Riceviamo e pubblichiamo la relazione del
Professor Markus Krienke, Professore associato di etica sociale
cristiana dell'Università di Lugano, in occasione dell'incontro UCID
avvenuto il 17 Febbraio 2009 a Sondrio
Quali sono i parametri del bene comune?
Alcuni esempi della discussione attuale
Manoscritto della conferenza serale tenuta
presso
il Rotary Club di Sondrio, 17 febbraio 2009
Markus
Krienke (Lugano)
1. Il ritorno del "bene comune" ossia della
questione etica nell’economia
Parlare del "bene comune" è tornato di
attualità. Nel dibattito pubblico il termine funge pressoché come
"slogan" per gli interessi pubblici, che concernano tutti, a
differenza di quelli privati che si vedono già fin troppo
considerati in chiave di egoismi economici e di dissoluzione del
tessuto sociale. In altre parole, nel nostro tempo, in un’epoca
dell’espandersi di una nuova forma di neoliberalismo e dello
scomparire della forza ordinatrice della politica, nasce
l’impressione che il bene comune non è considerato dall’attuale
sistema economico, in altre parole che l’attuale sistema
dell’economia del mercato funzioni addirittura a scapito dello
stesso e che perciò la politica dovrebbe tornare a prendere in mani
le redini dei processi economici. Non a caso, proprio questa è stata
la reazione maggioritaria agli avvenimenti della recente crisi
economico-finanziaria. L’accennata "dialettica" tra interessi
individuali e l’argomento del "bene comune" si verifica innanzitutto
nelle situazioni in cui un’azienda comunica di licenziare una parte
dei suoi dipendenti: in questi casi viene fatto riferimento alla
retorica della "logica" o delle "leggi del mercato", orientata alla
massimizzazione dei profitti e alla minimizzazione dei costi, e
quindi al fine di un maggiore bene economico. Per contestare questo
meccanismo che per la sua logica sembra essere di una irrimediabile
inevitabilità, le proteste pubbliche ricorrono alla retorica del
"bene comune" per esprimere il loro disaccordo con quel bene che
viene proposto in quanto coerente alla "logica del mercato". Spesso,
però, dietro questa retorica del "bene comune" si nascondono
interessi individuali, cioè dell’opinione pubblica, di schieramenti
politici, dei lavoratori stessi, che si avvalgono però del concetto
del "bene comune" per rafforzare la loro posizione nelle trattative.
La retorica del "bene comune" esprime quindi una logica contraria
alla "logica del mercato", o perlomeno esige un’integrazione
necessaria di quest’ultima con il "bene comune"?
Dall’altra parte, però, anche gli agenti al
livello del mercato stesso si avvalgono della retorica del "bene
comune", di cui persino la politica negli ultimi anni si è spesso
servita: la realizzazione del "bene comune" attraverso i meccanismi
del mercato stesso. Questo è il caso ad esempio della serie delle
privatizzazioni di servizi pubblici che prima erano organizzati a
livello di Stato: questa privatizzazione viene effettuata con
l’argomento che essa giova al bene di tutti cioè al "bene comune" in
quanto aumenta l’effettività, la qualità, mentre diminuiscono allo
stesso momento i costi pubblici. Anche in questo caso si potrebbe
ripetere la stessa domanda: con la retorica del "bene comune" viene
enunciato una posizione di interesse particolare, individuale, cioè
di "profitto" oppure esigenze dello Stato quali il debito pubblico,
invece di mirare veramente ad un livello comune di vantaggio sociale
a favore di tutti?
Al di là di questo sospetto che sorge dal
dibattito attuale tra economia, politica e società civile, si evince
il che concetto di "bene comune" è apparso recentemente proprio per
la "forza retorica" che è in grado di sviluppare nell’opinione
pubblica, mentre
in concreto
spesso vengono intese idee e argomenti
piuttosto disparati e difficilmente conciliabili. Oltre questa
attualità del termine, si scorge che esso esprime anche una vera e
propria esigenza reale che ultimamente si sente a livello economico:
ossia la necessità di applicare un criterio non-economico, cioè
etico, alla realtà dell’economia e delle sue istanze. In quanto
viene cercato, quindi, l’ "aggancio" nell’economia per la domanda
etica, questa intuizione, che, dopo un periodo del prevalere della
concezione neoliberalista, non può non sorprenderci, non è
nient’altro che la ripresa di quel problema che ha condizionato la
scienza economica nel momento della sua nascita, ossia con Adam
Smith. Per quest’ultimo, nel ‘700 la scienza economica mirava a
nient’altro che alla promozione del pubblico bene e della pubblica
felicità. È questa la vera spinta per Smith che sta all’origine
dell’agire economico dell’uomo – o come riassume Bruni questa teoria
smithiana: "la spinta a essere felici ci porta a impegnarci per
guadagnare e arricchirci, illudendoci che la ricchezza ci farà più
felici"1.
Questo atteggiamento però, così Smith nella sua opera
The welfare of nations,
si basa su un’illusione soggettiva, e sviluppando la teoria dell’homo
oeconomicus, egli conferma il
principio individualistico secondo il quale ciascuno "mira soltanto
alla sicurezza propria" o al "guadagno proprio". Ma è proprio in
questa autodirezionalità della sua azione egoistica che si innesca
il meccanismo secondo il quale questa stessa persona "è guidato da
una mano invisibile a promuovere un fine, che non rappresentava
alcuna parte delle sue intenzioni. Nè è sempre un danno per la
società che quel fine non rientri nelle sue intenzioni. Nel
perseguire l’interesse proprio, egli spesso promuove quello della
società più efficacemente che quando realmente intenda promuoverlo"2.
A ben vedere, Smith pronuncia con questa
affermazione uno specifico concetto di "bene comune": il bene
comune, in questa tradizione scozzese, viene inteso piuttosto come
la somma dei beni individuali, espressi nel termine di "felicità",
ossia con il prodotto degli impegni degli individui a raggiungere la
loro felicità. In questa prospettiva, si delinea il caratteristico
fondamentale di questa tradizione di pensiero economico, cioè che il
bene comune non ha un valore proprio che oltrepassi il livello dei
beni economici dei singoli, per cui si vede proprio nell’imporsi di
questa tradizione economica, fino alla rifioritura del
neoliberalismo nei nostri giorni, un continuo perdersi di quel
concetto che in Smith ancora assumeva una centrale funzione
argomentativa. La prima accezione di "bene comune" nella discussione
attuale che vogliamo proporre è proprio la situazione odierna come
parziale esito di questa linea di sviluppo, cioè il "bene comune"
nell’odierno neoliberalismo e i problemi che affronta questo
concetto nelle recenti tendenze.
2. Economia come etica ("good business is good
ethics")
L’idea di Smith sta, come accennato, alla base
di una concezione di "bene comune", sostenuto da economisti che con
Smith si basano sul paradigma liberalista-neoliberalista 3:
ossia il calcolo di vantaggio/svantaggio svolto dal singolo
individuo. Questo paradigma si caratterizza per essere
universalmente applicabile; in chiave critica viene, perciò,
denominato come "imperialismo economico". Il valore è strettamente
il valore economico; il che viene palese nella nota illustrazione
che sviluppa Smith per spiegare meglio la sua intuizione teoretica:
"Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio
che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione
dell’interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma
al loro interesse, e non parliamo mai loro dei nostri bisogni, ma
dei loro vantaggi"4.
Il "bene comune" dell’ordinamento politico si
basa quindi sull’orientamento auto-centrico, cioè quello del proprio
interesse, dell’ homo
oeconomicus e cerca di
sfruttarlo positivamente per la convivenza sociale. La sua massima
espressione trova questo modello nella formulazione di Mandeville
secondo il quale non la benevolenza ma "ciò che noi chiamiamo male,
sia morale sia naturale, è il grande principio che ci rende creature
socievoli"5;
e proprio l’uomo che in questa prospettiva è un essere difettoso e
non-perfetto, è in grado di sviluppare l’agire economico. Da questa
costellazione, che fa capo al modello del
homo oeconomicus,
derivano le leggi ferree del mercato che di per sé sono "avalutativi",
prive di valorizzazioni. L’uomo moderno si rivelerebbe, in questa
prospettiva, in un certo senso come un Robin Hood rovesciato:
proprio seguendo il proprio interesse, si reca l’utile maggiore agli
altri. In questo senso, il "bene comune" è un risultato di
conseguenza, non un ideale, un regolativo o un programma politico
che si potrebbe seguire attivamente. Ma nel frattempo, da Smith ad
oggi, possiamo contare più esempi in cui questo atteggiamento ha
causato piuttosto il dramma della "questione sociale", cioè dove la
"mano invisibile" ha fallito. Questo esito condusse alla necessità
di ordinamenti politici per cui la politica diventava l’istanza
della garanzia del bene comune, che deve incidere appunto non
attraverso una moralizzazione del mercato, bensì tramite
l’ordinamento politico che in questo senso ‘copre’ ad un livello
superiore la logica insindacabile del mercato. Questo ordinamento,
soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale, assumendo il settore
sociale, diventava il sistema dell’economia sociale di mercato,
affidando al regolamento politico anche la realizzazione concreta
del "bene comune". In quanto lo stato diventò sempre di più
Welfare state,
si può capire in che modo il "bene comune" fu considerato in modo
crescente prerogativa dello stato, per cui si generano quei
conflitti attuali sul bene comune ai quali fu fatto cenno
nell’introduzione.
Come decisivo per questa concezione del
rapporto tra economia ed etica e del concetto relativo del "bene
comune", si rivela il modello dell’ homo
oeconomicus come attore: nella
società moderna, e a maggior ragione nelle società pluraliste di
oggi, non si presuppone l’uomo integrato attraverso forti legami
sociali ma si parte piuttosto dall’individuo dal quale non ci si
aspetta una moralità ma si esige un comportamento ed un
atteggiamento razionale, calcolato. L’uomo moderno, sul quale si
basa questo paradigma, è il soggetto atomistico, razionale e
tendente all’ottimizzazione della sua situazione economica. L’homo
oeconomicus
è il modello dell’uomo che pensa
esclusivamente in modo economico-razionale; egli ha la capacità di
comportarsi unicamente in modo razionale. Le sue azioni sono
determinate dall’aspirazione a massimizzare l’utilità e inoltre egli
possiede di tutte le informazioni sulle alternative dell’azione e
sulle rispettive conseguenze.
L’integrazione dei processi economici, allora,
non si basa più su rapporti socialmente prestabiliti – e in effetti
la globalizzazione ha cancellato anche l’ultimo resto di una tale
concezione – ma attraverso quelle leggi di mercato che derivano dal
modello dell’ homo
oeconomicus. I soggetti si
comportano in un modo socialmente accettato, qualora si attengono
alle leggi dell’ordinamento politico che diventa quindi il luogo
della morale. Disfunzionalità morali a livello economico sono allora
nient’altro che disfunzionalità dell’ordinamento politico
dell’economia: nel momento in cui se ne verifica una discrepanza,
questa non è da interpretare come una sfida morale all’individuo
bensì come un difetto nell’ordinamento politico dell’economia. Il
mercato sarebbe da considerare come un gioco di cui l’ordinamento è
l’insieme delle regole: esse stabiliscono cosa succede se le due
parti che giocano eccedono dalle regole previste. Di per sé,
all’interno del gioco, ogni giocatore cerca di massimizzare il suo
gioco, oppure in termini economici, la sua utilità; si tratta
dell’unica prospettiva del singolo di soddisfare i suoi fini
individuali6.
Ovviamente, in una tale concezione, è il profitto dell’imprenditore
quel momento che segnala il momento di "successo". Ad un difetto del
gioco si risponde quindi, se esso è a livello individuale, con una
sanzione, se a livello dell’ordinamento, con la correzione delle
regole. In questa linea sta il pensiero soprattutto di Friedrich
August von Hayek (1899-1992), secondo cui ogni ragionare su un "bene
comune" in quanto categoria finalizzata dell’agire economico non ha
più alcun senso, in quanto è una pura risultante dall’agire
individuale sotto determinate regole e ordinamenti.
Emblematicamente, egli afferma che il ragionare sulla moralità del
mercato avrebbe lo stesso senso come chiedersi sulla moralità del
clima7.
Un tale "bene comune" si realizza soltanto in termini di giustizia
delle regole e del funzionamento.
Il bene, allora, è definito attraverso un
calcolo ottimo di allocazione, ossia in termini di "ottimo paretiano"
nel senso che nella situazione di allocazione di risorse nella
società non si può ottenere il miglioramento della condizione di un
membro della società senza peggiorare quella di un’altro.
Evidentemente, questo criterio è puramente economico e presuppone la
situazione di una concorrenza pura. In questa situazione sarebbe
senz’altro vero che il prezzo di una cosa scarsa sulla base di
domanda/offerta rispecchia univocamente il suo valore nella società.
Un mercato che funziona secondo questi criteri è "pareto-efficiente".
Applicato al comportamento degli attori al
meso-livello economico, cioè agli imprenditori, Milton Friedman può
formulare questo approccio nei termini che "la responsabilità
sociale dell’impresa è di aumentare i suoi profitti" 8.
Perché per le leggi del mercato, da Smith a Pareto, questo
comportamento avrà come risultato sempre la situazione di "bene
comune".
Quindi, in questo modello, il bene comune si
realizza tramite le leggi dell’ordinamento. Se queste leggi, nella
realtà, si realizzassero perfettamente come dice la teoria,
l’economia sarebbe l’etica con i mezzi migliori, praticamente
l’etica con una certezza delle scienze naturali e soprattutto con un
analogo successo. Karl Homann riassume questo approccio con le
parole: "La competizione è la forma più efficiente della carità
sotto le condizioni della società moderna" 9.
Non è quindi di per sé il mercato e il
comportamento da questo presupposto, la concorrenza tra
homines economici, che risulta
problematico, ma la domanda della sua specifica relazione con la
realtà dei fatti. Questa domanda si radicalizza in modo sempre più
evidente negli ultimi due decenni e il veloce espandersi di una
nuova forma di neoliberalismo in tutto il globo, per l’altro in
forme e combinazioni con sistemi sociali e politici mai immaginati
prima, conducono ai noti fenomeni della "globalizzazione". In tutte
le parti del mondo, questo sviluppo sembra di ricreare una
situazione che per il continente Europa fu vissuto – in parte e con
notevoli differenze – già un secolo fa, nella situazione storica
della "quesione sociale" durante l’industrializzazione dell’800. Ma
anche nell’Europa di oggi possiamo scorgere delle tendenze e dei
segni che questa forma di un nuovo neoliberalismo causa all’interno
delle nostre società: persino due città così ricche come Milano e
Monaco di Baviera contano 13 % della popolazione che vive sotto la
soglia della povertà10;
a livello mondiale contiamo 1,3 miliardi di "assolutamente poveri".
In questo contesto, viene cercato a livello
politico di riuscire a rimediare questa situazione e di conseguire
il "bene comune" in quanto esso esprime delle disposizioni che
consentono agli individui di poter sviluppare quelle potenzialità
che loro, in quanto persone, sono. Dato che la "questione sociale"
dei nostri giorni è incentivato e radicalizzato dal fenomeno della
globalizzazione l’attenzione cade su quelle organizzazioni politiche
a livello internazionale che cercano di rimediare a questi effetti
della globalizzazione e di propagare un "bene comune" che spetta
agli uomini in quanto membri della comunità globale. In questo senso
organizzazioni come la
World Trade Organisation
(WTO), l’Organisation
for Economic Co-operation and Development
(OECD), l’International
Monetary Fund (IWF), l’International
Labour Organization (ILO),
cercano di associare la globalizzazione del neoliberalismo con una
globalizzazione della politica. Sono queste istituzioni che
realizzano un "bene comune" – ma sempre sulla base del e
presupponendo il modello neoliberale, in quanto alla base sta il
modello astratto dell’homo
oeconomicus.
Queste problematiche comunque, che ormai si
stanno espandendo intorno a tutto il globo e soprattutto senza il
freno che derivava dalla divisione del mondo in due blocchi, per cui
comunque il capitalismo nella sua forma neoliberalista fu
considerato un sistema da gestire da quegli stati che lo
propagavano, i quali, a loro volta, proprio per la loro
contrapposizione al sistema socialista, erano impegnati a dare
all’economia un ordinamento politico-sociale. Ora, senza questo
"freno" naturale, il capitalismo è entrato nella sua fase
globale-neoliberale, per cui alla politica viene sottratto la sua
possibilità di un efficiente controllo e regolamento del sistema
economico, per cui si realizza, passo a passo la crisi
dell’approccio capitalista stesso. A segnalare questa crisi, allora,
c’è il concetto di "bene comune" che denuncia le conseguenze
pericolose che esso effettua a livello mondiale e che si articolano
soprattutto in un misconoscimento dei valori di tipo (1) ambientale,
(2) sociale e (3) individuale di dignità umana. È precisamente in
queste tre dimensioni che il sistema del neoliberalismo capitalista
minaccia l’uomo in quanto persona e in quanto dotato di valori che
scaturiscono soprattutto dai suoi legami sociali che non sono
sostituibili con relazioni economiche che intraprende l’ homo
oeconomicus. Infatti,
chiedendoci espressamente in quali "valori" consiste concretamente
il "bene comune" di cui fin ora fu parlato solo astrattamente,
troviamo un catalogo molto articolato ed esaustivo gettando uno
sguardo nei documenti della "Dottrina sociale della Chiesa". Essa
elenca tra i "beni comuni": impegno per la pace, organizzazione dei
poteri dello Stato, salvaguardia dell’ambiente, prestazioni dei
servizi essenziali alla persona quali alimentazione, abitazione,
lavoro, educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute, libera
circolazione dell’informazione, tutela della libertà religiosa11.
In conformità con questo elenco, riportiamo anche quello del
United Nationas Development
Programme (UNDP) che –
corrispondendo espressamente alle sfide della "globalizzazione" – ha
sviluppato il concetto dei "beni pubblici globali", cioè beni il cui
uso supera i limiti nazionali e generazionali (cioè spaziali e
temporali): un ambiente sano, un clima mondiale intatto, pace,
sicurezza, stabilità economica e sociale, eredità culturale. È
dall’esistenza di tali "beni pubblici globali" dai quali dipende
senz’altro il futuro dell’umanità. Proprio questi beni sono a
rischio nella situazione attuale di rischi globali (guerre, terrore,
crisi economiche, povertà, cambiamento climatico). "L’oggetto del
bene comune è l’insieme delle istituzioni, dei principi e dei mezzi
che permettono di promuovere e garantire l’esistenza di tutti i
membri di una comunità umana. Nel settore economico si struttura
attorno al diritto di giusto accesso da parte di tutti
all’alimentazione, all’alloggio, all’energia, all’educazione, alla
salute, all’informazione ecc."12.
Tale definizione comporta con sé anche una reinterpretazione del
concetto di "sviluppo" che ormai non significa più la mera crescita
economica, ma uno sviluppo "sostenibile", considerando le risorse
ambientali ed umane, entrambe orientate allo sviluppo libero della
persona, come tematizzato da Sen: "Development as Freedom"13.
Questa definizione di "beni comuni" si traduce soprattutto in
termini di giustizia: distribuzione giusta, capacità di acquisto di
tutti i membri della società, possibilità di prendere parte al
processo economico14.
Si può riassumere questi aspetti anche nel termine di "giustizia di
partecipazione", comprendendo l’aspetto temporale-transversale verso
il futuro, cioè la responsabilità per le generazioni future, e, come
pure compresa in questo aspetto, un’attenzione all’ambiente. Le due
dimensioni della giustizia universale, formulata come "bene comune",
spesso vengono anche riassunte come "capitale sociale" e "capitale
ambientale".
Quando con il venire meno dello Stato
nazionale, anche le possibilità che ha l’ordinamento politico di
garantire tali valori e beni a livello mondiale diventano meno, il
modello dell’ordinamento neoliberale perde di sua forza convincente,
cioè quello di affidare i valori del "bene comune" all’ordinamento
politico, mentre a livello dell’agire economico e delle aziende
viene lasciata la pura razionalità economica. E questo precisamente
nella misura in cui manca quello Stato che dovrebbe realizzare il
bene comune attraverso l’istituzione che alla fine dell’800 si è
creato in Europa come risposta al neoliberalismo, ossia attraverso
l’ordinamento politico-sociale.
Lo
sviluppo neoliberalista non solo toglie al sistema economico il suo
ancoramento nell’ordinamento politico, ma effettua delle conseguenze
nocive anche al livello del suo proprio fondamento, cioè verso quel
uomo che esso stesso presuppone come agente autonomo e maturo
all’interno del processo economico. Perché con gli effetti della
crescente disoccupazione, della tendenza del lavoro di pervadere
sempre più spazi della persona umana e della sua libertà, di
determinare sempre di più le sue sfere di vita e di autonomia,
erodono quei fondamenti su cui il modello neoliberalista si basa
costitutivamente. Faccio solo un esempio, cioè riporto un’analisi
psicologica secondo la quale la conseguenza di una crescente
disoccupazione consiste nella nuova situazione esistenziale per la
singola persona di oggi che in certi versi radicalizza quella
situazione socialmente preoccupante come fu verificata già nella
crisi neoliberale del fine ’800. Mentre nell’800 era Marx a
criticare lo sfruttamento del lavoratore, oggi la situazione si è
aggravata in questo senso: "Sentirsi inutili […] è ancora più
umiliante che sentirsi sfruttati, anche perché la percezione dello
sfruttamento genera quasi sempre una qualche reazione negli
sfruttati, e quindi un mutamento di assetto, mentre l’umiliazione
genera rassegnazione e dunque perpetuazione dello status quo" 15.
Se in quel momento lo Stato interviene, dà solo elemosina, e non
rispetta la dignità dell’individuo: "l’impiego di incentivi
economici non solamente riduce l’autodeterminazione e l’insieme
delle possibilità di espressione – ricevendo l’incentivo, la persona
intrinsecamente motivata si vede ridotte le possibilità di
manifestare comportamenti coerenti con il suo sistema di valori – ma
mina alla base il sentimento di autostima […]: ricevere un pagamento
per un’azione che il soggetto avrebbe comunque compiuto diminuisce
la considerazione sociale, cioè il
social reward.
Come si può comprendere, la via d’uscita dai problemi che derivano
dall’abbandono dell’assunto di additività non può venirci
dall’individualismo, perché esso stesso è il problema"16.
Ma se la situazione è tale, vuol dire che mobilizzazioni del
consumatore sulla base della sua "autonomia" e responsabilità quali
si sono espresse ad es. nei famosi casi di "etoy" o di "Brent Spar"
rimangono esempi singolari, perché manca quel consumatore autonomo,
manca l’individuo autodeterminato: l’uomo di oggi finisce
nell’indifferenza, mentre gli mancano quelle relazioni e quei valori
sociali come sono espressi dal "bene comune". In questo senso, nella
nostra società il "bene comune" si esprimerà nei parametri che
indicano la misura in cui gli individui possono realizzarsi in
quanto tali e partecipare ai processi sociali, politici ed
economici. "etoy", ad esempio, è un collettivo di artisti che nel
1999 fu giuridicamente costretto di cedere il suo indirizzo web al
giovane internet business "eToys". Questo fatto ha suscitato una
reazione spontanea di tutta la comunità internet in un modo che il
corso azionario di "eToys" andava in notevole perdita per cui questo
giovane internet business si vedeva costretto a restituire
l’indirizzo web inclusivamente i risarcimenti a "etoy". Questo caso
divenne famoso come il "Brent Spar" dell’E-Commerce – ricordiamo il
caso "Brent Spar" per cui nel 1995 i consumatori, boicottando la
benzina di "Shell" hanno raggiunto il risultato che l’azienda non
affondava la torre di trivellazione nel mare, e piuttosto la
smontava in un modo responsabile nei confronti dell’ambiente. Queste
sono due azioni a livello individuale, dove la reazione spontanea
dei consumenti ha esercitato un influsso notevole sull’agire
economico delle aziende, realizzando in questo momento un bene
comune. Solo che sono azioni singolari, e come detto, sempre di
meno, quando i soggetti si sentono sempre più impotenti riguardo ai
processi economici: a questo punto si verifica la necessità di un
nuovo modello di correlare "etica" ed "economia" per poter
richiamare alla coscienza che quest’ultima è un assetto dell’agire
umano vero e deve essere indirizzato, quindi, al "bene comune".
3. Economia ed etica come
istanze integrative
Per rimediare a questi sviluppi, che una
radicalizzazione neoliberalista dell’economia del mercato toglie
sempre di più il fondamento di relazionalità umane che ne sta a
fondamento, negli ultimi anni sorgono tentativi che cercano di
indirizzare l’attenzione pubblica su questa realtà, utilizzando
proprio in questa direzione il concetto di "bene comune" 17.
Mirando quindi ad un nuovo rapporto tra "etica" ed "economia", si
cerca delle strategie alternative per realizzare il "bene comune",
non separando i due ambiti dell’agire economico e della valutazione
etica, ma mirando ad un’implemento dell’agire economico in un
concetto pluridimensionale di agire umano-sociale. Ogni agire umano
è necessariamente un agire sociale; non esiste un agire puramente
individualistico che non ne avrebbe una tale dimensione accennata.
Si tratta di rendere "civile" il mercato, di comprenderlo come
reificazione della relazionalità umana. In questo modo, non è più
l’efficienza dell’azione, concepita come singolare ed isolata, alla
base del modello ma il momento della reciprocità e della
riconoscenza: "Il riconoscimento dell’importanza primordiale dell’
‘esistenza dell’altro’, è alla base di ogni società e di ogni
cultura"18.
Ed è proprio questa dimensione che apre la considerazione del
mercato ad una nuova dimensione, non compresa nella considerazione
dell’azione singolare sulla base dell’interesse dell’individuo,
bensì che pone in primo rango la realtà interpersonale, e che apre
alla considerazione economica la dimensione del "bene comune". Il
"bene comune", in questa prospettiva, non parte dalla difesa dei
diritti individuali, ma si basa sulla categoria del "riconoscimento"19:
"Si noti che mentre per difendere un diritto si può ricorrere alla
legge, si adempie ad un’obbligazione per via di gratuità e quindi in
seguito al processo di riconoscimento reciproco"20.
Questi vincoli, per poter svilupparsi come vincoli umani, si vedono
esposti, proprio oggi ai già accennati rischi specifici: in quanto
sono proprio le loro condizioni sociali, ambientali e in chiave di
identità che i recenti sviluppi hanno messo a rischio. In tale
prospettiva, emerge in quanto il concetto di bene comune tende
proprio ad assicurare queste dimensioni che si rivelano poi come
niente meno che come i fondamenti indispensabili di qualsiasi
funzionamento di mercato. Per la teoria del "bene comune" non
esistono prima gli individui, e che dal coordinamento dei loro
interessi nasca come conseguenza il mercato, ma c’è sin dall’inizio
un’indispensabile rapporto sociale,
conditio sine qua non
per l’instaurazione di qualsiasi
economia di mercato21.
Il "bene comune" prende di mira, in questa prospettiva, le strutture
relazionali in cui si svolge l’essere umano: la famiglia, il gruppo
sociale, l’associazione, l’impresa, ma anche le forme politiche come
la città, la regione, lo Stato ecc., interrogandosi sul bene comune
proprio di ciascun gruppo nella prospettiva della promozione di quei
valori sommamente personali come vengono espressi dal "bene comune"
sopra menzionato. Per questo, la proposta non è contrario
all’economia del mercato, tutt’altro, ma avverte della sua
astrazione da quella sua base reale quale viene rappresentata dal
"bene comune"; se esso si stacca da questa dimensione e si
auto-fonda come fu analizzato per il nuovo corrente del
neoliberalismo, esso commette delle riduzioni che nel mondo di oggi
non vengono più ritenuti sostenibili.
Questa seconda accezione del "bene comune" si
qualifica, quindi, nel non ridurre l’etica all’economia, ma nel
comprendere il mercato come un luogo dove l’agire umano si esercita
e si espone quindi ad una valutazione anche di tipo etico. Si tratta
quindi di "liberare" il mercato, ma nel senso giusto, cioè liberarlo
da restrizioni che la nuova corrente del neoliberalismo ha creato. E
tutto questo si deve basarsi sui valori di comunità condivisi, quali
sono i valori democratici: solidarietà, giustizia, libertà, sviluppo
della persona, di partecipazione e di responsabilità.
Quel che si intende con questa dimensione di
declinare il "bene comune", si vede in modo emblematico qualora si
intraprende una piccola analisi fenomenologica del concetto di
"valore": esso non comprende solo il valore monetario ed economico,
ma "valore" per l’uomo ha varie dimensioni 22:
infatti, gli uomini tendono a (1) sviluppare una positiva autostima;
(2) fare esperienze positive nelle loro relazioni familiari ed
interpersonali; (3) controllare la loro vita e ciò che accade
introno ad essa; (4) fare esperienze positive e di evitare dolori.
Questo conduce a quattro
parametri di valorizzazione: (1) qualcosa è corretto e giusto
(dimensione etico-morale)?; (2) in che modo si esercitano influssi
su relazioni e quindi influssi di potere (politico-sociale)?; (3)
qual è la relazione tra impiego e utilità (oggettivo-finanziario)?;
(4) qualcosa troverà risonanza (edonistico-estetico)?
Tutti gli uomini hanno queste dimensioni
interiorizzati; e quindi il senso per il bene comune nasce in un
certo senso naturalmente. Per fare un esempio semplicistico 23:
una giovane famiglia, dopo tante considerazioni, finalmente
acquisisce una macchina. Tutti sono contenti. La famiglia ha trovato
quello che ha cercato, il prezzo è più che accettabile; ma anche il
venditore è contento dell’affare che ha appena fatto. Questo
episodio viene considerato, di primo acchito, ovviamente dal punto
di vista economico: ma dal punto di vista della società, del
"comune", succede molto di più che solo la realizzazione di un atto
di compravendita. Certe istituzioni sociali, in questo momento,
implicitamente si ripetono: differenze di status sociale vengono
continuati, mode vengono confermate, la fiducia nella tecnica e nel
sistema economico viene riprodotta. In altre parole, in questo
contratto privato tra venditore e compratore c’è di per sé e già
presente la società stessa, ogni azione economica, per quanto
"privata" sia, ha sempre una dimensione sociale e riproduce le
domande di valorizzazione sociale che vigono nel rispettivo ambiente
sociale.
L’agire economico fa dunque parte di un agire
pluridimensionale; di cui una dimensione e la produzione, gestione e
ripartizione di beni scarsi, e quindi aventi un prezzo. Ma
contemporaneamente sono sempre chiamati in causa altri valori 24.
Il "bene comune", in questo insieme di valori, sta per quei beni che
non cadono sotto il giudizio di scarsità e che quindi non
corrispondono ai parametri del mercato. Essi non vengono prodotti
dal mercato; semmai possono essere realizzati attraverso esso. Non
sono individuali ma superindividuali, si basano sull’unione e sulla
collaborazione di tutti i membri della società. Sono destinati a
tutti e vengono realizzati solo approssimativamente, nella misura in
cui tutti membri di una comunità/società vengono resi partecipi. A
più persone il bene comune viene sottratto, meno esso è realizzato.
Il bene comune è un bene che si realizza solo in quanto non solo
viene posseduto in comune ma in quanto è proprio esso che unisce25.
Da questi pochi accenni si evince che, in
quanto questo modello modifica l’agire economico, è indirizzato
proprio ai primi agenti a livello economico, ossia gli imprenditori
e le aziende. A questo livello si parla ormai della
responsabilizzazione sociale delle imprese e del "Social business"
che – in chiave di "sviluppo sostenibile" – è indirizzato proprio ad
un agire economico che sia attento alle risorse ambientali e sociali
dell’uomo, assicurandogli in questo modo quelle condizioni di cui
egli si deve poter avvalere per lo sviluppo della sua personalità.
Analizziamo un attimo il primo dei due
concetti, della "Corporate Social Responsability" 26:
emblematico, qui, il caso delle sigarette "WEST". Un’analisi ha
portato alla luce, che i consumatori di questo marchio non lo fumano
per quegli aspetti che l’impresa sottolinea nella pubblicità, ma per
le sue azioni di sponsoring sociale. Quest’ultimo aspetto è talmente
incisivo che in fin dei conti le sigarette vengono fumati non per ma
piuttosto nonostante la pubblicità che esso emette. Vari altri casi
di "social-sponsoring" come realizzazione della "responsabilità
sociale d’impresa" (RSI) si lascerebbero aggiungere. L’aspetto
rilevante, che della RSI fa una realizzazione di "bene comune", non
è il fatto che l’azienda produca economicamente profitto con il
quale, a livello di "social commitment" si "pulisce" la coscienza,
investendo una parte del profitto nell’ambiente sociale. Questo
modello, nel quale i manager cinici coprono "l’assenza di scrupoli
morali"27,
rientrerebbe piuttosto ancora nel primo modello di "bene comune".
Qui, all’interno della seconda concezione proposta, il "bene comune"
non viene visto come qualcosa di esteriore-complementare all’agire
economico, ma come integrativo dell’economia stessa: l’azienda
stessa agisce in modo etico, non esporta l’etica dando "social
comitments". Infatti, nelle azioni di RSI, la produzione di
ricchezza e distribuzione della ricchezza non più divise ma nella
stessa società, nelle azioni produttive stesse ancorate. "puro
business" e "pura filantropia" non più divise ma messe insieme.
Come caso esemplare si lascerebbe aggiungere
il modello di Danone, in collaborazione con la banca sociale "Grameen" 28,
che il co-fondatore di questa banca nonché premio nobel Mohammed
Yunus ha iniziato in Bangladesh: Iniziando una produzione di yoghurt
nutriente in Bangladesh, comprando gli ingredienti per un prezzo
elevato direttamente dai contadini della zona, e organizzando la
distribuzione pure tramite le persone del luogo, egli abilita la
gente del luogo, attraverso questa forma di partecipazione al
processo economico, di comprare anche i prodotti. "As long as a
project has to rely on subsidies and donations to cover its losses,
such a project remains in the category of charity. But once such a
project achieves full cost recovery, on a sustained basis, it
graduates into another world – the world of business. Only then can
it can be called a social business". Rinforzare le istanze del
mercato, sulla base della concezione del "bene comune", dà più aiuto
di qualsiasi donazione di elemosine. Questo significa un
investimento secondo le leggi del mercato, ma non in una prospettiva
neoliberale, bensì scoprire il mercato come quel spazio in cui
realizzare un bene, che non è il bene del profitto individuale che
quindi, una volta prodotto, può essere tolto e individualizzato, ma
rimane come una vera e propria istanza del bene comune all’interno
dell’attività imprenditoriale per essere reinvestito negli acquisti
di prodotti e ingredienti da parte della popolazione bangladeshiana.
Questa idea non è rimasta un caso unico; nel frattempo anche tante
altre aziende europee si sono interessate per un progetto di
realizzazione della stessa.
A questo punto si evince chiaramente che il
concetto di "bene comune" apre un’ulteriore spazio al di là della
dicotomia Stato-individuo, mirando alla dimensione della società
civile, e in questo caso al "mesolivello" economico degli
imprenditori: gli imprenditori stessi vengono responsabilizzati 29;
e questo è di somma importanza in un momento in cui, come analizzato
in precedenza, le possibilità dell’ordinamento politico vengono
notevolmente sfidate dalla globalizzazione e dagli sviluppi
corrispettivi ad essa. Insomma: il "bene comune" acuisce
l’attenzione per la decentralizzazione, che secondo la concezione
del "bene comune" si deve attualizzare nell’ordinamento
politico-economico: ossia l’esigenza di porre l’attenzione
dell’economia mondiale alle concrete unità quali sono i paesi che si
devono rapportare con i mercati globalizzati, ossia a livello
nazionale, di dare più attenzione alle strutture locali, in cui sono
innescate anche le piccole e medie aziende. E solo attraverso un
tale sguardo verso il particolare che l’uomo e le sue relazioni
sociali, quale criterio del "bene comune" appare come istanza della
valutazione etica. Solo in questo modo si riesce a rivalorizzare
quelle dimensioni che questo secondo modello di "bene comune"
reclama, e che sono dimensioni di una versione personalista
dell’uomo. Paradossalmente, è questa la risposta che il concetto di
"bene comune" dà alle sfide di "globalizzazione", perché solo da
relazioni sociali integre può nascere quella "globalizzazione della
solidarietà"30
come spesso
viene reclamata quale reazione alla globalizzazione economica.
4. Epilogo
Come si può evincere da queste considerazioni,
il concetto di "bene comune" è un concetto correttivo, correlativo
che cerca di correggere, appunto, alcune conseguenze che la
globalizzazione dell’economia capitalista nella sua recente fase
neoliberalista ha causato e sta causando a scapito di valori
autenticamente umani. L’uomo non è solo quell’individuo che può
presupporre la sua perfetta costituzione sociale e un perfetto
quadro ambientale, all’interno del quale i suoi rapporti economici
si sviluppano in modo esemplare, quasi come coltivati in una serra.
In quanto tale, l’economia di mercato e l’ homo
oeconomicus
è un modello, un’astrazione della realtà, che
solo in questa astrattezza funziona così come prevede la teoria.
Nella prassi sono invece da considerare tanti altri fattori umani,
quelli appunto che recentemente vengono reclamati con il concetto
del "bene comune". In questo senso, il concetto di "bene comune"
verte ad un vero e proprio cambiamento di stile di pensare, tende a
superare la riduzione delle problematiche sociali e politiche a
questioni economiche; e critica, allo stesso momento, certi
meccanismi economici che a noi ormai sembrano essere normali e
insormontabili, ma che in realtà sono solo tali.
E proprio in questo momento sistematico che si
colloca la Dottrina sociale della Chiesa e la sua promozione del
concetto di "bene comune" che si basa sulla concezione che la
"dignità umana" viene rispettato non restringendo lo sguardo agli
interessi individuali e alle libertà del singolo
dalla
società, ma valutando e
valorizzando in modo adeguato le condizioni positive sociali stesse
ossia dell’ "insieme di quelle condizioni della vita sociale che
permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di
raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente"31.
A questo orientamento all’uomo in quanto persona32,
la Chiesa aggiunge come esigenza del "bene comune" la speciale
attenzione, l’ "opzione preferenziale per i poveri". In quanto essa
concepisce i beni della terra non come oggetto della concorrenza
libera, per cui finirebbero nella prerogativa esclusiva dei loro
appropriatori, ma pronuncia la dimensione di obbligazione sociale
che la proprietà comporta con sé, la Chiesa connette a questa
dimensione il suo specifico annuncio dell’attenzione ai più poveri
della società in quanto in una prospettiva del "bene comune" sono
quelli che costituiscono la vera "prova di tornasole": "Essa
[l’opzione preferenziale per i poveri] si riferisce alla vita di
ciascun cristiano […] ma si applica egualmente alle nostre
responsabilità sociali
e, perciò, al nostro vivere, alle
decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei
beni"33.
L’opzione preferenziale per i poveri, in fondo, è quella originale
risposta del Cristianesimo, in chiave di bene comune, che mira all’empowerment
di gruppi marginalizzati, in quanto mira alla loro
inclusione/partecipazione, alla valorizzazione delle loro
potenzialità per il mercato, per condurli in questo senso alla
partecipazione al mercato e alla vita pubblica stessa.
Il sociologo Alfred Hirschmann ha teoretizzato
che le fasi orientate al bene individuale e al bene comune si
alternano, per cui alla delusione dell’una segue l’esordio
dell’altra, fin quando anche quest’ultima non arrivi alla delusione
per cui l’alternarsi comincia daccapo. Perciò ritengo che i due
principi si devono sempre richiamare l’uno all’altro e non finire
unilateralmente. La lotta per i diritti fondamentali umani e per la
sua partecipazione al bene comune devono svolgersi insieme e
sostenere l’una l’altra 34.
Le decisioni nel caso specifico spesso sono difficili e dipendono da
fattori concreti e da compromessi. Come una tale domanda difficile
penso ad es. alla questione della valutazione etica della domanda
del "reddito minimo".
La dottrina della "economia sociale del
mercato" ha cercato di integrare entrambi gli aspetti; ad es.
formula Müller-Armack che le leggi dell’economia di mercato
"funzioneranno più efficacemente più ci sono persone che cercano di
sviluppare non solo la loro conoscenza economica e tecnica, ma anche
altre qualità richieste nella vita, al di là del mercato, che essi
poi applicano alla sfera economica"
35.
Questo vuol dire che la stessa economia di mercato, per il suo
funzionamento reale
– ormai non si parla più del solo
funzionamento astratto o secondo il modello – ha bisogno dei valori
del bene comune. Questo è importante al fine di ottenere anche quel
bene comune che è il
mercato stesso in quanto
meccanismo di "utilizzo ottimale delle risorse disponibili in
rapporto alla qualità e quantità dei bisogni umani"36.
In questa prospettiva finale, si delinea la possibilità di una
(almeno parziale) sintesi in quanto il bene comune non viene
interpretato in concorrenza o falsificazione del mercato, ma come l’inveramento
della sua intuizione in quanto dimensione fondamentale dell’agire
umano. Il suo concetto è la produzione di "capitale sociale".
Non è di per sé sbagliato di votare per la
costruzione di un parco pubblico, anche se connesso con immense
spese per la costruzione e la manutenzione. Allo stesso modo non è
‘matematicamente’ detto che un’organizzazione perfetta di pattuglie
e di forze d’ordine garantirà una situazione di maggior sicurezza.
Dei fattori sono da considerare, come si evince da questa analisi,
parecchie e sono pluriformi. Queste considerazioni aprono il
discorso ai veri fondamenti del "bene comune" che appunto non sono
economicamente producibili, ma consistono nella solidarietà e la
responsabilità vissute in una società.
Come un discorso etico chiude in modo classico
con quel aspetto che la tradizione ha sempre identificato con il
fine dell’etica, ossia della felicità, questa prospettiva
costituisca anche l’ultimo aspetto del presente discorso. Pascal ha
trovato le seguenti parole: "Tutti gli uomini cercano di essere
felici: è un fatto che non ha eccezione; per quanto diversi siano i
mezzi ch’essi impiegano tendono tutti a tal fine […]. Questo è il
motivo di ogni azione di tutti gli uomini, persino di quelli che si
accingono a impiccarsi" 37.
Applicato all’economia, rimane da riassumere, che la felicità non si
calcola in cifre material-economiche ma che esige un concetto di
"bene comune" nell’ampiezze del suo significato come fu delineato in
questa trattazione. In questo senso, è noto che la "curva" della
felicità, con crescente benessere, non è una crescita continua ma
segna piuttosto una parabola in forma di U rovesciato38.
Attraverso queste considerazioni, il concetto di "bene comune" non
intende di sostituire i nostri concetti di economia e di abolirli,
ma di integrarli, non a scapito ma per il funzionamento
dell’economia stessa, in quanto essa fa parte della
pluridimensionale realtà del relazionarsi sociale dell’uomo, non
riducibile ad un rapporto persona-cosa o persona-capitale, ma sempre
mirando alla "logica" persona-persona.
1
L. Bruni, Bene comune ed economia per un’economia agapica,
in: Bene comune e Dottrina sociale della Chiesa in Italia. Dal
Vaticano II a Benedetto XVI. Atti del primo seminario preparatorio
del Centenario delle Settimane Sociali, a c. di Comitato Scientifico
e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani,
Bologna 2007, 67-82, qui 74.
2
A. Smith, Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza
delle nazioni, a c. di A. Compolongo, Torino 1958, 409 (IV,2).
3 Sono autori come W. Eucken, F. A. v.
Hayek, M. Friedman, la scuola di Chicago, K. Homann – pur con
notevoli differenze tra di loro, essi convengono nell’opinione che
il mercato deve essere inquadrato da regole, siano esse parte di un
ordinamento vero e proprio, siano le leggi ferree del mercato
stesso.
4 Smith, Ricerche, 17 (I,2).
5 B.
Mandeville, La favola delle api ovvero, vizi privati, pubblici
benefici con un saggio sulla carità e le scuole di carità e
un’indagine sulla natura della società, a c. di T. Magri,
Roma-Bari 2002, 266.
6 Cfr. G. Manzone, Il mercato.
Teorie economiche e dottrina sociale della Chiesa, Brescia 2001,
334.
7 Cfr. F. A. v. Hayek, La società
libera, cit. in: Manzone, Il mercato, 377.
8 Questa espressione di Milton in un
articolo sulla New York Times del 13.09.1970, viene riportata
da S. Zamagni, L’economia del bene comune, Roma 2007, 152.
Zamagni commenta: "la tesi anti-RSI avrebbe senso, oltre che peso,
se i mercati, sia degli input sia degli output, fossero tutti
di concorrenza perfetta; se la distribuzione del reddito
fosse equa, nell’accezione minimale di consentire a tutti i soggetti
di partecipare al gioco di mercato; se la preferenza degli
agenti economici restassero immutate rispetto allo svolgimento
dell’attività economica" (ibid. 156).
9 K. Homann, Wettbewerb als
effizientere Form der Caritas, in: Süddeutsche Zeitung
del 12.02.02, 20.
10
A Milano questa cifra corrisponde al numero di oltre 82 mila
famiglie; cfr. Corriere della Sera, 10.02.2004 (http://archiviostorico.corriere.it/2004/febbraio/10/Milano_oltre_mila_famiglie_vivono_co_7_040210013.shtml;
17.02.2009).
11 Cfr. E. Colom, Principi e valori
della DSC, in: P. Carlotti / M. Toso (edd.), Per un umanesimo
degno dell’amore. Il "Compendio della Dottrina sociale della
Chiesa", Roma 2005,281-316, qui 289.
12 Manzone, Il mercato, 331.
13 Cfr. A. Sen, Development as
Freedom, Oxford 1999.
14 Manzone, Il mercato, 328.
15 Zamagni, L’economia, 27.
16 Zamagni, L’economia, 56.
17 Nel seguente, mi riferisco
all’approccio di L. Bruni, S. Zamagni, che si rifanno non alla
tradizione scozzese, ma agli autori dell’illuminismo italiano quali
A. Genovesi, P. Verri, C. Beccaria.
18 R. Petrella, Il bene comune.
Elogio della solidarietà, Reggio Emilia 1997, 6.
19 Combi-Monti sottolineano che in
questa dimensione sociale si tratta di una dimensione essenziale del
"bene" stesso che quindi di per sé ha carattere sociale: "Ciò che
risultasse essere bene soltanto per se stessi o per la propria
parte, ma intaccasse il bene altrui, non può essere considerato
bene in senso autentico, in senso etico, di cui il
bene comune è nient’altro che l’espressione sociale" (E.
Combi / E. Monti, Fede e società. Introduzione all’etica sociale,
Milano 2005, 142).
20 Zamagni, L’economia, 7.
21 Come fu già accennato, in modo
emblematico è la questione dello sviluppo sostenibile che oltrepassa
il paradigma neoliberale: "L’economia neoclassica affronta, in
quest’ottica, solo il primo e più elementare livello gerarchico,
quello del comportamento individuale razionale. La questione della
sostenibilità, invece, va posta a un differente e più elevato
livello gerarchico, che ha a che fare con la compatibilità
complessiva del sistema, sottoposto alle sfide produttive
capitalistiche" (S. Maffettone, Responsabilità sociale,
governanza e sostenibilità, in: S. Semplici [ed.], Il mercato
giusto e l’etica della società civile, Milano 2005, 57-68, qui 67).
22
Per la seguente sistematica rimando a T. Meynhardt, Welchen
Beitrag leisten Organisationen zum Gemeinwohl?
(www.cse.unisg.ch/download.php?file_id=737&download=true;
17.02.2009), 7.
23 Cfr.
Meynhardt, Welchen Beitrag, 1s.
24
"Ora, se nessuno potrà mai dubitare della rilevanza delle relazioni
di scambio, soprattutto in un’epoca come la nostra caratterizzata
dalla globalizzazione dei mercati, è del pari vero che esse non
esauriscono la vasta gamma delle relazioni tra soggetti" (S. Zamagni,
Requisiti morali di un nuovo ordine sociale e economia civile,
in: id. (ed.), Economia, democrazia, istituzioni in una società in
trasformazione. Per una rilettura della Dottrina Sociale della
Chiesa, Bologna 1997, 119-151, qui 128s.).
25 Per questa breve definizione cfr. W.
Kerber, Gemeinwohl, in: Lexikon für Theologie und Kirche,
vol. 4, Freiburg-Basel-Rom-Wien 19953, 439s.
26 Cfr. anche M. Molteni, Per
un’imprenditorialità socialmente orientata, in: Semplici (ed.),
Il mercato giusto, 125-157.
27 Zamagni, L’economia, 151.
28 Per la banca "Grameen" nel contesto
di "etica finanziaria" cfr. I. Musu, Esigenze di etica della
finanza in un contesto di globalizzazione, in: Zamagni (ed.),
Economia, democrazia, istituzioni, 81-117, qui 115.
29 Risulta evidente come questo
approccio evita la dialettica dicotomica "individuo-Stato", come sta
alla base della prima concezione di "bene comune" qui esposto.
Mentre quella oscilla tra pretese di "deregulazione" e "intervento",
il secondo concetto accentua la dimensione morale del "bene comune":
"La soluzione possibile non è né nella deregulation senza limiti, né
nell’acccentuazione dell’intervento, ma, invece, nell’integrazione:
nel mantenimento degli assetti legislativi; del rafforzamento degli
strumenti di attuazione; della crescita contestuale di un
orientamento strategico manageriale che veda nell’elevazione della
qualità ambientale un momento essenziale della politica aziendale"
(G. Sapelli, Etica d’impresa e valori di Giustizia, Bologna
2007, 55s.).
30 Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso
del 1.05.2000 a Tor Vergata, n° 2.
31 Gaudium et spes, 26;
Compendio, 164. "Il bene comune della società non è un fine a sé
stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei
fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera
creazione" (Compendio, 170).
32 Cfr. Compendio, 105-159;
Gaudium et spes, 25.
33 Sollicitudo rei socialis, 42;
Compendio, 182.
34 Non a caso, il Compendio
tratta del "principio" del "bene comune" subito, come secondo
principio, dopo quello di personalità (cfr. Compendio,
164-170).
35 Müller-Armack, in: Manzone, Il
mercato, 379.
36 Manzone, Il mercato, 381.
37 B. Pascal, Pensieri, 1999,
425 (p. 141).
38 Cfr. Zamagni, L’economia, 57.
Sondrio,17 Febbraio 2009
Incontro formativo
UCID Sondrio e Rotary Club Sondrio
Markus Krienke
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