Iniziative.

Commissione cultura.

Milano 2008. Trascrizione e video.

U.C.I.D.

Gruppo Regionale Lombardo

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Conferenza 22 Maggio 2008

"Impresa: ruolo del Non-profit e Bene Comune".

Banca Popolare di Milano - Milano

 

 

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Il Gruppo Regionale Lombardo della UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

e la UCID Sezione di Milano, La invitano a partecipare:

Giovedì 22 Maggio 2008 con inizio ore 17.00 e termine ore 19.30

alla Tavola Rotonda

“IMPRESA: RUOLO DEL NON-PROFIT E BENE COMUNE”

 

Saluta:
Roberto Mazzotta
Presidente della Banca Popolare di Milano
Franco Nava
Presidente UCID Sezione di Milano
Introduce:
Renzo Bozzetti
Presidente UCID Gruppo Lombardo
Vice Presidente Nazionale UCID
Modera e conclude:
Amedeo Nigra
Avvocato e giornalista
Segretario UCID Gruppo Lombardo

 

Intervengono:
Mons. Angelo Bazzari
Presidente Fondazione Don Carlo Gnocchi-ONLUS
Elio Borgonovi
Ordinario di Economia Aziende e Amministrazione Pubblica
Università Bocconi di Milano

Federico Falck
Presidente Gruppo Falck
Vice Presidente Vicario UCID Gruppo Lombardo

Lorenzo Ornaghi
Magnifico Rettore Università Cattolica
del Sacro Cuore di Milano

 

 

Banca Popolare di Milano – Sala delle Colonne              UCID Gruppo Lombardo                                          UCID Sezione di MILANO

Via San Paolo n. 12 - MILANO                                               tel. 02 76020049                                                      tel. 02 782421

                                                                                                ucidgruppolombardo@libero.it                                  ucidmilano@tin.it

E’ previsto un aperitivo                                                           www.ucid-lombardia.com                                           www.ucidmilano.org


 

 

L’UCID s’interroga sul Bene Comune !

La Commissione Cultura dell'UCID Gruppo Regionale Lombardo, attraverso alcune conferenze, da tenersi nelle varie sedi locali, si domanda se e con quali regole, sia possibile superare la netta contrapposizione tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio economico comune. In quest'ambito, in collaborazione con altrettante Sezioni lombarde, si organizzano queste quattro tavole rotonde:

  • Impresa: tutela del Bene Comune: testimonianze, esperienze e idee di imprenditori e dirigenti - 18 Novembre 2006 a Como;

  • Impresa: ruolo dei Professionisti e Bene Comune: il compito dei professionisti per lo sviluppo - 12 Maggio 2007 a Piacenza;

  • Impresa: ruolo della Famiglia e Bene Comune: riflessioni sul ruolo della famiglia, nella società e nella economia - 17 Novembre 2007 a Varese;

  • Impresa: ruolo del Non-Profit e Bene Comune: testimonianze e idee sul terzo settore - 22 Maggio 2008 a Milano.

 

Intervento del Dottor Franco Nava

 

AMEDEO NIGRA: Chiederei al Presidente dell’Ucid Milano, Franco Nava, di iniziare a rompere lui il ghiaccio.

 

FRANCO NAVA: Dunque, il mio compito qui è molto breve, è dire soltanto: ”Ho l’onore, questa volta tocca a Milano, di accogliere la riunione del gruppo regionale su un argomento che ci sta particolarmente a cuore, cioè quello delle imprese “Not For Profit”.

Ricordo che nel convegno internazionale che noi abbiamo avuto in febbraio uno dei nostri auspici era la sempre maggiore diffusione ed efficienza di questo modello di attività ed impresa secondo le stesse caratteristiche delle imprese Profit. Recentemente il professor Zamagna ha parlato di un decreto legislativo di febbraio che introduce l’impresa sociale, e l’impresa sociale, che può essere anche gemmata da un’impresa Profit cosiddetta, consente appunto di operare imprenditorialmente nel settore della solidarietà sociale; quindi mi sembra che questa sia una novità, mi sembrava che lui citasse come esempio, adesso qui siamo in un’altra sede, la banca comunque prossima che è stata costituita proprio sotto questa forma di impresa sociale, mentre invece la Fondazione Un’Idea di Unicredit è ancora sotto la forma della fondazione.

Comunque saluto tutti e ringrazio Bozzetti, il nostro Presidente regionale, che nell’ambito della sua programmazione ha ritenuto di chiudere questo ciclo nella nostra città, il che ci fa onore. Grazie.

 

RENZO BOZZETTI: Cari relatori, amici Ucid, signore, signori, ringrazio la Banca popolare di Milano nella quale ci troviamo, per l’ospitalità alla nostra manifestazione. In particolare ringrazio il suo Presidente, Dottor Roberto Mazzotta, che per improvvisi impegni non è qui con noi.

Questa mattina mi ha telefonato dall’estero, dove si trova, mi ha manifestato il suo rammarico e pregato di porgere i suoi saluti a tutti voi.

Un ringraziamento a Franco Nava, Presidente della sezione Ucid di Milano, per il saluto rivoltoci, per l’opera preparatoria di questa tavola rotonda, per la collaborazione e per l’aperitivo che la sua sezione offre a conclusione di questo incontro.

Ringrazio con particolare riconoscenza i componenti della nostra commissione cultura ed il suo presidente Amedeo Nigra, per la dedizione, competenza ed assiduità dedicata al nostro progetto sul bene comune. Sono lieto di rilevare e salutare una buona rappresentanza di presidenti, segretari, dirigenti ed amici delle 18 sezioni del gruppo lombardo. Ringrazio tutti voi per la presenza, sicuro che la vostra aspettativa sarà soddisfatta.

Ora, alcune parole di introduzione per questo incontro che ci offre un ulteriore momento di riflessione, attorno al tema portante: “L’Ucid si interroga sul bene comune”.

Abbiamo percorso un cammino lungo e importante, che ha impegnato tutti noi sin dal novembre 2006, quando a Como abbiamo iniziato a parlare di imprese e tutela del bene comune, con la partecipazione di imprenditori e dirigenti che ci hanno offerto le loro riflessioni.

Abbiamo poi avuto, giusto un anno fa, l’incontro su “Impresa, ruolo dei professionisti e bene comune - il compito dei professionisti per lo sviluppo” tenutosi a Piacenza, e poi “Impresa,  ruolo della famiglia e bene comune - riflessioni del ruolo della famiglia nella società e nell’economia” dibattito che nel novembre scorso ci ha visto riflettere a Gazzada sul nucleo base della nostra società.

Oggi, introducendo il tema “Impresa, ruolo del Non Profit e bene comune - testimonianze e idee sul terzo settore”, poniamo un tassello che, ne sono sicuro, porterà a maturazione quell’itinerario concepito dalla commissione cultura dell’Ucid gruppo lombardo, che ha voluto così domandarsi se e con quali regole sia possibile superare la netta contrapposizione tra impresa e solidarietà, attualmente presente nel linguaggio economico comune.

Questo era ed è il nostro obbiettivo, non nego, alquanto ambizioso e impegnativo e l’incontro di oggi cercherà di preparare la conclusione delle nostre riflessioni affrontando quindi il rapporto tra impresa e Non Profit.

Voglio farvi in questa occasione un’anticipazione: il prossimo incontro, che sarà riepilogativo, difficile considerare concluso un dibattito ampio come quello sul bene comune, cercherà di tratteggiare, mediante epigrammi, un decalogo del bene comune, progetto ambizioso certo, ma può sempre essere un punto di partenza per ulteriori sviluppi.

Permettetemi ora di proporvi alcune riflessioni. Parlare di Non Profit e impresa non è facile perché possiamo affrontare questo tema almeno sotto tre angolazioni.

Dal primo punto di vista potremmo dire che impresa e Non Profit sono perfettamente antitetiche, visto che se un’impresa è tale, e persegue quindi una logica di Profitto, non può operare nel sociale reinvestendo tutto il capitale acquisito.

Dal secondo punto di vista potremmo dire: “Che imprenditorialità c’è nel Non Profit? Qual è il limite tra operare senza scopo di lucro e fare invece business?”

E, il terzo punto: “E se invece imprese e Non Profit fossero le due facce della stessa medaglia? Come potrebbero, allora, interagire per il bene comune di tutta la società?”

Entrare in questo campo, a mio avviso, è rischioso, si teme di finire in un terreno minato dal quale è difficile uscire. Probabilmente, al fondo del nostro discorso, è l’eterna lotta interiore dell’uomo tra il suo egoismo e il desiderio di fare del bene. E’ l’egoismo, dopo tutto, che crea il capitale, ma è il Cristiano che lo socializza, cioè fa sì che i benefici dell’impresa non siano puro accumulo, ma promozione del bene di tutti della maggior parte dei cittadini.

Siamo a poco più di 40 anni dall’Encicilica Popolorum Progression di Paolo VI e risuonano ancora le forti parole del Pontefice: “A nessuno è concesso il diritto esclusivo di proprietà, dunque il Cristiano, chiunque egli sia, deve, nella sua misura, contribuire alla promozione del bene comune ed aiutare i fratelli che non possono disporre di mezzi con la stessa larghezza di cui egli dispone.”

E’ qui che la sfida si fa ancora più affascinante. Scegliere una delle tre angolazioni  e prendere il volo con una di esse non è un compito facile perché sappiamo bene come il confine tra business e Non Profit sia estremamente labile quando si arrivano a delineare questi scenari.

Ma allora, quanto è profittevole un’associazione Non Profit che assume e stipendia dei dipendenti?

Che diritto hanno queste persone a percepire uno stipendio se il capitale del Non Profit deve essere interamente reinvestito, senza scopo di lucro appunto? E quanto invece rinuncia al suo Profitto quell’impresa che decide di investire una parte del proprio guadagno per la costruzione di opere o la partecipazione a manifestazioni che non rappresentano alcun vantaggio economico se non una remunerazione morale?

E ancora, è possibile valutare la qualità dell’investimento fatto dall’impresa in questo settore?

Agisce, cioè spinta dal desiderio di arrivare tutti al bene comune, o è piuttosto l’intervento nella solidarietà come una specie di tassa sociale, che forse sarebbe giusto introdurre per legge?

Lancio delle provocazioni, è ovvio, perché ognuno possa sentirsi stimolato e intervenga per alimentare un dibattito proficuo.

Ricordiamo la “Centesimus Annus”, il memorabile testo di Giovanni Paolo II, che ha permesso un salto in avanti per la dottrina sociale della Chiesa, che si è misurata così con le sfide del nuovo millennio.

La Chiesa, scrive Papa Wojtyla, riconosce la giusta funzione del Profitto come indicatore del buon andamento dell’azienda. Quando un’azienda produce Profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani, debitamente soddisfatti.

Il Profitto, scrive il papa, è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico: ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa.

Possiamo considerare il Non Profit come uno degli altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono egualmente essenziali per la vita dell’impresa?

Se l’impresa, come ha scritto il Pontefice, ha come scopo anche il servizio all’intera società, la risposta non può che essere sì.

L’impresa, quindi, non può essere soltanto, per un Cristiano, l’accumulo o la produzione di capitale, deve essere dunque produzione anche di qualcos’altro, ossia di bene comune; questo bene nasce dall’interazione/integrazione tra impresa e mondo del Non Profit, così che l’uno comunichi all’altro i valori positivi che hanno accumulato nel loro percorso e si bilancino insieme.

Allora, anche investire sul Non Profit, significa investire in un futuro migliore per tutti noi. Eccoci allora alla conferma della terza angolazione.

Non Profit e impresa sono le due facce di un’unica medaglia, o almeno, da questo punto di vista, potrebbero esserlo, eppure molto spesso entrano pesantemente in conflitto e difficilmente si viene a compensare il peso degli elementi in gioco, quasi fosse qualcosa di inconciliabile.

Una convivenza e cooperazione tra Non Profit e impresa è allora possibile?

Come si possono conciliare le gratuità e il servizio con lo scopo di lucro? Una mano toglierà all’altra o costruiranno entrambe insieme? Sono domande che giro dunque ai nostri relatori che ringrazio per la loro partecipazione e con piacere presento:

Monsignor Angelo Bazzari, Presidente della fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS

Professor Elio Borgonovi, ordinario di economia aziende e amministrazione pubblica presso l’Università Bocconi di Milano

Ingegner Federico Falck, Presidente gruppo Falck, già Presidente di Sodalitas

Professor Lorenzo Ornaghi, Magnifico Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, già Presidente dell’Agenzia per le ONLUS.

Ringrazio di cuore l’amico Amedeo Nigra, avvocato e giornalista, segretario Ucid del gruppo lombardo che modererà e concluderà il nostro incontro. A tutti voi, grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Grazie Presidente Bozzetti per la ottima, sintetica e completa introduzione.

Passerei subito la parola al Professor Borgonovi chiedendo di aiutarci in questo dedalo di nozioni, di termini, come per esempio “ONLUS”, imprese senza scopo di lucro, o Non Profit e passo senz’altro a lui la parola.

 

ELIO BORGONOVI: Grazie e buonasera a tutti, grazie agli organizzatori per avermi dato l’onore di sedere attorno a questo tavolo. E’ difficile, diciamo, chiarire una realtà complessa e variegata. Forse i tentativi di classificazione risulterebbero un pochettino in contrasto con la varietà del fenomeno e anche la ricchezza del fenomeno. Però cercherò essenzialmente di sviluppare il mio intervento partendo dal terreno minato richiamato da chi ha introdotto questo incontro: cioè “Imprese” e Non Profit sono due facce della stessa medaglia. Beh, io direi di sì, ma direi che c’è una terza dimensione e la terza dimensione è quella anche dell’intervento pubblico e qui, diciamo, cerco di passare o di condividere con voi un primo concetto. L’economia nasce come attività tramite cui le persone, fin dall’antichità, rispondono ai bisogni corporali – le persone anima e corpo, Monsignore è qui vicino – quindi dobbiamo rispondere ai bisogni corporali anche e quindi ci saranno quelli primari e poi quelli di altro tipo ecc… e l’economia ci aiuta a rispondere a questi bisogni. Nella realtà moderna l’attività di risposta posta in atto per rispondere ai bisogni è diventata sempre più complessa con la Rivoluzione Industriale, anche in fasi storiche precedenti, ma soprattutto dopo la Rivoluzione Industriale questa attività è diventata complessa e ha avuto bisogno di alcune regole. Le regole sono quelle del mercato che hanno dato origine alla nuova istituzione, all’istituzione della società moderna che è l’impresa, la cui funzione è essenzialmente di utilizzare le risorse limitate per produrre beni e comunque risposte ai bisogni aumentando l’utilità dei beni che si trovano in natura o dei beni precedentemente costituiti, i patrimoni costituiti dalle generazioni precedenti. Quindi l’impresa ha questa funzione di accrescere in definitiva l’utilità, la risposta ai bisogni delle persone e quindi a questo punto senza far distinzione tra risposta ai bisogni corporali e bisogni spirituali ecc.. perché se la persona è unitaria insomma anche la risposta ai bisogni materiali aiuta o può aiutare, non necessariamente aiuta poi a vivere maggiormente la propria unitarietà. Il problema è che nella realtà moderna si sono definiti o si sono costruiti storicamente due grossi sistemi di regole che hanno sostituito quelle precedenti delle società meno complesse e sono state le regole del mercato e quelle delle scelte pubbliche; il cosiddetto intervento dello stato cioè attraverso cui qualcuno, delegato attraverso un processo di rappresentanza, preleva delle risorse e cerca di, se svolge in modo corretto la propria funzione, cerca  di utilizzarle per il bene comune stabilendo delle priorità che non sono automaticamente stabilite da chi ha interessi o ha bisogni di tipo particolare. Allora questi due sistemi, che ovviamente non sto a riassumere, hanno dimostrato storicamente di avere dei grandi punti di forza, per certi aspetti entrambi. L’impresa ha contribuito allo sviluppo economico ha contribuito a creare ricchezza. Anche la globalizzazione ha contribuito a distribuire ricchezza, anche dei punti di debolezza: uno fra tutti quello della concentrazione della ricchezza economica oppure della ricchezza senza sostanzialmente qualità di vita, senza felicità, qualcuno dice, ma la ricchezza economica materiale di per sé non risponde al bisogno della persona in quanto tale e questi sono dei limiti. L’intervento pubblico per certe fasi è riuscito a dare una maggiore redistribuzione della ricchezza a  proporre anche in alcuni casi, in alcune situazioni, una maggiore equità, ma presenta parecchi limiti perché molte volte il potere sovraordinato dato dalla rappresentanza viene utilizzato strumentalmente per fini particolari e non per l’interesse generale, l’interesse comune e poi ci sono aspetti di inefficienza e via. Ecco allora che nasce, ritorna più che nasce, ritorna di moda  anche sul piano della teoria si torna a riflettere su l’origine, su quella che è l’origine dell’economia, che è innervata, innestata nella società; non c’è contrapposizione tra economia, impresa e società a questo punto. A questo punto l’economia è innervata nella società ed ecco perché emerge il concetto di terzo settore.

Terzo settore perché? Si dice terzo settore perché è il settore nel quale le persone hanno delle motivazioni, dei comportamenti e fanno delle scelte che non stanno del tutto in quelle del mercato e neanche del tutto in quelle di chi ha la rappresentanza della comunità e quindi delle scelte cosiddette pubbliche. Quindi il concetto di terzo settore non è come settore residuale, ma è quella parte di economia in cui si gioca una imprenditorialità. Imprenditore chi è? E’ colui, o colei, la persona che è capace di anticipare i bisogni del futuro, le esigenza presenti e future, non solo future, presenti e future; assume il rischio - come lei ha assunto il rischio di gestire, rifondare una certa istituzione, è un rischio. Assume il rischio ed è in grado di combinare i fattori scarsi, anzi di motivare delle persone a combinare fattori scarsi, e qui io sottolineo le parole combinare, aiutare le persone,  perché io non condivido, anche semanticamente, il concetto di fattore produttivo, il lavoro come fattore produttivo. Semanticamente secondo me è molto riduttivo. Quindi terzo settore: facciamo un passo avanti. Perché si dice Non Profit? Qualcuno poi passa il concetto di Non Profit. Non Profit significa semplicemente una realtà in cui qualcuno svolge un’attività imprenditoriale, dirigenziale, mette in gioco le proprie capacità intellettuali, manuali, tutto quello che sono le sue competenze, la sua professionalità, il suo tempo che è la risorsa più scarsa ecc.. per svolgere un’attività i cui risultati economici non vengono attribuiti a particolari soggetti, e in particolare a chi ci mette il capitale o a chi assume il rischio, all’imprenditore, ma il cui valore viene messo a disposizione di gruppi particolari, per esempio i gruppi deboli, o vengono messi a disposizione della ricchezza del patrimonio sociale. Quindi non viene ridistribuito a chi corre il rischio, a chi mette in gioco se stesso, quindi Non Profit non significa non preoccuparsi di essere produttivi, di fare come l’imprenditore, significa fare l’imprenditore sapendo che quello che genero in più, l’aumento di ricchezza, o la reinvesto per sviluppare la capacità di assistere persone disagiate, eccetera, eccetera, o per migliorare la qualità di vita delle persone, della comunità e quindi creare una città più vivibile eccetera, eccetera.

Poi si passa al concetto, diciamo, si passa ad alcuni concetti, che hanno una connotazione un pochettino, incomincia a sfumare, un po’ più nell’aspetto tra l’economico e il giuridico, ad esempio l’impresa cooperativa che è una forma di impresa nata nella seconda metà dell’800, per motivi di solidarietà, e quindi che poi ha avuto un riconoscimento nel codice civile.

Che cos’è una cooperativa, una forma di organizzazione dell’attività economica che ha una particolare regolamentazione dal punto di vista del diritto, anche dal punto di vista del diritto d’impresa, e poi anche dal punto di vista fiscale perché risponde al bisogno di solidarietà o per quanto riguarda il lavoro, cooperative di lavoro, o per quanto riguarda i consumatori, cooperative di consumo, o per quanto riguarda la natura dei servizi, cooperative poi di tipo b o di tipo sociale, cioè  che sostanzialmente svolgono un’attività, vado in modo più semplificato, che aiutano le persone a reinserirsi sostanzialmente in un’attività lavorativa eccetera, eccetera, c’è la legislazione da questo punto di vista.

Su questo fronte si è poi sviluppato ulteriormente anche un misto tra fenomeno reale e regolamentazione giuridica che è quella delle ONLUS (qui c’è il professor Orlaghi, se mai credo che riprenderà, essendo stato il presidente dell’agenzia per il Non Profit), che è un’ulteriore, diciamo,  legislazione; soprattutto è stata molto condizionata. All’origine era nata per inserire nella parte civilistica del codice civile, questa forma poi, di fatto, è stata prevalentemente orientata a, diciamo, a finalità di tipo trattamento tributario, di tipo specifico e via, quindi la ONLUS, adesso non entro nel merito nel dettaglio, perché mi porterebbe via tempo.

Su questo fronte l’ultima, diciamo, l’ultima istituzione o l’ultima forma giuridica che è stata introdotta nel sistema italiano che è simile ad alcune esperienze estere, è quella di Impresa Sociale. Impresa sociale, secondo me non c’è neanche bisogno tutto sommato, c’è bisogno di riaffermare che ci deve essere un’entità gestita con i criteri dell’imprenditorialità e impresa però con finalità che non sono quelle di aumentare, di dare sostanzialmente una retribuzione, o una maggiore retribuzione ai dirigenti bravi che prendono le “stock option” o le altre vie per accumulare capitale per chi eccetera ecc… Ma di accumulare capitale sociale, non capitale di famiglia o capitale individuale. Ecco allora l’Impresa Sociale che diventa una forma giuridica che può essere appunto utilizzata da chi? Da imprese For Profit, che vogliono tenere ben separate la parte che deve rispondere alle regole del mercato, da quell’altra parte, dove ci vanno a lavorare delle persone che in una certa fase della loro vita decidono di no, di non cimentarsi con le “stock option”, di non cimentarsi con l’andamento dei mercati finanziari, decidono che, sono da tenere separate altrimenti se si mischia un po’ di socialità, un po’ di imprenditorialità economicità … per cui le teniamo separate, oppure ci sono delle fondazioni che danno origine alle imprese Non Profit, cooperative che danno origine a imprese Non Profit, ecc., ecc.

Ultima considerazione, mi hanno chiesto di fare un breve sunto sul volontariato e…

 

AMEDEO NIGRA: Se possiamo vorrei chiedere una cosa, se possiamo spezzare in due parti per rendere più vivace l’intervento.

 

ELIO BORGONOVI: Si, si, per me va benissimo.

 

AMEDEO NIGRA: Quindi io chiederei appunto, appunto di alternare, così facciamo due giri e magari vedremo di fare intervenire le domande, poi interrompere il discorso a metà lascia un po’ di curiosità per il futuro, e chiederei di entrare sul vivo a Monsignor Bazzari e anche lui di spezzare quello che aveva previsto in due parti, di fare un intervento di circa 10 minuti, dicendoci qualcosa di concreto sulla sua bellissima istituzione.

 

Monsignor Bazzari: Grazie dell’invito, mi associo anch’io alla gratitudine che conservo nei confronti dell’Ucid, che sono anche amico personale del vostro presidente nazionale e anche per alcuni presenti che in qualche modo ci siamo frequentati in situazioni e momenti diversi in questo copione, la Fondazione, quando ero direttore della Caritas Ambrosiana, nel momento in cui abbiamo cercato di fondarla e inserirla nel mondo, nel contesto sociale odierno.

Io volevo… mi ero preparato della slides, ecc. ma abbandoniamo un po’ il tutto e cerco di andare, spero con chiarezza, in alcune praterie di pensieri attraverso il linguaggio della testimonianza e la presa diretta sul campo che la fondazione Don Gnocchi ha, mordendo i problemi di oggi.

Dunque, abbiamo capito dall’esposizione che il teatro sociale in cui siamo, il copione sociale in cui siamo, contempla tre attori, semplificando al massimo: lo Stato, il mondo Profit e il mondo Non Profit. Poi, qualcuno lo definisce il Terzo Settore, altri… ma lasciamo stare di introdurre disquisizioni o sottigliezze.

Io dovrei dire qualcosa sul mondo del Non Profit. Ciascuno dei tre attori ha della caratterizzazioni, delle specificità che non vanno assolutamente sovrapposte, confuse, fare quindi dei mix un po’ magmatici che alla fine poi ci complicano il problema, anziché cercare di arpionarli ad uscirne in qualche modo con qualche idea non cartesiano, chiara e distinta, ma almeno con qualche idea grezza che ci aiuti a capire ciò che stiamo vivendo.

Io tento di dire questo pianeta del Non Profit che è abitato da soggetti diversi; abbiamo sentito: l’associazionismo di promozione sociale, le cooperative, il volontariato, le onlus, le fondazioni, quant’altro ancora… tutti questi soggetti che secondo me sono caratterizzati in senso critico nell’imporsi in senso negativo e positivo in questo modo, anche qui riassumendo in pillole, in telegramma la questione. Lì dentro, in quel mondo lì, per come la vedo io, per come l’ho vissuto, c’è una idealità stupenda, ci sono convinzioni forti, ci sono motivazioni solide e robuste nell’impegnarsi per gli altri: Che poi questo sia dettato dalla carità, dalla filantropia, dalla prossimità, dalla condivisione, o da quant’altro ancora nell’armamentario, questo entra, filtra e drena la coscienza di ognuno, ma noi stiamo leggendo il fenomeno.

Dall’altra c’è anche una grande disorganizzazione, bisogna dircelo, il volto del mondo del Non Profit va in qualche modo aiutato a crescere, a scolpirsi, a definirsi bene, perché lì dentro c’è molto pressappochismo un po’ sul naif, qualche volta c’è anche molto dilettantismo, quindi un mondo che si esprime nel fare e che qualche volta non è preoccupato di fare cultura, di far diventare cultura questo modo di fare. Fatica a unirsi, coordinarsi, pur avendo grandi motivazioni ideali e io dal mio punto di vista, ma non sono Alice nel Paese delle Meraviglie, vedo che gli interessi, il business ecc. aggregano, aggrumano e fanno le alleanze, laddove si parla di comunione, condivisione, compartecipazione, corresponsabilità, magari anche con qualche matrice, così, di ispirazione cristiana, o addirittura di matrice ecclesiale, si fatica enormemente a coordinarsi e quindi fare unità non per diventare una testa di ponte o per essere dei marziani che vengono paracadutati alla conquista di questo mondo, ma perché senza troppe spallate si possa guadagnare anche questa identità.

In questo mondo, in questo universo, in questo pianeta, abitato così da queste grandi idealità ma qualche volta anche da pressappochismo, capite che la prima cosa da fare è aiutare questo mondo Non Profit, a definirsi meglio, a distinguersi, a specificarsi, diversificarsi, ma anche a crescere di più e meglio in queste interlocuzioni.

Tra gli abitanti di questo pianeta c’è anche la Fondazione. Adesso vanno di moda: tutti creano le fondazioni con tutta una serie anche di dubbi e di perplessità; li vedete crescere, esplodere, siamo ormai  oltre 4.000 fondazioni, mettendo insieme tutte le fondazioni bancarie, sociali, culturali, di altra valenza ecc.

Don Gnocchi, il nostro fondatore, nel 1952, quando concepì la sua opera di solidarietà che l’aveva sognata essere “opera di carità nelle lande del dolore”, quindi sulla frontiera del dolore, della guerra e della mattanza di questi giovani con cui condivideva sogni progetti e per i quali ha anche poi giocato tutto il resto della sua vita, ha vestito tutta questa tensione di prossimità con la figura più civile, che era la Fondazione allora, detto nel Codice civile di Rocco, credo sia, sia poi stata confezionata nel ’42, no poi con gli eventi successivi; adesso stiamo alla revisione del capitolo 1, abbiamo fatto, revisionato anche il capito quinto ecc. ma non allontaniamoci.

Don Gnocchi, che conosciamo con quell’immagine di tenerezza materna che abbraccia quel bambino, bene il Don Gnocchi, che 50 anni fa, oltre  50 anni fa, ha fatto il grande imprenditore della carità, un geniale manager della solidarietà; ha capito che le grande idee, se non si vestono di concretezza e di capacità poi gestionale, evaporano, diventano evanescenti e nel frattempo, se ci si abbandona troppo così al fatto che rischia di diventare un accadimento soltanto è che non genera tensioni ideali, vibrazioni forti di coinvolgimento, ecco rischia di appiattirsi di annullarsi.

Dunque è stato un grande imprenditore, guardate che cosa scrive in una sua opera nel ’55, un anno prima della sua morte avvenuta nel ’56 a 54 anni: dopo aver assaporato sulla frontiera del dolore la violenza umana e trasformando quelle lande, frontiere del dolore, in laboratorio di solidarietà, non tanto per ricostruire il territorio ferito dagli ordigni bellici o le case slabbrate dalla violenza umana, ma a ricostruire, uso proprio questi termini, a ricostruire l’uomo, rifare l’uomo e ha incominciato dagli esordienti della vita, dai bambini, perché bisognava ricostruire non solo il paese, ma dicevo l’uomo.

Bene, in questa azione, è riuscito a capire in un momento in cui si parlava anche di solidarietà, di sussidiarietà , nel momento in cui la nostra Costituzione aveva consacrato attraverso gli articoli che conosciamo tutto questo, arriva a scrivere - e ve lo leggo così com’è: “Il modo più rapido più economico e più conclusivo per lo Stato di attuare i propri compiti assistenziali e quello di entrare, (attenzione che gli aggettivi sono calibrati e dosati) in stretta e fiduciosa collaborazione con l’iniziativa privata, in quest’umanissima attività, dove la giustizia e la carità si danno la mano fin quasi a confondersi, né lo Stato può fare senza l’iniziativa privata, né questa deve fare senza lo Stato, anzi la giustizia retributiva può giungere anche ad organizzare una società lucida, perfetta, come una macchina, ma appunto perché tale arida ed effimera dove venga a mancare  - quello che lui chiama - l’olio della carità individuale.”

Allora, in questi pensieri e in questi orientamenti c’è la radice della nostra Fondazione. Qual’è come mission e come vision, partendo da questo patrimonio ideale e da queste radici così feconde, ecco, ha cercato di, in questi anni, a partire dagli orfani di guerra, mutilati, poliomielitici negli anni ’50, la disabilità fisico sensoriale per le cause congenite negli anni ’60 e ’70, negli anni ’80 la disabilità fisico sensoriale per cause acquisite, incidenti, infortuni eccetera, con il 2000 i malati terminali, gravi cerebrolesioni, stati vegetativi, in sostanza gli anelli più deboli della catena sociale. Questa è la nostra compagnia, e su questo pianeta è difficile fare business, noi su questa scorta abbiamo cercato di lavorare e oggi noi abbiamo…

 

AMEDEO NIGRA: Rimanderei alla seconda parte….

 

Monsignor Bazzari: …. oggi noi abbiamo 29 centri, siamo presenti in 9 regioni d’Italia e con anche progetti internazionali di sviluppo nei vari continenti, lavoriamo nell’ambito della solidarietà internazionale, della ricerca scientifica naturalmente applicata, della formazione e sviluppo, sanitario e riabilitativo, area socio-assistenziale e socio-educativa; tutto questo è il settore o se volete l’area in cui lavoriamo, ma l’epicentro di tutto questo cantiere operativo sono i disabili, gli anziani, i malati oncologici, i malati terminali, in sostanza, lavoriamo con oltre 3800 dipendenti e a cui vanno aggiunti poi 1700 collaboratori configurati diversamente e 11000 persone, ogni giorno, vengono curate e assistite nei nostri centri.

Ecco, questi frutto, se volete, figlio di un’intuizione di un impresario, o imprenditore, meglio, della carità che è stato Don Gnocchi, che ci ha consegnato fragilmente questa realtà che noi cerchiamo con lo sforzo che stiamo producendo di dialogo con lo Stato, di dialogo con gli altri abitanti di questo mondo Non profit e, perché no, incominciando a dare un’occhiata anche a che cosa può significare quella “responsabilità sociale” del mondo Profit, che qualcuno dice essere qualche foglia di fico che qualcuno si sta mettendo col rischio di, appunto, compromettere anche il significato dell’impresa, o la finalità dell’impresa, in realtà noi continuiamo a credere che sta maturando una sensibilità sociale e vogliamo con questo interloquire e tentare di fare anche qualcosa.

 

AMEDEO NIGRA: Ringrazio Monsignor Bazzari. Mi scuso…mi scuso per l’interruzione e anche così la conferenza deve avere il suo ritmo, i suoi movimenti. Mi scuso anche con il professor Borgonovi se prima l’ho interrotto, ma rimane sempre l’interesse di vedere la seconda parte. Tra parentesi devo dire che, come ha detto ottimamente il presidente Bozzetti, qui emerge una grande contraddizione perché se voi pensate che le sezioni fallimentari considerano impresa chi ha un fatturato di 200.000 euro e 10 dipendenti e non considerano… non viene considerata impresa, invece, un’entità così importante che muove dei grandi valori, si capisce come, molte volte la definizione e la contraddizione di cui parliamo oggi, sia legata molte volte a dei pregiudizi, alle convenzioni più che alla realtà, perché e molto più impresa e fa molto di più una realtà come il Don Gnocchi, piuttosto che un imprenditore che ha 10 dipendenti e fa 200.000 euro di fatturato.

E’ uno dei temi di cui noi trattiamo, la contrapposizione tra responsabilità e solidarietà e impresa.

Però senz’altro passo la parola all’Ing. Falck e, in questo scambio di voci, passiamo al mondo dell’impresa e alla sua esperienza.

 

INGEGNER FEDERICO FALCK: Allora, dunque, il presidente ha parlato di campo minato, mi sembra di aver capito, poi c’è il moderatore che taglia le parole a metà, quindi, sostanzialmente mi sembra una cosa molto complicata svolgere…avere un filo...

Io volevo semplicemente dare dei flash, poi ho dato una relazione.

Noi imprenditori, io parlo dal punto di vista imprenditoriale, come dicevo prima forse ad un giornalista, abbiamo un peccato capitale: pensiamo di fare qualcosa che duri nel tempo e che duri oltre quello che ci è dato come vita terrena; prima cosa.

Seconda cosa: manomettiamo la realtà, perché qualunque imprenditore, noi abbiamo utilizzato la parola manomettere in senso negativo, ma invece l’imprenditore mette mano alla realtà perché vuole, ha un’idea e cerca di coniugare la sua idea con la realtà che lo circonda.

Questo fatto porta necessariamente a cozzare o, diciamo a incontrarsi, con delle realtà sociali che sono prima di lui, e quindi non è una foglia di fico la responsabilità sociale, purtroppo o per fortuna e un modus vivendi che l’impresa deve sapere svolgere nella sua vita per poter portare avanti quell’idea che dovrebbe durare nel tempo.

Questa piccola premessa è per dire che noi siamo, come società, siamo qui dal 1906, in questi paraggi e quando siamo arrivati c’erano 8000 persone a Sesto, tendenzialmente agricole e quando abbiamo chiuso, nel 1996 l’attività manifatturiera, le persone erano 120.000, non tutto merito ovviamente della Falck né della Breda, né della Ercole Marelli o della Magneti Marelli, però sostanzialmente questo vuol che il nostro rapporto con la società che ci circondava ha trovato un punto di equilibrio, e questo punto di equilibrio poi, come tutte le cose - Virgilio diceva l’età dell’oro e l’età del ferro – io sento la gente che rimpiange la sirena di inizio dei turni, alle 6 del mattino suonava e poi ogni otto ore... e poi la cosa più incredibile è che…gli piacevano molto i fumi rossi dell’ossidazione dell’acciaio, devo dire che questo lo dico con un certo pudore, perché adesso, parlare di fumo, dalla sigaretta in poi, credo che sia assolutamente impossibile….

E’ chiaro che questa coscienza sociale, responsabilità sociale è mutata nel tempo. Volevo raccontarvi un aneddoto per non farvi addormentare; dopo Caporetto ci fu un grosso sforzo dell’Italia per poter ribaltare la situazione, e furono richiamate moltissime persone, anche operai della Falck; noi abbiamo trovato che importammo - che non ci sentano i leghisti - importammo manodopera dalla Libia che allora era colonia appena conquistata, e questo l’abbiamo scoperto perché la Falck li registrò in questura, non dico che le altre non lo fecero, ma suppongo che l’esempio fosse abbastanza diffuso e io mi immagino questi poveretti libici sbattuti da, speriamo che Gheddafi non lo sappia, sbattuti nelle nebbie padane, allora, e magari diciamo non particolarmente contenti di abbandonare le loro case…

Questo però lo dico perché tutto sommato faceva parte di quel mondo, quel mondo che ci ha portato, diciamo, al giorno d’oggi, io dico quindi purtroppo l’impresa Profit è un’impresa che ha, come si può dire, delle regole che molte volte non vengono comprese dalle persone, per cui questo scambio sociale che ogni giorno deve avvenire tra impresa e società civile è uno scambio che deve vedere dei protagonisti che capiscano le realtà sociali, sia da una parte che dall’altra.

Uno dei dibattiti che ho sentito sempre molto dire è se la responsabilità sociale sia patrimonio solo dell’impresa medio-grande. Io credo che invece la piccola impresa, soprattutto in un territorio così antropoformizzato come la pianura padana, la piccola impresa sostanzialmente svolge un ruolo di responsabilità sociale senza saperlo, nella zona in cui la vede protagonista delle sua attività manifatturiere o non. Io credo che l’impresa, l’imprenditore in un paese o in una cittadina ha un po’ sostituito il farmacista, il maresciallo dei carabinieri o diciamo, purtroppo, il prete, cioè credo che il piccolo imprenditore abbia una responsabilità intrinseca nella vita sociale della zona in cui opera.

Mi fermerei qui perché non vorrei che mi venisse tolta la parola e per non… però vi do una preview: parlerò di Sodalitas dopo, quindi non parlerò più della Falck; preparatevi che ci sarà qualcosa di diverso. Grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Ringrazio l’ingegner Falck, anche del sense of humor, e faccio un’annotazione: di fatto gli imprenditori sono abituati a sottostare a tanti obblighi e a tante pressioni e questo allena la coscienza anche a essere brevi nel linguaggi e nei propri interventi.

Chiederei ora al Professor Ornaghi cosa faceva questa agenzia di cui ha avuto l’onore, ottimamente, di essere il primo presidente.

 

PROFESSOR LORENZO ORNAGHI: Cercava di fare quello che il Monsignor Bazzari chiedeva e che mi pare abbia chiesto anche il presidente Bozzetti.

Monsignor Bazzari ha fatto delle osservazioni interessanti che ora riprendo: Monsignor Bazzari, anche perché guidato da quel sano realismo che caratterizzava e in buona parte ancora caratterizza il clero ambrosiano, quindi non tanta retorica, ma le cose come stanno e allora anche cercare di capire il Non Profit o il Terzo Settore così com’è è un’operazione importante.

Monsignor Bazzari presiede la Fondazione Don Carlo Gnocchi e anche nel programma c’è scritto onlus, se ci interroghiamo, diciamo, è un’associazione la fondazione Don Carlo Gnocchi sicuramente, anche sparsa in tanti territori, sta cercando di correre dietro al San Raffaele quindi all’estero.

Non ci chiediamo tanto se è o non è organizzazione non lucrativa e siamo tutti d’accordo che è di utilità sociale, anzi, probabilmente diremmo che è una formula un po’ povera perché la Fondazione Don Gnocchi fa molto di più di un’utilità sociale, molto di più….

Poi usciamo e ci accorgiamo che anche qualche piccolo o grande centro culturale è una onlus e anche una scuola di ballo è una onlus: abbiamo tante onlus.

Il primo problema dell’Agenzia  per le onlus era: sono tutte davvero onlus o no? Non è un problema semplice perché significa che qualcuno deve svolgere una funzione di vigilanza e deve dire che forse non basta essere iscritti al registro delle onlus per essere davvero una onlus. Allora un primo problema su bisogna essere realistici è che c’è davvero tanto di bene, ma tanto, proprio nei termini in cui lo richiamava il Monsignor Bazzari, ma poi ci sono anche, come si usa dire, le mele marce che appunto vanno individuate perché se non vanno individuate alla fine succede quello che il proverbio da sempre insegna.

Però capire se una onlus è davvero onlus non è mica stata un’operazione facile perché, anche qui richiamo casi precisi, la definisco apsiti iniura verbis, ottusità burocratica, ma l’Agenzia delle Entrate a cominciati  a far fare un setaccio delle onlus e ne ha cancellate tantissime.

Per ciò che viene scritto nelle leggi, l’Aagenzia per le onlus da un parere, parere che non è vincolante e obbligatorio, quindi ci si diceva, abbiamo cancellato questa e allora la cancellazione, se viene fatta attraverso una visita in loco per cui si scopre che la scuola di ballo in realtà non svolge un’attività Non Profit o un’attività di utilità sociale è giusto cancellarla.

Ma se una onlus viene cancellata perché, pur svolgendo davvero attività di utilità sociale, assistenza ai disabili per esempio, nello statuto non ha scritto quelle parolettine lì e non le ha scritte perché appunto molto spesso il mondo Non Profit è, come diceva Monsignor Bazzari, un po’ naif, spontaneo, ecc. è una grossa sciocchezza cancellarla.

E questo per esempio, capire cos’è davvero nella realtà onlus non è stato facile, quindi abbiamo posto, per esempio, tutta una questione della utilità reale dei registri, no?

Perché esistono poi forme diverse di registrazione delle onlus, primo aspetto.

Secondo; il fatto che talvolta la nozione di utilità sociale non sia così ben delineata, ha fatto toccar con mano, in maniera talvolta anche divertita, alcune reazioni di cui in genere non si tiene conto a sufficienza. Cito solo due episodi, ma ovviamente sono reali, quindi non sono tanto aneddoti, ma sono appunto esempi credo significativi.

La, probabilmente comprensibile, motivata ostilità dei sindacati o delle rappresentanze sindacali, dei, non saprei dire se fiorai o fioristi, che hanno fatto tante interpellanze, proteste all’Agenzia per le onlus rispetto a tutte le onlus che, in certe domeniche di maggio, vendono per certe finalità l’azalea piuttosto che il geranio.

Vi verrebbe da dire: un episodietto. Mica tanto, vuole dire che culturalmente non solo c’è il contendere su alcuni aspetti materiali, (qualcuno dovrebbe impedire a queste onlus di vendere il geranietto o l’azalea) ma significa che culturalmente la presenza delle onlus non c’è ancora e allora, secondo episodio collegato, qui ovviamente sono possibili tutte le formule scaramantiche del caso, l’Agenzia ha fatto anche diverse obiezioni, chi le chiedeva e venivano ricevute, dopo molte insistenze il Consiglio ricevette, ecco non saprei come definirle, diciamo così, le associazioni degli imprenditori di pompe funebri, che ce l’avevano con le Misericordie, le antiche Misericordie, semplicemente per il trasporto delle salme e dicevano: noi abbiamo un danno alla nostra attività economica.

Che cosa significa di nuovo, che tutto questo mondo, appunto straordinario, nonostante tutto fatica, perché il sistema del paese o la società ha ancora su questo delle resistenze che non sono tanto difesa, ripeto, comprensibile di interessi particolari, ma appunto fa fatica perché non c’è stata una vera e propria conversione culturale dentro il paese; il problema della conversione culturale che tocca anche le varie organizzazioni Non Profit, perché - ulteriore elemento su cui, con realismo e spero di non toccare la sensibilità di nessuno - conviene però fissare l’attenzione.

Appunto, diceva Monsignor Bazzari, è un pianeta,io ho sempre adoperato l’espressione cosmo, siamo vicini no? Cosmo, fatto di tante realtà, che cosa fa per esempio fa una grande differenza dentro questo cosmo? Il grado di organizzazione: chi è più organizzato è più presente sulla scena pubblica. Chi è più organizzato ha più accesso ai mezzi di comunicazione, chi è più organizzato ha ovviamente maggiori possibilità di finanziamento e allora, se un’associazione Non Profit può entrare alla televisione, può chiedere il contributo attraverso cellulari ed è sponsorizzata da questo o da quel protagonista del mondo della comunicazione, ovviamente ha molti più finanziamenti di chi non è organizzato.

Questo non significa condannare i primi, o criticare l’atteggiamento, significa solo dire che molte  realtà  di Non Profit, non hanno e non potranno avere questa capacità organizzativa nel senso di raccolta di finanziamento, pensate soltanto e banalmente alle operazioni di marketing che vengono fatte sul 5x1000, anche qui senza fare nomi, ma li potrei fare, in televisione vediamo le grandi realtà organizzate anche nel mondo sanitario che fanno bellissimi spot sul 5x1000, e altre importanti realtà che hanno le stesse finalità e lavorano sul piccolo altrettanto bene, non possono farlo.

E questo sta a dire che i due grandi problemi, così chiudo rispettando i tempi del moderatore, che, almeno da presidente dell’Agenzia ho visto sono: primo, una massa enorme e quasi non più sbrogliabile di leggi, leggine, regolamenti, che finiscono col penalizzare pesantemente questo settore Non Profit, lo penalizzano perché lo burocratizzano, lo irreggimentano.

Ma attenzione: tutte queste leggi, leggine, stratificatesi nei decenni sono anche incoerenti fra di loro, hanno aspetti parziali, e alla fine l’aspetto che hanno sottolineato maggiormente e che è rilevante, sì, ma non è il più rilevante, è l’aspetto fiscale.

Allora, il primo grande problema sarebbe, su questo noi abbiamo cercato con il libro verde finale, nei cinque anni di allertare l’attenzione dei vari parlamentari, di gruppi, di partiti diversi, che c’erano e ci sono ancora, perché probabilmente semplificare questo quadro diventa davvero necessario per impedire di gravare burocraticamente, di gravare soprattutto sui più deboli del mondo Non Profit.

Secondo aspetto è il problema appunto del fund-raising, che però significa anche un problema di formazione di coloro che lavorano dentro questo mondo, Bozzetti ha posto un problema che fu posto anche sotto la nostra attenzione: se si viene pagati in alcune fondazioni di volontariato, lo si è anche in altre no, come comportarsi di fronte a queste modalità diverse, quale criterio individuare? Io credo che il criterio è, proprio tenendo fermo tutte le idealità, quello della commisurazione davvero sulla quantità di lavoro, che in qualche caso può essere utile, necessario, che ci sia un pagamento, dell’altra parte invece, ma sua questo poi torno al secondo giro, forse c’è un problema davvero di uscita dalla spontaneità, buona sempre in sé, ma buona finché appunto non diventa confusione e quindi un problema in senso proprio di formazione per coloro che davvero, con grande passione, e quasi sempre ancora, con intensità di valori, operano nel Terzo Settore…Grazie.

 

AMEDEO NIGRA: Ecco, do subito la parola al Professor Borgonovi, che tutti potremmo ascoltare anche con più interesse perché avendo visto un po’ i vari interventi, possiamo assaporare meglio le sue parole.

 

PROFESSOR ELIO BORGONOVI: Grazie. Riprendendo dagli interventi, faccio un esempio…anch’io vado molto sul concreto, distinguiamo bene la responsabilità sociale dell’impresa dal Non Profit. Facciamo l’esempio Bill Gates. Bill Gates  ha, ad un certo punto messo su una grande impresa, For Profit, perché sostanzialmente, le regole fondamentali dell’attività che lui svolgeva erano queste: io opero sul  mercato, vendo dei prodotti, pago delle persone, negozi ecc. ecc. e di quello che resta me ne approprio o lo do agli azionisti.

Benissimo; ha creato il progresso della società. Dal 2000 ha fondato, ha costituito una fondazione, che si chiama “Bill and Melinda Gates”… Non è un giudizio… Ha detto: parte dei soldi, miei o di altri, poi ci sono Buffet e latri grandi magnati, persone che sono ai primi posti mondiali dei redditi, non di quelli comunicati in Italia, comunque ha fatto una fondazione e dice: questa fondazione deve lavorare, deve gestire con questi criteri, riceve dei soldi, da me, da altri ecc. ecc.e deve impiegarli nel modo migliore per creare valore, per dare assistenza, per affrontare i problemi delle malattie in giro per il mondo… dico questo perché è un caso che ho discusso oggi con i miei studenti, ma questa fondazione ha delle regole secondo cui deve fare delle cose il cui valore va esclusivamente ai destinatari, ai poveri dell’Africa… Sono due cose separate.

Ma ciò non vuol dire che uno è il buono e l’altro il cattivo, che il For Profit o il Profitto è qualcosa di negativo, perché ci sono due modi di fare profitto: uno, qualcuno opera e molti di voi, l’ingegner Falck, ha delle responsabilità in un impresa e ad un certo punto dice: io prevedo che fra tre anni, un anno, due anni, devo cambiare i processi produttivi, devo delocalizzare…via via…ci pensa lui, pensa come salvaguardare meglio il proprio patrimonio e non pensa direttamente a come affrontare in anticipo i problemi dei propri dipendenti, non pensa a preoccuparsi dell’ambiente o non pensa che se per caso improvvisamente non acquista più certi prodotti da una serie di artigiani locali salta tuta l’economia….

Allora, qualcuno può fare l’imprenditore dicendo: le regole del mercato ad un certo punto mi impongono di chiudere, e qualcuno ci ha pensato due anni prima, ha convocato i fornitori, i piccoli artigiani della zona, gli ha detto : “Guardate che… “ non dirà che dobbiamo chiudere e via, troverà il modo per….ed ha incominciato a pensare: “Ma i miei operai impiegati…” adesso ormai ci sono anche i dirigenti che perdono il posto a 40 anni… ha incominciato a pensare anche a cosa capita a queste persone e cerca, insieme agli enti locali, con la Fondazione Cariplo, con le associazioni…, cerca una soluzione, che non arriva come una tegola sulla testa di quelli che ad un certo punto vedono scritto “Chiuso”, “Trasferito”, “Andato in Cina”, ecc. ecc.

Allora, l’imprenditore, For Profit, come si dice, l’Imprenditore… ci sono due diversi comportamenti, il secondo, da un punto di vista poi giudizio morale etico, non credo stia a nessuno di noi darlo, lo darà qualchedun’altro, almeno secondo me, però non è che il primo è cattivo, il secondo è buono, no.

Colui che fa l’imprenditore pensando che l’impresa è qualcosa che non è di proprietà propria, ma è un bene per la comunità, va benissimo; però fa un altro mestiere, opera in certi mercati, sa benissimo che se produce 100 e gli latri producono 50, non può restare sul mercato, ecc..

Chi fa Non Profit, sa benissimo che se non riesce a raccogliere fondi, come ha detto il professor Ornaghi, poi dopo qualcuno è più bravo…, se non riesce a raccogliere fondi, poi dopo la Provvidenza per un po’ ci pensa, poi dopo a volte la Provvidenza, non so se si stanca anche lei, ma se tu non ti organizzi bene, se tu invece di aiutare, di avere 11.000 persone che ogni giorno passano nelle strutture che avete, se non mi organizzo bene e non faccio bene questo mestiere e raccolgo anche milioni di euro, e il fatto che io mi chiami Non Profit, non è che è una bella cosa, vuol dire che depaupero la collettività di questo.

Chiudo facendo un altro esempio. Io oggi ho avuto una grande soddisfazione, perché insegnando al secondo anno, avendo studenti del secondo anno della società moderna….. sapete, tutti vanno sui media…. ad un certo punto ho detto: “Guardate che la vostra vita, il vostro prestigio non dipenderà solo dal voto che avrete ecc. Se anche qualcuno di voi ha deciso di prendere 24 nel mio esame e studiarlo, non è che il 24 vuol dire che è meno bravo di 30 e via, se ha fatto una scelta di vita per cui fa altra attività, se poi nella vita si impegna e via, e la vostra soddisfazione non deriverò neanche da quanti soldi avrete accumulato, da quanti posti di lavoro avrete creato e via, anche da quello, ma il vostro prestigio e il vostro modo di relazionarvi dipenderà dal contributo che voi darete alla società.

Bene, nel dire questo, di fronte a bocconiani rampanti - tanto Ornaghi non mi sente e anche se mi senti non dirlo al mio rettore… - di fronte a bocconiani  rampanti c’era un silenzio e un’attenzione che mi ha dato soddisfazione perché vuol dire che questo è un messaggio che incide sulle motivazioni delle persone, quindi la distinzione tra Non Profit, impresa Profit che pensa che il mercato sia solo guadagnare presto e bene, prendi e fuggi e via, chi fa un’impresa For Profit, pensando che questa deve durare un lungo periodo, deve servire un territorio, deve aiutare il territorio a convertirsi… Le motivazioni di queste persone sono quelle che fanno la differenza, poi le chiamiamo Non Profit, ecc. ecc.

Due battute veloci perché mi era stato chiesto qualche chiarimento; volontariato.

Volontariato vuol dire che qualcuno presta un’attività, presta il suo tempo, la sua persona, la sua intelligenza, le sue cose gratuitamente.

C’è qualcheduno che in un’associazione, in una fondazione, in una Non Profit, ci deve lavorare e prenderà un tipo di remunerazione, ma si accontenta di una remunerazione diversa da quello che invece prende nella banca o da qualche altra parte e via via.

Questi è volontariato, allora io posso avere delle Non Profit dove ci sono dei volontari, dove ci sono invece delle persone che operano professionalmente perché prendono lo stipendio.

Diverso è il filantropo, poi dopo non voglio entrare semanticamente, ma il filantropo è colui o colei che essenzialmente mette a disposizione non il proprio tempo, ma mette a disposizione la ricchezza che ha accumulato, quindi non mette a disposizione di qualcuno il proprio tempo.

Per continuare con l’esempio di Bill Gates, se è vero, che non è un giudizio, poi non ditemi che esalto Bill Gates, ma Bill Gates ha fatto il filantropo perché ha messo a disposizione dei soldi e fa anche il volontario perché ha detto che da agosto non farà più il dirigente della Microsoft, ma va a fare il dirigente della Fondazione.

Buffet, che è il finanzieri più ricco del mondo, fa solo il filantropo, perché ha deciso di dare dei soldi e però lui continua a fare il finanziere e se lo farà bene senza fare le speculazioni sull’oro, sugli alimentari, per affamare un miliardo di persone, se farà bene il finanziere farà del bene per tutti, se invece farà il finanziere speculando sull’aumento dei generi alimentari e via, e poi è la classica foglia di fico, che sé si era messo davanti magari con 40 miliardi di dollari, ma sarà comunque una foglia di fico, molto grande, perché 40 miliardi di dollari sempre sono, ma se ha speculato sui generi alimentari affamando un miliardo di persone in giro per il mondo, beh, insomma….

 

AMEDEO NigrA: Grazie professor Borgonovi. Chiedo adesso a Monsignor Bazzari di continuare la sua interessante esposizione.

 

Monsignor ANGELO Bazzari: La c’è….c’è la Provvidenza… La c’è… non si stanca…  C’è una cabina di regia, c’è ed è un po’ occulta, non come il Grande Vecchio…

Anche perché in giro c’è tanto denaro, sporco e pulito, che carsicamente ogni tanto appare e scompare e quindi su questo c’è da fare qualche riflessione.. Per esempio, una domanda: perché qui la Sanità ha un’organizzazione pubblica che fatica dopo aver fatto i passaggi del “dare tutto a tutti” con l’alternativa di “dare poco a tutti” o “tutto a pochi”e adesso è nelle situazione di concepirsi come un azienda per cui noi da pazienti siamo diventati clienti e da clienti adesso siamo giudici perché poi ognuno qui, per sua maestà il cittadino, potrà scegliere dove andare, con le forti liste d’attesa; perché questo Pubblico pur avendo inventato l’aziendalizzazione non riesce a rispondere a questo senso un po’ universalistico ed equo e solidale. Dall’altro lato c’è questo mondo del Non Profit di cui siamo una componente che tenta, con un piglio anticipatorio, un po’ pionieristico e un po’ profetico, anche perché più snello e leggero, di interpretare la domanda nella filiera socio-assistenziale-sanitaria e di tentare inventare, quindi di sperimentare, sperando che questa strada sia quella utile, facendosi carico, e questa è la nostra Compagnia, dei più fragili, di quelli che hanno dignità quanto altri, hanno meno qualità nei servizi ma aspirano anch’essi alla felicità. Poi voi avete definito l’Economia nel 1700, me lo ricordo da miei studi: parlavate della “costruzione della felicità” …questo era l’obiettivo dell’Economia, poi l’avete corretta, proseguendo con Smith, ecc.

E c’è un mondo, invece, che chiamiamo “Profit” che in questo momento nel nostro Paese si è tuffato sulla sanità e sul socio-assistenziale perché ha capito che lì non c’è solo il la mala sanità, non c’è solo il fatto del costo della sanità, è che è un settore che può davvero dare un forte spinta alla produttività. Infatti la Sanità è il terzo settore nella scala della produttività, in tutto questo, e si sta impossessando di tutta una serie di strumenti. Allora la domanda è: uno Stato che da solo non riesce, che inaugura la sussidiarietà verticale ed orizzontale, quindi istituzionale ma anche la valorizzazione dei corpi intermedi, dal nucleo familiare e su su fino alle diverse aggregazioni, un Non Profit che come abbiamo visto ha tanti difetti e non riesce sempre…viene considerata una componente sociale, qui andate a vedere la letteratura e i vari rapporti che vengono consegnati, ma quand’è il momento di dare probabilmente spazio a questo tipo di organizzazione in fondo, in fondo essa non ha molto spazio. E perché allora altri, con il piglio “Profit”, cercano di entrare in questa realtà per fare affari…Certo che c’è anche la solidarietà ma  è soprattutto perché si fa in qualche modo “impresa”. Noi, semplificando al massimo, in questo tipo di copione, come Fondazione Don Gnocchi che cos’è che ci caratterizza, che ci consente di stare in questo mercato, che ci consente di far fronte – anche uno sviluppo che in questi ulti anni ha conosciuto il raddoppio delle nostre istituzioni - di far fronte e dare delle risposte a questi bisogni più essenziali e più fragili, di “cristallo” come vengono chiamati…? Che cos’è che ci caratterizza?

Noi partiamo da due convinzioni profonde, che poi tentiamo di declinare nella realtà, nel mediarne i principi ed i valori che sono, come si dice, innegoziabili, con una traduzione, con un’incarnazione nella quotidianità. Allora cos’è che chiamiamo “valore” noi, cos’è che questo valore? Se riusciamo a fare un’armoniosa sintesi fra atti di solidarietà e di carità e dall’altra, con le competenze cliniche, scientifiche e tecnologiche necessarie per poter restare in questo percorso, e con buone prassi organizzative e gestionali, questo forse può fare la differenza. Allora, nella nostra missione, che è quella appunto di promuovere e realizzare anche una nuova cultura, se volete “di attenzione ai bisogni dell’Uomo”, per farci carico del sofferente nella sua dimensione integrale e globale di persona, al centro delle nostre attività di assistenza, di cura e se volete anche di prevenzione, di riabilitazione, ricerca scientifica applicata, formazione a tutti i livelli, e considerando primariamente i soggetti che si trovano in uno stato di maggior bisogno, e muovendoci anche con delle soluzioni innovative e sperimentali. Ecco, questa nostra missione si colloca dentro una visione, che è quella di sviluppare l’identità e la presenza nel quadro dell’ordinamento socio-sanitario, ispirandosi ai principi della carità cristiana e anche declinando nell’oggi i valori di Don Gnocchi, da sempre riferimento ideale per questo nostro ripensamento organizzativo e per le future progettualità a livello nazionale ed anche internazionale, stabilendo le opportune forme di collegamento e di partecipazione con tutte le istituzioni che sono analoghe alle nostre per ispirazione, affinità elettive, tipologia di presenza, ecc. e anche privilegiando un rapporto con il mondo del volontariato. Ma tutto questo io non lo immagino solo come un’alleanza con il mondo Profit o lo Stato, non lo immagino solo come un partneariato secondo le finalità diverse che compongono un’unità, immagino che ci sia una logica intrinseca, interna, che mette insieme queste tre dimensioni.

La dimensione della solidarietà sociale, per caratterizzare il nostro modo di operare, in coerenza con il carisma ispiratore di Don Gnocchi, e in continuità con il patrimonio storico della Fondazione e tutto il know how che ci deriva da queste profonde radici e da questi lunghi percorsi ormai storici.

Dall’altra la dimensione tecnico-scientifica. Del resto lo stesso nostro fondatore, a chiusura della sua opera “Pedagogia del dolore innocente“ nel 1956, già allora diceva che bisogna che ci siano queste tre componenti: l’amoroso inesausto travaglio della scienza, quindi la ricerca scientifica (e detto allora, nel 1956, non era così tranquillo…) e dall’altra la multiforme opera di solidarietà umana - e quindi non soltanto cristiana, perché la solidarietà ha radici anche laiche. Mettere insieme tutto questo con, diceva, il miracolo soprannaturale della Carità perché questo indica sempre il di più, l’oltre, il diverso…

Allora la dimensione tecnico-scientifica per rendere più efficaci le nostre prestazioni, più efficienti i nostri servizi e attraverso il potenziamento appunto anche dell’innovazione tecnologica. Infatti all’interno delle nostre strutture sviluppiamo molto la tecnologia più avanzata. La fatica di mettere insieme magari il progetto che abbiamo realizzato in Tibet in modo molto artigianale con le protesi realizzate da Don Gnocchi a partire dal 1946, con magari con la tecnologia più sofisticata, bio-ingegneristica e biomedicale, per portare qualche nostro progetto alla NASA, così come è successo e come succede.

Come si fa a tenere insieme tutto questo se non c’è un collante forte che è l’aspirazione di solidarietà sociale, tecnico scientifica e poi anche una dimensione organizzativa e gestionale per raggiungere gli obiettivi che ci proponiamo, guardando alla maggiore efficienza ed efficacia nei nostri processi gestionali e anche alla piena valorizzazione delle risorse umane.

Lei si è stupito della  reazione dei suoi studenti, io invece mi stupisco dello stupore… sapete perché? Perché anche noi cerchiamo di avere il massimo della professionalità, perché non si può, senza queste premesse, affrontare il mercato dove ancora, lavorando noi in dieci regioni, noi vediamo le logiche diverse del Paese, dove ancora è difficile capire la logica dell’integrazione fra tutte le componenti, laddove c’è ancora una cultura magari un po’ “bulgara” dove si fa confusione fra il servizio di valenza pubblica oppure un servizio pubblico più di matrice più politica… Oppure la logica della competizione, che ha inaugurato qui la nostra Regione, dove “sotto a chi tocca”… e chi ha più forza e capacità entra in questa competizione con capacità imprenditoriali.

Allora noi riteniamo che sia ormai nel sacrario della coscienza di molti questo risveglio di una  gratuità e di una donazione che non fa distinzione fra lo spirito del volontariato, che uno va ad applicare dalle 17 in poi della propria giornata perché professionalmente si è adattato all’ambiente in cui si trova. Ma è quello di coniugare assieme queste motivazioni forti, questo spirito che definisce il di più e il meglio, con lo competenze scientifiche. Chi viene da noi ha questo tipo di caratterizzazione. Ed oggi, state attenti, ciò è nell’animo di molti giovani che, al di là del “bocconiano” che si è fatto questa nomea, hanno dentro questa capacità. Io sempre più trovo giovani, che ho incontrato in Caritas a fare l’obiettore di coscienza e l’obiettore sociale, che si sono immessi nelle multinazionali, con il dio Moloch, dove li hanno spremuti e ributtati… a 35 anni li ritrovo adesso a capire come servire questi deboli, questi ultimi, con lo stesso piglio organizzativo, gestionale, tecnico-scientifico e con questa solidarietà, lavorando per un mondo Non Profit .

 

AMEDEO NIGRA: Ing. Falck, seconda parte.

 

INGEGNER FEDERICO FALCK: Allora, il Prof..Borgonovi ha ricordato che la via della santità per un imprenditore è molto lunga… poi abbiamo la concorrenza di un cammello…e quindi il problema per un imprenditore è ancora peggio: prima si parlava di “ricco” ma qui gli imprenditori possono essere anche poveri ed hanno difficoltà ad entrare nella cruna dell’ago… Comunque, volevo esimermi dal dire…. ma il prof. mi ha tirato un po’ per i capelli…

Io sono entrato nel 1977 e fino al 1985 abbiamo sempre perso. Eravamo 13000 e quando abbiamo chiuso nel 1996 a Sesto abbiamo lasciato a casa 900 persone. Nessun licenziamento: abbiamo fatto un osservatorio per 4 anni in cui, d’accordo con le istituzione e soprattutto con l’aiuto dei sindacati, 300 persone sono andate tra la rifiuteria nell’ex Innocenti e le Ferrovie, perché i nostri operai avevano il vantaggio di fare i turni, soprattutto quelli del sabato sera, che è raro, ed una parte in pre-pensionamento. Per le altre 600 persone abbiamo individuato una per una il posto di lavoro e le abbiamo formate. Per esempio, mi ricordo che c’era una grossa domanda di magazzinieri e abbiamo fatto dei corsi di computer e devo ringraziare gli operai che hanno accettato questo perché passare da una grossa azienda ad un’azienda padronale o a un’azienda per fare il magazziniere e imparare ad usare il computer non era facile..

Quindi, voglio dire, la via della santità è lunga..però magari ci siamo iscritti all’inizio… Ci sono altri esempi. Non solo noi. Non è che chi si loda s’imbroda… Ci sono esempi virtuosi di imprenditori che hanno  impegnato tutto e hanno rispettato molto le persone o il concetto di comunità di persone che è l’azienda.

Io però avevo promesso di parlarvi di Sodalitas e quindi vi parlo di Sodalitas.

Sodalitas, che spero tutti conoscano, è l’associazione per lo sviluppo dell’imprenditorialità nel sociale, quindi nel Terzo Settore. E’ un’idea intelligente e io ho sempre detto che di cose intelligenti a questo mondo ce ne sono poche, quindi bisogna preservarle…Quando c’è l’intelligenza… l’intelligenza vuol dire  “leggere dentro” , avere la capacità di leggere dentro.

Nacque nel 1995, da un’idea dell’Ing. Presutti che veniva dall’IBM e Presidente allora di Assolombarda, che mutuò l’idea dal mondo anglosassone e i due “core businnes” di Sodalitas furono, e sono, il migliorare l’efficienza e l’efficacia del Non Profit che è più ricco di passione di entusiasmo, naturalmente non mi riferisco a quello grosso ma alle associazioni più piccole, più bisognose di un momento di razionalità, e la seconda mission di Sodalitas è stata quella di propagandare il concetto dir responsabilità sociale presso le imprese Profit. Questo utilizzando gli ex manager che escono dalle società e che prestano pro bono, cioè assolutamente gratuitamente, la loro attività presso il Terzo Settore, insegnandogli come tirar su fondi, mettendogli i sistemi informativi, cercando di migliorare l’efficacia del loro comportamento e del loro agire. Questo ha il doppio vantaggio, per questo dico che è un’idea intelligente, di mantenere vive le professionalità di persone che altrimenti si sentirebbero emarginate e decadrebbero anche nella loro professionalità e, si spera, e sono sicuro, dà un valore positivo a chi riceve questo aiuto.

Sodalitas nel fatto di propagandare la responsabilità sociale ha avuto un successo strepitoso, merito non solo di Sodalitas, però direi che la responsabilità sociale adesso è molto insita nel concetto di impresa. E’ chiaro che avendo avuto uno sviluppo molto rapido è diventata praticamente una moda e bisogna stare un po’ attenti a questi tipi di discorsi. Però quello che direi che è importante da ribadire è che “lo sviluppo per lo sviluppo” non basta più. Cioè non si può dire “noi ci sviluppiamo” per essere accettati, bisogna dire e fare in maniera sostenibile.

Volevo fare, per chiudere rapidissimamente, alcuni esempi concreti di quello che ha fatto Sodalitas.

Per esempio ha preso parte alla redazione della “Carta della donazione” che è un codice di autoregolamentazione della raccolta dei fondi, perché uno dei problemi, che è già stato citato, è quello di dare una tranquillità e una sicurezza a chi dona che quello che si dona vada esattamente allo scopo per cui è stato donato. Un’altra cosa che è estremamente importante che ha fatto Sodalitas è l’aver messo sul web una serie di informazioni sulle associazioni Non Profit in modo che una persona che ha un bisogno possa riconoscere da quale associazione quel bisogno possa essere soddisfatto. Altra cosa estremamente importante è l’Osservatorio sulle Risorse Umane. E’ stato detto che esistono migliaia di persone che lavorano nel Non Profit, remunerate, e quindi c’è stato bisogno di creare un osservatorio di come queste risorse vengono pagate e fare dei paragoni e delle comparazioni tra varie associazioni per posti analoghi per evitare possibilità di discriminazione. Altra cosa che ha fatto Sodalitas, e qui chiudo, è il discorso della Qualità, cioè moltissime di queste associazioni hanno intrapreso un percorso di certificazione di qualità. Voi sapete che la certificazione di qualità le aziende Profit l’hanno affrontata negli anni a cavallo fra il 1970 e il 1980 ed è stata vista all’inizio come un inutile costo, mentre invece è un modo per operare in maniera più efficace ed arrivare allo scopo più rapidamente.

In sostanza credo, facendo questi tre esempi, quello che ha potuto dare al Terzo Settore Sodalitas è stato: maggiore trasparenza, maggiore qualità nell’operare e maggiore efficacia nel raggiungere lo scopo. Grazie

 

ProfESSOR ELIO Ornaghi: Parto un po’ dalla lontana, poi arrivo al punto. Il bene comune, visto che è anche un po’ il quadro di tutte le vostre serate, è una realtà, un oggetto, una cosa data una volta per tutte oppure no? Io penso che il bene comune abbia un carattere dinamico, un po’ come la nostra identità. Non è che abbiamo un’identità una volta per tutte: cresciamo, maturiamo, invecchiamo e l’identità si arricchisce.

Sottolineare il bene comune nel suo aspetto dinamico significa che diventa rilevante il percorso per  cui noi ci approssimiamo al bene comune. Sapendo che il bene comune è il bene tendenzialmente per tutti e che tendenzialmente tutti dovrebbero concorrere, anche se in forme diverse e con responsabilità diverse al perseguimento del bene comune, quindi ci si accosta, non è dato, non viene automaticamente imposto da qualcuno.

Perché sono partito dalla lontana: per recuperare un’altra questione che il Presidente Bozzetti aveva indicato dicendo “impresa e Non Profit come due facce della stessa medaglia”. E probabilmente è così se interpretiamo bene le due facce. Io credo che le interpretiamo bene, e forse c’è oggi da lavorare sull’impresa non meno che sul Non Profit, e quindi fare anche una specie di conversione culturale, che richiamavo poc’anzi,  non solo sul Non Profit ma anche sull’impresa, se le due facce le vediamo dentro quello che è l’aspetto davvero unitario, cioè il fatto che insistono e sono esse stesse, le imprese e le Non Profit, delle relazioni sociali. Mentre questa relazione sociale è più facile da cogliere nel Non Profit (c’è qualcuno che aiuta, sostiene e soccorre qualcun altro), nell’impresa il fatto che essa è una relazione sociale lo stiamo capendo sempre meno, mentre l’impresa è relazione sociale non solo perché è un rapporto sociale fra chi nell’impresa ci lavora, chi dà lavoro e chi offre lavoro – è una relazione sociale - ma l’impresa è relazione sociale perché anche il Profitto, se bene inteso, dispiega effetti sociali, non è soltanto un dato economico, anche se io appartengo a coloro che dicono che il Profitto è una cosa buona e positiva, se bene usato; ma se perdiamo questa natura sociale dell’impresa che l’accomuna al Non Profit perdiamo cosa davvero le collega, pur nella diversità degli scopi. Ecco, io credo che su questa socialità degli scopi, in senso buono, per carità…, dell’impresa e su questa socialità del Non Profit, si debba anche riscoprire dove sta l’aspetto più profondamente etico, che è quello che indicava anche Monsignor Bazzaghi quando richiamava per il Non Profit la gratuità.

Credo che l’illustrazione della pratica di Sodalitas sia stata molto utile, perché la Carta della Donazione, i tre criteri che l’Ing. Falck richiamava alla fine, quindi la trasparenza, la qualità e l’efficacia, sono quell’insieme di regole minime, nel senso che non occorre averne troppe, ma che sono essenziali per garantire che la responsabilità sociale davvero svolga la sua funzione. Perché anche qui, come del Non Profit dobbiamo realisticamente cogliere glia spetti più importanti e positivi ma tener conto delle ombre, anche nella responsabilità sociale se non vengono rispettate delle regole minime, dobbiamo cogliere alcuni aspetti in chiaro-scuro… Il dubbio che, per esempio, certe forme un po’ spurie di responsabilità sociale siano soprattutto magari raffinate operazioni di marketing viene un po’ a tutti. Quindi si tratta di capire la responsabilità sociale esattamente che cos’è e quindi ben vengano questi codici che sostanzialmente impegnano un po’ tutti. Allora forse credo che, per tornare al punto che indicavo nel mio primo intervento, quella cosa che più o meno propriamente chiamiamo “formazione” sia davvero importante. Forse più che formazione è l’educazione. Certo anche noi, come Università Cattolica, facciamo diverse cose che credo siano importanti, sia come Master per i Non Profit sia come altre scuole, sia come Summer School, perché c’è una domanda di formazione, forse di educazione a questo. Quindi organizzare al meglio queste forme di educazione e formazione per chi fa Non Profit credo che sia davvero importante, accompagnato però da quegli aspetti che sono, io credo, oggi i più rilevanti e di cui probabilmente il nostro Paese probabilmente ha bisogno e che sono, al di fuori da ogni retorica, davvero i Valori, perché senza valori, l’azione anche quando apparentemente consegue il successo è un’azione non produttiva, un’azione non feconda, è un’azione che si chiude in sé stessa con il suo risultato apparente. Allora direi che la formazione al Non Profit, ma mi permetterei anche di aggiungere – e questo credo sia compito soprattutto dell’UCID – la formazione e l’educazione all’Impresa e all’essere imprenditori, richiede di nuovo questa apertura alla socialità che non può essere sostenuta se non dalla presenza di valori, il che non è un patrimonio consegnato lì una volta per tutte per cui si dice – in qualche modo ora tornano anche in voga, di moda e ci si accorge finalmente che forse erano necessari – ma non è un richiamo di tipo conservativo: è di nuovo, ecco perché sottolineavo l’aspetti dinamico del bene comune, un richiamo che deve essere dinamico esso stesso. I valori vanno calati in questa realtà e con quei valori, per quel che ne siamo capaci, trasformata, ovviamente trasformata in meglio, la realtà. Ecco su questo allora, riprendendo un’immagine del Dott. Bozzetti, una cooperazione fra Impresa e Non Profit su alcuni obiettivi condivisi è già quella forma di approssimazione, quella forma di dinamismo del bene comune che richiamavo all’inizio. Grazie.  

 

AMEDEO NIGRA: Tocca a me l’arduo compito di fare la sintesi di quanto è stato detto. Prima di tutto mi scuso con i relatori di aver fatto l’antipatico, interrompendo, però ho cercato, nei limiti del possibile, di rendere più vivace, più interessante questa materia su cui ricordiamo che sono stati scritti veramente fiumi di studi e molte sentenze. Peraltro prima di tutti voglio ringraziare i nostri relatori, tutte persone di altissimo livello, il cui tempo è molto importante e che hanno voluto intervenire per dedicarci una parte importante del loro tempo per darci questa sintesi.

Desidero ringraziare anche i componenti della Commissione con cui lavoriamo ormai dal 2005. Ci siamo dati come obiettivo la sintesi perché è difficile orientarsi, soprattutto n un periodo storico che è caratterizzato dal Relativismo, è difficile capire cosa sia esattamente una determinata cosa. E qui, anche facendo una sintesi sul nostro sito internet, portando i risultati di questa conferenza, noi ci chiediamo – e in questo cercherei di dare il modesto contributo – “che cos’è il Non Profit?” e soprattutto, in cosa giova al tema che è caro alla Chiesa e che è quello del bene comune, che è trattato anche dalla nostra Costituzione?

Questo è il nostro obiettivo. Io cercherò di fare una sintesi minima di quello che è stato detto, cogliendo appunto degli epigrammi. Voi sapete che ci sono delle frasi che rimangono famose nella Storia, per esempio Dante è bravissimo in questo, pensate a Paolo e Francesca: “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”. E’ una frase di una grandezza… Si potrebbe scrivere moltissimo su questo. Questo è anche l’obiettivo che ci porremo nel fare il decalogo su come di definisce il “bene comune”. Anziché scrivere molto, cercare delle frasi che possano avvicinarsi a questa definizione.

Bene, il Prof. Borgonovi – ricordiamo che il suo intervento è frutto di decenni di lavoro all’Università Bocconi, quindi noi abbiamo in pochi istanti quello che lui ha letto e riflettuto in tanti anni – ci ha detto sinteticamente alcune definizioni. E’ interessante vedere il principio della contemporaneità. Noi abbiamo… siamo tanti, siamo degli imprenditori, siamo anche dei volontari e molto spesso è difficile distinguere in questa multilateralità, perché noi siamo delle persone che creiamo e siamo delle persone che danno del bene. E’ difficile distinguere cosa siamo esattamente perché noi siamo una molteplicità di caratteristiche. Alla fine poi naturalmente dovrà intervenire una definizione, ma è interessante dire che il Non Profit è quella entità che si contrappone da un lato al privato e allo Stato e occupa una posizione intermedia.

Monsignor Bazzari ha detto la parola chiave, parlando di questo grandissimo uomo che era Don Gnocchi, che è stato un grande, è stato anche un alpino (io lo ricordo con affetto perché anch’io sono stato un alpino) e si è formato sul dolore, l’ha detto Monsignor Bazzari, perché ha visto gli orrori della guerra, è stato in prima linea, è stato in Russia, e quello che ha fatto è la risposta dei valori in base ai quali ha dato il concreto, e qui  è importante quello che ha detto Monsignor Bazzari, una componente importante, perché la solidarietà non è un atteggiamento psicologico di chi vuol fare del bene, deve avere anche la tecnica, la solidarietà senza tecnica è quella che dà degli assegni in bianco e crea il debito pubblico. Purtroppo questa non è solidarietà perché dare i soldi degli altri, come abbiamo visto in un’altra conferenza, non avere la tecnica, non  sapere costruire il  bene comune, significa non dare un risultato.

L’Ing. Falck ci ha detto una frase grandissima che da sola vale tutto -  “Il mio regno per un cavallo” si potrebbe dire. La Falck è entrata con 8.000 persone e ce ne’erano 120.000 quando ha chiuso. Questo è sufficiente per dire che l’Impresa va al di là del Profitto, ha un oggettivo contenuto.

……Mi correggo: nella foga sono stato troppo sintetico. Erano 8.000 abitanti quando è intervenuta e quando ha chiuso erano 120.000 abitanti e non 120.000 dipendenti…. Io lo sottintendevo però il mio amore per la sintesi a volte fa anche degli strani scherzi…

Però questo dice tutto. Pensate che il grosso problema del Paese più pericoloso che esista al mondo, che è la Somalia, dove due volontari sono stati catturati per fare un ricatto, è che è una società che non ha imprese, dove nessuno mai investirebbe niente. Chi investirebbe in Somalia? Quindi il problema è che l’Impresa, la Civiltà e il Progresso sono degli assiomi. Quando si crea l’Impresa, come diceva anche Monsignor Bazzari, si crea l’innervamento della società, per cui c’è questa molteplicità, questa contemporaneità, questa multilateralità degli aspetti.

Ecco, il Prof. Ornaghi ci ha portato anche lui la sua scienza di studioso, di Rettore e anche di Responsabile (è presidente dell’Autority) perché alla fine il Diritto, alla fine di ogni sua definizione filosofica, deve dire “chi può e chi non può”, “chi è e chi non è” e un ordinamento giuridico alla fine deve avere questa sua posizione. Quindi qui c’è il grande compito, il grande lavoro di carattere giuridico, di carattere organizzativo, per stabilire cosa in concreto è il Non Profit e qui devo dire che è un grosso problema e concluderei dicendo che il Profitto ed il Non Profit sono il grande enigma del nostro tempo. Voi pensate che abbiamo un settore che produce miliardi di dollari e di euro in tutto il mondo e noi lo chiamiamo Non Profit… E’ il più grande non senso che esista, perché significa che noi identifichiamo il Profitto con il denaro, che sono due cose completamente diverse, perché il Profitto è anche morale mentre il denaro è puramente una misura dell’esistente. Ecco su questo noi abbiamo, dal punto di vista storico, una frattura nell’ottocento. Fino all’ottocento il Profitto – ne parla Cicerone in “Fructus Capere”– era un’entità normale della vita. Nell’ottocento assume un significato carico di rimprovero: quello che noi con la nostra cultura vorremmo cercare di superare, dicendo che il Profitto non è quella cosa negativa, non è contrario alla solidarietà.

In realtà qui c’è un grandissimo pensiero che già risolve e che è quello della Chiesa Cattolica, che è l’unica che ha una teoria generale sul Profitto, una teoria che si adatta a qualsiasi situazione. Essa dice non che il Profitto è giusto o sbagliato ma che è giusto quel Profitto che accresce il bene comune. Quindi la caratteristica generale e astratta di quell’entità cui siamo chiamati anche biologicamente, perché tutti abbiamo voglia di costruire, di fare, di produrre, e quindi non può essere male se è nei nostri geni, ma che diventa una realtà positiva quando è finalizzato all’incremento de bene comune. Come quando, come nel caso in cui ho fatto la mia piccola gaffe, un’impresa inserita in un contesto porta il numero degli abitanti da 8.000 a 120.000.

Una piccola annotazione storica: chi va a vedere la bibliografia sul “Profitto” trova tre opere, se va a vedere la parola “cane” o “gatto” ne trova circa 500… Questo rappresenta l’enigma, la lacuna che noi abbiamo. In effetti adesso c’è molta bibliografia sul Non Profit mentre sul Profit non c’è niente perché è sparso anche in molte discipline di carattere economico.

Io vi ringrazio di avere partecipato. Troverete in futuro suo nostro sito, che è www.ucidlombardia.com, i dati e anche le riprese e la sbobinatura di quello che abbiamo detto.

Grazie.

 

 

(N.B. TRATTASI DI BOZZA IN CORSO DI REVISIONE)

 

 

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