rapportarci con gli altri.
Abbiamo impiegato quasi due anni, a
riportare Fly Synthesis in una posizione di leadership
fondamentalmente, non solo italiana, ma a livello mondiale.
Questo è stato un percorso obbligato
perché nel mercato italiano naturalmente non basta sostenere
un’azienda come la nostra.
Andare a vendere all’estero che cosa
significa? Significa che tutte le certificazioni che non bisogna fare
qui, proprio perché la legge è così permissiva, in realtà nel resto
del mondo esistono.
Quindi, si richiedono test piuttosto
impegnativi a livello statico, a livello test di volo, certificazioni
lunghe e costose che richiedono, appunto, l’apporto e il lavoro di
ingegneri.
E quindi l’azienda, nella quale non
conta più solo lo staff degli operai, quindi delle persone che
manualmente fanno gli aeroplani, ha bisogno di un supporto notevole
con un notevole investimento.
Fortunatamente l’azienda è presto
cresciuta e si è posto il problema di allargare la produzione.
Naturalmente dove stavamo avevamo
problemi di spazio. Le nostre dimensioni, non erano sufficienti.
Anzi, ho dimenticato di dirvi, noi
siamo in Friuli e siamo posizionati all’incirca tra Udine e Trieste,
orientativamente.
Il vecchio stabilimento non era più
contemplabile per questioni di spazio, ma anche per questioni di
adeguamento a quella che è la 626, a quelle che sono tante altre
norme.
Devo confessare che abbiamo contemplato
per prima la possibilità di spostare lo stabilimento ad Est.
Perché? Perché naturalmente questi
Paesi, Paesi come la Romania, Paesi come la Repubblica Ceca, ci
offrivano delle condizioni molto favorevoli, soprattutto per un
settore come il nostro.
Alla fine del secolo scorso, anche se
dire il secolo scorso sembra lontanissimo, questi Paesi hanno
smantellato tutte le loro industrie belliche. Quindi si è riversata
sul mercato una forte manodopera che fondamentalmente poteva già
essere preparata, non essendo questo un mestiere dove assumi un
operaio e lo metti subito lì e lo improvvisi a fare tutto questo.
Inoltre, i Paesi offrivano anche degli incentivi notevoli per le
aziende che fossero state spostate lì.
In realtà, noi oggi abbiamo uno
stabilimento di 4 mila mq che è situato a Morteliano, a 15 chilometri
da dove stavamo prima e quindi voglio spiegarvi perché questa scelta
che, a questo punto del discorso, sembra così irrazionale.
E vi assicuro che avevamo già preparato
il nostro piano di investimento, avevamo già visionato ogni cosa
perché quella fondamentalmente, di primo acchito, ci sembrava, dal
punto di vista proprio manageriale, la scelta forse più giusta da
fare.
Per spiegarvi perché siamo rimasti qui
voglio raccontarvi chi sono le persone che lavorano con me.
I nostri operai arrivano quasi tutti
dall’Istituto Aeronautico Madignani, che è situato a Udine e il nostro
quadro dirigenziale, i nostri ingegneri, arrivano quasi tutti dal
Politecnico di Milano o comunque dall’Università di Forlì, quindi sono
ingegneri aeronautici.
Gli ingegneri aeronautici potrebbero
non essere un problema perché, comunque, questi li ottieni con
facilità, un po’ per lo stipendio che hanno, un po’ per il loro
inquadramento, un po’ anche per la voglia che hanno di spostarsi in
giro per il mondo.
Per gli operai è decisamente un po’
diverso.
Fare un aeroplano non assomiglia a
niente altro, cioè noi abbiamo anche altre aziende, ma questa non
assomiglia a nessuna delle altre.
Fare un aeroplano è una cosa
estremamente impegnativa, il margine di errore deve essere zero, non
puoi sbagliare assolutamente niente.
Fare un aeroplano in fibra come lo
facciamo noi richiede una manualità, una capacità di concentrazione
veramente eccezionale.
Le persone che arrivano lì sono
generalmente i ragazzi che si sono diplomati al Madignani e che poi
arrivano da noi in qualità di apprendisti.
Loro lavorano per un periodo che varia
dagli otto, ai dieci, ai dodici mesi, a seconda della loro manualità e
della loro capacità, della loro rapidità nell’apprendere, dopodiché
diventano autonomi nel loro lavoro.
Questo lavoro è estremamente
impegnativo anche dal punto di vista della concentrazione che devi
avere, quindi non tutti restano, non tutti lo vogliono fare. Quelli
che restano e che lo vogliono fare sono persone estremamente motivate.
Come le motiviamo noi? Il sistema è un
po’ questo.
Io credo che per fare un aeroplano
tutti devono lavorare in gruppo, tutti devono dipendere un po’ gli uni
dagli altri.
Non ci deve essere assolutamente una
differenza tra quello che lavora in ufficio e quello che, invece, è
giù e prepara i pezzi.
I nostri aeroplani noi li produciamo
interamente, escluso il motore e gli strumenti che acquistiamo dai
vari costruttori, ma tutti gli altri pezzi sono costruiti da noi, nel
nostro stabilimento.
Quindi, avendo loro imparato a lavorare
così, a lavorare in squadra, a dipendere gli uni dagli altri, a farsi
aiutare gli uni dagli altri, un ingegnere non potrebbe mai pensare a
una nuova soluzione se non avesse l’accortezza di scendere in reparto
e di parlare con quello che veramente fa i pezzi e dice: no, quel
tessuto non lo puoi mettere lì, perché lì non si può stendere.
Quindi, occorre far capire a queste
persone che, per ottenere il risultato che noi effettivamente stiamo
ottenendo, c’è bisogno di lavorare insieme.
Questo è stato il motivo che
effettivamente ci ha tenuti qua, nel senso che io non avrei mai voluto
perdere parte di queste persone, perché ne conosco il merito, ne
conosco la capacità, ma conosco anche il loro impegno e quanto loro
siano affezionati all’azienda.
E dico questo oggi, quando è
difficilissimo che questo accada, però dovete credermi, io tante volte
dico:
“va bene, oggi è sabato, stiamo a
casa”. Poi magari vado in azienda e li trovo lì.
“Ma come mai siete qua?”
“Si” rispondono loro “siamo qua, perché
abbiamo pensato al problema e siamo venuti a verificare”.
Queste sono delle cose veramente
importanti per un imprenditore. Queste manifestazioni sono qualcosa
che ti stimola. Quando accadono, ti sembra di poter arrivare ovunque e
di poter fare veramente qualunque cosa.
Un’altra cosa, che effettivamente credo
ci abbia portati a restare lì, è che, poco distante da noi, c’era una
vecchia pista militare, che risaliva ancora all’inizio del ‘900.
Questa pista era appartenuta al Dominio
Militare, poi è passata alla Regione, dopodiché è stata concessa al
Comune di Morteliano.
Siamo riusciti ad avere la concessione
di questa pista.
Quindi sono mille metri di lunghezza
per 400 di larghezza di pista in cemento.
Noi abbiamo acquistato i terreni a
bordo pista e abbiamo costruito lo stabilimento lì.
Non abbiamo pensato di portare solo la
produzione, anche se ci siamo trasferiti da poco e per il momento
siamo ancora così, ma il nostro progetto vede un po’ più in là. In
Comune di Morteliano, quindi, siamo nel cuore del Friuli.
I Friulani sono per tradizione delle
persone molto chiuse, al punto tale da sembrare un po’ ostiche quando
le si guarda senza guardarle bene-bene fino in fondo.
Di primo acchito, insomma, questa è un
po’ l’impressione che loro fanno.
Questo li porta a non riuscire sempre a
valorizzare quello che loro hanno.
Come vi dicevo, nel Comune di
Morteliano c’è un campo da golf, ci sono due maneggi, c’è un centro
ippico, ci sono dei ristoranti anche rinomati, dove la gente viene
anche da lontano per mangiare.
Il piano che abbiamo presentato al
Comune di Morteliano contempla non solo lo stabilimento, ma contempla
una club house, contempla una scuola di volo e tende a rivalutare
tutta l’area e, quindi, ad essere di supporto anche per queste
attività.
Noi siamo molto prossimi, molto vicini
all’Austria e, contrariamente a noi che voliamo la domenica, magari
per divertimento, gli Austriaci tendono a spostarsi con l’aeroplano.
E questo progetto tende quindi anche ad
incentivare il turismo dall’Austria e dalla Slovenia verso la nostra
regione.
Io credo che sia stata sicuramente la
scelta migliore.
Io mi rendo conto che l’investimento
che è stato fatto a Morteliano avrebbe reso apparentemente molto di
più in un altro paese.
I nostri 4 mila metri si sarebbero
sicuramente come minimo trasformati in 8 mila metri, però la domanda
era: che cosa ci metto dentro poi?
E adesso arrivo in fondo perché forse
ci sono. Un altro dei vantaggi è sicuramente il fatto che noi adesso
offriamo sul mercato un prodotto fatto interamente in Italia.
L’aviazione ha avuto un periodo di
crisi notevole, partendo dal 2001, ma che poi si è protratto ed ha
continuato per questi anni.
Noi, in realtà, questa crisi l’abbiamo
sentita molto poco. Come vi dicevo, esportiamo l’80% della nostra
produzione.
Io credo che il nostro prodotto, oltre
chiaramente ad essere un prodotto eccellente e di qualità, abbia anche
un valore aggiunto, ed è proprio il fatto che è costruito interamente
in Italia.
Questa caratteristica è veramente
apprezzata nel mondo, perché siamo conosciuti fondamentalmente per
persone capaci, ma soprattutto capaci di fare cose belle, che si
trovano forse solo qui.
Ed ecco perché, fondamentalmente, io
credo sia giusto restare qui e credo che non sia nemmeno una
sofferenza, credo che non sia nemmeno un atto eroico.
Uno dice: no, io resto in Italia perché
è giusto.
No, noi siamo rimasti in Italia perché
abbiamo reputato che questa, alla fine della fiera, fosse la cosa
migliore per noi. E devo dire che allo stato attuale la storia ci sta
dando ragione. Grazie.
AMEDEO NIGRA:
Bravissima Dottoressa Felice.
Siamo arrivati così alla nostra
conclusione.
Ora, nella mia sintesi, partirei dal
fondo. Partirei proprio dall’intervento della Dottoressa Felice.
Come premessa, peraltro, direi
anzitutto che il grande merito per la nostra manifestazione e per gli
ottimi interventi è da attribuire al lavoro preparatorio del nostro
presidente Renzo Bozzetti, delle sue conoscenze, della capacità di
coagulare.
E, come sicuramente sta pensando il
nostro padre spirituale, (non voglio rubargli l’opera, però) laddove
ci sono delle persone che hanno una finalità comune nel nome del
Signore, là c’è anche appunto Nostro Signore. Quindi, ci siamo
proposti di operare bene, per spiegare il bene comune e abbiamo avuto
tanti aiuti.
Allora, cosa ha detto di interessante
la nostra Dottoressa Felice?
In effetti, il suo intervento ha
toccato un po’ tutti gli argomenti, consentendoci cosi di cucire
quello che è stato detto in precedenza.
Perché Perini, il Dott. Perini, ha
parlato dell’importanza della manualità. E, qui, è venuta fuori, in
modo eccezionale, anche a proposito degli ultraleggeri.
La Dottoressa Felice ha spiegato come
sia importante la manualità, per la sua opera. E ha confermato il
precedente intervento del Dottor Perini. La manualità come valore.
Perché l’attività di impresa è
un’attività di carattere globale, dove non c’è solamente
l’intellettualità, c’è anche l’aspetto manuale.
Poi emerge – vado, ancora, non proprio
in senso cronologico – l’elemento che ci ha ricordato il Prof.
Fiorentini, ovvero il bene comune.
Qualcosa che si incrementa nella
società. E che aumenta la ricchezza.
Occorre ricordare che questa capacità,
questa manualità, unita all’intelligenza, ha fatto sì che un’azienda
che nel 2000 era in difficoltà, la Fly Synthesis, oggi produca e,
soprattutto, aumenti il bene comune, una entità - se posso dirlo -
sconosciuta.
Perché, devo dire la verità, io ho
controllato su diverse enciclopedie mondiali. E se uno va a ricercare
sotto gli indici analitici alfabetici, la voce profitto non c’è. E la
voce bene comune non c’è.
Quindi è una grande lacuna, la nostra
Costituzione della Repubblica parla continuamente di bene comune. Però
questa definizione non c’è, nella società.
Poi mi ricollego a quanto ci ha
ricordato il Commendator. Borselli. Il quale ci ha dimostrato come
delle parole e delle operazioni che tendenzialmente vengono
considerate negative, come la delocalizzazione, in realtà bene
orchestrate e bene organizzate, possono dare un risultato positivo.
Qui emerge quindi un altro aspetto
negativo, quello che io personalmente chiamo il “cosismo”, ovvero il
fatto di dare delle definizioni statiche, definitive, continuative a
delle parole.
Il profitto è negativo, la banca è
negativa, il guadagno, l’impresa è negativa.
Nulla di tutto questo è vero. Le cose
sono cose. Quello che va giudicato sono le azioni.
Il Vangelo ci ricorda in modo esemplare
questo argomento, dicendo che “riconosceremo i falsi profeti dalle
loro opere”. Il criterio di valutazione, quindi, è costituito delle
azioni.
La Banca è una cosa. Ma le opere – come
ricordava il Dottor Mazzotta – possono renderla buona o meno buona, a
seconda dei casi.
In pratica, nella società moderna si
afferma tendenzialmente una forma di politeismo delle cose (una forma
di "cosismo"). Abbiamo così il mercato, il profitto, il capitalismo,
le privatizzazioni, il liberismo, l'impresa, la banca. E vediamo tutte
queste entità come se fossero persone. Come se avessero una loro
volontà autonoma e come se operassero, appunto, come dei per dominare
l'uomo o per portarlo in questa o quella direzione.
Ma – ripetiamolo- le cose sono solo
cose. Chi decide sono gli uomini. E qui, ci possiamo ricollegare
all'ottimo intervento del Commendator Boselli. Il quale ci ha
ricordato come una "cosa", nel nostro caso la delocalizzazione, non
sia affatto in sé negativa, ma come possa esserlo, in funzione delle
azioni dell'uomo. E come al contrario, attraverso le azioni dell'uomo
e attraverso la sua intelligenza, possa diventare positiva. Il
Commendator Boselli parla di "delocalizzazione prossima". Ma,
questo, altro non è che un modo per definire la capacità dell’uomo e
la sua intelligenza, nel muovere i capitali e le risorse, perché
aumentino il bene comune e la solidarietà. Al contrario, la difesa
strenua, in sé e per sé considerata del posto di lavoro e delle
aziende vecchio stile, comportano solo la perdita di risorse e in
prospettiva il fallimento.
Ecco dunque la necessità di puntare
sull'uomo e sulla sua intelligenza, anziché sulle cose. Le quali
cambieranno in funzione di come agiremo. Noi cambiamo le cose. Non
sono queste ultime a cambiare noi.
A questo punto,
viene in considerazione anche l'ottimo intervento del Presidente della
Banca Popolare di Milano, Dottor Roberto Mazzotta. Il quale ci ha
parlato delle banche. E, senza ripetere le ottime cose che ha già
detto il Dottor Mazzotta, va ricordato come, anche in questo caso, il
manager abbia messo l'accento sull'intelligenza e sulla saggezza
dell'uomo, come metodo per trasformare le cose e per difendere il bene
comune. Il dottor Mazzotta, infatti, ha ricordato l'importanza di
usare la banca, non per fini politici e, cioè, non per raggiungere
scopi di carattere diverso a quello istituzionale, ma per realizzare
equamente la tutela del bene comune dell'interesse collettivo. Anche
qui, possiamo dire che la banca è una cosa. Potrà diventare buona o
cattiva, in funzione delle azioni dell'uomo. Il compito di noi
cristiani quindi, ancora una volta è segnato. Ricordare la nostra
qualità di uomini. Ricordare il nostro essere fatti a somiglianza di
Dio. E usare le cose per l'interesse collettivo ossia per il bene
comune. Il quale, quindi, resta e resterà, semplicemente una cosa
destinata a misurare come e se, le persone abbiano agito bene.
Grazie a tutti e,
dunque, arrivederci alla prossima conferenza.