Il Gruppo Regionale
Lombardo della UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti
e la UCID Sezione di
Milano, La invitano a partecipare:
Giovedì 22 Maggio 2008
con inizio ore 17.00 e termine ore 19.30
alla Tavola Rotonda
“IMPRESA: RUOLO DEL
NON-PROFIT E BENE COMUNE”
|
Saluta:
Roberto Mazzotta
Presidente della Banca Popolare di
Milano
Franco Nava
Presidente UCID Sezione di Milano
Introduce:
Renzo Bozzetti
Presidente UCID Gruppo Lombardo
Vice Presidente Nazionale UCID
Modera e conclude:
Amedeo Nigra
Avvocato e giornalista
Segretario UCID Gruppo Lombardo
|
Intervengono:
Mons. Angelo Bazzari
Presidente Fondazione Don Carlo
Gnocchi-ONLUS
Elio Borgonovi
Ordinario di Economia Aziende e
Amministrazione Pubblica
Università Bocconi di Milano
Federico Falck
Presidente Gruppo Falck
Vice Presidente Vicario UCID Gruppo Lombardo
Lorenzo Ornaghi
Magnifico Rettore Università
Cattolica
del Sacro Cuore di Milano
|
Banca Popolare di Milano – Sala delle Colonne
UCID
Gruppo Lombardo
UCID Sezione di MILANO
Via San Paolo n. 12 - MILANO
tel. 02 76020049
tel. 02 782421
ucidgruppolombardo@libero.it
ucidmilano@tin.it
E’ previsto un aperitivo
www.ucid-lombardia.com
www.ucidmilano.org
L’UCID
s’interroga sul Bene Comune
!
La
Commissione Cultura dell'UCID Gruppo Regionale Lombardo, attraverso
alcune conferenze, da tenersi nelle varie sedi locali, si domanda se
e con quali regole, sia possibile superare la netta contrapposizione
tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio
economico comune. In quest'ambito, in collaborazione con altrettante
Sezioni lombarde, si organizzano queste quattro tavole rotonde:
-
Impresa: tutela del
Bene Comune:
testimonianze, esperienze e idee di imprenditori e dirigenti - 18
Novembre 2006 a Como;
-
Impresa: ruolo dei
Professionisti e Bene Comune:
il compito dei professionisti per lo sviluppo - 12 Maggio 2007 a
Piacenza;
-
Impresa: ruolo della
Famiglia e Bene Comune:
riflessioni sul ruolo della famiglia, nella società e nella
economia - 17 Novembre 2007 a Varese;
-
Impresa: ruolo del
Non-Profit e Bene Comune:
testimonianze e idee sul terzo settore - 22 Maggio 2008 a Milano.
Intervento del Dottor Franco Nava
AMEDEO NIGRA: Chiederei al Presidente
dell’Ucid Milano, Franco Nava, di iniziare a rompere lui il
ghiaccio.
FRANCO NAVA:
Dunque, il mio compito qui è molto breve, è dire soltanto: ”Ho
l’onore, questa volta tocca a Milano, di accogliere la riunione del
gruppo regionale su un argomento che ci sta particolarmente a cuore,
cioè quello delle imprese “Not For Profit”.
Ricordo che nel
convegno internazionale che noi abbiamo avuto in febbraio uno dei
nostri auspici era la sempre maggiore diffusione ed efficienza di
questo modello di attività ed impresa secondo le stesse
caratteristiche delle imprese Profit. Recentemente il professor
Zamagna ha parlato di un decreto legislativo di febbraio che
introduce l’impresa sociale, e l’impresa sociale, che può essere
anche gemmata da un’impresa Profit cosiddetta, consente appunto di
operare imprenditorialmente nel settore della solidarietà sociale;
quindi mi sembra che questa sia una novità, mi sembrava che lui
citasse come esempio, adesso qui siamo in un’altra sede, la banca
comunque prossima che è stata costituita proprio sotto questa forma
di impresa sociale, mentre invece la Fondazione Un’Idea di Unicredit
è ancora sotto la forma della fondazione.
Comunque saluto
tutti e ringrazio Bozzetti, il nostro Presidente regionale, che
nell’ambito della sua programmazione ha ritenuto di chiudere questo
ciclo nella nostra città, il che ci fa onore. Grazie.
RENZO BOZZETTI:
Cari relatori, amici Ucid, signore, signori, ringrazio la Banca
popolare di Milano nella quale ci troviamo, per l’ospitalità alla
nostra manifestazione. In particolare ringrazio il suo Presidente,
Dottor Roberto Mazzotta, che per improvvisi impegni non è qui con
noi.
Questa mattina
mi ha telefonato dall’estero, dove si trova, mi ha manifestato il
suo rammarico e pregato di porgere i suoi saluti a tutti voi.
Un
ringraziamento a Franco Nava, Presidente della sezione Ucid di
Milano, per il saluto rivoltoci, per l’opera preparatoria di questa
tavola rotonda, per la collaborazione e per l’aperitivo che la sua
sezione offre a conclusione di questo incontro.
Ringrazio con
particolare riconoscenza i componenti della nostra commissione
cultura ed il suo presidente Amedeo Nigra, per la dedizione,
competenza ed assiduità dedicata al nostro progetto sul bene comune.
Sono lieto di rilevare e salutare una buona rappresentanza di
presidenti, segretari, dirigenti ed amici delle 18 sezioni del
gruppo lombardo. Ringrazio tutti voi per la presenza, sicuro che la
vostra aspettativa sarà soddisfatta.
Ora, alcune
parole di introduzione per questo incontro che ci offre un ulteriore
momento di riflessione, attorno al tema portante: “L’Ucid si
interroga sul bene comune”.
Abbiamo
percorso un cammino lungo e importante, che ha impegnato tutti noi
sin dal novembre 2006, quando a Como abbiamo iniziato a parlare di
imprese e tutela del bene comune, con la partecipazione di
imprenditori e dirigenti che ci hanno offerto le loro riflessioni.
Abbiamo poi
avuto, giusto un anno fa, l’incontro su “Impresa, ruolo dei
professionisti e bene comune - il compito dei professionisti per lo
sviluppo” tenutosi a Piacenza, e poi “Impresa, ruolo della famiglia
e bene comune - riflessioni del ruolo della famiglia nella società e
nell’economia” dibattito che nel novembre scorso ci ha visto
riflettere a Gazzada sul nucleo base della nostra società.
Oggi,
introducendo il tema “Impresa, ruolo del Non Profit e bene comune -
testimonianze e idee sul terzo settore”, poniamo un tassello che, ne
sono sicuro, porterà a maturazione quell’itinerario concepito dalla
commissione cultura dell’Ucid gruppo lombardo, che ha voluto così
domandarsi se e con quali regole sia possibile superare la netta
contrapposizione tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel
linguaggio economico comune.
Questo era ed è
il nostro obbiettivo, non nego, alquanto ambizioso e impegnativo e
l’incontro di oggi cercherà di preparare la conclusione delle nostre
riflessioni affrontando quindi il rapporto tra impresa e Non Profit.
Voglio farvi in
questa occasione un’anticipazione: il prossimo incontro, che sarà
riepilogativo, difficile considerare concluso un dibattito ampio
come quello sul bene comune, cercherà di tratteggiare, mediante
epigrammi, un decalogo del bene comune, progetto ambizioso certo, ma
può sempre essere un punto di partenza per ulteriori sviluppi.
Permettetemi
ora di proporvi alcune riflessioni. Parlare di Non Profit e impresa
non è facile perché possiamo affrontare questo tema almeno sotto tre
angolazioni.
Dal primo punto
di vista potremmo dire che impresa e Non Profit sono perfettamente
antitetiche, visto che se un’impresa è tale, e persegue quindi una
logica di Profitto, non può operare nel sociale reinvestendo tutto
il capitale acquisito.
Dal secondo
punto di vista potremmo dire: “Che imprenditorialità c’è nel Non
Profit? Qual è il limite tra operare senza scopo di lucro e fare
invece business?”
E, il terzo
punto: “E se invece imprese e Non Profit fossero le due facce della
stessa medaglia? Come potrebbero, allora, interagire per il bene
comune di tutta la società?”
Entrare in
questo campo, a mio avviso, è rischioso, si teme di finire in un
terreno minato dal quale è difficile uscire. Probabilmente, al fondo
del nostro discorso, è l’eterna lotta interiore dell’uomo tra il suo
egoismo e il desiderio di fare del bene. E’ l’egoismo, dopo tutto,
che crea il capitale, ma è il Cristiano che lo socializza, cioè fa
sì che i benefici dell’impresa non siano puro accumulo, ma
promozione del bene di tutti della maggior parte dei cittadini.
Siamo a poco
più di 40 anni dall’Encicilica Popolorum Progression di Paolo VI e
risuonano ancora le forti parole del Pontefice: “A nessuno è
concesso il diritto esclusivo di proprietà, dunque il Cristiano,
chiunque egli sia, deve, nella sua misura, contribuire alla
promozione del bene comune ed aiutare i fratelli che non possono
disporre di mezzi con la stessa larghezza di cui egli dispone.”
E’ qui che la
sfida si fa ancora più affascinante. Scegliere una delle tre
angolazioni e prendere il volo con una di esse non è un compito
facile perché sappiamo bene come il confine tra business e Non
Profit sia estremamente labile quando si arrivano a delineare questi
scenari.
Ma allora,
quanto è profittevole un’associazione Non Profit che assume e
stipendia dei dipendenti?
Che diritto
hanno queste persone a percepire uno stipendio se il capitale del
Non Profit deve essere interamente reinvestito, senza scopo di lucro
appunto? E quanto invece rinuncia al suo Profitto quell’impresa che
decide di investire una parte del proprio guadagno per la
costruzione di opere o la partecipazione a manifestazioni che non
rappresentano alcun vantaggio economico se non una remunerazione
morale?
E ancora, è
possibile valutare la qualità dell’investimento fatto dall’impresa
in questo settore?
Agisce, cioè
spinta dal desiderio di arrivare tutti al bene comune, o è piuttosto
l’intervento nella solidarietà come una specie di tassa sociale, che
forse sarebbe giusto introdurre per legge?
Lancio delle provocazioni, è ovvio, perché
ognuno possa sentirsi stimolato e intervenga per alimentare un
dibattito proficuo.
Ricordiamo la “Centesimus Annus”, il
memorabile testo di Giovanni Paolo II, che ha permesso un salto in
avanti per la dottrina sociale della Chiesa, che si è misurata così
con le sfide del nuovo millennio.
La Chiesa, scrive Papa Wojtyla, riconosce la
giusta funzione del Profitto come indicatore del buon andamento
dell’azienda. Quando un’azienda produce Profitto, ciò significa che
i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i
corrispettivi bisogni umani, debitamente soddisfatti.
Il Profitto, scrive il papa, è un regolatore
della vita dell’azienda, ma non è l’unico: ad esso va aggiunta la
considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo,
sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa.
Possiamo considerare il Non Profit come uno
degli altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono
egualmente essenziali per la vita dell’impresa?
Se l’impresa, come ha scritto il Pontefice, ha
come scopo anche il servizio all’intera società, la risposta non può
che essere sì.
L’impresa, quindi, non può essere soltanto,
per un Cristiano, l’accumulo o la produzione di capitale, deve
essere dunque produzione anche di qualcos’altro, ossia di bene
comune; questo bene nasce dall’interazione/integrazione tra impresa
e mondo del Non Profit, così che l’uno comunichi all’altro i valori
positivi che hanno accumulato nel loro percorso e si bilancino
insieme.
Allora, anche investire sul Non Profit,
significa investire in un futuro migliore per tutti noi. Eccoci
allora alla conferma della terza angolazione.
Non Profit e impresa sono le due facce di
un’unica medaglia, o almeno, da questo punto di vista, potrebbero
esserlo, eppure molto spesso entrano pesantemente in conflitto e
difficilmente si viene a compensare il peso degli elementi in gioco,
quasi fosse qualcosa di inconciliabile.
Una convivenza e cooperazione tra Non Profit e
impresa è allora possibile?
Come si possono conciliare le gratuità e il
servizio con lo scopo di lucro? Una mano toglierà all’altra o
costruiranno entrambe insieme? Sono domande che giro dunque ai
nostri relatori che ringrazio per la loro partecipazione e con
piacere presento:
Monsignor Angelo Bazzari, Presidente
della fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS
Professor Elio Borgonovi, ordinario di
economia aziende e amministrazione pubblica presso l’Università
Bocconi di Milano
Ingegner Federico Falck, Presidente
gruppo Falck, già Presidente di Sodalitas
Professor Lorenzo Ornaghi, Magnifico
Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, già
Presidente dell’Agenzia per le ONLUS.
Ringrazio di cuore l’amico Amedeo Nigra,
avvocato e giornalista, segretario Ucid del gruppo lombardo che
modererà e concluderà il nostro incontro. A tutti voi, grazie.
AMEDEO NIGRA:
Grazie Presidente Bozzetti per la ottima, sintetica e completa
introduzione.
Passerei subito la parola al Professor
Borgonovi chiedendo di aiutarci in questo dedalo di nozioni, di
termini, come per esempio “ONLUS”, imprese senza scopo di lucro, o
Non Profit e passo senz’altro a lui la parola.
ELIO BORGONOVI:
Grazie e buonasera a tutti, grazie agli organizzatori per avermi
dato l’onore di sedere attorno a questo tavolo. E’ difficile,
diciamo, chiarire una realtà complessa e variegata. Forse i
tentativi di classificazione risulterebbero un pochettino in
contrasto con la varietà del fenomeno e anche la ricchezza del
fenomeno. Però cercherò essenzialmente di sviluppare il mio
intervento partendo dal terreno minato richiamato da chi ha
introdotto questo incontro: cioè “Imprese” e Non Profit sono due
facce della stessa medaglia. Beh, io direi di sì, ma direi che c’è
una terza dimensione e la terza dimensione è quella anche
dell’intervento pubblico e qui, diciamo, cerco di passare o di
condividere con voi un primo concetto. L’economia nasce come
attività tramite cui le persone, fin dall’antichità, rispondono ai
bisogni corporali – le persone anima e corpo, Monsignore è qui
vicino – quindi dobbiamo rispondere ai bisogni corporali anche e
quindi ci saranno quelli primari e poi quelli di altro tipo ecc… e
l’economia ci aiuta a rispondere a questi bisogni. Nella realtà
moderna l’attività di risposta posta in atto per rispondere ai
bisogni è diventata sempre più complessa con la Rivoluzione
Industriale, anche in fasi storiche precedenti, ma soprattutto dopo
la Rivoluzione Industriale questa attività è diventata complessa e
ha avuto bisogno di alcune regole. Le regole sono quelle del mercato
che hanno dato origine alla nuova istituzione, all’istituzione della
società moderna che è l’impresa, la cui funzione è essenzialmente di
utilizzare le risorse limitate per produrre beni e comunque risposte
ai bisogni aumentando l’utilità dei beni che si trovano in natura o
dei beni precedentemente costituiti, i patrimoni costituiti dalle
generazioni precedenti. Quindi l’impresa ha questa funzione di
accrescere in definitiva l’utilità, la risposta ai bisogni delle
persone e quindi a questo punto senza far distinzione tra risposta
ai bisogni corporali e bisogni spirituali ecc.. perché se la persona
è unitaria insomma anche la risposta ai bisogni materiali aiuta o
può aiutare, non necessariamente aiuta poi a vivere maggiormente la
propria unitarietà. Il problema è che nella realtà moderna si sono
definiti o si sono costruiti storicamente due grossi sistemi di
regole che hanno sostituito quelle precedenti delle società meno
complesse e sono state le regole del mercato e quelle delle scelte
pubbliche; il cosiddetto intervento dello stato cioè attraverso cui
qualcuno, delegato attraverso un processo di rappresentanza, preleva
delle risorse e cerca di, se svolge in modo corretto la propria
funzione, cerca di utilizzarle per il bene comune stabilendo delle
priorità che non sono automaticamente stabilite da chi ha interessi
o ha bisogni di tipo particolare. Allora questi due sistemi, che
ovviamente non sto a riassumere, hanno dimostrato storicamente di
avere dei grandi punti di forza, per certi aspetti entrambi.
L’impresa ha contribuito allo sviluppo economico ha contribuito a
creare ricchezza. Anche la globalizzazione ha contribuito a
distribuire ricchezza, anche dei punti di debolezza: uno fra tutti
quello della concentrazione della ricchezza economica oppure della
ricchezza senza sostanzialmente qualità di vita, senza felicità,
qualcuno dice, ma la ricchezza economica materiale di per sé non
risponde al bisogno della persona in quanto tale e questi sono dei
limiti. L’intervento pubblico per certe fasi è riuscito a dare una
maggiore redistribuzione della ricchezza a proporre anche in alcuni
casi, in alcune situazioni, una maggiore equità, ma presenta
parecchi limiti perché molte volte il potere sovraordinato dato
dalla rappresentanza viene utilizzato strumentalmente per fini
particolari e non per l’interesse generale, l’interesse comune e poi
ci sono aspetti di inefficienza e via. Ecco allora che nasce,
ritorna più che nasce, ritorna di moda anche sul piano della teoria
si torna a riflettere su l’origine, su quella che è l’origine
dell’economia, che è innervata, innestata nella società; non c’è
contrapposizione tra economia, impresa e società a questo punto. A
questo punto l’economia è innervata nella società ed ecco perché
emerge il concetto di terzo settore.
Terzo settore perché? Si dice terzo settore
perché è il settore nel quale le persone hanno delle motivazioni,
dei comportamenti e fanno delle scelte che non stanno del tutto in
quelle del mercato e neanche del tutto in quelle di chi ha la
rappresentanza della comunità e quindi delle scelte cosiddette
pubbliche. Quindi il concetto di terzo settore non è come settore
residuale, ma è quella parte di economia in cui si gioca una
imprenditorialità. Imprenditore chi è? E’ colui, o colei, la persona
che è capace di anticipare i bisogni del futuro, le esigenza
presenti e future, non solo future, presenti e future; assume il
rischio - come lei ha assunto il rischio di gestire, rifondare una
certa istituzione, è un rischio. Assume il rischio ed è in grado di
combinare i fattori scarsi, anzi di motivare delle persone a
combinare fattori scarsi, e qui io sottolineo le parole combinare,
aiutare le persone, perché io non condivido, anche semanticamente,
il concetto di fattore produttivo, il lavoro come fattore
produttivo. Semanticamente secondo me è molto riduttivo. Quindi
terzo settore: facciamo un passo avanti. Perché si dice Non Profit?
Qualcuno poi passa il concetto di Non Profit. Non Profit significa
semplicemente una realtà in cui qualcuno svolge un’attività
imprenditoriale, dirigenziale, mette in gioco le proprie capacità
intellettuali, manuali, tutto quello che sono le sue competenze, la
sua professionalità, il suo tempo che è la risorsa più scarsa ecc..
per svolgere un’attività i cui risultati economici non vengono
attribuiti a particolari soggetti, e in particolare a chi ci mette
il capitale o a chi assume il rischio, all’imprenditore, ma il cui
valore viene messo a disposizione di gruppi particolari, per esempio
i gruppi deboli, o vengono messi a disposizione della ricchezza del
patrimonio sociale. Quindi non viene ridistribuito a chi corre il
rischio, a chi mette in gioco se stesso, quindi Non Profit non
significa non preoccuparsi di essere produttivi, di fare come
l’imprenditore, significa fare l’imprenditore sapendo che quello che
genero in più, l’aumento di ricchezza, o la reinvesto per sviluppare
la capacità di assistere persone disagiate, eccetera, eccetera, o
per migliorare la qualità di vita delle persone, della comunità e
quindi creare una città più vivibile eccetera, eccetera.
Poi si passa al concetto, diciamo, si passa ad
alcuni concetti, che hanno una connotazione un pochettino,
incomincia a sfumare, un po’ più nell’aspetto tra l’economico e il
giuridico, ad esempio l’impresa cooperativa che è una forma di
impresa nata nella seconda metà dell’800, per motivi di solidarietà,
e quindi che poi ha avuto un riconoscimento nel codice civile.
Che cos’è una cooperativa, una forma di
organizzazione dell’attività economica che ha una particolare
regolamentazione dal punto di vista del diritto, anche dal punto di
vista del diritto d’impresa, e poi anche dal punto di vista fiscale
perché risponde al bisogno di solidarietà o per quanto riguarda il
lavoro, cooperative di lavoro, o per quanto riguarda i consumatori,
cooperative di consumo, o per quanto riguarda la natura dei servizi,
cooperative poi di tipo b o di tipo sociale, cioè che
sostanzialmente svolgono un’attività, vado in modo più semplificato,
che aiutano le persone a reinserirsi sostanzialmente in un’attività
lavorativa eccetera, eccetera, c’è la legislazione da questo punto
di vista.
Su questo fronte si è poi sviluppato
ulteriormente anche un misto tra fenomeno reale e regolamentazione
giuridica che è quella delle ONLUS (qui c’è il professor Orlaghi, se
mai credo che riprenderà, essendo stato il presidente dell’agenzia
per il Non Profit), che è un’ulteriore, diciamo, legislazione;
soprattutto è stata molto condizionata. All’origine era nata per
inserire nella parte civilistica del codice civile, questa forma
poi, di fatto, è stata prevalentemente orientata a, diciamo, a
finalità di tipo trattamento tributario, di tipo specifico e via,
quindi la ONLUS, adesso non entro nel merito nel dettaglio, perché
mi porterebbe via tempo.
Su questo fronte l’ultima, diciamo, l’ultima
istituzione o l’ultima forma giuridica che è stata introdotta nel
sistema italiano che è simile ad alcune esperienze estere, è quella
di Impresa Sociale. Impresa sociale, secondo me non c’è neanche
bisogno tutto sommato, c’è bisogno di riaffermare che ci deve essere
un’entità gestita con i criteri dell’imprenditorialità e impresa
però con finalità che non sono quelle di aumentare, di dare
sostanzialmente una retribuzione, o una maggiore retribuzione ai
dirigenti bravi che prendono le “stock option” o le altre vie per
accumulare capitale per chi eccetera ecc… Ma di accumulare capitale
sociale, non capitale di famiglia o capitale individuale. Ecco
allora l’Impresa Sociale che diventa una forma giuridica che può
essere appunto utilizzata da chi? Da imprese For Profit, che
vogliono tenere ben separate la parte che deve rispondere alle
regole del mercato, da quell’altra parte, dove ci vanno a lavorare
delle persone che in una certa fase della loro vita decidono di no,
di non cimentarsi con le “stock option”, di non cimentarsi con
l’andamento dei mercati finanziari, decidono che, sono da tenere
separate altrimenti se si mischia un po’ di socialità, un po’ di
imprenditorialità economicità … per cui le teniamo separate, oppure
ci sono delle fondazioni che danno origine alle imprese Non Profit,
cooperative che danno origine a imprese Non Profit, ecc., ecc.
Ultima considerazione, mi hanno chiesto di
fare un breve sunto sul volontariato e…
AMEDEO NIGRA: Se possiamo vorrei
chiedere una cosa, se possiamo spezzare in due parti per rendere più
vivace l’intervento.
ELIO BORGONOVI:
Si, si, per me va benissimo.
AMEDEO NIGRA: Quindi io chiederei
appunto, appunto di alternare, così facciamo due giri e magari
vedremo di fare intervenire le domande, poi interrompere il discorso
a metà lascia un po’ di curiosità per il futuro, e chiederei di
entrare sul vivo a Monsignor Bazzari e anche lui di spezzare quello
che aveva previsto in due parti, di fare un intervento di circa 10
minuti, dicendoci qualcosa di concreto sulla sua bellissima
istituzione.
Monsignor Bazzari:
Grazie dell’invito, mi associo anch’io alla gratitudine che conservo
nei confronti dell’Ucid, che sono anche amico personale del vostro
presidente nazionale e anche per alcuni presenti che in qualche modo
ci siamo frequentati in situazioni e momenti diversi in questo
copione, la Fondazione, quando ero direttore della Caritas
Ambrosiana, nel momento in cui abbiamo cercato di fondarla e
inserirla nel mondo, nel contesto sociale odierno.
Io volevo… mi ero preparato della slides, ecc.
ma abbandoniamo un po’ il tutto e cerco di andare, spero con
chiarezza, in alcune praterie di pensieri attraverso il linguaggio
della testimonianza e la presa diretta sul campo che la fondazione
Don Gnocchi ha, mordendo i problemi di oggi.
Dunque, abbiamo capito dall’esposizione che il
teatro sociale in cui siamo, il copione sociale in cui siamo,
contempla tre attori, semplificando al massimo: lo Stato, il mondo
Profit e il mondo Non Profit. Poi, qualcuno lo definisce il Terzo
Settore, altri… ma lasciamo stare di introdurre disquisizioni o
sottigliezze.
Io dovrei dire qualcosa sul mondo del Non
Profit. Ciascuno dei tre attori ha della caratterizzazioni, delle
specificità che non vanno assolutamente sovrapposte, confuse, fare
quindi dei mix un po’ magmatici che alla fine poi ci complicano il
problema, anziché cercare di arpionarli ad uscirne in qualche modo
con qualche idea non cartesiano, chiara e distinta, ma almeno con
qualche idea grezza che ci aiuti a capire ciò che stiamo vivendo.
Io tento di dire questo pianeta del Non Profit
che è abitato da soggetti diversi; abbiamo sentito:
l’associazionismo di promozione sociale, le cooperative, il
volontariato, le onlus, le fondazioni, quant’altro ancora… tutti
questi soggetti che secondo me sono caratterizzati in senso critico
nell’imporsi in senso negativo e positivo in questo modo, anche qui
riassumendo in pillole, in telegramma la questione. Lì dentro, in
quel mondo lì, per come la vedo io, per come l’ho vissuto, c’è una
idealità stupenda, ci sono convinzioni forti, ci sono motivazioni
solide e robuste nell’impegnarsi per gli altri: Che poi questo sia
dettato dalla carità, dalla filantropia, dalla prossimità, dalla
condivisione, o da quant’altro ancora nell’armamentario, questo
entra, filtra e drena la coscienza di ognuno, ma noi stiamo leggendo
il fenomeno.
Dall’altra c’è anche una grande
disorganizzazione, bisogna dircelo, il volto del mondo del Non
Profit va in qualche modo aiutato a crescere, a scolpirsi, a
definirsi bene, perché lì dentro c’è molto pressappochismo un po’
sul naif, qualche volta c’è anche molto dilettantismo, quindi un
mondo che si esprime nel fare e che qualche volta non è preoccupato
di fare cultura, di far diventare cultura questo modo di fare.
Fatica a unirsi, coordinarsi, pur avendo grandi motivazioni ideali e
io dal mio punto di vista, ma non sono Alice nel Paese delle
Meraviglie, vedo che gli interessi, il business ecc. aggregano,
aggrumano e fanno le alleanze, laddove si parla di comunione,
condivisione, compartecipazione, corresponsabilità, magari anche con
qualche matrice, così, di ispirazione cristiana, o addirittura di
matrice ecclesiale, si fatica enormemente a coordinarsi e quindi
fare unità non per diventare una testa di ponte o per essere dei
marziani che vengono paracadutati alla conquista di questo mondo, ma
perché senza troppe spallate si possa guadagnare anche questa
identità.
In questo mondo, in questo universo, in questo
pianeta, abitato così da queste grandi idealità ma qualche volta
anche da pressappochismo, capite che la prima cosa da fare è aiutare
questo mondo Non Profit, a definirsi meglio, a distinguersi, a
specificarsi, diversificarsi, ma anche a crescere di più e meglio in
queste interlocuzioni.
Tra gli abitanti di questo pianeta c’è anche
la Fondazione. Adesso vanno di moda: tutti creano le fondazioni con
tutta una serie anche di dubbi e di perplessità; li vedete crescere,
esplodere, siamo ormai oltre 4.000 fondazioni, mettendo insieme
tutte le fondazioni bancarie, sociali, culturali, di altra valenza
ecc.
Don Gnocchi, il nostro fondatore, nel 1952,
quando concepì la sua opera di solidarietà che l’aveva sognata
essere “opera di carità nelle lande del dolore”, quindi sulla
frontiera del dolore, della guerra e della mattanza di questi
giovani con cui condivideva sogni progetti e per i quali ha anche
poi giocato tutto il resto della sua vita, ha vestito tutta questa
tensione di prossimità con la figura più civile, che era la
Fondazione allora, detto nel Codice civile di Rocco, credo sia, sia
poi stata confezionata nel ’42, no poi con gli eventi successivi;
adesso stiamo alla revisione del capitolo 1, abbiamo fatto,
revisionato anche il capito quinto ecc. ma non allontaniamoci.
Don Gnocchi, che conosciamo con quell’immagine
di tenerezza materna che abbraccia quel bambino, bene il Don
Gnocchi, che 50 anni fa, oltre 50 anni fa, ha fatto il grande
imprenditore della carità, un geniale manager della solidarietà; ha
capito che le grande idee, se non si vestono di concretezza e di
capacità poi gestionale, evaporano, diventano evanescenti e nel
frattempo, se ci si abbandona troppo così al fatto che rischia di
diventare un accadimento soltanto è che non genera tensioni ideali,
vibrazioni forti di coinvolgimento, ecco rischia di appiattirsi di
annullarsi.
Dunque è stato un grande imprenditore,
guardate che cosa scrive in una sua opera nel ’55, un anno prima
della sua morte avvenuta nel ’56 a 54 anni: dopo aver assaporato
sulla frontiera del dolore la violenza umana e trasformando quelle
lande, frontiere del dolore, in laboratorio di solidarietà, non
tanto per ricostruire il territorio ferito dagli ordigni bellici o
le case slabbrate dalla violenza umana, ma a ricostruire, uso
proprio questi termini, a ricostruire l’uomo, rifare l’uomo e ha
incominciato dagli esordienti della vita, dai bambini, perché
bisognava ricostruire non solo il paese, ma dicevo l’uomo.
Bene, in questa azione, è riuscito a capire in
un momento in cui si parlava anche di solidarietà, di sussidiarietà
, nel momento in cui la nostra Costituzione aveva consacrato
attraverso gli articoli che conosciamo tutto questo, arriva a
scrivere - e ve lo leggo così com’è: “Il modo più rapido più
economico e più conclusivo per lo Stato di attuare i propri compiti
assistenziali e quello di entrare, (attenzione che gli aggettivi
sono calibrati e dosati) in stretta e fiduciosa collaborazione con
l’iniziativa privata, in quest’umanissima attività, dove la
giustizia e la carità si danno la mano fin quasi a confondersi, né
lo Stato può fare senza l’iniziativa privata, né questa deve fare
senza lo Stato, anzi la giustizia retributiva può giungere anche ad
organizzare una società lucida, perfetta, come una macchina, ma
appunto perché tale arida ed effimera dove venga a mancare - quello
che lui chiama - l’olio della carità individuale.”
Allora, in questi pensieri e in questi
orientamenti c’è la radice della nostra Fondazione. Qual’è come
mission e come vision, partendo da questo patrimonio ideale e da
queste radici così feconde, ecco, ha cercato di, in questi anni, a
partire dagli orfani di guerra, mutilati, poliomielitici negli anni
’50, la disabilità fisico sensoriale per le cause congenite negli
anni ’60 e ’70, negli anni ’80 la disabilità fisico sensoriale per
cause acquisite, incidenti, infortuni eccetera, con il 2000 i malati
terminali, gravi cerebrolesioni, stati vegetativi, in sostanza gli
anelli più deboli della catena sociale. Questa è la nostra
compagnia, e su questo pianeta è difficile fare business, noi su
questa scorta abbiamo cercato di lavorare e oggi noi abbiamo…
AMEDEO NIGRA:
Rimanderei alla seconda parte….
Monsignor Bazzari: …. oggi
noi abbiamo 29 centri, siamo presenti in 9 regioni d’Italia e con
anche progetti internazionali di sviluppo nei vari continenti,
lavoriamo nell’ambito della solidarietà internazionale, della
ricerca scientifica naturalmente applicata, della formazione e
sviluppo, sanitario e riabilitativo, area socio-assistenziale e
socio-educativa; tutto questo è il settore o se volete l’area in cui
lavoriamo, ma l’epicentro di tutto questo cantiere operativo sono i
disabili, gli anziani, i malati oncologici, i malati terminali, in
sostanza, lavoriamo con oltre 3800 dipendenti e a cui vanno aggiunti
poi 1700 collaboratori configurati diversamente e 11000 persone,
ogni giorno, vengono curate e assistite nei nostri centri.
Ecco, questi frutto, se volete, figlio di
un’intuizione di un impresario, o imprenditore, meglio, della carità
che è stato Don Gnocchi, che ci ha consegnato fragilmente questa
realtà che noi cerchiamo con lo sforzo che stiamo producendo di
dialogo con lo Stato, di dialogo con gli altri abitanti di questo
mondo Non profit e, perché no, incominciando a dare un’occhiata
anche a che cosa può significare quella “responsabilità sociale” del
mondo Profit, che qualcuno dice essere qualche foglia di fico che
qualcuno si sta mettendo col rischio di, appunto, compromettere
anche il significato dell’impresa, o la finalità dell’impresa, in
realtà noi continuiamo a credere che sta maturando una sensibilità
sociale e vogliamo con questo interloquire e tentare di fare anche
qualcosa.
AMEDEO NIGRA: Ringrazio Monsignor
Bazzari. Mi scuso…mi scuso per l’interruzione e anche così la
conferenza deve avere il suo ritmo, i suoi movimenti. Mi scuso anche
con il professor Borgonovi se prima l’ho interrotto, ma rimane
sempre l’interesse di vedere la seconda parte. Tra parentesi devo
dire che, come ha detto ottimamente il presidente Bozzetti, qui
emerge una grande contraddizione perché se voi pensate che le
sezioni fallimentari considerano impresa chi ha un fatturato di
200.000 euro e 10 dipendenti e non considerano… non viene
considerata impresa, invece, un’entità così importante che muove dei
grandi valori, si capisce come, molte volte la definizione e la
contraddizione di cui parliamo oggi, sia legata molte volte a dei
pregiudizi, alle convenzioni più che alla realtà, perché e molto più
impresa e fa molto di più una realtà come il Don Gnocchi, piuttosto
che un imprenditore che ha 10 dipendenti e fa 200.000 euro di
fatturato.
E’ uno dei temi di cui noi trattiamo, la
contrapposizione tra responsabilità e solidarietà e impresa.
Però senz’altro passo la parola all’Ing. Falck
e, in questo scambio di voci, passiamo al mondo dell’impresa e alla
sua esperienza.
INGEGNER FEDERICO
FALCK: Allora, dunque, il presidente
ha parlato di campo minato, mi sembra di aver capito, poi c’è il
moderatore che taglia le parole a metà, quindi, sostanzialmente mi
sembra una cosa molto complicata svolgere…avere un filo...
Io volevo semplicemente dare dei flash, poi ho
dato una relazione.
Noi imprenditori, io parlo dal punto di vista
imprenditoriale, come dicevo prima forse ad un giornalista, abbiamo
un peccato capitale: pensiamo di fare qualcosa che duri nel tempo e
che duri oltre quello che ci è dato come vita terrena; prima cosa.
Seconda cosa: manomettiamo la realtà, perché
qualunque imprenditore, noi abbiamo utilizzato la parola manomettere
in senso negativo, ma invece l’imprenditore mette mano alla realtà
perché vuole, ha un’idea e cerca di coniugare la sua idea con la
realtà che lo circonda.
Questo fatto porta necessariamente a cozzare
o, diciamo a incontrarsi, con delle realtà sociali che sono prima di
lui, e quindi non è una foglia di fico la responsabilità sociale,
purtroppo o per fortuna e un modus vivendi che l’impresa deve sapere
svolgere nella sua vita per poter portare avanti quell’idea che
dovrebbe durare nel tempo.
Questa piccola premessa è per dire che noi
siamo, come società, siamo qui dal 1906, in questi paraggi e quando
siamo arrivati c’erano 8000 persone a Sesto, tendenzialmente
agricole e quando abbiamo chiuso, nel 1996 l’attività
manifatturiera, le persone erano 120.000, non tutto merito
ovviamente della Falck né della Breda, né della Ercole Marelli o
della Magneti Marelli, però sostanzialmente questo vuol che il
nostro rapporto con la società che ci circondava ha trovato un punto
di equilibrio, e questo punto di equilibrio poi, come tutte le cose
- Virgilio diceva l’età dell’oro e l’età del ferro – io sento la
gente che rimpiange la sirena di inizio dei turni, alle 6 del
mattino suonava e poi ogni otto ore... e poi la cosa più incredibile
è che…gli piacevano molto i fumi rossi dell’ossidazione
dell’acciaio, devo dire che questo lo dico con un certo pudore,
perché adesso, parlare di fumo, dalla sigaretta in poi, credo che
sia assolutamente impossibile….
E’ chiaro che questa coscienza sociale,
responsabilità sociale è mutata nel tempo. Volevo raccontarvi un
aneddoto per non farvi addormentare; dopo Caporetto ci fu un grosso
sforzo dell’Italia per poter ribaltare la situazione, e furono
richiamate moltissime persone, anche operai della Falck; noi abbiamo
trovato che importammo - che non ci sentano i leghisti - importammo
manodopera dalla Libia che allora era colonia appena conquistata, e
questo l’abbiamo scoperto perché la Falck li registrò in questura,
non dico che le altre non lo fecero, ma suppongo che l’esempio fosse
abbastanza diffuso e io mi immagino questi poveretti libici sbattuti
da, speriamo che Gheddafi non lo sappia, sbattuti nelle nebbie
padane, allora, e magari diciamo non particolarmente contenti di
abbandonare le loro case…
Questo però lo dico perché tutto sommato
faceva parte di quel mondo, quel mondo che ci ha portato, diciamo,
al giorno d’oggi, io dico quindi purtroppo l’impresa Profit è
un’impresa che ha, come si può dire, delle regole che molte volte
non vengono comprese dalle persone, per cui questo scambio sociale
che ogni giorno deve avvenire tra impresa e società civile è uno
scambio che deve vedere dei protagonisti che capiscano le realtà
sociali, sia da una parte che dall’altra.
Uno dei dibattiti che ho sentito sempre molto
dire è se la responsabilità sociale sia patrimonio solo dell’impresa
medio-grande. Io credo che invece la piccola impresa, soprattutto in
un territorio così antropoformizzato come la pianura padana, la
piccola impresa sostanzialmente svolge un ruolo di responsabilità
sociale senza saperlo, nella zona in cui la vede protagonista delle
sua attività manifatturiere o non. Io credo che l’impresa,
l’imprenditore in un paese o in una cittadina ha un po’ sostituito
il farmacista, il maresciallo dei carabinieri o diciamo, purtroppo,
il prete, cioè credo che il piccolo imprenditore abbia una
responsabilità intrinseca nella vita sociale della zona in cui
opera.
Mi fermerei qui perché non vorrei che mi
venisse tolta la parola e per non… però vi do una preview: parlerò
di Sodalitas dopo, quindi non parlerò più della Falck; preparatevi
che ci sarà qualcosa di diverso. Grazie.
AMEDEO NIGRA: Ringrazio l’ingegner
Falck, anche del sense of humor, e faccio un’annotazione: di fatto
gli imprenditori sono abituati a sottostare a tanti obblighi e a
tante pressioni e questo allena la coscienza anche a essere brevi
nel linguaggi e nei propri interventi.
Chiederei ora al Professor Ornaghi cosa faceva
questa agenzia di cui ha avuto l’onore, ottimamente, di essere il
primo presidente.
PROFESSOR LORENZO ORNAGHI:
Cercava di fare quello che il
Monsignor Bazzari chiedeva e che mi pare abbia chiesto anche il
presidente Bozzetti.
Monsignor Bazzari ha fatto delle osservazioni
interessanti che ora riprendo: Monsignor Bazzari, anche perché
guidato da quel sano realismo che caratterizzava e in buona parte
ancora caratterizza il clero ambrosiano, quindi non tanta retorica,
ma le cose come stanno e allora anche cercare di capire il Non
Profit o il Terzo Settore così com’è è un’operazione importante.
Monsignor Bazzari presiede la Fondazione Don
Carlo Gnocchi e anche nel programma c’è scritto onlus, se ci
interroghiamo, diciamo, è un’associazione la fondazione Don Carlo
Gnocchi sicuramente, anche sparsa in tanti territori, sta cercando
di correre dietro al San Raffaele quindi all’estero.
Non ci chiediamo tanto se è o non è
organizzazione non lucrativa e siamo tutti d’accordo che è di
utilità sociale, anzi, probabilmente diremmo che è una formula un
po’ povera perché la Fondazione Don Gnocchi fa molto di più di
un’utilità sociale, molto di più….
Poi usciamo e ci accorgiamo che anche qualche
piccolo o grande centro culturale è una onlus e anche una scuola di
ballo è una onlus: abbiamo tante onlus.
Il primo problema dell’Agenzia per le onlus
era: sono tutte davvero onlus o no? Non è un problema semplice
perché significa che qualcuno deve svolgere una funzione di
vigilanza e deve dire che forse non basta essere iscritti al
registro delle onlus per essere davvero una onlus. Allora un primo
problema su bisogna essere realistici è che c’è davvero tanto di
bene, ma tanto, proprio nei termini in cui lo richiamava il
Monsignor Bazzari, ma poi ci sono anche, come si usa dire, le mele
marce che appunto vanno individuate perché se non vanno individuate
alla fine succede quello che il proverbio da sempre insegna.
Però capire se una onlus è davvero onlus non è
mica stata un’operazione facile perché, anche qui richiamo casi
precisi, la definisco apsiti iniura verbis, ottusità burocratica, ma
l’Agenzia delle Entrate a cominciati a far fare un setaccio delle
onlus e ne ha cancellate tantissime.
Per ciò che viene scritto nelle leggi, l’Aagenzia
per le onlus da un parere, parere che non è vincolante e
obbligatorio, quindi ci si diceva, abbiamo cancellato questa e
allora la cancellazione, se viene fatta attraverso una visita in
loco per cui si scopre che la scuola di ballo in realtà non svolge
un’attività Non Profit o un’attività di utilità sociale è giusto
cancellarla.
Ma se una onlus viene cancellata perché, pur
svolgendo davvero attività di utilità sociale, assistenza ai
disabili per esempio, nello statuto non ha scritto quelle
parolettine lì e non le ha scritte perché appunto molto spesso il
mondo Non Profit è, come diceva Monsignor Bazzari, un po’ naif,
spontaneo, ecc. è una grossa sciocchezza cancellarla.
E questo per esempio, capire cos’è davvero
nella realtà onlus non è stato facile, quindi abbiamo posto, per
esempio, tutta una questione della utilità reale dei registri, no?
Perché esistono poi forme diverse di
registrazione delle onlus, primo aspetto.
Secondo; il fatto che talvolta la nozione di
utilità sociale non sia così ben delineata, ha fatto toccar con
mano, in maniera talvolta anche divertita, alcune reazioni di cui in
genere non si tiene conto a sufficienza. Cito solo due episodi, ma
ovviamente sono reali, quindi non sono tanto aneddoti, ma sono
appunto esempi credo significativi.
La, probabilmente comprensibile, motivata
ostilità dei sindacati o delle rappresentanze sindacali, dei, non
saprei dire se fiorai o fioristi, che hanno fatto tante
interpellanze, proteste all’Agenzia per le onlus rispetto a tutte le
onlus che, in certe domeniche di maggio, vendono per certe finalità
l’azalea piuttosto che il geranio.
Vi verrebbe da dire: un episodietto. Mica
tanto, vuole dire che culturalmente non solo c’è il contendere su
alcuni aspetti materiali, (qualcuno dovrebbe impedire a queste onlus
di vendere il geranietto o l’azalea) ma significa che culturalmente
la presenza delle onlus non c’è ancora e allora, secondo episodio
collegato, qui ovviamente sono possibili tutte le formule
scaramantiche del caso, l’Agenzia ha fatto anche diverse obiezioni,
chi le chiedeva e venivano ricevute, dopo molte insistenze il
Consiglio ricevette, ecco non saprei come definirle, diciamo così,
le associazioni degli imprenditori di pompe funebri, che ce
l’avevano con le Misericordie, le antiche Misericordie,
semplicemente per il trasporto delle salme e dicevano: noi abbiamo
un danno alla nostra attività economica.
Che cosa significa di nuovo, che tutto questo
mondo, appunto straordinario, nonostante tutto fatica, perché il
sistema del paese o la società ha ancora su questo delle resistenze
che non sono tanto difesa, ripeto, comprensibile di interessi
particolari, ma appunto fa fatica perché non c’è stata una vera e
propria conversione culturale dentro il paese; il problema della
conversione culturale che tocca anche le varie organizzazioni Non
Profit, perché - ulteriore elemento su cui, con realismo e spero di
non toccare la sensibilità di nessuno - conviene però fissare
l’attenzione.
Appunto, diceva Monsignor Bazzari, è un
pianeta,io ho sempre adoperato l’espressione cosmo, siamo vicini no?
Cosmo, fatto di tante realtà, che cosa fa per esempio fa una grande
differenza dentro questo cosmo? Il grado di organizzazione: chi è
più organizzato è più presente sulla scena pubblica. Chi è più
organizzato ha più accesso ai mezzi di comunicazione, chi è più
organizzato ha ovviamente maggiori possibilità di finanziamento e
allora, se un’associazione Non Profit può entrare alla televisione,
può chiedere il contributo attraverso cellulari ed è sponsorizzata
da questo o da quel protagonista del mondo della comunicazione,
ovviamente ha molti più finanziamenti di chi non è organizzato.
Questo non significa condannare i primi, o
criticare l’atteggiamento, significa solo dire che molte realtà di
Non Profit, non hanno e non potranno avere questa capacità
organizzativa nel senso di raccolta di finanziamento, pensate
soltanto e banalmente alle operazioni di marketing che vengono fatte
sul 5x1000, anche qui senza fare nomi, ma li potrei fare, in
televisione vediamo le grandi realtà organizzate anche nel mondo
sanitario che fanno bellissimi spot sul 5x1000, e altre importanti
realtà che hanno le stesse finalità e lavorano sul piccolo
altrettanto bene, non possono farlo.
E questo sta a dire che i due grandi problemi,
così chiudo rispettando i tempi del moderatore, che, almeno da
presidente dell’Agenzia ho visto sono: primo, una massa enorme e
quasi non più sbrogliabile di leggi, leggine, regolamenti, che
finiscono col penalizzare pesantemente questo settore Non Profit, lo
penalizzano perché lo burocratizzano, lo irreggimentano.
Ma attenzione: tutte queste leggi, leggine,
stratificatesi nei decenni sono anche incoerenti fra di loro, hanno
aspetti parziali, e alla fine l’aspetto che hanno sottolineato
maggiormente e che è rilevante, sì, ma non è il più rilevante, è
l’aspetto fiscale.
Allora, il primo grande problema sarebbe, su
questo noi abbiamo cercato con il libro verde finale, nei cinque
anni di allertare l’attenzione dei vari parlamentari, di gruppi, di
partiti diversi, che c’erano e ci sono ancora, perché probabilmente
semplificare questo quadro diventa davvero necessario per impedire
di gravare burocraticamente, di gravare soprattutto sui più deboli
del mondo Non Profit.
Secondo aspetto è il problema appunto del
fund-raising, che però significa anche un problema di formazione di
coloro che lavorano dentro questo mondo, Bozzetti ha posto un
problema che fu posto anche sotto la nostra attenzione: se si viene
pagati in alcune fondazioni di volontariato, lo si è anche in altre
no, come comportarsi di fronte a queste modalità diverse, quale
criterio individuare? Io credo che il criterio è, proprio tenendo
fermo tutte le idealità, quello della commisurazione davvero sulla
quantità di lavoro, che in qualche caso può essere utile,
necessario, che ci sia un pagamento, dell’altra parte invece, ma sua
questo poi torno al secondo giro, forse c’è un problema davvero di
uscita dalla spontaneità, buona sempre in sé, ma buona finché
appunto non diventa confusione e quindi un problema in senso proprio
di formazione per coloro che davvero, con grande passione, e quasi
sempre ancora, con intensità di valori, operano nel Terzo
Settore…Grazie.
AMEDEO NIGRA:
Ecco, do subito la parola al Professor Borgonovi, che tutti potremmo
ascoltare anche con più interesse perché avendo visto un po’ i vari
interventi, possiamo assaporare meglio le sue parole.
PROFESSOR ELIO BORGONOVI:
Grazie. Riprendendo dagli interventi, faccio un esempio…anch’io vado
molto sul concreto, distinguiamo bene la responsabilità sociale
dell’impresa dal Non Profit. Facciamo l’esempio Bill Gates. Bill
Gates ha, ad un certo punto messo su una grande impresa, For Profit,
perché sostanzialmente, le regole fondamentali dell’attività che lui
svolgeva erano queste: io opero sul mercato, vendo dei prodotti,
pago delle persone, negozi ecc. ecc. e di quello che resta me ne
approprio o lo do agli azionisti.
Benissimo; ha creato il progresso della
società. Dal 2000 ha fondato, ha costituito una fondazione, che si
chiama “Bill and Melinda Gates”… Non è un giudizio… Ha detto: parte
dei soldi, miei o di altri, poi ci sono Buffet e latri grandi
magnati, persone che sono ai primi posti mondiali dei redditi, non
di quelli comunicati in Italia, comunque ha fatto una fondazione e
dice: questa fondazione deve lavorare, deve gestire con questi
criteri, riceve dei soldi, da me, da altri ecc. ecc.e deve
impiegarli nel modo migliore per creare valore, per dare assistenza,
per affrontare i problemi delle malattie in giro per il mondo… dico
questo perché è un caso che ho discusso oggi con i miei studenti, ma
questa fondazione ha delle regole secondo cui deve fare delle cose
il cui valore va esclusivamente ai destinatari, ai poveri
dell’Africa… Sono due cose separate.
Ma ciò non vuol dire che uno è il buono e
l’altro il cattivo, che il For Profit o il Profitto è qualcosa di
negativo, perché ci sono due modi di fare profitto: uno, qualcuno
opera e molti di voi, l’ingegner Falck, ha delle responsabilità in
un impresa e ad un certo punto dice: io prevedo che fra tre anni, un
anno, due anni, devo cambiare i processi produttivi, devo
delocalizzare…via via…ci pensa lui, pensa come salvaguardare meglio
il proprio patrimonio e non pensa direttamente a come affrontare in
anticipo i problemi dei propri dipendenti, non pensa a preoccuparsi
dell’ambiente o non pensa che se per caso improvvisamente non
acquista più certi prodotti da una serie di artigiani locali salta
tuta l’economia….
Allora, qualcuno può fare l’imprenditore
dicendo: le regole del mercato ad un certo punto mi impongono di
chiudere, e qualcuno ci ha pensato due anni prima, ha convocato i
fornitori, i piccoli artigiani della zona, gli ha detto : “Guardate
che… “ non dirà che dobbiamo chiudere e via, troverà il modo per….ed
ha incominciato a pensare: “Ma i miei operai impiegati…” adesso
ormai ci sono anche i dirigenti che perdono il posto a 40 anni… ha
incominciato a pensare anche a cosa capita a queste persone e cerca,
insieme agli enti locali, con la Fondazione Cariplo, con le
associazioni…, cerca una soluzione, che non arriva come una tegola
sulla testa di quelli che ad un certo punto vedono scritto “Chiuso”,
“Trasferito”, “Andato in Cina”, ecc. ecc.
Allora, l’imprenditore, For Profit, come si
dice, l’Imprenditore… ci sono due diversi comportamenti, il secondo,
da un punto di vista poi giudizio morale etico, non credo stia a
nessuno di noi darlo, lo darà qualchedun’altro, almeno secondo me,
però non è che il primo è cattivo, il secondo è buono, no.
Colui che fa l’imprenditore pensando che
l’impresa è qualcosa che non è di proprietà propria, ma è un bene
per la comunità, va benissimo; però fa un altro mestiere, opera in
certi mercati, sa benissimo che se produce 100 e gli latri producono
50, non può restare sul mercato, ecc..
Chi fa Non Profit, sa benissimo che se non
riesce a raccogliere fondi, come ha detto il professor Ornaghi, poi
dopo qualcuno è più bravo…, se non riesce a raccogliere fondi, poi
dopo la Provvidenza per un po’ ci pensa, poi dopo a volte la
Provvidenza, non so se si stanca anche lei, ma se tu non ti
organizzi bene, se tu invece di aiutare, di avere 11.000 persone che
ogni giorno passano nelle strutture che avete, se non mi organizzo
bene e non faccio bene questo mestiere e raccolgo anche milioni di
euro, e il fatto che io mi chiami Non Profit, non è che è una bella
cosa, vuol dire che depaupero la collettività di questo.
Chiudo facendo un altro esempio. Io oggi ho
avuto una grande soddisfazione, perché insegnando al secondo anno,
avendo studenti del secondo anno della società moderna….. sapete,
tutti vanno sui media…. ad un certo punto ho detto: “Guardate che la
vostra vita, il vostro prestigio non dipenderà solo dal voto che
avrete ecc. Se anche qualcuno di voi ha deciso di prendere 24 nel
mio esame e studiarlo, non è che il 24 vuol dire che è meno bravo di
30 e via, se ha fatto una scelta di vita per cui fa altra attività,
se poi nella vita si impegna e via, e la vostra soddisfazione non
deriverò neanche da quanti soldi avrete accumulato, da quanti posti
di lavoro avrete creato e via, anche da quello, ma il vostro
prestigio e il vostro modo di relazionarvi dipenderà dal contributo
che voi darete alla società.
Bene, nel dire questo, di fronte a bocconiani
rampanti - tanto Ornaghi non mi sente e anche se mi senti non dirlo
al mio rettore… - di fronte a bocconiani rampanti c’era un silenzio
e un’attenzione che mi ha dato soddisfazione perché vuol dire che
questo è un messaggio che incide sulle motivazioni delle persone,
quindi la distinzione tra Non Profit, impresa Profit che pensa che
il mercato sia solo guadagnare presto e bene, prendi e fuggi e via,
chi fa un’impresa For Profit, pensando che questa deve durare un
lungo periodo, deve servire un territorio, deve aiutare il
territorio a convertirsi… Le motivazioni di queste persone sono
quelle che fanno la differenza, poi le chiamiamo Non Profit, ecc.
ecc.
Due battute veloci perché mi era stato chiesto
qualche chiarimento; volontariato.
Volontariato vuol dire che qualcuno presta
un’attività, presta il suo tempo, la sua persona, la sua
intelligenza, le sue cose gratuitamente.
C’è qualcheduno che in un’associazione, in una
fondazione, in una Non Profit, ci deve lavorare e prenderà un tipo
di remunerazione, ma si accontenta di una remunerazione diversa da
quello che invece prende nella banca o da qualche altra parte e via
via.
Questi è volontariato, allora io posso avere
delle Non Profit dove ci sono dei volontari, dove ci sono invece
delle persone che operano professionalmente perché prendono lo
stipendio.
Diverso è il filantropo, poi dopo non voglio
entrare semanticamente, ma il filantropo è colui o colei che
essenzialmente mette a disposizione non il proprio tempo, ma mette a
disposizione la ricchezza che ha accumulato, quindi non mette a
disposizione di qualcuno il proprio tempo.
Per continuare con l’esempio di Bill Gates, se
è vero, che non è un giudizio, poi non ditemi che esalto Bill Gates,
ma Bill Gates ha fatto il filantropo perché ha messo a disposizione
dei soldi e fa anche il volontario perché ha detto che da agosto non
farà più il dirigente della Microsoft, ma va a fare il dirigente
della Fondazione.
Buffet, che è il finanzieri più ricco del
mondo, fa solo il filantropo, perché ha deciso di dare dei soldi e
però lui continua a fare il finanziere e se lo farà bene senza fare
le speculazioni sull’oro, sugli alimentari, per affamare un miliardo
di persone, se farà bene il finanziere farà del bene per tutti, se
invece farà il finanziere speculando sull’aumento dei generi
alimentari e via, e poi è la classica foglia di fico, che sé si era
messo davanti magari con 40 miliardi di dollari, ma sarà comunque
una foglia di fico, molto grande, perché 40 miliardi di dollari
sempre sono, ma se ha speculato sui generi alimentari affamando un
miliardo di persone in giro per il mondo, beh, insomma….
AMEDEO NigrA: Grazie
professor Borgonovi. Chiedo adesso a Monsignor Bazzari di continuare
la sua interessante esposizione.
Monsignor ANGELO Bazzari:
La c’è….c’è la Provvidenza… La c’è… non si stanca… C’è una cabina
di regia, c’è ed è un po’ occulta, non come il Grande Vecchio…
Anche perché in giro c’è tanto denaro, sporco
e pulito, che carsicamente ogni tanto appare e scompare e quindi su
questo c’è da fare qualche riflessione.. Per esempio, una domanda:
perché qui la Sanità ha un’organizzazione pubblica che fatica dopo
aver fatto i passaggi del “dare tutto a tutti” con l’alternativa di
“dare poco a tutti” o “tutto a pochi”e adesso è nelle situazione di
concepirsi come un azienda per cui noi da pazienti siamo diventati
clienti e da clienti adesso siamo giudici perché poi ognuno qui, per
sua maestà il cittadino, potrà scegliere dove andare, con le forti
liste d’attesa; perché questo Pubblico pur avendo inventato l’aziendalizzazione
non riesce a rispondere a questo senso un po’ universalistico ed
equo e solidale. Dall’altro lato c’è questo mondo del Non Profit di
cui siamo una componente che tenta, con un piglio anticipatorio, un
po’ pionieristico e un po’ profetico, anche perché più snello e
leggero, di interpretare la domanda nella filiera
socio-assistenziale-sanitaria e di tentare inventare, quindi di
sperimentare, sperando che questa strada sia quella utile, facendosi
carico, e questa è la nostra Compagnia, dei più fragili, di quelli
che hanno dignità quanto altri, hanno meno qualità nei servizi ma
aspirano anch’essi alla felicità. Poi voi avete definito l’Economia
nel 1700, me lo ricordo da miei studi: parlavate della “costruzione
della felicità” …questo era l’obiettivo dell’Economia, poi l’avete
corretta, proseguendo con Smith, ecc.
E c’è un mondo, invece, che chiamiamo “Profit”
che in questo momento nel nostro Paese si è tuffato sulla sanità e
sul socio-assistenziale perché ha capito che lì non c’è solo il la
mala sanità, non c’è solo il fatto del costo della sanità, è che è
un settore che può davvero dare un forte spinta alla produttività.
Infatti la Sanità è il terzo settore nella scala della produttività,
in tutto questo, e si sta impossessando di tutta una serie di
strumenti. Allora la domanda è: uno Stato che da solo non riesce,
che inaugura la sussidiarietà verticale ed orizzontale, quindi
istituzionale ma anche la valorizzazione dei corpi intermedi, dal
nucleo familiare e su su fino alle diverse aggregazioni, un Non
Profit che come abbiamo visto ha tanti difetti e non riesce
sempre…viene considerata una componente sociale, qui andate a vedere
la letteratura e i vari rapporti che vengono consegnati, ma quand’è
il momento di dare probabilmente spazio a questo tipo di
organizzazione in fondo, in fondo essa non ha molto spazio. E perché
allora altri, con il piglio “Profit”, cercano di entrare in questa
realtà per fare affari…Certo che c’è anche la solidarietà ma è
soprattutto perché si fa in qualche modo “impresa”. Noi,
semplificando al massimo, in questo tipo di copione, come Fondazione
Don Gnocchi che cos’è che ci caratterizza, che ci consente di stare
in questo mercato, che ci consente di far fronte – anche uno
sviluppo che in questi ulti anni ha conosciuto il raddoppio delle
nostre istituzioni - di far fronte e dare delle risposte a questi
bisogni più essenziali e più fragili, di “cristallo” come vengono
chiamati…? Che cos’è che ci caratterizza?
Noi partiamo da due convinzioni profonde, che
poi tentiamo di declinare nella realtà, nel mediarne i principi ed i
valori che sono, come si dice, innegoziabili, con una traduzione,
con un’incarnazione nella quotidianità. Allora cos’è che chiamiamo
“valore” noi, cos’è che questo valore? Se riusciamo a fare
un’armoniosa sintesi fra atti di solidarietà e di carità e
dall’altra, con le competenze cliniche, scientifiche e tecnologiche
necessarie per poter restare in questo percorso, e con buone prassi
organizzative e gestionali, questo forse può fare la differenza.
Allora, nella nostra missione, che è quella appunto di promuovere e
realizzare anche una nuova cultura, se volete “di attenzione ai
bisogni dell’Uomo”, per farci carico del sofferente nella sua
dimensione integrale e globale di persona, al centro delle nostre
attività di assistenza, di cura e se volete anche di prevenzione, di
riabilitazione, ricerca scientifica applicata, formazione a tutti i
livelli, e considerando primariamente i soggetti che si trovano in
uno stato di maggior bisogno, e muovendoci anche con delle soluzioni
innovative e sperimentali. Ecco, questa nostra missione si colloca
dentro una visione, che è quella di sviluppare l’identità e la
presenza nel quadro dell’ordinamento socio-sanitario, ispirandosi ai
principi della carità cristiana e anche declinando nell’oggi i
valori di Don Gnocchi, da sempre riferimento ideale per questo
nostro ripensamento organizzativo e per le future progettualità a
livello nazionale ed anche internazionale, stabilendo le opportune
forme di collegamento e di partecipazione con tutte le istituzioni
che sono analoghe alle nostre per ispirazione, affinità elettive,
tipologia di presenza, ecc. e anche privilegiando un rapporto con il
mondo del volontariato. Ma tutto questo io non lo immagino solo come
un’alleanza con il mondo Profit o lo Stato, non lo immagino solo
come un partneariato secondo le finalità diverse che compongono
un’unità, immagino che ci sia una logica intrinseca, interna, che
mette insieme queste tre dimensioni.
La dimensione della solidarietà sociale, per
caratterizzare il nostro modo di operare, in coerenza con il carisma
ispiratore di Don Gnocchi, e in continuità con il patrimonio storico
della Fondazione e tutto il know how che ci deriva da queste
profonde radici e da questi lunghi percorsi ormai storici.
Dall’altra la dimensione tecnico-scientifica.
Del resto lo stesso nostro fondatore, a chiusura della sua opera
“Pedagogia del dolore innocente“ nel 1956, già allora diceva che
bisogna che ci siano queste tre componenti: l’amoroso inesausto
travaglio della scienza, quindi la ricerca scientifica (e detto
allora, nel 1956, non era così tranquillo…) e dall’altra la
multiforme opera di solidarietà umana - e quindi non soltanto
cristiana, perché la solidarietà ha radici anche laiche. Mettere
insieme tutto questo con, diceva, il miracolo soprannaturale della
Carità perché questo indica sempre il di più, l’oltre, il diverso…
Allora la dimensione tecnico-scientifica per
rendere più efficaci le nostre prestazioni, più efficienti i nostri
servizi e attraverso il potenziamento appunto anche dell’innovazione
tecnologica. Infatti all’interno delle nostre strutture sviluppiamo
molto la tecnologia più avanzata. La fatica di mettere insieme
magari il progetto che abbiamo realizzato in Tibet in modo molto
artigianale con le protesi realizzate da Don Gnocchi a partire dal
1946, con magari con la tecnologia più sofisticata,
bio-ingegneristica e biomedicale, per portare qualche nostro
progetto alla NASA, così come è successo e come succede.
Come si fa a tenere insieme tutto questo se
non c’è un collante forte che è l’aspirazione di solidarietà
sociale, tecnico scientifica e poi anche una dimensione
organizzativa e gestionale per raggiungere gli obiettivi che ci
proponiamo, guardando alla maggiore efficienza ed efficacia nei
nostri processi gestionali e anche alla piena valorizzazione delle
risorse umane.
Lei si è stupito della reazione dei suoi
studenti, io invece mi stupisco dello stupore… sapete perché? Perché
anche noi cerchiamo di avere il massimo della professionalità,
perché non si può, senza queste premesse, affrontare il mercato dove
ancora, lavorando noi in dieci regioni, noi vediamo le logiche
diverse del Paese, dove ancora è difficile capire la logica
dell’integrazione fra tutte le componenti, laddove c’è ancora una
cultura magari un po’ “bulgara” dove si fa confusione fra il
servizio di valenza pubblica oppure un servizio pubblico più di
matrice più politica… Oppure la logica della competizione, che ha
inaugurato qui la nostra Regione, dove “sotto a chi tocca”… e chi ha
più forza e capacità entra in questa competizione con capacità
imprenditoriali.
Allora noi riteniamo che sia ormai nel
sacrario della coscienza di molti questo risveglio di una gratuità
e di una donazione che non fa distinzione fra lo spirito del
volontariato, che uno va ad applicare dalle 17 in poi della propria
giornata perché professionalmente si è adattato all’ambiente in cui
si trova. Ma è quello di coniugare assieme queste motivazioni forti,
questo spirito che definisce il di più e il meglio, con lo
competenze scientifiche. Chi viene da noi ha questo tipo di
caratterizzazione. Ed oggi, state attenti, ciò è nell’animo di molti
giovani che, al di là del “bocconiano” che si è fatto questa nomea,
hanno dentro questa capacità. Io sempre più trovo giovani, che ho
incontrato in Caritas a fare l’obiettore di coscienza e l’obiettore
sociale, che si sono immessi nelle multinazionali, con il dio Moloch,
dove li hanno spremuti e ributtati… a 35 anni li ritrovo adesso a
capire come servire questi deboli, questi ultimi, con lo stesso
piglio organizzativo, gestionale, tecnico-scientifico e con questa
solidarietà, lavorando per un mondo Non Profit .
AMEDEO
NIGRA: Ing. Falck,
seconda parte.
INGEGNER FEDERICO FALCK: Allora, il Prof..Borgonovi ha ricordato
che la via della santità per un imprenditore è molto lunga… poi
abbiamo la concorrenza di un cammello…e quindi il problema per un
imprenditore è ancora peggio: prima si parlava di “ricco” ma qui gli
imprenditori possono essere anche poveri ed hanno difficoltà ad
entrare nella cruna dell’ago… Comunque, volevo esimermi dal dire….
ma il prof. mi ha tirato un po’ per i capelli…
Io sono entrato nel 1977 e fino al 1985
abbiamo sempre perso. Eravamo 13000 e quando abbiamo chiuso nel 1996
a Sesto abbiamo lasciato a casa 900 persone. Nessun licenziamento:
abbiamo fatto un osservatorio per 4 anni in cui, d’accordo con le
istituzione e soprattutto con l’aiuto dei sindacati, 300 persone
sono andate tra la rifiuteria nell’ex Innocenti e le Ferrovie,
perché i nostri operai avevano il vantaggio di fare i turni,
soprattutto quelli del sabato sera, che è raro, ed una parte in
pre-pensionamento. Per le altre 600 persone abbiamo individuato una
per una il posto di lavoro e le abbiamo formate. Per esempio, mi
ricordo che c’era una grossa domanda di magazzinieri e abbiamo fatto
dei corsi di computer e devo ringraziare gli operai che hanno
accettato questo perché passare da una grossa azienda ad un’azienda
padronale o a un’azienda per fare il magazziniere e imparare ad
usare il computer non era facile..
Quindi, voglio dire, la via della santità è
lunga..però magari ci siamo iscritti all’inizio… Ci sono altri
esempi. Non solo noi. Non è che chi si loda s’imbroda… Ci sono
esempi virtuosi di imprenditori che hanno impegnato tutto e hanno
rispettato molto le persone o il concetto di comunità di persone che
è l’azienda.
Io però avevo promesso di parlarvi di
Sodalitas e quindi vi parlo di Sodalitas.
Sodalitas, che spero tutti conoscano, è
l’associazione per lo sviluppo dell’imprenditorialità nel sociale,
quindi nel Terzo Settore. E’ un’idea intelligente e io ho sempre
detto che di cose intelligenti a questo mondo ce ne sono poche,
quindi bisogna preservarle…Quando c’è l’intelligenza… l’intelligenza
vuol dire “leggere dentro” , avere la capacità di leggere dentro.
Nacque nel 1995, da un’idea dell’Ing. Presutti
che veniva dall’IBM e Presidente allora di Assolombarda, che mutuò
l’idea dal mondo anglosassone e i due “core businnes” di Sodalitas
furono, e sono, il migliorare l’efficienza e l’efficacia del Non
Profit che è più ricco di passione di entusiasmo, naturalmente non
mi riferisco a quello grosso ma alle associazioni più piccole, più
bisognose di un momento di razionalità, e la seconda mission di
Sodalitas è stata quella di propagandare il concetto dir
responsabilità sociale presso le imprese Profit. Questo utilizzando
gli ex manager che escono dalle società e che prestano pro bono,
cioè assolutamente gratuitamente, la loro attività presso il Terzo
Settore, insegnandogli come tirar su fondi, mettendogli i sistemi
informativi, cercando di migliorare l’efficacia del loro
comportamento e del loro agire. Questo ha il doppio vantaggio, per
questo dico che è un’idea intelligente, di mantenere vive le
professionalità di persone che altrimenti si sentirebbero emarginate
e decadrebbero anche nella loro professionalità e, si spera, e sono
sicuro, dà un valore positivo a chi riceve questo aiuto.
Sodalitas nel fatto di propagandare la
responsabilità sociale ha avuto un successo strepitoso, merito non
solo di Sodalitas, però direi che la responsabilità sociale adesso è
molto insita nel concetto di impresa. E’ chiaro che avendo avuto uno
sviluppo molto rapido è diventata praticamente una moda e bisogna
stare un po’ attenti a questi tipi di discorsi. Però quello che
direi che è importante da ribadire è che “lo sviluppo per lo
sviluppo” non basta più. Cioè non si può dire “noi ci sviluppiamo”
per essere accettati, bisogna dire e fare in maniera sostenibile.
Volevo fare, per chiudere rapidissimamente,
alcuni esempi concreti di quello che ha fatto Sodalitas.
Per esempio ha preso parte alla redazione
della “Carta della donazione” che è un codice di
autoregolamentazione della raccolta dei fondi, perché uno dei
problemi, che è già stato citato, è quello di dare una tranquillità
e una sicurezza a chi dona che quello che si dona vada esattamente
allo scopo per cui è stato donato. Un’altra cosa che è estremamente
importante che ha fatto Sodalitas è l’aver messo sul web una serie
di informazioni sulle associazioni Non Profit in modo che una
persona che ha un bisogno possa riconoscere da quale associazione
quel bisogno possa essere soddisfatto. Altra cosa estremamente
importante è l’Osservatorio sulle Risorse Umane. E’ stato detto che
esistono migliaia di persone che lavorano nel Non Profit,
remunerate, e quindi c’è stato bisogno di creare un osservatorio di
come queste risorse vengono pagate e fare dei paragoni e delle
comparazioni tra varie associazioni per posti analoghi per evitare
possibilità di discriminazione. Altra cosa che ha fatto Sodalitas, e
qui chiudo, è il discorso della Qualità, cioè moltissime di queste
associazioni hanno intrapreso un percorso di certificazione di
qualità. Voi sapete che la certificazione di qualità le aziende
Profit l’hanno affrontata negli anni a cavallo fra il 1970 e il 1980
ed è stata vista all’inizio come un inutile costo, mentre invece è
un modo per operare in maniera più efficace ed arrivare allo scopo
più rapidamente.
In sostanza credo, facendo questi tre esempi,
quello che ha potuto dare al Terzo Settore Sodalitas è stato:
maggiore trasparenza, maggiore qualità nell’operare e maggiore
efficacia nel raggiungere lo scopo. Grazie
ProfESSOR ELIO Ornaghi:
Parto un po’
dalla lontana, poi arrivo al punto. Il bene comune, visto che è
anche un po’ il quadro di tutte le vostre serate, è una realtà, un
oggetto, una cosa data una volta per tutte oppure no? Io penso che
il bene comune abbia un carattere dinamico, un po’ come la nostra
identità. Non è che abbiamo un’identità una volta per tutte:
cresciamo, maturiamo, invecchiamo e l’identità si arricchisce.
Sottolineare il bene comune nel suo aspetto
dinamico significa che diventa rilevante il percorso per cui noi ci
approssimiamo al bene comune. Sapendo che il bene comune è il bene
tendenzialmente per tutti e che tendenzialmente tutti dovrebbero
concorrere, anche se in forme diverse e con responsabilità diverse
al perseguimento del bene comune, quindi ci si accosta, non è dato,
non viene automaticamente imposto da qualcuno.
Perché sono partito dalla lontana: per
recuperare un’altra questione che il Presidente Bozzetti aveva
indicato dicendo “impresa e Non Profit come due facce della stessa
medaglia”. E probabilmente è così se interpretiamo bene le due
facce. Io credo che le interpretiamo bene, e forse c’è oggi da
lavorare sull’impresa non meno che sul Non Profit, e quindi fare
anche una specie di conversione culturale, che richiamavo poc’anzi,
non solo sul Non Profit ma anche sull’impresa, se le due facce le
vediamo dentro quello che è l’aspetto davvero unitario, cioè il
fatto che insistono e sono esse stesse, le imprese e le Non Profit,
delle relazioni sociali. Mentre questa relazione sociale è più
facile da cogliere nel Non Profit (c’è qualcuno che aiuta, sostiene
e soccorre qualcun altro), nell’impresa il fatto che essa è una
relazione sociale lo stiamo capendo sempre meno, mentre l’impresa è
relazione sociale non solo perché è un rapporto sociale fra chi
nell’impresa ci lavora, chi dà lavoro e chi offre lavoro – è una
relazione sociale - ma l’impresa è relazione sociale perché anche il
Profitto, se bene inteso, dispiega effetti sociali, non è soltanto
un dato economico, anche se io appartengo a coloro che dicono che il
Profitto è una cosa buona e positiva, se bene usato; ma se perdiamo
questa natura sociale dell’impresa che l’accomuna al Non Profit
perdiamo cosa davvero le collega, pur nella diversità degli scopi.
Ecco, io credo che su questa socialità degli scopi, in senso buono,
per carità…, dell’impresa e su questa socialità del Non Profit, si
debba anche riscoprire dove sta l’aspetto più profondamente etico,
che è quello che indicava anche Monsignor Bazzaghi quando richiamava
per il Non Profit la gratuità.
Credo che l’illustrazione della pratica di
Sodalitas sia stata molto utile, perché la Carta della Donazione, i
tre criteri che l’Ing. Falck richiamava alla fine, quindi la
trasparenza, la qualità e l’efficacia, sono quell’insieme di regole
minime, nel senso che non occorre averne troppe, ma che sono
essenziali per garantire che la responsabilità sociale davvero
svolga la sua funzione. Perché anche qui, come del Non Profit
dobbiamo realisticamente cogliere glia spetti più importanti e
positivi ma tener conto delle ombre, anche nella responsabilità
sociale se non vengono rispettate delle regole minime, dobbiamo
cogliere alcuni aspetti in chiaro-scuro… Il dubbio che, per esempio,
certe forme un po’ spurie di responsabilità sociale siano
soprattutto magari raffinate operazioni di marketing viene un po’ a
tutti. Quindi si tratta di capire la responsabilità sociale
esattamente che cos’è e quindi ben vengano questi codici che
sostanzialmente impegnano un po’ tutti. Allora forse credo che, per
tornare al punto che indicavo nel mio primo intervento, quella cosa
che più o meno propriamente chiamiamo “formazione” sia davvero
importante. Forse più che formazione è l’educazione. Certo anche
noi, come Università Cattolica, facciamo diverse cose che credo
siano importanti, sia come Master per i Non Profit sia come altre
scuole, sia come Summer School, perché c’è una domanda di
formazione, forse di educazione a questo. Quindi organizzare al
meglio queste forme di educazione e formazione per chi fa Non Profit
credo che sia davvero importante, accompagnato però da quegli
aspetti che sono, io credo, oggi i più rilevanti e di cui
probabilmente il nostro Paese probabilmente ha bisogno e che sono,
al di fuori da ogni retorica, davvero i Valori, perché senza valori,
l’azione anche quando apparentemente consegue il successo è
un’azione non produttiva, un’azione non feconda, è un’azione che si
chiude in sé stessa con il suo risultato apparente. Allora direi che
la formazione al Non Profit, ma mi permetterei anche di aggiungere –
e questo credo sia compito soprattutto dell’UCID – la formazione e
l’educazione all’Impresa e all’essere imprenditori, richiede di
nuovo questa apertura alla socialità che non può essere sostenuta se
non dalla presenza di valori, il che non è un patrimonio consegnato
lì una volta per tutte per cui si dice – in qualche modo ora tornano
anche in voga, di moda e ci si accorge finalmente che forse erano
necessari – ma non è un richiamo di tipo conservativo: è di nuovo,
ecco perché sottolineavo l’aspetti dinamico del bene comune, un
richiamo che deve essere dinamico esso stesso. I valori vanno calati
in questa realtà e con quei valori, per quel che ne siamo capaci,
trasformata, ovviamente trasformata in meglio, la realtà. Ecco su
questo allora, riprendendo un’immagine del Dott. Bozzetti, una
cooperazione fra Impresa e Non Profit su alcuni obiettivi condivisi
è già quella forma di approssimazione, quella forma di dinamismo del
bene comune che richiamavo all’inizio. Grazie.
AMEDEO NIGRA:
Tocca a me l’arduo compito di fare la sintesi di quanto è stato
detto. Prima di tutto mi scuso con i relatori di aver fatto
l’antipatico, interrompendo, però ho cercato, nei limiti del
possibile, di rendere più vivace, più interessante questa materia su
cui ricordiamo che sono stati scritti veramente fiumi di studi e
molte sentenze. Peraltro prima di tutti voglio ringraziare i nostri
relatori, tutte persone di altissimo livello, il cui tempo è molto
importante e che hanno voluto intervenire per dedicarci una parte
importante del loro tempo per darci questa sintesi.
Desidero ringraziare anche i componenti della
Commissione con cui lavoriamo ormai dal 2005. Ci siamo dati come
obiettivo la sintesi perché è difficile orientarsi, soprattutto n un
periodo storico che è caratterizzato dal Relativismo, è difficile
capire cosa sia esattamente una determinata cosa. E qui, anche
facendo una sintesi sul nostro sito internet, portando i risultati
di questa conferenza, noi ci chiediamo – e in questo cercherei di
dare il modesto contributo – “che cos’è il Non Profit?” e
soprattutto, in cosa giova al tema che è caro alla Chiesa e che è
quello del bene comune, che è trattato anche dalla nostra
Costituzione?
Questo è il nostro obiettivo. Io cercherò di
fare una sintesi minima di quello che è stato detto, cogliendo
appunto degli epigrammi. Voi sapete che ci sono delle frasi che
rimangono famose nella Storia, per esempio Dante è bravissimo in
questo, pensate a Paolo e Francesca: “Galeotto fu il libro e chi lo
scrisse”. E’ una frase di una grandezza… Si potrebbe scrivere
moltissimo su questo. Questo è anche l’obiettivo che ci porremo nel
fare il decalogo su come di definisce il “bene comune”. Anziché
scrivere molto, cercare delle frasi che possano avvicinarsi a questa
definizione.
Bene, il Prof. Borgonovi – ricordiamo che il
suo intervento è frutto di decenni di lavoro all’Università Bocconi,
quindi noi abbiamo in pochi istanti quello che lui ha letto e
riflettuto in tanti anni – ci ha detto sinteticamente alcune
definizioni. E’ interessante vedere il principio della
contemporaneità. Noi abbiamo… siamo tanti, siamo degli imprenditori,
siamo anche dei volontari e molto spesso è difficile distinguere in
questa multilateralità, perché noi siamo delle persone che creiamo e
siamo delle persone che danno del bene. E’ difficile distinguere
cosa siamo esattamente perché noi siamo una molteplicità di
caratteristiche. Alla fine poi naturalmente dovrà intervenire una
definizione, ma è interessante dire che il Non Profit è quella
entità che si contrappone da un lato al privato e allo Stato e
occupa una posizione intermedia.
Monsignor Bazzari ha detto la parola chiave,
parlando di questo grandissimo uomo che era Don Gnocchi, che è stato
un grande, è stato anche un alpino (io lo ricordo con affetto perché
anch’io sono stato un alpino) e si è formato sul dolore, l’ha detto
Monsignor Bazzari, perché ha visto gli orrori della guerra, è stato
in prima linea, è stato in Russia, e quello che ha fatto è la
risposta dei valori in base ai quali ha dato il concreto, e qui è
importante quello che ha detto Monsignor Bazzari, una componente
importante, perché la solidarietà non è un atteggiamento psicologico
di chi vuol fare del bene, deve avere anche la tecnica, la
solidarietà senza tecnica è quella che dà degli assegni in bianco e
crea il debito pubblico. Purtroppo questa non è solidarietà perché
dare i soldi degli altri, come abbiamo visto in un’altra conferenza,
non avere la tecnica, non sapere costruire il bene comune,
significa non dare un risultato.
L’Ing. Falck ci ha detto una frase grandissima
che da sola vale tutto - “Il mio regno per un cavallo” si potrebbe
dire. La Falck è entrata con 8.000 persone e ce ne’erano 120.000
quando ha chiuso. Questo è sufficiente per dire che l’Impresa va al
di là del Profitto, ha un oggettivo contenuto.
……Mi correggo: nella foga sono stato troppo
sintetico. Erano 8.000 abitanti quando è intervenuta e quando ha
chiuso erano 120.000 abitanti e non 120.000 dipendenti…. Io lo
sottintendevo però il mio amore per la sintesi a volte fa anche
degli strani scherzi…
Però questo dice tutto. Pensate che il grosso
problema del Paese più pericoloso che esista al mondo, che è la
Somalia, dove due volontari sono stati catturati per fare un
ricatto, è che è una società che non ha imprese, dove nessuno mai
investirebbe niente. Chi investirebbe in Somalia? Quindi il problema
è che l’Impresa, la Civiltà e il Progresso sono degli assiomi.
Quando si crea l’Impresa, come diceva anche Monsignor Bazzari, si
crea l’innervamento della società, per cui c’è questa molteplicità,
questa contemporaneità, questa multilateralità degli aspetti.
Ecco, il Prof. Ornaghi ci ha portato anche lui
la sua scienza di studioso, di Rettore e anche di Responsabile (è
presidente dell’Autority) perché alla fine il Diritto, alla fine di
ogni sua definizione filosofica, deve dire “chi può e chi non può”,
“chi è e chi non è” e un ordinamento giuridico alla fine deve avere
questa sua posizione. Quindi qui c’è il grande compito, il grande
lavoro di carattere giuridico, di carattere organizzativo, per
stabilire cosa in concreto è il Non Profit e qui devo dire che è un
grosso problema e concluderei dicendo che il Profitto ed il Non
Profit sono il grande enigma del nostro tempo. Voi pensate che
abbiamo un settore che produce miliardi di dollari e di euro in
tutto il mondo e noi lo chiamiamo Non Profit… E’ il più grande non
senso che esista, perché significa che noi identifichiamo il
Profitto con il denaro, che sono due cose completamente diverse,
perché il Profitto è anche morale mentre il denaro è puramente una
misura dell’esistente. Ecco su questo noi abbiamo, dal punto di
vista storico, una frattura nell’ottocento. Fino all’ottocento il
Profitto – ne parla Cicerone in “Fructus Capere”– era un’entità
normale della vita. Nell’ottocento assume un significato carico di
rimprovero: quello che noi con la nostra cultura vorremmo cercare di
superare, dicendo che il Profitto non è quella cosa negativa, non è
contrario alla solidarietà.
In realtà qui c’è un grandissimo pensiero che
già risolve e che è quello della Chiesa Cattolica, che è l’unica che
ha una teoria generale sul Profitto, una teoria che si adatta a
qualsiasi situazione. Essa dice non che il Profitto è giusto o
sbagliato ma che è giusto quel Profitto che accresce il bene comune.
Quindi la caratteristica generale e astratta di quell’entità cui
siamo chiamati anche biologicamente, perché tutti abbiamo voglia di
costruire, di fare, di produrre, e quindi non può essere male se è
nei nostri geni, ma che diventa una realtà positiva quando è
finalizzato all’incremento de bene comune. Come quando, come nel
caso in cui ho fatto la mia piccola gaffe, un’impresa inserita in un
contesto porta il numero degli abitanti da 8.000 a 120.000.
Una piccola annotazione storica: chi va a
vedere la bibliografia sul “Profitto” trova tre opere, se va a
vedere la parola “cane” o “gatto” ne trova circa 500… Questo
rappresenta l’enigma, la lacuna che noi abbiamo. In effetti adesso
c’è molta bibliografia sul Non Profit mentre sul Profit non c’è
niente perché è sparso anche in molte discipline di carattere
economico.
Io vi ringrazio di avere partecipato.
Troverete in futuro suo nostro sito, che è
www.ucidlombardia.com, i dati e anche le
riprese e la sbobinatura di quello che abbiamo detto.
Grazie.
(N.B. TRATTASI DI BOZZA IN CORSO DI
REVISIONE)