Non vogliamo escludere che una tale analisi
delle scelte familiari (dallo sposarsi all’avere figli) possa cogliere
alcuni aspetti importanti delle scelte reali delle persone. Molti
altri però le sfuggono, tra i quali lo stretto rapporto tra vita
familiare e felicità, tra beni relazionali e benessere soggettivo,
categorie che sono nuove nella tradizione economica,sebbene presenti
nei suoi albori nel Settecento. Siamo convinti che un loro inserimento
all’interno del discorso economico possa arricchire di molto la
capacità esplicativa e normativa della scienza economica. Questa
ricerca si muove, dunque, all’interno di questa prospettiva
metodologica.
Alla luce di tali considerazioni, questo
capitolo presenta i risultati di una analisi empirica, basata su dati
individuali a livello internazionale (World Values Survey),
circa il rapporto tra famiglia e felicità soggettiva, dove con il
termine “famiglia” si fa riferimento a tre tipologie di indicatori:
condizioni familiari, valori rispetto alla famiglia e relazioni con i
familiari. L’analisi prenderà le mosse dai dati relativi a soggetti
provenienti da tutto il mondo per concentrarsi successivamente
sull’Italia.
Il capitolo è così articolato. Nella seconda
sezione tracceremo brevemente le coordinate principali dell’attuale
dibattito su “economia e felicità”, cercando di chiarire che cosa
intendono oggi gli economisti (e in generale gli scienziati sociali)
con le espressioni “felicità” e “paradosso della felicità”,
discutendone le principali spiegazioni. Quindi, nella terza sezione,
presenteremo i risultati della nostra analisi empirica e, nella quarta
sezione, proporremo una interpretazione dei risultati alla luce della
categoria concettuale di “bene relazionale”. Nell’ultima sezione
accenneremo ad una spiegazione alternativa del “paradosso della
felicità”, alla luce dei risultati dell’analisi empirica.
2. Economia e (in)felicità
2.1 Il "paradosso della felicità"
Dopo circa due secoli di eclissi, negli anni
settanta la felicità è tornata nuovamente all’attenzione degli
scienziati sociali.
Ciò è avvenuto quando si è iniziato a misurare la felicità soggettiva
delle persone tramite questionari, e a confrontarla con i tradizionali
indicatori economici, quali reddito, disoccupazione, e altri. Uno dei
principali risultati emersi già dai primi studi,
oggi noto come il “paradosso della
felicità in economia”, è la inesistente, o molto bassa, correlazione
tra reddito e benessere soggettivo delle persone, o tra benessere
economico e benessere generale, nel corso del tempo.
La prima innovazione metodologica, introdotta
dallo psicologo sociale Cantril (1965), fu quella di immaginare
qualcosa che per gli economisti era considerato semplicemente naif se
non provocatorio: misurare (in modo cardinale) la felicità e,
soprattutto, confrontare tra di loro i livelli di felicità di
individui diversi. Cantril rivolse a persone di diversi paesi del
mondo, dalla Nigeria al Giappone, una semplice domanda, che può essere
così parafrasata: “pensa alla peggiore situazione nella quale potresti
trovarti: assegnale 0 punti; ora pensa alla situazione migliore in
assoluto, e assegnale 10. Ora valuta la sua situazione presente con un
voto tra 0 e 10”. La “provocazione” di Cantril – e dopo di lui di
tutti coloro che studiano la felicità soggettiva delle persone – fu
quella di pensare che un “7” di un nigeriano fosse confrontabile con
un “7” di un americano (operazione del tutto estranea all’economia,
almeno da Vilfredo Pareto in poi), sulla base dell’ipotesi che tali
valutazioni soggettive sono talmente fondamentali da non essere
alterate significativamente, e su grandi numeri, dagli elementi
culturali; ogni persona è in grado di immaginare il proprio mondo
migliore e peggiore poiché, per Cantril, una tale operazione
appartiene alla condizione umana.
Si tratta certamente di una tesi forte, ma che
ha dato vita ad un significativo filone di studi, che prende sul serio
la dimensione soggettiva del benessere, e rifugge da ogni
paternalismo. Ancora oggi l’anti-paternalismo (cioè l’assenza di un
giudizio esterno alla persona che dica che cosa è la vera
felicità per ognuno) è il punto di forza di un approccio che resta
metodologicamente vulnerabile rispetto a critiche come quella di
Amartya Sen (2006), che considera le risposte soggettive a questionari
come qualcosa di potenzialmente distante dal vero benessere
delle persone, che va invece misurato, per Sen, sull’asse dei diritti,
delle libertà e della capacità.
Quindi, e come conseguenza di questo approccio anti-paternalista, la
felicità non viene definita a priori dagli studiosi che somministrano
i questionari. Alle persone intervistate viene semplicemente chiesta
una valutazione complessiva della propria vita (presa nel suo
insieme), senza preoccuparsi di che cosa gli intervistati associno
alla parola “felicità” o “life satisfaction” che trovano nel
questionario.
Una seconda tappa è rappresentata dal lavoro del
demografo americano Richard Easterlin, il quale nel 1974, riprendendo
i dati di Cantril, aprì ufficialmente il dibattito attorno al
“paradosso della felicità” in economia (oggi si parla anche di
“Easterlin Paradox”). I dati raccolti da Easterlin nel corso degli
anni si basavano su auto-valutazioni soggettive della felicità (non
quindi su una valutazione “esperta” esterna alla persona), e
consentirono di arrivare sostanzialmente ai seguenti risultati:
1. All’interno di un singolo paese, in un dato momento, superato
un dato valore soglia di reddito, la relazione positiva tra reddito e
felicità non è sempre significativa e robusta, le persone più ricche
non sono sempre le più felici;
2. Il confronto tra paesi non mostra una correlazione
significativa tra reddito e felicità, e, sempre superata una data
soglia, i paesi più poveri non risultano essere significativamente
meno felici di quelli più ricchi;
3.
Nel corso del ciclo di vita (nel tempo) la felicità delle
persone sembra dipendere molto poco dalle variazioni di reddito e di
ricchezza.
In particolare, nei paesi a reddito avanzato la
dinamica del reddito e della felicità sembrano indipendenti. E’
soprattutto questa sorta di “forbice” tra l’andamento nel corso del
tempo delle condizioni economiche e della felicità riportata, sia a
livello individuale che a livello aggregato, il fenomeno al quale ci
si riferisce oggi con il termine “paradosso della felicità”.
2.2. Le principali spiegazioni del paradosso
La maggior parte delle spiegazioni del paradosso
della felicità ruotano attorno alla metafora del treadmill:
l’aumento del reddito porta con sé l’aumento di qualcos’altro,
esattamente come in un tappeto scorrevole (treadmill), dove
corriamo ma in realtà stiamo fermi, perché con noi corre in direzione
opposta anche il rullo sotto i nostri piedi. Kahneman (2004) distingue
tra due tipi di treadmill effects: il treadmill edonico
e il treadmill delle aspirazioni. L’hedonic treadmill
deriva dalla teoria del livello di adattamento: quando abbiamo un
reddito basso utilizziamo, per esempio, un’automobile utilitaria, la
quale ci dà un livello di benessere pari, diciamo, a 5; quando il
nostro reddito aumenta acquistiamo una nuova automobile, la quale,
dopo aver provocato un miglioramento di benessere per qualche mese
(portandolo, diciamo, ad un livello pari a 7), presto ci riporterà
allo stesso livello di benessere dell’utilitaria (5), perché opera un
meccanismo psicologico di adattamento.
Il treadmill delle aspirazioni, invece, dipende dal livello di
aspirazione, “che segna il confine fra i risultati soddisfacenti e
quelli insoddisfacenti” (Kahneman 2004, p. 98). Quando aumenta il
reddito succede che il miglioramento delle condizioni materiali induce
a richiedere continui e più intensi piaceri per mantenere lo stesso
livello di soddisfazione. Il satisfaction treadmill – che
generalmente si somma all’hedonic treadmill – opera dunque in
modo che la felicità soggettiva (l’auto-valutazione della
propria felicità) rimanga costante nonostante la felicità oggettiva
(la qualità dei beni che consumiamo)
migliori. Così, per tornare all’esempio dell’automobile, probabilmente
con la nuova auto il benessere (il comfort) oggettivo è maggiore, ma
poiché con le nuove condizioni reddituali le mie aspirazioni circa
l’auto “ideale” sono aumentate soggettivamente, sperimenterò lo stesso
livello di soddisfazione di prima (anche se sono oggettivamente
più comodo nella nuova automobile) – va notato che la pubblicità è un
potente meccanismo che fa leva proprio su questi “tappeti scorrevoli”.
E’ interessante notare che nel dominio dei beni
materiali l’adattamento e le aspirazioni hanno un effetto quasi
totale: gli aumenti di comfort vengono assorbiti, dopo un tempo
più o meno breve, quasi completamente. Questi effetti determinano
quindi una “distruzione di ricchezza”, o meglio, un uso non efficiente
della stessa. Perché? Perché ci sono altri ambiti, non economici, nei
quali l’adattamento e le aspirazioni agiscono meno, come l’ambito
familiare, affettivo e civile. Nella vita familiare, ad esempio, anche
se esiste un effetto di adattamento o di aspirazione, una vita
familiare e relazionale ricca rende mediamente più felici (come
indicano anche i nostri risultati):
“Gli individui non sono in grado di percepire
che, a causa dell’adattamento edonico e del confronto sociale, le
aspirazioni nel dominio monetario si modificano in base alle
circostanze effettive. Di conseguenza, una quantità di tempo
spropositata è destinata al perseguimento di obiettivi monetari a
spese della vita familiare e della salute, e il benessere soggettivo
si riduce rispetto al livello atteso. Evidentemente, un’allocazione
del tempo a vantaggio della vita familiare e dello stato di salute
aumenterebbe il benessere soggettivo” (Easterlin 2004, p. 52).
Inoltre è stato dimostrato empiricamente che le
persone altruiste sono mediamente più felici di quelle egocentriche, e
che chi fa regolarmente volontariato è in genere una persona che si
considera più felice, e – cosa interessante - che viene considerata
felice anche dagli altri (Frey e Stutzer 2002; Bruni e Stanca 2007).
Ma su questi aspetti avremo modo di tornare in seguito.
Una terza spiegazione del paradosso della
felicità, infine, la più utilizzata oggi dagli economisti, pone
l’accento sugli effetti posizionali del miglioramento delle
condizioni economiche. L’ipotesi, che storicamente risale ai lavori
sul “consumo vistoso” di Veblen (1899), consiste nell’intuizione che
il benessere che otteniamo dal consumo dipenda soprattutto dal valore
relativo del consumo stesso, cioè da quanto il livello assoluto
del nostro consumo differisce da quello degli altri con i quali
normalmente ci confrontiamo. Se il mio reddito, per un esempio,
aumenta (del 10%) ma quello del mio collega d’ufficio aumenta in
misura maggiore (15%), potrei ritrovarmi con un maggior reddito in
termini assoluti ma un minore reddito in termini relativi, e pertanto
con minore soddisfazione.
Il punto interessante, anche in questo caso, è
che questi meccanismi “posizionali” portano a dei fallimenti della
razionalità economica, per come l’economia l’ha tradizionalmente
intesa. E’ questa la nota dinamica delle esternalità negative:
il consumo degli altri “inquina” il mio benessere, un classico caso in
cui la concorrenza di mercato non è un meccanismo civilmente benefico
né efficiente, ma potenzialmente distruttore di risorse individuali e
collettive.
Le ultime due spiegazioni del paradosso alle
quali abbiamo fatto brevemente cenno incorporano dunque un
particolare tipo di socialità: nell’isola di Robinson Crusoe non
avremmo questi fenomeni, che richiedono come presupposto la società
(almeno la presenza dell’indigeno Venerdì). Una domanda cruciale va
però subito posta: quale socialità hanno in mente gli studiosi
che cercano di spiegare il paradosso della felicità in economia? A
questa domanda cercheremo di rispondere dopo aver presentato, nelle
prossime due sezioni, i risultati della nostra analisi empirica.
3. Dati e metodologia
(1)
L’indicatore di felicità è la risposta alla
domanda sulla “life satisfaction” misurata su una scala da 1 a 10.
I fattori demografici includono età e genere, e le condizioni
socio-economiche comprendono reddito,[7]
salute percepita (su una scala da 1 a 5), libertà percepita (su una
scala da 1 a 5) e status occupazionale. Le caratteristiche personali
includono la fiducia negli altri
[8]
e l’importanza attribuita a Dio (su una scala da 1 a 10).
Le variabili
relative alla famiglia sono suddivise in tre gruppi di indicatori. Il
primo gruppo descrive le condizioni familiari, fornendo informazioni
sullo stato civile (sposato, convivente, divorziato, separato, vedovo,
single) e sul numero dei figli. Il secondo gruppo descrive i valori e
le opinioni rispetto alla famiglia. In particolare, un primo
sottoinsieme di indicatori misura l’importanza attribuita alla
famiglia e, a scopo comparativo, agli amici, al tempo libero, alla
politica, al lavoro e alla religione. Un secondo sottoinsieme di
indicatori fornisce informazioni più dettagliate sul valore attribuito
a specifiche dimensioni familiari: ruolo della famiglia nella società,
rispetto per i genitori, responsabilità dei genitori nei confronti dei
figli, matrimonio come istituzione, e divorzio. Il terzo gruppo di
indicatori misura gli aspetti relazionali all’interno della famiglia,
riportando la quantità di tempo trascorso con genitori e familiari e,
in un’ottica comparativa, la quantità di tempo trascorso con amici,
colleghi, e altre persone in attività religiose e in attività di
volontariato.
Allo scopo di tenere conto delle differenze
culturali e sociali tra nazioni (fattori ambientali), che possono
avere un ruolo importante nello spiegare le differenze nel benessere
individuale a livello internazionale (Diener 2000), tutte le equazioni
sono state stimate includendo tra i regressori variabili dummy
individuali per ogni singola nazione. L’insieme dei regressori
comprende inoltre variabili dummy temporali corrispondenti a ciascuna
delle quattro ondate della WVS (1981, 1990, 1995-97 e 1999-00).
I risultati riportati fanno riferimento alle
stime dei coefficienti dell’equazione (1) ottenute ipotizzando una
forma funzionale lineare e utilizzando il metodo dei minimi quadrati
ordinari.[9]
I tre gruppi di indicatori relativi alla famiglia sono introdotti
sequenzialmente, così da ottenere in primo luogo una stima degli
effetti delle sole condizioni familiari (tab. 2), successivamente dei
valori familiari (tab. 3) controllando per le condizioni familiari, ed
infine delle relazioni familiari (tab. 4) controllando per le
condizioni ed i valori familiari. Per ciascuna specificazione vengono
presentate sia le stime relative all’intero campione (colonna 1), che
quelle relative alla scomposizione per genere (colonne 2 e 3) e per
gruppi di età (colonne 4, 5 e 6), definiti come giovani (15-34 anni),
adulti (35-54 anni) e anziani (sopra i 54 anni). L’analisi considera
in primo luogo i dati relativi all’intero data set (tutti i paesi per
i quali le variabili sono disponibili), e successivamente si concentra
sui soli dati italiani (tabelle 5 e 6).
E’ importante sottolineare che la natura
sezionale del data set rende particolarmente delicata
l’interpretazione causale delle stime ottenute. In primo luogo, è
possibile che la relazione tra variabili familiari e soddisfazione
individuale rifletta gli effetti di variabili rilevanti omesse
correlate con i valori familiari. Ad esempio, le caratteristiche
individuali di una persona (ad esempio, l’ottimismo, la fiducia negli
altri o la fede religiosa) potrebbero essere tali da far riportare
valori più elevati di soddisfazione e, allo stesso tempo, maggiore
importanza attribuita ai valori familiari. In secondo luogo, è
possibile che esista una causalità inversa, vale a dire che persone
relativamente più felici tendano, in conseguenza di ciò, ad avere
condizioni familiari migliori o a dare maggiore importanza alla
dimensione familiare nella propria scala di valori.
Il problema dell’omissione di variabili
rilevanti è risolto, almeno in parte, grazie all’ampio numero di
variabili di controllo inserite nelle regressioni, ed in particolare
dalla presenza di variabili relative alle caratteristiche individuali.
La mancanza di adeguate variabili strumentali non consente di
esaminare esplicitamente il problema della direzione della relazione
causale nelle relazioni individuate.
Tuttavia, l’inserimento progressivo dei tre gruppi di variabili
familiari (condizioni, valori e relazioni) nelle specificazioni
stimate, e l’utilizzo congiunto di diversi indicatori all’interno di
ciascun gruppo rende meno probabile un effetto di causalità inversa e
rafforza l’interpretazione dei coefficienti stimati come effetti netti
delle singole variabili familiari sulla soddisfazione individuale.
4. Risultati
4.1. Condizioni familiari
La tabella 2 riporta i risultati relativi agli
indicatori delle condizioni familiari, ed in particolare lo stato
civile ed il numero di figli. Per quanto riguarda lo stato civile, lo
status di single viene utilizzato come gruppo di riferimento, per cui
i coefficienti relativi agli altri gruppi (sposato, convivente,
divorziato, separato, vedovo) vanno interpretati come la differenza
nella felicità riportata di un individuo appartenente al gruppo
corrispondente (ad esempio, sposato)
rispetto a un single
al netto degli effetti delle variabili di controllo (fattori
demografici, socio-economici, individuali e ambientali).
Considerando i risultati per all’intero
campione, relativi a circa 138.000 individui provenienti da 75
nazioni, essere sposati ha un effetto sulla soddisfazione individuale
di 3.75 punti rispetto a essere single, e questa differenza ha una
elevata significatività statistica.
Anche convivere con un partner ha un effetto positivo e significativo,
ma l’entità di tale effetto è inferiore (1.64) rispetto all’essere
sposati. Sia essere divorziati che separati implica una perdita di
felicità statisticamente significativa, e l’effetto della separazione
è molto più grande rispetto a quello del divorzio. Lo status di vedovo
non è associato ad un benessere inferiore rispetto a quello di un
single. Questo risultato potrebbe essere attribuito alla maggiore
distanza temporale,rispetto alle voci precedenti, intercorsa tra la
perdita del coniuge e la somministrazione del questionario (in tal
senso può essere interpretata, almeno in parte, anche la differenza
tra gli effetti di separazione e divorzio). L’indicatore relativo al
numero di figli ha, sorprendentemente, un coefficiente negativo, che
tuttavia non è statisticamente significativo.
La separazione degli effetti delle
condizioni familiari per genere non evidenzia differenze significative
rispetto a quanto osservato per l’intero campione, ma mette in luce
che gli effetti positivi del matrimonio, e in misura minore della
convivenza, sono maggiori per le donne rispetto agli uomini. Lo status
di vedovo ha effetti asimmetrici tra uomini (negativo) e donne
(positivo), anche se effetti non sono statisticamente significativi –
si tenga sempre presente che il confronto è tra l’essere vedovo/a con
lo stato di single; se avessimo confrontato vedovi/sposati l’effetto
negativo sulla felicità sarebbe stato molto probabilmente chiaro e
significativo.
La scomposizione degli effetti per
gruppi di età mostra che gli effetti positivi del matrimonio e della
convivenza sono maggiori per gli adulti e inferiori per i giovani e,
in modo particolare, gli anziani. E’ interessante osservare come il
numero dei figli abbia un effetto negativo e significativo per i
giovani e, al contrario, positivo e significativo per gli anziani.
4.2 Valori familiari
La tabella 3 riporta i risultati
relativi ai valori riguardo alla famiglia, controllando per le
condizioni familiari. In particolare sono riportati gli effetti
dell’importanza attribuita alla famiglia e di una serie di ulteriori
indicatori che forniscono un maggiore dettaglio sui valori degli
individui rispetto alla famiglia. Con riferimento ai risultati
relativi all’intero campione, l’attribuire una maggiore importanza
alla famiglia ha un effetto sulla soddisfazione individuale di 1.26
punti, e tale effetto è fortemente significativo. E’ interessante
osservare che questo effetto è di entità gran lunga superiore a quello
dell’importanza attribuita agli amici (0.71), alla religione (0.48), o
al tempo libero (0.47).
Mentre la variabile “importanza della famiglia”
riguarda la dimensione individuale, la variabile “ruolo della
famiglia” esplora l’importanza attribuita alla famiglia sul piano
sociale, facendo riferimento alla domanda che chiede all’intervistato
se considererebbe positivamente che in futuro fosse data “maggiore
enfasi” alla vita familiare. Credere nell’importanza del ruolo della
famiglia nella società è associato a un incremento netto di benessere
di un punto statisticamente significativo.
Un effetto positivo e significativo, e
quantitativamente rilevante (1.47), è associato all’attribuire grande
importanza al rispetto che si deve avere per i genitori,
indipendentemente dalle loro qualità e meriti. Anche il credere che ci
si debba sacrificare gratuitamente per i propri figli è positivamente
associato alla felicità (0.47). Gli ultimi due indicatori misurano i
valori familiari relativamente al divorzio e al matrimonio. Chi crede
che il divorzio sia giustificabile riporta di essere meno felice (-0.16)
di chi non lo crede, con una differenza fortemente significativa.
Inoltre, in media, chi crede che il matrimonio sia un’istituzione
superata è mediamente meno felice(-1.12).
La scomposizione tra uomini e donne e per gruppi
di età evidenzia effetti qualitativamente analoghi a quanto
evidenziato per l’intero campione. In particolare, l’importanza
attribuita alla famiglia, sia sul piano individuale che sul piano
sociale, tende ad essere associata ad un effetto sul benessere
maggiore per gli uomini rispetto alle donne, e maggiore per i giovani
rispetto agli altri due gruppi di età.
4.3 Relazioni con i familiari
La tabella 4 riporta i risultati
relativi alle relazioni familiari, controllando per le condizioni ed i
valori familiari. E’ importante osservare che, a causa del fatto che
gli indicatori delle relazioni con i familiari sono disponibili solo
nella quarta inchiesta WVS, la dimensione del campione si riduce
significativamente (circa 30.000 osservazioni).
Con riferimento all’intero campione,
il tempo trascorso con genitori e parenti ha un effetto netto positivo
(0.63) e statisticamente significativo sulla soddisfazione
individuale, maggiore di quello del tempo trascorso con gli amici
(0.52), i colleghi (0.02) e con altri nell’ambito di attività
religiose (-0.02). L’effetto è di entità simile a quello del tempo
trascorso con altri nell’ambito di attività di servizio o volontariato
(0.64). La scomposizione degli effetti tra uomini e donne evidenzia
che l’effetto del tempo trascorso con genitori e familiari è più
elevato per le donne rispetto agli uomini, e per i giovani e gli
anziani rispetto agli adulti.
4.4 I dati italiani
La tabella 5 riporta i risultati
relativi agli indicatori delle condizioni familiari per l’Italia,
basati su un campione di circa 2200 osservazioni. E’ importante
osservare che la riduzione del numero di osservazioni comporta
complessivamente una minore significatività delle stime, in modo
particolare per quanto riguarda i risultati relativi ai sottoinsiemi
per genere ed età. Inoltre, va osservato che le variabili relative
alle relazioni familiari non sono disponibili per l’Italia.
Confermando i risultati ottenuti a livello
internazionale, anche sulla base dei dati italiani essere sposati ha
un effetto sulla soddisfazione individuale positivo e significativo, e
di notevole entità (6.32), rispetto a essere single. Convivere con un
compagno, nel caso dell’Italia, ha invece un effetto negativo, anche
se statisticamente non significativo. Una possibile spiegazione
potrebbe essere legata alla maggiore pressione sociale che in Italia
subiscono le coppie di fatto, che tende a ridurre la soddisfazione
individuale di chi si trova in tale stato.
Essere divorziati o separati implica una
notevole perdita di benessere, significativa nel caso della
separazione. Come osservato in precedenza per l’analisi a livello
internazionale, in Italia l’effetto della separazione è molto più
grande rispetto a quello del divorzio. Gli indicatori relativi al numero
di figli e allo status di vedovo hanno coefficienti negativi,ma
statisticamente non significativi.
La scomposizione degli effetti tra
uomini e donne e per gruppi di età mostra notevoli differenze rispetto
a quanto evidenziato per il campione internazionale. In particolare,
la convivenza ha effetti asimmetrici per uomini (-7.33) e donne
(1.23). Gli effetti negativi del divorzio sono molto maggiori per gli
uomini e per i giovani, mentre risultati opposti si ottengono per gli
effetti della separazione.
La tabella 6 riporta i risultati
relativi ai valori familiari per l’Italia, controllando per le
condizioni familiari. Per quanto riguarda gli effetti dell’importanza
attribuita alla famiglia, sono confermati i risultati discussi in
precedenza per il campione internazionale: attribuire una maggiore
importanza alla famiglia ha un effetto sulla soddisfazione individuale
di 2.62 punti, marginalmente significativo, di gran lunga superiore
agli effetti dell’importanza attribuita agli amici (1.01), il tempo
libero (1.29), la politica (-1.26), il lavoro (1.48) e la religione
(1.6).
Gli altri indicatori relativi ai valori
familiari hanno coefficienti statisticamente non significativi, con la
sola eccezione dell’opinione rispetto al matrimonio: credere che il
matrimonio sia un’istituzione superata è associato a un livello di
benessere individuale più basso, e tale differenza è statisticamente
significativa e quantitativamente molto rilevante (-5.60). La
scomposizione tra uomini e donne evidenzia effetti analoghi a quanto
riscontrato per l’intero campione.
4. Felicità (e infelicità) relazionale
Le spiegazioni del paradosso della felicità
basate sulle teorie del treadmill edonico e delle aspirazioni, o
quelle basate sul consumo posizionale o relativo, non ci aiutano a
comprendere i risultati che abbiamo presentato sul rapporto tra
famiglia e felicità individuale. Le teorie oggi prevalenti soffrono
infatti, in gradi diversi, di quella parsimonia antropologica cui
abbiamo fatto cenno all’inizio. Il modello astratto di individuo che
tali studiosi hanno in mente è essenzialmente un essere che ama
rivaleggiare con gli altri attraverso i beni di consumo, al quale
piace rivaleggiare con gli altri attraverso i beni: “Che ci piaccia o
no, gli esseri umani sono rivali, ed è ora che l’economia
mainstream incorpori questo elemento chiave della natura umana” (Layard,
2005a, p. 147).
Non vogliamo negare che l’essere umano sia
anche questo. Il problema, però, si pone quando con tali teorie
vogliamo studiare le determinanti della felicità umana. Mentre,
infatti, non è difficile essere d’accordo con la tesi di Layard che la
frustrazione e l’insoddisfazione siano spesso procurate dalle elevate
aspirazioni,fortemente alimentate dalla pubblicità, e dal confronto
con gli altri, è difficile essere d’accordo con la tesi che la
felicità, intesa come “fioritura umana” o vita buona, possa essere
interpretata esclusivamente sugli assi della rivalità e della
competizione – come d’altronde lo stesso Layard in altri scritti
(2005b) rileva. La relazionalità autentica e la domanda di rapporti
profondi vanno invece probabilmente considerati ingredienti base della
felicità umana, come i risultati da noi presentati pure suggeriscono.
Per una teoria della felicità capace
di dar conto dei risultati riportati in questo lavoro – che sono in
linea con altra letteratura simile – occorre trovare radici culturale
profonde che affondano nel pensiero antico.
Da quanto finora argomentato dovrebbe
risultare chiaro che la felicità di cui si parla nelle teorie
economiche attuali è lontana dall’idea classica di felicità, legata
profondamente alle virtù e ben distinta dal piacere. In
particolare è lontana da Aristotele e dal concetto di eudaimonia,
e vicina alla teoria utilitaria della felicità di Jeremy Bentham, per
il quale “happiness” è un sinonimo di piacere (pleasure). Nella
tradizione aristotelica della eudaimonia sono due gli aspetti chiave:
(a) la felicità ha una natura civile, ha “bisogno di amici”, come
indicato da Aristotele nella “Etica Nicomachea”; (b) come conseguenza
di ciò, la felicità è fragile e vulnerabile. Non c’è felicità fuori
dalla polis, senza rapporti interpersonali significativi e improntati
alla gratuità. Il dipendere però dagli altri per la propria felicità
rende la “vita buona” una esperienza instabile e non pienamente
controllabile dal soggetto.
E’ questa una visione di felicità che
dà pienamente conto dei risultati emersi dalla nostra analisi
empirica.
Una teoria della felicità che oggi voglia
continuare la tradizione classica, aristotelico-tomista, della “vita
buona”, dovrebbe incorporare il concetto di bene relazionale.
Il “bene relazionale” è stato introdotto, quasi contemporaneamente, da
quattro autori, due italiani e due americani: una filosofa, un
sociologo e due economisti. Ci riferiamo a Pierpaolo Donati (1986),
Martha Nussbaum (1986), Benedetto Gui (1987) e Carol Ulhaner (1989).
Oggi sono in molti a far uso, soprattutto in economia e sociologia,
della categoria di bene relazionale, e gli autori italiani sono tra
coloro che più stanno contribuendo alla sua diffusione. Una
caratteristica comune a tutti i modelli che la utilizzano è che si
parla di bene relazionale quando è la relazione in sé ad essere
il bene “consumato” e “prodotto”.
In un servizio alla persona, che non è un bene relazionale (ad
esempio un taglio di capelli o una visita medica), il bene non è
la relazione con il barbiere (anche se la qualità della relazione
entra nella valutazione che i soggetti fanno del servizio). Per contro
nell’amicizia, che potremmo anche definire un bene relazionale, è il
rapporto in sé che costituisce il bene (e non lo scambio di
comunicazioni e di favori).
Il bene relazionale, quindi, non si crea se
mancano le motivazioni intrinseche per quel particolare rapporto. Se
il rapporto è invece solo un mezzo, uno strumento per ottenere
qualcosa di esterno al rapporto stesso, non siamo in presenza di un
bene relazionale.
La famiglia è il principale luogo nel
quale vengono “prodotti” e “consumati” beni relazionali o, nella
terminologia di Donati, “beni relazionali primari”. Una caratteristica
base dei beni relazionali è il loro essere co-prodotti e co-consumati;
sono, come indicato da Martha Nussbaum, beni di reciprocità:
“L’attività vicendevole, il sentimento reciproco
e la mutua consapevolezza sono una parte tanto profonda dell’amore e
dell’amicizia che Aristotele non è disposto ad ammettere che, una
volta tolte le attività condivise e le loro forme di comunicazione,
resti qualcosa degno del nome di amore o di amicizia. […] Se le cose
stanno così allora queste componenti della vita buona sono destinate a
non essere per nulla autosufficienti. Esse saranno invece vulnerabili
in maniera particolarmente profonda e pericolosa” (Nussbaum
1996[1986], p. 624).
Il bene relazionale dipende, non tanto
per il suo valore ma per la sua stessa natura, dalla risposta
dell’altro, è un bene di reciprocità. Se l’altro non risponde, o
risponde “male”, il bene relazionale non si crea o si trasforma in
“male relazionale”: da qui la sua vulnerabilità e fragilità.
E torniamo ai nostri dati. Dalla nostra analisi
empirica sono emersi due principali risultati, che sono profondamente
in linea con l’idea classica di felicità. In primo luogo, il vivere
relazioni profonde, importanti e durature in famiglia è
significativamente, generalmente e sistematicamente positivamente
correlato alla felicità soggettiva delle persone. Questo dato viene
poi rafforzato dai dati provenienti da altri studi empirici (tra i
quali, in particolare, Bruni e Stanca 2006), che mostrano una
significativa e robusta relazione positiva tra beni relazionali e
felicità soggettiva.
Al tempo stesso – e questo rappresenta l’altra
faccia della stessa medaglia della eudaimonia – i dati ci dicono anche
che le persone divorziate e separate sono significativamente meno
felici dei single. Infatti l’effetto positivo sulla felicità
dell’essere sposato (il “bene relazionale”) e più o meno equivalente
all’effetto negativo (il “male relazionale”) che subisce chi si
separa. La vita buona, anche alla luce dei risultati presentati è
quindi al tempo stesso civile e fragile. La mancanza di un
impegno relazionale forte non espone a questo rischio di sofferenza in
caso di fallimento, ma chi affronta questo rischio ottiene dal
rapportopiù alti livelli di felicità. Da questi risultati possono
emergere prolegomena di una spiegazione del paradosso della
felicità basato sui beni relazionali, che sarà l’oggetto del paragrafo
conclusivo.
5. La società dei falsi beni relazionali
E’ possibile una spiegazione del paradosso della felicità prendendo in
considerazione il ruolo dei beni relazionali nella felicità e
infelicità delle persone?
Il reddito, nelle moderne economie, è prodotto normalmente, o
prevalentemente, dal lavoro. Quando si supera un dato livello di
reddito (e di lavoro) può accadere, e di fatto accade, che quanto si
guadagna in termini di felicità dall’aumento del reddito sia minore di
quanto si perde a causa del minor consumo di beni relazionali.
Quando l’aumento del reddito si realizza a scapito
della qualità dei rapporti con gli altri, soprattutto di quelli
familiari - come accade, ad esempio, a causa delle grande mobilità geografica
che le moderne economie impongono - è possibile ritrovarsi con più
ricchezza e minor felicità, soprattutto una volta superata una certa
soglia (come nelle economie avanzate del Nord del mondo).
A
questo punto si pone però una domanda fondamentale: perché non
dedichiamo più risorse ai beni relazionali, se è vero che questo ci
renderebbe più felici? Alcune considerazioni. Lo sviluppo economico e
tecnologico agisce in due direzioni rilevanti per cercare di
rispondere a questa domanda. In primo luogo tende a ridurre i costi
dei beni di mercato standard, mentre non fa altrettanto con i beni
relazionali. In altre parole, il tempo, il rischio, l’impegno per
costruire rapporti familiari non risentono delle economie di scala e
del progresso tecnologico. Come conseguenza, il costo relativo
dei beni relazionali tende ad aumentare, soprattutto nei paesi a
tecnologia avanzata, dove si verifica il “paradosso di Easterlin”.
Coltivare rapporti significativi con altri è oggi molto costoso nelle
moderne economie di mercato, perché troviamo sostituti dei beni
relazionali a costi (in termini di impegno e rischio) molto più bassi.
La televisione ed internet
sono degli esempi molto eloquenti. Questi strumenti, che restano
conquiste fondamentali della civiltà, producono però “effetti
collaterali” rilevanti per il discorso che stiamo qui facendo. Essi,
infatti, non solo sottraggono tempo ed energie ai rapporti reali con
gli altri (come li sottraggono la lettura di un libro o una corsa nel
parco), ma sempre più simulano beni relazionali e pertanto
tendono a sostituirsi a questi. I programmi televisivi,le chat, o
“second life”, vendono cioè un tipo di rapporti interpersonali ad un
prezzo e ad un rischio molto minori; ma anche il peso in termini di
felicità è ben diverso. Se si perde la capacità di distinguere i veri
beni relazionali dai falsi (il che è questione culturale e
spirituale), e vediamo solo i rischi e i costi, può essere molto
vicino il giorno della sostituzione (quasi) totale dei beni
relazionali con (sofisticatissime) merci.
Al termine
di questo nostro discorso tra evidenza empirica e concetti un po’
inediti in economia, un risultato dovrebbe essere emerso con
chiarezza: la felicità dipende significativamente dalle relazioni
interpersonali genuine; e le relazioni interpersonali genuine hanno
bisogno di gratuità. Ecco perché la vita familiare è così
profondamente legata alla vita felice delle persone: in nessun luogo
come la famiglia si insegna e si impara la difficile, ma essenziale,
arte della gratuità.
Il paradosso della felicità è, in ultima
analisi, anche paradosso di relazionalità genuina e di gratuità.
Contribuire alla consapevolezza di ciò sarebbe un importante risultato
di questo lavoro.
Appendice: definizione
delle variabili utilizzate
In questa appendice
riportiamo le domande delle inchieste WVS corrispondenti alle singole
variabili utilizzate nell’analisi empirica.
Stato civile: “Al momento sei” (1) coniugato, (2)
convivente, (3) divorziato, (4) separato, (5) vedovo, (6) single.
Numero di figli: “Hai figli? Sì, quanti? [da 0 a
8 o più]”.
Importanza della famiglia: “Quanto importante è
la famiglia nella tua vita? Molto (4), Abbastanza (3), Non molto (2),
Per niente (1).” In modo analogo sono definite le variabili relative
all’importanza di amici, tempo libero, politica, lavoro, e religione.
Ruolo della famiglia: “Le leggerò una lista di
vari cambiamenti nel nostro stile di vita che potrebbero vericarsi in
futuro. Per ognuno di essi mi dica, se dovesse verificarsi, se lo
confiderebbe una cosa buona (1) o una cosa cattiva (0): maggiore
enfasi sulla vita familiare.”
Rispetto per i genitori: “A prescindere dalle
qualità e dai difetti dei propri genitori, bisogna sempre amarli e
rispettarli (1); non si è in dovere di rispettare e amare genitori che
non lo meritano per il loro comportamento (0).
Responsabilità verso i figli: “Quale delle
seguenti frasi descrive meglio la tua opinione sulle responsabilità
dei genitori nei confronti dei propri figli? (1) E’ dovere dei
genitori fare del proprio meglio per i figli anche a discapito del
proprio benessere. (0) I genitori hanno una vita propria e non
dovrebbero sacrificare il proprio benessere per i figli.
Divorzio giustificabile: “Per ognuna delle
seguenti frasi indica se ritieni che non può mai essere giustificato
(1), o può sempre essere giustificato (10).
Matrimonio obsoleto: “Sei d’accordo con la
seguente affermazione? Il matrimonio è una istituzione superata.” (1)
d’accordo, (0) non d’accordo.
Tempo passato con genitori e familiari: “Le
chiederò quanto spesso lei svolge una serie di attività. Per ogni
attività, direbbe che la svolge almeno una volta alla settimana (4),
una o due volte al mese (3), qualche volta all’anno (2), o per niente
(1)?”: Tempo passato con amici, tempo passato con colleghi, tempo
passato con altri per la religione, tempo passato con altri per
volontariato.
Felicità individuale: “Complessivamente, quanto è soddisfatto della
sua vita nel suo insieme in questo periodo?” (1=insoddisfatto,
10=soddisfatto).
Reddito: “Nella seguente scala di redditi, in
quale gruppo [decile della distribuzione nazionale del reddito] ricade
il suo nucleo familiare, tenendo conto di tutti i diversi tipi di
entrate.” (1=decile più basso, 10=decile più alto).
Salute: “Complessivamente, come descriverebbe il
suo stato di salute in questo periodo? (molto buona=5, buona=4,
discreta=3, cattiva=2, e molto cattiva=1)”.
Libertà: “Le chiediamo di indicare su una scala
da 1 a 10 quanta libertà di scelta e quanto controllo sente di avere
sulla propria vita (1=nessuna libertà, 10=molta libertà).
Disoccupato: “Qual è il suo stato occupazionale
al momento? (7) Disoccupato”.
Età: “Quanti anni ha?”.
Genere: “Genere del rispondente: 1=maschio,
0=femmina.
Importanza di Dio: “Quanto importante è Dio nella
sua vita? (10=molto importante, 1=per nulla importante)”.
Fiducia negli altri: “In
generale, direbbe che della gran parte delle persone ci si può fidare
(1) o che non bisogna mai fidarsi degli altri (0)?”.
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