Trascrizione eseguita a
cura di Italia Servizi S.r.l. - Milano
MODERATORE:
Buonasera
Signore e Signori, Autorità, grazie per la vostra partecipazione.
Quando cultura e mercato si incontrano non è un’affermazione, ma
un’interrogazione che questa sera tenteremo di interpretare sotto il
profilo degli interessi e sotto il profilo dei valori. La presenza del
Magnifico Rettore Lorenzo Ornaghi, del Presidente del Senato, del
Prof. Marcello Pera,
rappresenta
un’occasione importante, ispirata e organizzata dall’Ucid
a 60 anni dalla sua fondazione, gruppo operante fin dal 1945
sulla base di valori cristiani e di valori di un mercato aperto, quale prefiguriamo nella nostra società.
Nel 1945 la domanda era: quando cultura e mercato si incontrano? La
risposta era ovvia: quando c’è la pace, perché la guerra e la miseria
impongono ben altre condizioni. Vorrei però subito passare la parola
al Presidente Bozzetti perché egli può ricordare attestati e scritti
che sono qui pervenuti per mostrare l’attenzione con la quale il mondo
delle istituzioni guarda a questo evento e in particolare all’apparato
ecclesiastico. Presidente Bozzetti, a Lei la parola.
RENZO BOZZETTI:
Grazie. Saluto il Presidente del Senato, Senatore Marcello Pera e lo
ringrazio per l’onore che ci concede con la sua presenza in occasione
del ricordo di 60 anni del gruppo lombardo Ucid. Saluto e ringrazio le
autorità, il Magnifico Rettore di questa Università, Prof. Lorenzo
Ornaghi, il Presidente dell’Ucid nazionale che verrà, il moderatore
saggista Massimiliano Finazzer Flory, i soci della Ucid, le signore e
i signori presenti.
Anche la Chiesa, pur impegnata in questo tempo d’Avvento, vuole
partecipare al nostro incontro e ci ha indirizzato significativi
messaggi, di cui vi leggo una sintesi. Dal Vaticano: “In
occasione del 60° anniversario del Gruppo Lombardo dell’Unione
Cristiana Imprenditori Dirigenti, desidero inviare un sentito augurio
di buon lavoro a tutti i partecipanti, auspicando buon successo per
l’importante incontro ed augurando ogni bene per l’impegno di
testimonianza cristiana che i Dirigenti d’Impresa cattolici sono
chiamati a rendere nelle loro rispettive competenze. Cardinale Angelo
Sodano, Segretario di Stato”.
Il Cardinale Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità e Presidente della
Conferenza Episcopale Italiana, ci ha voluto pure indirizzare un
messaggio, e fra l’altro dice: “sono
lieto di porgere a quanti partecipano a questa manifestazione il mio
più cordiale saluto, auspicando una felice riuscita dei Vostri lavori.
Approssimandosi le festività natalizie, mi è gradito assicurare uno
speciale ricordo nella preghiera con la benedizione del Signore a
tutti gli appartenenti dell’Ucid Gruppo Lombardo e alle loro
famiglie”.
Abbiamo il messaggio del Cardinale Arcivescovo di Milano intitolato
“Un buon seme: il grande albero, i nuovi frutti. Il Gruppo Lombardo
può considerarsi a buon diritto come il seme, la cellula germinale che
ha dato vita all’Ucid Italiana. Questo primato, che non fu meramente
cronologico, ma corrispose alla lungimiranza e all’effettiva capacità
di intraprendenza della nostra gente lombarda, non può e non deve
andare perduto. Quel seme pieno di vita ha già dato ampiamente prova
della sua ricca fecondità. In 60 anni di intensa attività, l’Ucid ha
brillato nell’ambito delle iniziative sociali, preparando e sostenendo
moralmente imprenditori cristiani, grandi e piccoli, che hanno
dimostrato un forte senso di responsabilità ed hanno, di volta in
volta, introdotto nell’economia di mercato quelle correzioni che si
ritenevano necessarie per essere coerenti con i princìpi della propria
appartenenza religiosa e, insieme, di una vera e propria visione
antropologica. Il buon seme gettato 60 anni fa deve ancora una volta
produrre molti frutti buoni”.
Abbiamo ora il messaggio del Cardinale Antonelli,
che è anche consulente ecclesiastico della Ucid nazionale, oltre che
Arcivescovo di Firenze e, fra l’altro, dice: “grandi
sono i meriti storici e la vitalità attuale del vostro gruppo. Con
gioia e con gratitudine, l’associazione tutta si stringe intorno a voi
e con essa ai consulenti ecclesiastici. E’ inevitabile che gli
imprenditori dirigenti abbiano anche un ruolo culturale, ma è
desiderabile e doveroso che lo abbiano in senso eticamente positivo e
non negativo. Le attività economiche, cioè il lavorare, il produrre,
il commerciare, il consumare, se compiute nel rispetto dei valori
etici, sono degne, nobili e umane, non meno della beneficenza e del
volontariato e anch’esse pongono i primi con le loro risorse al
servizio degli ultimi”.
Ovviamente i testi integrali dei messaggi saranno pubblicati negli
atti del convegno.
Oggi siamo qui per ricordare le origini della Ucid, l’Unione Cristiana
Imprenditori Dirigenti, sorta in Lombardia, a Milano, 60 anni fa, nel
vasto movimento di opere e di idee che ha caratterizzato in Italia il
dopoguerra: uomini che sentivano appieno la propria responsabilità,
col fermo intento di riorganizzare, su basi nuove, l’ordine sociale
attraverso la ricostruzione morale e civile del paese, si sono riuniti
sotto il segno della fede e del lavoro, per essere cristiani ed
industriali migliori, più degni della loro vocazione ed essere
soprattutto un ordine cristiano economico vivente ed operante. Con
questa volontà, promotori e figure di primo piano dell’economia
lombarda, Enrico Falck, Vittorio Olcese, Remo Vigorelli, Arturo
Molteni, Angelo Testori, Francesco Bellini, Eugenio Radice Fossati e
tanti altri fondarono a Milano l’11 maggio del ’45 il Gruppo Lombardo
Dirigenti d’Impresa Cattolici e ciò con la benedizione dell’allora
Cardinale Arcivescovo Schuster. L’avvenimento fu attentamente valutato
in altre regioni, quali Liguria, Piemonte, Emilia, che in breve tempo
costituirono anch’esse un proprio gruppo. Il 31 gennaio del ’47 nella
sala di Cristo Re di questa Università, i singoli gruppi, riunendosi,
costituirono l’attuale Ucid, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti,
oggi presente sul territorio italiano con 15 gruppi regionali e 85
sezioni. Il 28 giugno del ’48 l’Ucid, con una visione internazionale,
contribuì alla costituzione all’Aia dell’Uniapack, organizzazione
mondiale alla quale aderiscono associazioni motivate dagli stessi fini
cristiani.
Fin qui un flash di storia, ma oggi che cos’è e che cosa si propone l’Ucid?
Che cos’è. E’ un’unione di laici cristiani, uomini e donne, legati
dalla stessa fede e dalla responsabilità imprenditoriale nell’ambito
delle aziende e professioni. E’ un’associazione apartitica impegnata
con i suoi soci per la realizzazione del bene comune mediante la
partecipazione ai diversi ambiti in cui si esprimono la Chiesa e le
organizzazioni delle società civili.
Che cosa si propone. Porre al servizio della comunità l’esperienza, la
conoscenza e la riflessione che derivano dalle attività
imprenditoriali e professionali dei suoi soci per testimoniare i
valori cristiani nell’agire quotidiano, ribadendo come valori
fondamentali di ispirazione e riferimento la centralità della persona
umana, l’utilizzo dei beni della terra, il sano e corretto esercizio
dell’impresa e della professione, il favorire il progresso economico e
sociale dei diversi livelli di comunità, la propagazione dei valori
cristiani nell’impresa, nella famiglia e nella società. In questo
ambito molte le iniziative, i successi ed i riconoscimenti ottenuti,
molti gli incontri: con Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni
Paolo II e il 4 marzo prossimo anche con Benedetto XVI. Per tutti una
frase dell’amato Papa da poco scomparso: “esorto
la vostra benemerita unione ad adoperarsi instancabilmente al fine che
leggi economiche siano sempre al servizio dell’uomo, che abbia
sempre il primato che gli compete”.
L’Ucid è oggi più che mai una realtà attenta ai tempi,. Proprio il 29
settembre scorso, di fronte alle turbolenze economiche e sociali con
crescenti squilibri di potere e di giustizia sociale, l’Ucid,
avvertendo la necessità di correzione nell’economia di mercato,
lanciava un appello per una nuova responsabilità degli imprenditori,
perché, rifuggendo dal fare solo finanza, essi ritornassero a fare
impresa.
Questa è l’Ucid oggi. Il Gruppo Lombardo si sente protagonista della
storia dell’Ucid ed è orgoglioso di ricordare proprio qui, in questa
significativa sede, i 60 anni dalla fondazione con un incontro che non
rappresenta un punto di arrivo, bensì di partenza, con rinnovato
slancio per diffondere nel sistema di mercato il seme dei doni
cristiani ispiratori della nostra Ucid.
Grazie a tutti voi e buon Natale!
MODERATORE:
Grazie al Presidente Bozzetti lo spirito pragmatico dei lombardi è
del tutto evidente anche in questo testo. Sottolineerei però due
parole importanti che forse possono ritornare anche al nostro
incontro: responsabilità e comunità. C’è anche la questione se sia
possibile la finanza senza economia e in che misura. Mi pare che
questo sia il monito che l’associazione, l’unione degli imprenditori
dirigenti, grazie a Dio, economia di mercato non dirigisiti, abbiamo
appena sentito e ascoltato.
Io chiederei, visto che abbiamo un’ora e abbiamo voglia di dire la
verità (ma la voglia appare eccessiva da parte nostra e vostra),
subito al Prof. Ornaghi così come al Prof. Pera. Entrambi non
sono soltanto autorità, ma anche autorevoli amici dei libri. Ricordo
Lo sguardo corto
sulla classe dirigente di Ornaghi, ricordo
Il mondo incerto
di Pera: quando posso ricordo che abbiamo uomini che scrivono libri.
Leggere è anche un altro seme di civiltà in un periodo in cui si legge
poco e male. Buonasera a Lei Prof. Ferro, che ci intratterrà fra poco
con il suo intervento. Allora se il Prof. Ornaghi è d’accordo,
chiederei una prima lettura del titolo di questo incontro: Quando
cultura e mercato si incontrano?
PROF. ORNAGHI:
E’ difficile dire di non essere d’accordo con Finazzer Flory.
Aspettavo di formulare brevi considerazioni in attesa di quelle più
ampie e naturalmente più attese, del Prof. Pera. Però mi sia permesso
di porgere il saluto più cordiale da parte di tutta l’Università
Cattolica del Sacro Cuore al Presidente del Senato della Repubblica
Prof. Pera, che forse è una delle primissime volte, se non la prima,
che è qui, in questo Ateneo. Quindi ringrazio l’Ucid che, nel
festeggiare il suo sessantesimo genetliaco, ha organizzato così bene
questa giornata. Per parte nostra credo sia un segno bene auspicante
su quel “si
ricomincia con coraggio e determinazione”,
Noi oggi riapriamo l’aula Pio XI, l’aula degli atti accademici, che
era chiusa da mesi perché è stato restaurato il cortile d’onore e in
parte anche questa sala. Quindi anche questo mi sembra un buon segno.
Il titolo è davvero bello:
Quando cultura e mercato si incontrano?
Con un interrogativo e con una risposta che Finazzer Flory richiamava,
pensando al ’45. Io penso
che si possa anche utilmente riformulare l’interrogativo dicendo:
quando cultura e mercato si
debbono incontrare?
Noi siamo
oggi in una stagione storica,
in cui “necessariamente”
cultura e mercato si debbono incontrare. Perché,
“necessariamente”?
Perché per tutta una quantità di segnali noi avvertiamo di essere e di
vivere, per dire così, un po’ in bilico fra la consapevolezza
-soprattutto da parte degli imprenditori- che questa sia l’età per
innovare, che questa sia l’età per rischiare non solo come individui,
ma collettivamente. D’altra parte però –e gli imprenditori stessi
forse si scontrano quotidianamente – c’è la propensione a conservare
di necessità, a non volere osare troppo. In questo senso si vive in
bilico; probabilmente per tante rappresentazioni sociali diffuse, per
un modo di pensare e anche di educare i più giovani. Noi siamo sospesi
fra la percezione di un presente che ci piacerebbe prolungare il più
possibile, ci piace ancora immaginare che il domani sia la replica del
presente, ma sappiamo anche che così non è. E allora credo che proprio
per superare questa posizione di bilico occorra che cultura e mercato
si incontrino e quindi, più che un interrogativo, direi che c’è una
necessità. Si incontrino in nome di che cosa? Perché non vi è dubbio
che il mercato ha conosciuto, sta conoscendo, conoscerà, grandi
trasformazioni. Richiamo soltanto, ma in forma sintetica, tutte le
trasformazioni legate a quello che sarà il peso crescente dei fattori
internazionali dentro qualsiasi politica nazionale. Il mercato conosce
anche quelle, in questo caso non trasformazioni, ma sfide ai valori,
che sono costitutivi non solo di una società, ma di una cultura, che
noi chiamiamo la cultura occidentale. Sappiamo anche che quel mercato
è nato in base a dei valori, quindi se quei valori sono deboli il
mercato assumerà una fisionomia non migliore di quella di oggi. La
necessità di incontro tra cultura e mercato sta qui, è l’unica
possibilità, però occorre alzare la qualità della nostra cultura.
(Questo magari ci riserviamo di considerarlo dopo). Cultura e mercato
si devono per forza incontrare, perché solo attraverso l’alimento di
una cultura, dei valori di una cultura, il mercato davvero funziona. E
funziona non casualmente, non perché lo si immagina governato da un
ipotetico deus ex machina, ma persegue delle finalità e questa
stagione storica è quella in cui, accanto al coraggio, alla
determinazione di ognuno dei gruppi dell’associazione si pone la
necessità dell’incontro e la necessità di orientare il cambiamento.
MODERATORE:
Grazie davvero per il primo intervento, anche in tema del rischio
economico e anche del rischio educativo evidentemente in questo tema.
Presidente Pera, il nostro incontro ovviamente non può che sollecitare
anche una riflessione sui valori. Valore tra l’altro è una parola
ambivalente, valore è qualcosa che vale oggettivamente, ma valore è
anche scelta, la scelta di interpretare, anche in modo forse
anticonformista, le parole mercato e cultura.
PRESIDENTE PERA:
Intanto lasci anche a me il piacere di salutare e di ringraziare gli
amici che mi hanno invitato a questo incontro che è molto interessante
e per me piacevole, Quindi ringrazio il Presidente Bozzetti, il
Presidente Ferro e l’amico e collega, il Magnifico Rettore Ornaghi. E’
vero, è la prima volta che io mi trovo a parlare in questa molto
prestigiosa Università, anche se, nella mia formazione intellettuale
prima e accademica poi, ho avuto la possibilità, non solo di letture,
ma anche di incontri, con tanti illustri docenti e figure eminenti
dell’Università Cattolica. Quindi non posso dire di sentirmi a casa,
ma insomma, per la parte universitaria che mi compete, e per la parte
che mi compete degli incontri che ho avuto con queste persone e che
hanno alimentato la mia formazione, sì. Quindi grazie a voi. Allora
vengo al tema, su quella parte dell’incontro tra cultura e mercato che
riguarda i valori, perché, diceva giustamente Ornaghi, cultura e
mercato si devono incontrare, esattamente in nome di alcuni valori, di
alcuni princìpi.
Intanto, se posso fare una premessa, anzi, forse una precisazione su
questa questione dei valori, (così ritorno un po’ a rifare il mestiere
di prima, sarà l’ambiente). Questo termine
valore
è un termine moderno perché in tutta la storia del pensiero antico e
poi moderno, nel senso di cinque-seicentesco e ancora oltre, il
termine valore, né nella filosofia, né altrove, si incontra mai, o
meglio, non lo si incontra mai nel senso di valore morale, perché nel
senso di valore morale la tradizione ha un’altra espressione, un altro
termine, di cui poi si è perduto in parte il significato e cioè il
termine virtù. Se uno legge Aristotele, legge Platone, va avanti e
trova quali sono le virtù e anche nel cristianesimo ci sono le virtù,
non ci sono i valori. Il termine valore esiste, esiste anche in greco,
ma esiste nel significato
il valore di
qualche cosa, cioè il prezzo. Ma dal punto di vista etico morale il
termine tradizionale è il termine delle virtù e se n’è continuato a
parlare ancora, non soltanto nella cultura cristiana, ma anche in
tempi recenti: ancora nell’800 si parla per esempio delle virtù
vittoriane. Ricordo che il primo Ministro Tatcher aveva fatto un
programma politico che consisteva proprio nel recupero delle virtù
vittoriane, non diceva valore, diceva proprio virtù.
Chi è il responsabile vero, principale, dell’introduzione di questo
termine al quale ormai tutti siamo legati? E’ Nietzsche. Nietzsche
introduce questo termine “valore” e dopo Nietzsche la tradizione se
n’è appropriata.
Che cosa accade quando si sostituisce il termine virtù col termine
valore? Nietzsche lo fa perché predica la morte di Dio e allora, dalla
premessa Dio è morto – Nietzsche naturalmente è il filosofo
anticristiano, più decisamente anticristiano che sia mai esistito in
epoca moderna, il più coerente e anche il più insidioso – discende che
Dio è morto e allora è morta la verità. Dio è morto, è morta la
moralità. Dio è morto: sono morte le virtù cristiane. Ergo, rimangono
i valori, i quali valori però, essendo i sostituti di tante morti,
hanno una caratteristica: che sono semplicemente le espressioni di
individui. Nel caso di Nietzsche di individui forti, fino al punto di
essere il superuomo, e che contrappongono i valori tra di loro. Anche
questo è un tema nuovo: i valori si contrappongono tra di loro, ma le
virtù tradizionalmente non si contrapponevano tra di loro: o erano una
gerarchia o erano un’equipollenza, ma erano le virtù, le virtù
classiche, le virtù cristiane e così via. Ora invece abbiamo questo
termine nuovo e questi valori, che hanno tutti una radice di carattere
storico, si devono contrapporre. Alcuni sono meno forti, altri sono
più forti, ma tutti servono per smascherare che cosa? Quelle che erano
le virtù assolute. Smascherare i valori cristiani. Sostituiti da che
cosa? Per Nietzsche dai valori vitali.
Alla fine di tutto questo che cosa intendo dire?
Che con questa presa di posizione, con questa tendenza, entra nella
filosofia morale ed entra quindi anche nel linguaggio comune il
relativismo, Cioè, morto Dio, morta la verità, morta la moralità,
morte le virtù cristiane, ciò che rimane sono dei valori che hanno un
significato relativo e per di più
in contrapposizione tra loro. Oggi noi li stiamo ereditando e tanto è
vero che a me pare
che quando
anche noi nel linguaggio comune parliamo
di valori, ci dobbiamo mettere qualche aggettivo per distinguerli. Per
esempio dobbiamo dire valori positivi o valori negativi o anche
disvalori, ma se uno usasse ancora il linguaggio delle virtù, direbbe
le virtù e i vizi. Qui invece sono i vari tipi di valori e poi i
disvalori. Quindi per questa strada, cioè con la morte dell’assoluto,
la morte di Dio e la morte della cristianità: è subentrato nel nostro
pensiero moderno, e quindi anche nel nostro linguaggio comune, il
relativismo e oggi dobbiamo
fare i conti con questo atteggiamento di pensiero molto diffuso.
Allora, siccome questi valori si devono incontrare con il mercato,
prendiamo naturalmente i valori nel senso positivo, nel senso morale.
E, quando si pone questo problema, io credo di poter dire che ci sono
in particolare tre tipi di risposte al modo con cui i valori si
incontrano con il mercato. Una è quella che dice: il mercato è di per
sé un disvalore, o meglio, il mercato è animato da disvalori perché la
caratteristica del mercato è quella di essere fatto da individui che
mirano all’interesse proprio privato, il profitto (l’imprenditore),
all’utilità propria (il consumatore, colui che accede al mercato).
Secondo questa interpretazione il mercato è fondato su una forma di
individualismo egoistico per cui ciascuno mira al proprio interesse, e
perciò siamo nel campo dei disvalori. C’è tutta una corrente di
pensiero, ivi compresa una corrente di pensiero cattolico, che ritiene
che il mercato sia animato da disvalori e crei perciò in particolare
un disvalore sommo e cioè l’ingiustizia.
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(registrazione interrotta)...........................
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Chi ripensa al saggio di Fanfani del 1934 sul cattolicesimo e
protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, troverà
espressa questa tesi, che continua fino ai giorni nostri, tanto che si
dice che c’è bisogno della politica, per correggere le storture del
mercato, oppure per correggere i disvalori che il mercato di per sé
crea. Questa è la prima tesi che mi viene in mente.
Poi ce n’è un’altra che invece è tipicamente più liberale. Si è citato
Hayek. Hayek non la pensava così. Hayek è uno che direbbe che il
mercato è neutrale rispetto ai valori, cioè gli individui che agiscono
sul mercato agiscono soltanto perché sono animati dal loro desiderio
di conoscenza; è un desiderio di conoscenza che non è predicibile,
predittibile ed anticipabile e crea un ordine spontaneo. Il mercato è
un ordine spontaneo e se il mercato è un ordine spontaneo creato da
individui che hanno soltanto, come unico scopo, quello di affermare la
propria conoscenza e perciò di utilizzare le opportunità che la
libertà della loro conoscenza crea, se il mercato è siffatto, il
mercato è un ordine spontaneo, il mercato è del tutto neutro rispetto
ai valori. Dire che il mercato è morale o immorale sarebbe un po’ come
dire che la legge dei caduti o dei gravi è morale o immorale.
E’ un fatto, cioè un ordine, è una specie di ordine di natura, In
questo caso non è di natura, ma è di natura sociale perché, a
differenza della prima tesi, Hayek direbbe che gli individui sono
esseri sociali, tendono non solo a sfruttare la propria individuale
conoscenza, ma ad associarsi, alla famiglia, nelle associazioni e
fondazioni, chiese, tutti corpi intermedi. Il mercato è neutro e
quindi tutto ciò che accade nel mercato
ovviamente salvo i reati, salvo i peccati, salvo altre cose, di per sé
è ammesso.
C’è un’altra tesi che addirittura rovescia la prima ed è anch’essa di
origine cattolica, quella che dice: non è vero che il mercato è
neutrale rispetto ai valori, tutt’altro, non è vero nemmeno che il
mercato è fondato su valori negativi, come l’egoismo. E’ vero
esattamente il contrario. Per avere un mercato, occorre che gli
individui, che agiscono su quel mercato, siano animati da valori
morali positivi e che, grazie a questi, agiscano per i loro fini.
Faccio un esempio: l’impresa. Un esempio che i teorici di questa
posizione hanno assunto. L’impresa agisce in maniera egoistica sul
mercato (come volevano i sostenitori della prima tesi)? Cioè, agisce
soltanto per il proprio tornaconto e interesse? L’imprenditore ha di
mira solo questo valore, peraltro negativo, o no? Costoro dicono no,
perché per fare impresa, anche per ottenere gli utili di impresa,
bisogna che gli imprenditori si affidino a una serie di valori come
quelli dell’affidabilità, della rettitudine, della legalità, della
responsabilità – non li ho sentiti i vostri interventi – il che
dimostra che per stare sul mercato gli individui, gli imprenditori o
consumatori che siano, hanno bisogno di sviluppare al meglio una serie
di doti e di valori morali. Principale autore di questa corrente di
pensiero è Novak. Michael Novak, in un libro che è molto critico nei
confronti proprio della prima tesi che avevo citato e di Fanfani.
Novak, che era stato in Italia, diceva di aver considerato Fanfani e
gli altri come i suoi eroi intellettuali, il che era vero, e poi
sviluppava una tesi che è la tesi contraria a quella di Max Weber. In
realtà, non è il protestantesimo vero e proprio che ha creato il
capitalismo, ma è il cattolicesimo che crea il capitalismo o che
contribuisce di più alla formazione del capitalismo, perché il
cattolicesimo mette in primo piano quelle virtù morali di cui c’è
bisogno proprio per poter costruire un mercato anche efficiente. Non
un mercato morale, cioè che deve essere moralizzato: è il mercato che
diventa morale di per sé, per il fatto che per poter rimanere su quel
mercato bisogna avere delle doti, delle virtù morali.
Credo anche, ma non vorrei allargare troppo il discorso e qua mi
fermo, che la tesi di Novak e di coloro che lo hanno sostenuto
(evidentemente, i conservatori liberali), coincida con quella di
coloro che facevano particolarmente riferimento a Torqueville in
America. Infatti Torqueville nota che la formazione dell’impresa e del
mercato americano deriva proprio da individui che hanno alto il senso
dell’affidabilità, della responsabilità, della legalità e così via e
che perciò sono animati da valori morali.
Allora direi che se uno accetta questa tesi, se la trova corretta,
abbia anche la risposta alla Sua e alla domanda di Ornaghi. Si devono
incontrare, anzi, di fatto si incontrano perché non ci sarebbe mercato
autentico, né interesse autentico di un’impresa a costituirsi e a
stare sul mercato se non ci fossero questi valori morali sottesi.
Perciò tradire ciascuno di questi valori morali vuol dire tradire il
mercato e fare un suicidio. Mi fermo qua, chiedo scusa.
MODERATORE:
Grazie per il Suo intervento che ci offre molteplici spunti e
suggestioni. Grazie anche per aver citato Michael Novak che ha
scritto un libro molto interessante
Verso una teologia dell’impresa.
Oggi
–dice Novak-
non c’è, per
l’appunto, una teologia dell’impresa.
E non c’è
neppure
stata una teologia del capitalismo democratico.
E comunque non c’è ancora, ai nostri
tempi, un’adeguata teologia dell’economia.
Esiste un
uso geologico della povertà, dice Michael Novak, una sorta di
nostalgia per la società pianificata e soprattutto una non adeguata
conoscenza dei meccanismi con i quali funziona il cosiddetto
capitalismo.
La domanda che vorrei rivolgere a Ornaghi, in
realtà, è questa: mi pare che la risposta del Prof. Pera ci autorizzi
a continuare sul ragionamento, ovvero dove si incontrano per
necessità, ma non per ragioni economiche,
bensì per
ragioni morali, attraverso un ordine (e l’ordine il mercato in qualche
modo lo favorisce) il mercato e le istituzioni. Ma con quali
istituzioni, Prof. Ornaghi? Perché questo discorso non prevede,
ovviamente, un mercato anarchico, né autarchico, richiede tuttavia
delle istituzioni, che è poi la domanda quotidiana che sulla carta
stampata a volte viene posta. Con quali istituzioni interfacciarsi a
questi temi decisamente culturali?
PROF. ORNAGHI:
Ci arrivo prendendola un po’ alla larga, ma mi sembrava molto
interessante il discorso del Prof. Pera sui valori e virtù, perché ha
un’interessante analogia che potrebbe anche essere una chiave di
lettura per leggere in maniera non retorica altri argomenti
importanti, quali solidarietà, solidarismo e così via. E’ l’analogia.
Anche qui richiamo un po’ di storia del pensiero occidentale, che è
quella per cui da una certa fase in poi del 1600 l’alternativa è un
termine che si affianca a quello delle virtù, le quali, ovviamente in
negativo, sono le passioni. L’uomo è preso dalle passioni, dominato
dalle passioni, le passioni sono sfrenate tranne una che ha una
capacità ordinativa, disciplinante, regolativa. In realtà, poi
diranno, passione non è, perché ha dentro di sé l’elemento del
calcolo, cioè l’interesse e, dal 600 in poi, è l’interesse che deve
governare, disciplinare le passioni. In Italia queste passioni ormai
le sentiamo così, l’interesse invece lo sentiamo ancora come un
elemento importante e lo è (ci mancherebbe) del mercato. E’ talmente
importante questo elemento dell’interesse che attorno, appunto, al 600
un autore inglese nel pieno di quelle battaglie politico-ideologiche
che fanno un po’ impallidire le nostre controversie, (perché si
scannavano davvero, insomma), conia questa formula che poi avrà un
grande successo: l’interesse non mente. Non mente perché? L’interesse
non mente perché se è un interesse beninteso, cioè io lo so conoscere,
guida le mie azioni, appunto, tiene a freno le passioni, mi guida al
perseguimento di un certo tornaconto. Ma l’interesse non mente perché
se – l’autore, questo polemista inglese, lo chiarisce bene – io
conosco dove sta l’interesse di una persona, so come quella persona si
comporterà.
Perché questo lungo excursus? Perché così come,
soprattutto dal tardo ottocento/primi novecento, si afferma il
politeismo dei valori -i valori sono come gli antichi dei: a parte
Giove, si assomigliano un po’ tutti, sono tutti uguali, non si capisce
qual è il valore più importante- dal tardo ottocento in poi si afferma
la pluralità assoluta elevata talvolta al sistema degli interessi, al
pluralismo degli interessi. Così come tutti i valori sono buoni, tutti
gli interessi sono buoni. Culturalmente sappiamo che così non è.
Allora, l’analogia, perché è significativa? Perché così com’è (e Pera
l’ha illustrato bene), col politeismo dei valori alla fine poi si
cerca di ammazzare la verità. Qui i grandi teorici della politica, ma
anche dell’economia, che problema avranno per non ammazzare
l’interesse, tenendo conto che c’è una collettività? Avranno il
problema di cercare di dire che gli interessi si devono un po’
comporre e che inizierà tutta questa lunga, estenuante e per molti
aspetti inutile discussione per cui, buttata come strumento da
soffitta l’antica cronistica nozione di bene comune, c’è quella
dell’interesse generale. Allora l’interesse generale è solo la somma
degli interessi? O è un qualcosa che ha una sua autonomia, cioè
travalica la somma stessa degli interessi? Tutto questo ha ovviamente
a che fare con il mercato. Il mercato è solo una somma di interessi
dove, così come nei valori gli interessi sono tutti uguali, anche qui
sono tutti uguali, quindi la differenza è più forte, l’interesse è più
forte e vince. O invece c’è un criterio, appunto l’antico criterio del
bene comune, per cui l’ordine degli interessi non sta nella loro reale
o presunta forza? Allora è qui che noi arriviamo al tema delle
istituzioni. Qui ho la mia personalissima opinione e anche qui,
veniamo da una stagione, in cui sarebbe bello anche sulle istituzioni
poter fare, ma era già fatto e credo sia databile, i tre grandi filoni
con cui sono state considerate le istituzioni, no? Però in alcuni di
questi filoni c’è sempre sottesa quest’idea, rimasta anche questa in
alcuni settori cattolici, ma anche laici: le istituzioni sono
programmate dalla volontà dell’uomo. Quello che Hayek stesso chiamava
il costruttivismo razionalista:
le istituzioni si attribuiscono
il compito di livellare le uguaglianze,
di
perseguire la giustizia eccetera
Edmund Burke, al contrario,
diceva un’altra cosa:
attenzione che le istituzioni sono il risultato di un lungo processo
storico, vanno avanti per aggiustamenti, c’è la sedimentazione storica
che è rilevante, c’è la tradizione. Le istituzioni sono queste non è
che noi siamo nella fase di dover inventare chissà quali grandi
istituzioni, con il rischio che poi siano fortemente limitanti la
libertà degli individui e gruppi. Siamo semmai, ecco perché allora
sposto un po’ la questione di Finazzer, nella
“necessità
di regole”, Peraltro,
esiste tutta una serie di regole – questa è la parte che io considero
una risposta al quesito di Finazzer – che sono le regole dei
comportamenti quotidiani ed è quello di cui anche questo nostro Paese,
o questo nostro Paese forse con gli altri, ha bisogno, perché,
giustamente, il Prof. Pera diceva che le virtù, e io le ho chiamate il
bene comune, sono astrazioni, non sono enunciazioni, non sono cose che
troviamo soltanto nel catechismo o nei manuali della storia del
pensiero o di diritto, perché la forza di una società, senza
concepirla come un’unità assoluta, sta nel fatto che le virtù sono
abiti di comportamento quotidiano. Sono praticate più che dichiarate.
Allora le istituzioni o la domanda sulle istituzioni è in realtà su
quali regole consentono i comportamenti quotidiani virtuosi che,
vivaddio, in questo nostro Paese sono ancora la grande maggioranza,
Non viviamo in un Paese di delinquenti ancora: qualcuno ce n’è, come
sempre in tutte le stagioni storiche, l’uomo è nato segnato dal
peccato originale o laicamente un legno storto, non è che lo cambiamo
noi e tanto meno lo cambiamo con le istituzioni, Allora, come far sì
che la pratica virtuosa, in campo economico, ma anche in campo
politico, sia premiata? E’ questo il punto. E che non venga invece
premiato il resto? Allora quelle regole che noi cerchiamo, lì davvero
c’è poi una funzione; ciascuno, secondo la propria responsabilità dei
variatori principali di questo Paese, pensando all’oggi, ma anche al
domani, è esattamente qui: con quali regole facciamo in modo che il
comportamento virtuoso, che poi è onesto, operativo, imprenditoriale
ecc., sia quello prevalente che guidi il Paese, e non sia invece
quello nei suoi margini.
MODERATORE:
Indirettamente nella risposta del Prof. Ornaghi, ancora una volta, vi
è, secondo me, la convinzione di un pensatore del novecento che è Max
Weber, dove si incontrano cultura e mercato, A volte questo incontro
non è possibile o, dove è possibile, è comunque mediato dalla
burocrazia, la quale ragiona sulla base del precedente, al contrario
degli imprenditori, che tendenzialmente ragionano sulla base
dell’innovazione.
Quali regole: regole di condotta di carattere generale ed astratte,
allora direbbe ancora una volta la scuola di pensiero laico-liberale?
O regole ad personam, in modo tale da poter controllare i soggetti da
poteri che pur vi sono, (i soggetti collettivi), e mi riferisco a con
quali regole delimitare, più che allargare, le possibilità di scelta,
laddove questi soggetti intervengano contro quelle virtù cui faceva
riferimento prima il Prof. Pera.
PROF. PERA:
No, questa è l’alternativa: regole generali ed astratte, per me, e
più precisamente, regole di comportamento. Non norme per rendere
virtuosi gli individui, perché vale il legno storto dell’umanità. Non
si rende nessuno virtuoso per legge. Si possono approvare delle leggi
e avere leggi e norme di comportamento dentro le quali gli individui
sono incentivati a diventare virtuosi. Ma la virtù per legge è un
atteggiamento e una mentalità che prima o poi produce giacobini e
tutto quello che segue dai giacobini. Quindi no, direi di no.
Ma c’era una bella espressione sulla quale vi siete trovati, sull’uso
teologico della povertà, perché io tra le tre tesi che ho enunciato
molto schematicamente, continuo a privilegiare la terza e, cioè, che
all’origine del mercato non ci sia l’atteggiamento egoistico soltanto,
ma che ci sia invece un atteggiamento etico e ci sia un problema
etico. Quando Novak rovescia la tesi dell’individualismo egoistico,
lui ha due bersagli, Fanfani a parte. Ha il bersaglio del socialismo,
cioè del collettivismo o costruttivismo, come diceva Ornaghi, e cioè
la tesi di coloro che dicono: qui c’è un’enorme ingiustizia, se si
lasciano i processi così. Dunque, intervenga la politica, o un po’ più
forte, il socialismo democratico
più o meno forte anzi, o un po’ più forte, insomma il collettivismo e
il costruttivismo e la politica corregge le ingiustizie. Novak dice:
no, attenzione, se comprendete bene qual è il significato del mercato,
come funziona un mercato, come nasce il mercato, vi accorgerete che,
anzi, dovete sviluppare le virtù che sono sottese al mercato perché
queste stesse faranno nascere questa istituzione che nasce anche per
lui, come per i liberali alla Hayek, in maniera spontanea, ma nasce in
maniera spontanea perché animata anche da valori di carattere morale.
Quindi ha questo bersaglio. E poi ha l’altro bersaglio, proprio quello
della teologia della liberazione e movimenti affini. Cioè quelli che
ritengono che, il capitalismo è da abbattere perché crea ingiustizie
di per sé e perciò o è da correggere, e allora c’è l’intervento più
moderato della politica, oppure proprio da abbattere, perché abbattere
il capitalismo vuol dire abbattere questo enorme disvalore, l’egoismo,
le ingiustizie che esso crea e perciò si libera l’uomo. Questo è
l’altro bersaglio e lui dice appunto: rimeditando sull’esperienza
americana, “guardate che”.
Allora, io pure ritengo che il capitalismo non sia da abbattere e non
mi piace francamente molto nemmeno l’espressione da correggere, anche
perché non so chi sia il correttore e con quale diritto noi
possiamo pensare o con quale fondamento possiamo pensare, che c’è un
correttore che vede le ingiustizie nascere e le corregge. No,
il capitalismo è da mantenere. Regolato come? Con quelle regole cui ho
fatto riferimento prima, che sono regole di comportamento, quindi sono
norme di comportamento, e in questo senso sono generali e astratte, e
che non sono certamente regole di pianificazione, perché questo vuol
dire la distruzione del mercato, ma non sono nemmeno norme che cercano
di far diventare i soggetti sul mercato virtuosi, perché i soggetti
sul mercato virtuosi lo diventano da sé proprio perché sono sul
mercato: ove non fossero virtuosi, il mercato li espellerebbe. Li
espellerebbe, ovviamente, il mercato e li espellerebbe se violano
quelle norme generali ed astratte che esistono sempre, tu rubi, tu fai
la malversazione, tu fai una concorrenza sleale e scorretta. Questo di
per sé, ma questo non significa introdurre le norme contro il furto,
contro i falsi, contro le malversazioni, contro le corruzioni, non
significa introdurre norme per rendere virtuosi gli individui, è
esattamente il contrario, cioè significa norme protettive contro
quelle virtù che già le individueranno se staranno sul mercato.
Quindi, contro le violazioni e gli abusi.
Dico questo perché? Accettando questa tesi si capisce un’altra cosa
che, secondo me, è importante, A me sembra peraltro che questa tesi,
questa ultima tesi di Novak riveduta, corretta e così via, sia quella
che si trova nella Ventesimus Annus, che corregge notevolmente le
precedenti dottrine sociali della chiesa che erano più orientate verso
la tesi, perfino la Rerum Novarum, del mercato che crea ingiustizie,
che crea squilibri, che crea disparità tali che poi costringe al
socialismo (ecco la Rerum Novarum che dice di no), oppure costringe la
teologia della liberazione o della rivoluzione, ed ecco il no e così
via. A me sembra che proprio la Centesimus Annus sia la più vicina a
questa impostazione a cui ho fatto riferimento, quella di Novak, ma
dicevo che mi interessa prendere in considerazione questa tesi perché
se si prende in considerazione questa tesi, si vede che il
cristianesimo, sia che il mercato, il capitalismo abbia inventato il
protestantesimo (Max Weber), sia che lo abbia promosso il
cattolicesimo, (Michael Novak), il cristianesimo si è inventato una
cosa che ha un valore universale! Il capitalismo. Questa è la
conquista della tradizione animata da una tradizione che è imbevuta di
valori cristiani. Il capitalismo nasce in Europa. Il capitalismo nasce
in Italia. Il capitalismo nasce in Olanda. Il capitalismo nasce
comunque in quella.che
è la tradizione cristiana e poi si porta ovviamente negli Stati Uniti,
ma nasce in quella tradizione che è la tradizione cristiana. Cioè una
grande invenzione universale. E, così, come tante altre che devono,
che sono debitrici a questa tradizione, Si può spiegare la scienza
moderna senza il cristianesimo? Uno non si deve far ingannare dal
fatto che ad un certo punto dalla nascita della scienza moderna, ci
sia un disgraziatissimo, difficilissimo, drammatico su ogni versante,
processo a Galilei. Non è che il processo a Galilei mostri
l’ostilità del cristianesimo nella scienza moderna; tutt’altro! Ma
certamente tutt’altro. Va spiegato con le circostanze storiche di un
uomo, Galileo, e di una istituzione, ma non c’è affatto un processo
alla scienza. Non c’è un processo alla scienza. E un’istituzione è
un’istituzione, un’invenzione dell’occidente che è imbevuta di questa
tradizione. Galileo inventa la scienza moderna e la inventa qua, in
Europa, e non la inventa in altre parti del mondo, perché parte dalla
concezione che c’è un Dio creatore, che ha scritto le leggi della
natura. Le leggi di natura sono scritte in caratteri matematici e
intender non li può chi non conosce questi caratteri. Ma le ha scritte
il Creatore e quindi c’è un Dio creatore che è responsabile delle
leggi della natura. Questo è l’atteggiamento tipicamente cristiano,
come si fa a dimenticarsene? Capitalismo, scienza moderna, la
democrazia. Certo arriva tardi, con tante conquiste; tante lotte, poi
che volete, ma a fondamento della nozione di democrazia cui oggi siamo
tutti legati c’è un concetto che è basilare ed è il concetto di
persona. Perché il mio voto deve contare tanto quanto il tuo, perché
io devo avere diritto a partecipare tanto quanto te, se non fossimo
uguali? E perché io e te siamo uguali quando in realtà siamo diversi
in tutto, ma siamo uguali in unico elemento, fondamentale, siamo
entrambe persone degne di rispetto.
Anche questa nozione di democrazia si avvale di questo Allora -e qui
chiudo-, io credo che se si reinterpreta correttamente la nostra
tradizione, la nostra storia, se si ha anche un po’ fede, se posso
usare questa espressione, nella nostra identità, che è quella cosa
oggi piuttosto scossa nel mondo occidentale, in particolare in Europa,
penso anche che noi possiamo rivitalizzare tante nozioni importanti
che noi occidentali abbiamo inventato e abbiamo offerto al mondo
intero, come quella di capitalismo, come quella di mercato, come
quella di democrazia, di cui potere andare, non dico troppo
orgogliosi, ma di cui potere andare in giro almeno un po’ fieri del
grande contributo che queste idee importanti e fondamentali della
cultura occidentale hanno prodotto. E allora tante cose possono
cambiare, per esempio il capitalismo e sul mercato: abbandonare
l’atteggiamento collettivistico e costruttivistico e rendere tutti
uguali è esattamente il contrario, se tu assumi quell’atteggiamento
non rendi nessuno uguale, cioè crei veramente delle ingiustizie.
Abbandoniamo l’atteggiamento secondo il quale la democrazia non è
soltanto una mera procedura formale, ma deve essere sostanziale e,
diventando sostanziale, diventa un’altra cosa ancora, cioè socialismo,
comunismo e così via. Ecco, se si fa riferimento e si apprezzano, e
qui non c’è bisogno di essere credenti o non credenti, cioè veramente
praticanti o non praticanti, credo che bisogna soltanto riflettere un
po’ sulla nostra storia di ieri, fino a ieri. Se si ha, dicevo, fede e
fiducia in questa tradizione, se ne comprende l’importanza,
naturalmente la si guarda criticamente, come si deve guardare
criticamente ogni cosa, allora noi possiamo recuperare quell’identità
– dicevo prima – che invece a me sembra molto mancare. Finisco: senza
un’identità vera, senza un’identità forte, senza un’identità
consapevole, non è che si diventa tutti più tolleranti, più aperti,
più disponibili, si diventa semplicemente tutti più deboli. Tutti più
incapaci di agire, tutti più inerti. Ecco perché allora un incontro
come questo, in cui si richiamano quali sono le virtù o se vogliamo,
ancora, i valori che debbono – diceva Ornaghi – sottostare
all’incontro in un mercato tra l’economia e la cultura, ecco, incontri
come questi possono servire proprio per richiamarci questa storia e,
quando ho sentito le motivazioni, la nascita dell’Ucid e il percorso
che ha fatto l’Ucid, io ho ritrovato lì queste cose che da modesto
filosofo, sto dicendo adesso. E, se si crede in quelle cose che sono
dette lì, allora si ha veramente, finalmente, un po’ di fierezza di
ciò che siamo, non dico arroganza, perché non dobbiamo essere
arroganti, dobbiamo però essere almeno un po’ fieri di ciò che siamo,
di ciò che abbiamo fatto. Grazie.
MODERATORE:
Bene, siamo arrivati alla conclusione, prima di dare la parola al
Presidente nazionale dell’Ucid, Ferro, vorrei ringraziare ovviamente i
nostri due relatori Prof. Ornaghi e Prof. Pera. In un incontro in cui
si doveva affrontare, attraversare la questione dell’economia di
mercato sono stati citati Frederik Nietzsche, Isaia Berlin, Michael
Novak, comunque non degli economisti. Quasi direi che è una
provocazione all’economia troppo importante per essere lasciata forse
oggi agli economisti. C’è il bisogno di rioffrire, credo, una nuova,
diversa prospettiva e chiedersi perché non banalmente perché oggi, Don
Sturzo ha detto meno di Bozzetti, comunque sarebbe già una domanda su
cui si potrebbe aprire un altro incontro e, credo, avrebbe il suo
significato, ma perché abbiamo accettato così passivamente la tesi di
Weber sulla visione del capitalismo attraverso l’etica
protestante. Non so se Weber avesse ragione o torto, mi preoccupo nel
chiedermi perché abbiamo accettato così passivamente, perché non
abbiamo scavato di più nel chiederci, per esempio, cosa succedeva
attorno a Tommaso D’Aquino ed alla scolastica, tra il nono e il
sedicesimo secolo intorno al tema della proprietà privata come
possibilità di relazione sociale e di produzione di solidarietà. Credo
che per chi rimane in Università come il Prof. Ornaghi, questa sia una
sfida veramente importante e quindi certamente ringrazio loro.
Passo la parola quindi al Prof. Ferro per le conclusioni.
PROF. FERRO:
Grazie, mi scuso molto del ritardo, ma un ingorgo nell’autostrada mi
ha provocato questa dilazione di tempo nella presenza. Direi che mai,
dopo aver sentito le parole del Prof. Pera, Presidente del Senato,
penso ad Adam Smith, che noi consideriamo l’economista che ha dato
origine a tutta la teoria, non per niente era un filosofo, perché
questa sera abbiamo ritrovato questi stessi accenni, questa stessa
ricerca di convergenza tra comportamenti ed attività economiche.
60 anni fa l’Ucid è nata qui, a Milano, e per noi è stato un onore
avere queste radici in questa terra così nobile e fertile, così capace
sempre di dare innovazione, di dare spinta al Paese. Allora queste
persone si sono trovate con un Cardinale ed alcuni imprenditori a
unire insieme una cultura che si era formata in difficoltà, in tempi
di non libertà, per costruire un Paese. E quindi cultura e mercato
allora erano, direi qui, a costruire il nuovo Paese, a costruire
l’Italia. Oggi ci troviamo, a distanza di sessant’anni, con un mercato
mondiale, in cui non ci sono più leggi di un Paese che conta. Ho
trovato molto suggestiva questa impressione, questa espressione del
Prof. Pera di dire: sono i comportamenti che determinano il mercato.
Ormai è esteso il mercato, in tutto il mondo, ma la qualità del
mercato la determinano i comportamenti, la moralità, l’affidabilità,
il rigore, la competenza, il rispetto degli impegni. Ecco quindi che
qui ci troviamo, come Ucid, perché noi, in questa incarnazione nuova
del mercato che non è sottoposta a leggi o regolamenti, ma è
sottoposta a una capacità di crescita dei consumatori, dei
risparmiatori, a saper scegliere. Ed è una cultura forte, ma è quella
che fa fare le scelte in funzione di questo collegamento tra etica e
produzione, etica e finanza. Per quello abbiamo fatto questo appello
pochi mesi fa unendo così insieme i presidenti che sono stati
presidenti dell’Ucid dopo la Centesimus Annus, che è quel crinale che
ha consentito anche a noi cattolici di recuperare tutte le virtù
dell’imprenditorialità e non sottostare a sistemi schematici che
confinavano il capitalismo come elemento di disuguaglianza e non come
elemento di raccolta di tutti per combattere la povertà, perché la
conquista è combattere la povertà e fare in modo di distribuire
risorse. L’impresa è l’istituzione che vive, in quanto crea risorse,
se no, non è legittimata a vivere.
Questa capacità di recuperare tutti i cinque talenti, non solo la
finanza, ma l’innovazione, l’organizzazione, la tecnologia, rimetterli
tutti in discussione e fare offerta. Noi questo nostro appello
l’abbiamo chiamato, appunto, la cultura dell’offerta. Per noi fare
offerta significa dimostrare di volere ancora fare impresa, nel
termine più ampio, proprio perché nell’impresa esistono quei valori
personali, quei valori collettivi, la premiazione del merito, quei
valori professionali, la spinta all’eccellenza, quei valori
istituzionali, la capacità di creare risorse rispetto a quelle che
sono state impiegate nel processo che sono fondanti. L’incarnazione
attraverso questi comportamenti quotidiani, che sono spinti dalla
capacità di chi crede che, attraverso questo giocarsi tutti i talenti
che ha avuto in dono e su cui si è sforzato di migliorare, possa
contribuire alla costruzione del bene comune è appunto questo nostro
impegno per il futuro qui si inseriscono le parole del Prof. Pera, del
Prof. Ornaghi, in una riunione che non è celebrativa di reduci, ma che
è di persone che hanno fatto memoria di quel tempo e che provano ad
usare quei valori, quelle virtù in un mercato globale in cui però
vanno incarnati questi valori che derivano da una tradizione
importantissima, quella del cristianesimo, ma che derivano anche dalla
capacità oggi, attraverso l’efficacia, di dimostrare che le opere
scartate dai costruttori possono diventare gioielli. Quando un
imprenditore riesce a fare questo, evidentemente ha partecipato alla
costruzione del bene comune e ha dato identità ad una forma di
capitalismo che è quello che crea progresso. Grazie.
PROF. PERA:
Non ho potuto farlo prima perché, appunto, il traffico Le ha impedito
di essere presente fin dall’inizio, desidero farlo adesso Prof. Ferro
e ringraziarLa e ringrazio, oltre a Lei, per queste belle parole che
ha detto, anche il Presidente Bozzetti, l’amico Ornaghi e Finazzer.
C’è una ragione particolare per cui vi devo ringraziare questa sera.
Da qualche tempo a questa parte mi capita di vivere una specie di
paradosso e, cioè, di andare in giro per l’Italia e di trovare molti
laici che hanno fede e parecchi credenti che sono, se non increduli,
un po’ incerti. Questa sera, io, questo paradosso, con voi non l’ho
vissuto e perciò vi ringrazio. Una ragione in più.
Trascrizione eseguita a
cura di Italia Servizi S.r.l. - Milano