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Interventi

La Redazione segnala:

"Quali sono i parametri del bene comune?"

Incontro UCID - Sezione di Sondrio e

Rotary Club Sondrio del 17/2/2009

 

 

Riceviamo e pubblichiamo la relazione del Professor Markus Krienke, Professore associato di etica sociale cristiana dell'Università di Lugano, in occasione dell'incontro UCID avvenuto il 17 Febbraio 2009 a Sondrio

 

 

Quali sono i parametri del bene comune?

Alcuni esempi della discussione attuale

Manoscritto della conferenza serale tenuta presso

il Rotary Club di Sondrio, 17 febbraio 2009

Markus Krienke (Lugano)

 

1. Il ritorno del "bene comune" ossia della questione etica nell’economia

Parlare del "bene comune" è tornato di attualità. Nel dibattito pubblico il termine funge pressoché come "slogan" per gli interessi pubblici, che concernano tutti, a differenza di quelli privati che si vedono già fin troppo considerati in chiave di egoismi economici e di dissoluzione del tessuto sociale. In altre parole, nel nostro tempo, in un’epoca dell’espandersi di una nuova forma di neoliberalismo e dello scomparire della forza ordinatrice della politica, nasce l’impressione che il bene comune non è considerato dall’attuale sistema economico, in altre parole che l’attuale sistema dell’economia del mercato funzioni addirittura a scapito dello stesso e che perciò la politica dovrebbe tornare a prendere in mani le redini dei processi economici. Non a caso, proprio questa è stata la reazione maggioritaria agli avvenimenti della recente crisi economico-finanziaria. L’accennata "dialettica" tra interessi individuali e l’argomento del "bene comune" si verifica innanzitutto nelle situazioni in cui un’azienda comunica di licenziare una parte dei suoi dipendenti: in questi casi viene fatto riferimento alla retorica della "logica" o delle "leggi del mercato", orientata alla massimizzazione dei profitti e alla minimizzazione dei costi, e quindi al fine di un maggiore bene economico. Per contestare questo meccanismo che per la sua logica sembra essere di una irrimediabile inevitabilità, le proteste pubbliche ricorrono alla retorica del "bene comune" per esprimere il loro disaccordo con quel bene che viene proposto in quanto coerente alla "logica del mercato". Spesso, però, dietro questa retorica del "bene comune" si nascondono interessi individuali, cioè dell’opinione pubblica, di schieramenti politici, dei lavoratori stessi, che si avvalgono però del concetto del "bene comune" per rafforzare la loro posizione nelle trattative. La retorica del "bene comune" esprime quindi una logica contraria alla "logica del mercato", o perlomeno esige un’integrazione necessaria di quest’ultima con il "bene comune"?

Dall’altra parte, però, anche gli agenti al livello del mercato stesso si avvalgono della retorica del "bene comune", di cui persino la politica negli ultimi anni si è spesso servita: la realizzazione del "bene comune" attraverso i meccanismi del mercato stesso. Questo è il caso ad esempio della serie delle privatizzazioni di servizi pubblici che prima erano organizzati a livello di Stato: questa privatizzazione viene effettuata con l’argomento che essa giova al bene di tutti cioè al "bene comune" in quanto aumenta l’effettività, la qualità, mentre diminuiscono allo stesso momento i costi pubblici. Anche in questo caso si potrebbe ripetere la stessa domanda: con la retorica del "bene comune" viene enunciato una posizione di interesse particolare, individuale, cioè di "profitto" oppure esigenze dello Stato quali il debito pubblico, invece di mirare veramente ad un livello comune di vantaggio sociale a favore di tutti?

Al di là di questo sospetto che sorge dal dibattito attuale tra economia, politica e società civile, si evince il che concetto di "bene comune" è apparso recentemente proprio per la "forza retorica" che è in grado di sviluppare nell’opinione pubblica, mentre in concreto spesso vengono intese idee e argomenti piuttosto disparati e difficilmente conciliabili. Oltre questa attualità del termine, si scorge che esso esprime anche una vera e propria esigenza reale che ultimamente si sente a livello economico: ossia la necessità di applicare un criterio non-economico, cioè etico, alla realtà dell’economia e delle sue istanze. In quanto viene cercato, quindi, l’ "aggancio" nell’economia per la domanda etica, questa intuizione, che, dopo un periodo del prevalere della concezione neoliberalista, non può non sorprenderci, non è nient’altro che la ripresa di quel problema che ha condizionato la scienza economica nel momento della sua nascita, ossia con Adam Smith. Per quest’ultimo, nel ‘700 la scienza economica mirava a nient’altro che alla promozione del pubblico bene e della pubblica felicità. È questa la vera spinta per Smith che sta all’origine dell’agire economico dell’uomo – o come riassume Bruni questa teoria smithiana: "la spinta a essere felici ci porta a impegnarci per guadagnare e arricchirci, illudendoci che la ricchezza ci farà più felici"1. Questo atteggiamento però, così Smith nella sua opera The welfare of nations, si basa su un’illusione soggettiva, e sviluppando la teoria dell’homo oeconomicus, egli conferma il principio individualistico secondo il quale ciascuno "mira soltanto alla sicurezza propria" o al "guadagno proprio". Ma è proprio in questa autodirezionalità della sua azione egoistica che si innesca il meccanismo secondo il quale questa stessa persona "è guidato da una mano invisibile a promuovere un fine, che non rappresentava alcuna parte delle sue intenzioni. Nè è sempre un danno per la società che quel fine non rientri nelle sue intenzioni. Nel perseguire l’interesse proprio, egli spesso promuove quello della società più efficacemente che quando realmente intenda promuoverlo"2.

A ben vedere, Smith pronuncia con questa affermazione uno specifico concetto di "bene comune": il bene comune, in questa tradizione scozzese, viene inteso piuttosto come la somma dei beni individuali, espressi nel termine di "felicità", ossia con il prodotto degli impegni degli individui a raggiungere la loro felicità. In questa prospettiva, si delinea il caratteristico fondamentale di questa tradizione di pensiero economico, cioè che il bene comune non ha un valore proprio che oltrepassi il livello dei beni economici dei singoli, per cui si vede proprio nell’imporsi di questa tradizione economica, fino alla rifioritura del neoliberalismo nei nostri giorni, un continuo perdersi di quel concetto che in Smith ancora assumeva una centrale funzione argomentativa. La prima accezione di "bene comune" nella discussione attuale che vogliamo proporre è proprio la situazione odierna come parziale esito di questa linea di sviluppo, cioè il "bene comune" nell’odierno neoliberalismo e i problemi che affronta questo concetto nelle recenti tendenze.

2. Economia come etica ("good business is good ethics")

L’idea di Smith sta, come accennato, alla base di una concezione di "bene comune", sostenuto da economisti che con Smith si basano sul paradigma liberalista-neoliberalista3: ossia il calcolo di vantaggio/svantaggio svolto dal singolo individuo. Questo paradigma si caratterizza per essere universalmente applicabile; in chiave critica viene, perciò, denominato come "imperialismo economico". Il valore è strettamente il valore economico; il che viene palese nella nota illustrazione che sviluppa Smith per spiegare meglio la sua intuizione teoretica: "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell’interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai loro dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi"4.

Il "bene comune" dell’ordinamento politico si basa quindi sull’orientamento auto-centrico, cioè quello del proprio interesse, dell’homo oeconomicus e cerca di sfruttarlo positivamente per la convivenza sociale. La sua massima espressione trova questo modello nella formulazione di Mandeville secondo il quale non la benevolenza ma "ciò che noi chiamiamo male, sia morale sia naturale, è il grande principio che ci rende creature socievoli"5; e proprio l’uomo che in questa prospettiva è un essere difettoso e non-perfetto, è in grado di sviluppare l’agire economico. Da questa costellazione, che fa capo al modello del homo oeconomicus, derivano le leggi ferree del mercato che di per sé sono "avalutativi", prive di valorizzazioni. L’uomo moderno si rivelerebbe, in questa prospettiva, in un certo senso come un Robin Hood rovesciato: proprio seguendo il proprio interesse, si reca l’utile maggiore agli altri. In questo senso, il "bene comune" è un risultato di conseguenza, non un ideale, un regolativo o un programma politico che si potrebbe seguire attivamente. Ma nel frattempo, da Smith ad oggi, possiamo contare più esempi in cui questo atteggiamento ha causato piuttosto il dramma della "questione sociale", cioè dove la "mano invisibile" ha fallito. Questo esito condusse alla necessità di ordinamenti politici per cui la politica diventava l’istanza della garanzia del bene comune, che deve incidere appunto non attraverso una moralizzazione del mercato, bensì tramite l’ordinamento politico che in questo senso ‘copre’ ad un livello superiore la logica insindacabile del mercato. Questo ordinamento, soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale, assumendo il settore sociale, diventava il sistema dell’economia sociale di mercato, affidando al regolamento politico anche la realizzazione concreta del "bene comune". In quanto lo stato diventò sempre di più Welfare state, si può capire in che modo il "bene comune" fu considerato in modo crescente prerogativa dello stato, per cui si generano quei conflitti attuali sul bene comune ai quali fu fatto cenno nell’introduzione.

Come decisivo per questa concezione del rapporto tra economia ed etica e del concetto relativo del "bene comune", si rivela il modello dell’homo oeconomicus come attore: nella società moderna, e a maggior ragione nelle società pluraliste di oggi, non si presuppone l’uomo integrato attraverso forti legami sociali ma si parte piuttosto dall’individuo dal quale non ci si aspetta una moralità ma si esige un comportamento ed un atteggiamento razionale, calcolato. L’uomo moderno, sul quale si basa questo paradigma, è il soggetto atomistico, razionale e tendente all’ottimizzazione della sua situazione economica. L’homo oeconomicus è il modello dell’uomo che pensa esclusivamente in modo economico-razionale; egli ha la capacità di comportarsi unicamente in modo razionale. Le sue azioni sono determinate dall’aspirazione a massimizzare l’utilità e inoltre egli possiede di tutte le informazioni sulle alternative dell’azione e sulle rispettive conseguenze.

L’integrazione dei processi economici, allora, non si basa più su rapporti socialmente prestabiliti – e in effetti la globalizzazione ha cancellato anche l’ultimo resto di una tale concezione – ma attraverso quelle leggi di mercato che derivano dal modello dell’homo oeconomicus. I soggetti si comportano in un modo socialmente accettato, qualora si attengono alle leggi dell’ordinamento politico che diventa quindi il luogo della morale. Disfunzionalità morali a livello economico sono allora nient’altro che disfunzionalità dell’ordinamento politico dell’economia: nel momento in cui se ne verifica una discrepanza, questa non è da interpretare come una sfida morale all’individuo bensì come un difetto nell’ordinamento politico dell’economia. Il mercato sarebbe da considerare come un gioco di cui l’ordinamento è l’insieme delle regole: esse stabiliscono cosa succede se le due parti che giocano eccedono dalle regole previste. Di per sé, all’interno del gioco, ogni giocatore cerca di massimizzare il suo gioco, oppure in termini economici, la sua utilità; si tratta dell’unica prospettiva del singolo di soddisfare i suoi fini individuali6. Ovviamente, in una tale concezione, è il profitto dell’imprenditore quel momento che segnala il momento di "successo". Ad un difetto del gioco si risponde quindi, se esso è a livello individuale, con una sanzione, se a livello dell’ordinamento, con la correzione delle regole. In questa linea sta il pensiero soprattutto di Friedrich August von Hayek (1899-1992), secondo cui ogni ragionare su un "bene comune" in quanto categoria finalizzata dell’agire economico non ha più alcun senso, in quanto è una pura risultante dall’agire individuale sotto determinate regole e ordinamenti. Emblematicamente, egli afferma che il ragionare sulla moralità del mercato avrebbe lo stesso senso come chiedersi sulla moralità del clima7. Un tale "bene comune" si realizza soltanto in termini di giustizia delle regole e del funzionamento.

Il bene, allora, è definito attraverso un calcolo ottimo di allocazione, ossia in termini di "ottimo paretiano" nel senso che nella situazione di allocazione di risorse nella società non si può ottenere il miglioramento della condizione di un membro della società senza peggiorare quella di un’altro. Evidentemente, questo criterio è puramente economico e presuppone la situazione di una concorrenza pura. In questa situazione sarebbe senz’altro vero che il prezzo di una cosa scarsa sulla base di domanda/offerta rispecchia univocamente il suo valore nella società. Un mercato che funziona secondo questi criteri è "pareto-efficiente".

Applicato al comportamento degli attori al meso-livello economico, cioè agli imprenditori, Milton Friedman può formulare questo approccio nei termini che "la responsabilità sociale dell’impresa è di aumentare i suoi profitti"8. Perché per le leggi del mercato, da Smith a Pareto, questo comportamento avrà come risultato sempre la situazione di "bene comune".

Quindi, in questo modello, il bene comune si realizza tramite le leggi dell’ordinamento. Se queste leggi, nella realtà, si realizzassero perfettamente come dice la teoria, l’economia sarebbe l’etica con i mezzi migliori, praticamente l’etica con una certezza delle scienze naturali e soprattutto con un analogo successo. Karl Homann riassume questo approccio con le parole: "La competizione è la forma più efficiente della carità sotto le condizioni della società moderna"9.

Non è quindi di per sé il mercato e il comportamento da questo presupposto, la concorrenza tra homines economici, che risulta problematico, ma la domanda della sua specifica relazione con la realtà dei fatti. Questa domanda si radicalizza in modo sempre più evidente negli ultimi due decenni e il veloce espandersi di una nuova forma di neoliberalismo in tutto il globo, per l’altro in forme e combinazioni con sistemi sociali e politici mai immaginati prima, conducono ai noti fenomeni della "globalizzazione". In tutte le parti del mondo, questo sviluppo sembra di ricreare una situazione che per il continente Europa fu vissuto – in parte e con notevoli differenze – già un secolo fa, nella situazione storica della "quesione sociale" durante l’industrializzazione dell’800. Ma anche nell’Europa di oggi possiamo scorgere delle tendenze e dei segni che questa forma di un nuovo neoliberalismo causa all’interno delle nostre società: persino due città così ricche come Milano e Monaco di Baviera contano 13 % della popolazione che vive sotto la soglia della povertà10; a livello mondiale contiamo 1,3 miliardi di "assolutamente poveri".

In questo contesto, viene cercato a livello politico di riuscire a rimediare questa situazione e di conseguire il "bene comune" in quanto esso esprime delle disposizioni che consentono agli individui di poter sviluppare quelle potenzialità che loro, in quanto persone, sono. Dato che la "questione sociale" dei nostri giorni è incentivato e radicalizzato dal fenomeno della globalizzazione l’attenzione cade su quelle organizzazioni politiche a livello internazionale che cercano di rimediare a questi effetti della globalizzazione e di propagare un "bene comune" che spetta agli uomini in quanto membri della comunità globale. In questo senso organizzazioni come la World Trade Organisation (WTO), l’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), l’International Monetary Fund (IWF), l’International Labour Organization (ILO), cercano di associare la globalizzazione del neoliberalismo con una globalizzazione della politica. Sono queste istituzioni che realizzano un "bene comune" – ma sempre sulla base del e presupponendo il modello neoliberale, in quanto alla base sta il modello astratto dell’homo oeconomicus.

Queste problematiche comunque, che ormai si stanno espandendo intorno a tutto il globo e soprattutto senza il freno che derivava dalla divisione del mondo in due blocchi, per cui comunque il capitalismo nella sua forma neoliberalista fu considerato un sistema da gestire da quegli stati che lo propagavano, i quali, a loro volta, proprio per la loro contrapposizione al sistema socialista, erano impegnati a dare all’economia un ordinamento politico-sociale. Ora, senza questo "freno" naturale, il capitalismo è entrato nella sua fase globale-neoliberale, per cui alla politica viene sottratto la sua possibilità di un efficiente controllo e regolamento del sistema economico, per cui si realizza, passo a passo la crisi dell’approccio capitalista stesso. A segnalare questa crisi, allora, c’è il concetto di "bene comune" che denuncia le conseguenze pericolose che esso effettua a livello mondiale e che si articolano soprattutto in un misconoscimento dei valori di tipo (1) ambientale, (2) sociale e (3) individuale di dignità umana. È precisamente in queste tre dimensioni che il sistema del neoliberalismo capitalista minaccia l’uomo in quanto persona e in quanto dotato di valori che scaturiscono soprattutto dai suoi legami sociali che non sono sostituibili con relazioni economiche che intraprende l’homo oeconomicus. Infatti, chiedendoci espressamente in quali "valori" consiste concretamente il "bene comune" di cui fin ora fu parlato solo astrattamente, troviamo un catalogo molto articolato ed esaustivo gettando uno sguardo nei documenti della "Dottrina sociale della Chiesa". Essa elenca tra i "beni comuni": impegno per la pace, organizzazione dei poteri dello Stato, salvaguardia dell’ambiente, prestazioni dei servizi essenziali alla persona quali alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione dell’informazione, tutela della libertà religiosa11. In conformità con questo elenco, riportiamo anche quello del United Nationas Development Programme (UNDP) che – corrispondendo espressamente alle sfide della "globalizzazione" – ha sviluppato il concetto dei "beni pubblici globali", cioè beni il cui uso supera i limiti nazionali e generazionali (cioè spaziali e temporali): un ambiente sano, un clima mondiale intatto, pace, sicurezza, stabilità economica e sociale, eredità culturale. È dall’esistenza di tali "beni pubblici globali" dai quali dipende senz’altro il futuro dell’umanità. Proprio questi beni sono a rischio nella situazione attuale di rischi globali (guerre, terrore, crisi economiche, povertà, cambiamento climatico). "L’oggetto del bene comune è l’insieme delle istituzioni, dei principi e dei mezzi che permettono di promuovere e garantire l’esistenza di tutti i membri di una comunità umana. Nel settore economico si struttura attorno al diritto di giusto accesso da parte di tutti all’alimentazione, all’alloggio, all’energia, all’educazione, alla salute, all’informazione ecc."12. Tale definizione comporta con sé anche una reinterpretazione del concetto di "sviluppo" che ormai non significa più la mera crescita economica, ma uno sviluppo "sostenibile", considerando le risorse ambientali ed umane, entrambe orientate allo sviluppo libero della persona, come tematizzato da Sen: "Development as Freedom"13. Questa definizione di "beni comuni" si traduce soprattutto in termini di giustizia: distribuzione giusta, capacità di acquisto di tutti i membri della società, possibilità di prendere parte al processo economico14. Si può riassumere questi aspetti anche nel termine di "giustizia di partecipazione", comprendendo l’aspetto temporale-transversale verso il futuro, cioè la responsabilità per le generazioni future, e, come pure compresa in questo aspetto, un’attenzione all’ambiente. Le due dimensioni della giustizia universale, formulata come "bene comune", spesso vengono anche riassunte come "capitale sociale" e "capitale ambientale".

Quando con il venire meno dello Stato nazionale, anche le possibilità che ha l’ordinamento politico di garantire tali valori e beni a livello mondiale diventano meno, il modello dell’ordinamento neoliberale perde di sua forza convincente, cioè quello di affidare i valori del "bene comune" all’ordinamento politico, mentre a livello dell’agire economico e delle aziende viene lasciata la pura razionalità economica. E questo precisamente nella misura in cui manca quello Stato che dovrebbe realizzare il bene comune attraverso l’istituzione che alla fine dell’800 si è creato in Europa come risposta al neoliberalismo, ossia attraverso l’ordinamento politico-sociale.

Lo sviluppo neoliberalista non solo toglie al sistema economico il suo ancoramento nell’ordinamento politico, ma effettua delle conseguenze nocive anche al livello del suo proprio fondamento, cioè verso quel uomo che esso stesso presuppone come agente autonomo e maturo all’interno del processo economico. Perché con gli effetti della crescente disoccupazione, della tendenza del lavoro di pervadere sempre più spazi della persona umana e della sua libertà, di determinare sempre di più le sue sfere di vita e di autonomia, erodono quei fondamenti su cui il modello neoliberalista si basa costitutivamente. Faccio solo un esempio, cioè riporto un’analisi psicologica secondo la quale la conseguenza di una crescente disoccupazione consiste nella nuova situazione esistenziale per la singola persona di oggi che in certi versi radicalizza quella situazione socialmente preoccupante come fu verificata già nella crisi neoliberale del fine ’800. Mentre nell’800 era Marx a criticare lo sfruttamento del lavoratore, oggi la situazione si è aggravata in questo senso: "Sentirsi inutili […] è ancora più umiliante che sentirsi sfruttati, anche perché la percezione dello sfruttamento genera quasi sempre una qualche reazione negli sfruttati, e quindi un mutamento di assetto, mentre l’umiliazione genera rassegnazione e dunque perpetuazione dello status quo"15. Se in quel momento lo Stato interviene, dà solo elemosina, e non rispetta la dignità dell’individuo: "l’impiego di incentivi economici non solamente riduce l’autodeterminazione e l’insieme delle possibilità di espressione – ricevendo l’incentivo, la persona intrinsecamente motivata si vede ridotte le possibilità di manifestare comportamenti coerenti con il suo sistema di valori – ma mina alla base il sentimento di autostima […]: ricevere un pagamento per un’azione che il soggetto avrebbe comunque compiuto diminuisce la considerazione sociale, cioè il social reward. Come si può comprendere, la via d’uscita dai problemi che derivano dall’abbandono dell’assunto di additività non può venirci dall’individualismo, perché esso stesso è il problema"16. Ma se la situazione è tale, vuol dire che mobilizzazioni del consumatore sulla base della sua "autonomia" e responsabilità quali si sono espresse ad es. nei famosi casi di "etoy" o di "Brent Spar" rimangono esempi singolari, perché manca quel consumatore autonomo, manca l’individuo autodeterminato: l’uomo di oggi finisce nell’indifferenza, mentre gli mancano quelle relazioni e quei valori sociali come sono espressi dal "bene comune". In questo senso, nella nostra società il "bene comune" si esprimerà nei parametri che indicano la misura in cui gli individui possono realizzarsi in quanto tali e partecipare ai processi sociali, politici ed economici. "etoy", ad esempio, è un collettivo di artisti che nel 1999 fu giuridicamente costretto di cedere il suo indirizzo web al giovane internet business "eToys". Questo fatto ha suscitato una reazione spontanea di tutta la comunità internet in un modo che il corso azionario di "eToys" andava in notevole perdita per cui questo giovane internet business si vedeva costretto a restituire l’indirizzo web inclusivamente i risarcimenti a "etoy". Questo caso divenne famoso come il "Brent Spar" dell’E-Commerce – ricordiamo il caso "Brent Spar" per cui nel 1995 i consumatori, boicottando la benzina di "Shell" hanno raggiunto il risultato che l’azienda non affondava la torre di trivellazione nel mare, e piuttosto la smontava in un modo responsabile nei confronti dell’ambiente. Queste sono due azioni a livello individuale, dove la reazione spontanea dei consumenti ha esercitato un influsso notevole sull’agire economico delle aziende, realizzando in questo momento un bene comune. Solo che sono azioni singolari, e come detto, sempre di meno, quando i soggetti si sentono sempre più impotenti riguardo ai processi economici: a questo punto si verifica la necessità di un nuovo modello di correlare "etica" ed "economia" per poter richiamare alla coscienza che quest’ultima è un assetto dell’agire umano vero e deve essere indirizzato, quindi, al "bene comune".

3. Economia ed etica come istanze integrative

Per rimediare a questi sviluppi, che una radicalizzazione neoliberalista dell’economia del mercato toglie sempre di più il fondamento di relazionalità umane che ne sta a fondamento, negli ultimi anni sorgono tentativi che cercano di indirizzare l’attenzione pubblica su questa realtà, utilizzando proprio in questa direzione il concetto di "bene comune"17. Mirando quindi ad un nuovo rapporto tra "etica" ed "economia", si cerca delle strategie alternative per realizzare il "bene comune", non separando i due ambiti dell’agire economico e della valutazione etica, ma mirando ad un’implemento dell’agire economico in un concetto pluridimensionale di agire umano-sociale. Ogni agire umano è necessariamente un agire sociale; non esiste un agire puramente individualistico che non ne avrebbe una tale dimensione accennata. Si tratta di rendere "civile" il mercato, di comprenderlo come reificazione della relazionalità umana. In questo modo, non è più l’efficienza dell’azione, concepita come singolare ed isolata, alla base del modello ma il momento della reciprocità e della riconoscenza: "Il riconoscimento dell’importanza primordiale dell’ ‘esistenza dell’altro’, è alla base di ogni società e di ogni cultura"18. Ed è proprio questa dimensione che apre la considerazione del mercato ad una nuova dimensione, non compresa nella considerazione dell’azione singolare sulla base dell’interesse dell’individuo, bensì che pone in primo rango la realtà interpersonale, e che apre alla considerazione economica la dimensione del "bene comune". Il "bene comune", in questa prospettiva, non parte dalla difesa dei diritti individuali, ma si basa sulla categoria del "riconoscimento"19: "Si noti che mentre per difendere un diritto si può ricorrere alla legge, si adempie ad un’obbligazione per via di gratuità e quindi in seguito al processo di riconoscimento reciproco"20. Questi vincoli, per poter svilupparsi come vincoli umani, si vedono esposti, proprio oggi ai già accennati rischi specifici: in quanto sono proprio le loro condizioni sociali, ambientali e in chiave di identità che i recenti sviluppi hanno messo a rischio. In tale prospettiva, emerge in quanto il concetto di bene comune tende proprio ad assicurare queste dimensioni che si rivelano poi come niente meno che come i fondamenti indispensabili di qualsiasi funzionamento di mercato. Per la teoria del "bene comune" non esistono prima gli individui, e che dal coordinamento dei loro interessi nasca come conseguenza il mercato, ma c’è sin dall’inizio un’indispensabile rapporto sociale, conditio sine qua non per l’instaurazione di qualsiasi economia di mercato21. Il "bene comune" prende di mira, in questa prospettiva, le strutture relazionali in cui si svolge l’essere umano: la famiglia, il gruppo sociale, l’associazione, l’impresa, ma anche le forme politiche come la città, la regione, lo Stato ecc., interrogandosi sul bene comune proprio di ciascun gruppo nella prospettiva della promozione di quei valori sommamente personali come vengono espressi dal "bene comune" sopra menzionato. Per questo, la proposta non è contrario all’economia del mercato, tutt’altro, ma avverte della sua astrazione da quella sua base reale quale viene rappresentata dal "bene comune"; se esso si stacca da questa dimensione e si auto-fonda come fu analizzato per il nuovo corrente del neoliberalismo, esso commette delle riduzioni che nel mondo di oggi non vengono più ritenuti sostenibili.

Questa seconda accezione del "bene comune" si qualifica, quindi, nel non ridurre l’etica all’economia, ma nel comprendere il mercato come un luogo dove l’agire umano si esercita e si espone quindi ad una valutazione anche di tipo etico. Si tratta quindi di "liberare" il mercato, ma nel senso giusto, cioè liberarlo da restrizioni che la nuova corrente del neoliberalismo ha creato. E tutto questo si deve basarsi sui valori di comunità condivisi, quali sono i valori democratici: solidarietà, giustizia, libertà, sviluppo della persona, di partecipazione e di responsabilità.

Quel che si intende con questa dimensione di declinare il "bene comune", si vede in modo emblematico qualora si intraprende una piccola analisi fenomenologica del concetto di "valore": esso non comprende solo il valore monetario ed economico, ma "valore" per l’uomo ha varie dimensioni22: infatti, gli uomini tendono a (1) sviluppare una positiva autostima; (2) fare esperienze positive nelle loro relazioni familiari ed interpersonali; (3) controllare la loro vita e ciò che accade introno ad essa; (4) fare esperienze positive e di evitare dolori.

Questo conduce a quattro parametri di valorizzazione: (1) qualcosa è corretto e giusto (dimensione etico-morale)?; (2) in che modo si esercitano influssi su relazioni e quindi influssi di potere (politico-sociale)?; (3) qual è la relazione tra impiego e utilità (oggettivo-finanziario)?; (4) qualcosa troverà risonanza (edonistico-estetico)?

Tutti gli uomini hanno queste dimensioni interiorizzati; e quindi il senso per il bene comune nasce in un certo senso naturalmente. Per fare un esempio semplicistico23: una giovane famiglia, dopo tante considerazioni, finalmente acquisisce una macchina. Tutti sono contenti. La famiglia ha trovato quello che ha cercato, il prezzo è più che accettabile; ma anche il venditore è contento dell’affare che ha appena fatto. Questo episodio viene considerato, di primo acchito, ovviamente dal punto di vista economico: ma dal punto di vista della società, del "comune", succede molto di più che solo la realizzazione di un atto di compravendita. Certe istituzioni sociali, in questo momento, implicitamente si ripetono: differenze di status sociale vengono continuati, mode vengono confermate, la fiducia nella tecnica e nel sistema economico viene riprodotta. In altre parole, in questo contratto privato tra venditore e compratore c’è di per sé e già presente la società stessa, ogni azione economica, per quanto "privata" sia, ha sempre una dimensione sociale e riproduce le domande di valorizzazione sociale che vigono nel rispettivo ambiente sociale.

L’agire economico fa dunque parte di un agire pluridimensionale; di cui una dimensione e la produzione, gestione e ripartizione di beni scarsi, e quindi aventi un prezzo. Ma contemporaneamente sono sempre chiamati in causa altri valori24. Il "bene comune", in questo insieme di valori, sta per quei beni che non cadono sotto il giudizio di scarsità e che quindi non corrispondono ai parametri del mercato. Essi non vengono prodotti dal mercato; semmai possono essere realizzati attraverso esso. Non sono individuali ma superindividuali, si basano sull’unione e sulla collaborazione di tutti i membri della società. Sono destinati a tutti e vengono realizzati solo approssimativamente, nella misura in cui tutti membri di una comunità/società vengono resi partecipi. A più persone il bene comune viene sottratto, meno esso è realizzato. Il bene comune è un bene che si realizza solo in quanto non solo viene posseduto in comune ma in quanto è proprio esso che unisce25.

Da questi pochi accenni si evince che, in quanto questo modello modifica l’agire economico, è indirizzato proprio ai primi agenti a livello economico, ossia gli imprenditori e le aziende. A questo livello si parla ormai della responsabilizzazione sociale delle imprese e del "Social business" che – in chiave di "sviluppo sostenibile" – è indirizzato proprio ad un agire economico che sia attento alle risorse ambientali e sociali dell’uomo, assicurandogli in questo modo quelle condizioni di cui egli si deve poter avvalere per lo sviluppo della sua personalità.

Analizziamo un attimo il primo dei due concetti, della "Corporate Social Responsability"26: emblematico, qui, il caso delle sigarette "WEST". Un’analisi ha portato alla luce, che i consumatori di questo marchio non lo fumano per quegli aspetti che l’impresa sottolinea nella pubblicità, ma per le sue azioni di sponsoring sociale. Quest’ultimo aspetto è talmente incisivo che in fin dei conti le sigarette vengono fumati non per ma piuttosto nonostante la pubblicità che esso emette. Vari altri casi di "social-sponsoring" come realizzazione della "responsabilità sociale d’impresa" (RSI) si lascerebbero aggiungere. L’aspetto rilevante, che della RSI fa una realizzazione di "bene comune", non è il fatto che l’azienda produca economicamente profitto con il quale, a livello di "social commitment" si "pulisce" la coscienza, investendo una parte del profitto nell’ambiente sociale. Questo modello, nel quale i manager cinici coprono "l’assenza di scrupoli morali"27, rientrerebbe piuttosto ancora nel primo modello di "bene comune". Qui, all’interno della seconda concezione proposta, il "bene comune" non viene visto come qualcosa di esteriore-complementare all’agire economico, ma come integrativo dell’economia stessa: l’azienda stessa agisce in modo etico, non esporta l’etica dando "social comitments". Infatti, nelle azioni di RSI, la produzione di ricchezza e distribuzione della ricchezza non più divise ma nella stessa società, nelle azioni produttive stesse ancorate. "puro business" e "pura filantropia" non più divise ma messe insieme.

Come caso esemplare si lascerebbe aggiungere il modello di Danone, in collaborazione con la banca sociale "Grameen"28, che il co-fondatore di questa banca nonché premio nobel Mohammed Yunus ha iniziato in Bangladesh: Iniziando una produzione di yoghurt nutriente in Bangladesh, comprando gli ingredienti per un prezzo elevato direttamente dai contadini della zona, e organizzando la distribuzione pure tramite le persone del luogo, egli abilita la gente del luogo, attraverso questa forma di partecipazione al processo economico, di comprare anche i prodotti. "As long as a project has to rely on subsidies and donations to cover its losses, such a project remains in the category of charity. But once such a project achieves full cost recovery, on a sustained basis, it graduates into another world – the world of business. Only then can it can be called a social business". Rinforzare le istanze del mercato, sulla base della concezione del "bene comune", dà più aiuto di qualsiasi donazione di elemosine. Questo significa un investimento secondo le leggi del mercato, ma non in una prospettiva neoliberale, bensì scoprire il mercato come quel spazio in cui realizzare un bene, che non è il bene del profitto individuale che quindi, una volta prodotto, può essere tolto e individualizzato, ma rimane come una vera e propria istanza del bene comune all’interno dell’attività imprenditoriale per essere reinvestito negli acquisti di prodotti e ingredienti da parte della popolazione bangladeshiana. Questa idea non è rimasta un caso unico; nel frattempo anche tante altre aziende europee si sono interessate per un progetto di realizzazione della stessa.

A questo punto si evince chiaramente che il concetto di "bene comune" apre un’ulteriore spazio al di là della dicotomia Stato-individuo, mirando alla dimensione della società civile, e in questo caso al "mesolivello" economico degli imprenditori: gli imprenditori stessi vengono responsabilizzati29; e questo è di somma importanza in un momento in cui, come analizzato in precedenza, le possibilità dell’ordinamento politico vengono notevolmente sfidate dalla globalizzazione e dagli sviluppi corrispettivi ad essa. Insomma: il "bene comune" acuisce l’attenzione per la decentralizzazione, che secondo la concezione del "bene comune" si deve attualizzare nell’ordinamento politico-economico: ossia l’esigenza di porre l’attenzione dell’economia mondiale alle concrete unità quali sono i paesi che si devono rapportare con i mercati globalizzati, ossia a livello nazionale, di dare più attenzione alle strutture locali, in cui sono innescate anche le piccole e medie aziende. E solo attraverso un tale sguardo verso il particolare che l’uomo e le sue relazioni sociali, quale criterio del "bene comune" appare come istanza della valutazione etica. Solo in questo modo si riesce a rivalorizzare quelle dimensioni che questo secondo modello di "bene comune" reclama, e che sono dimensioni di una versione personalista dell’uomo. Paradossalmente, è questa la risposta che il concetto di "bene comune" dà alle sfide di "globalizzazione", perché solo da relazioni sociali integre può nascere quella "globalizzazione della solidarietà"30 come spesso viene reclamata quale reazione alla globalizzazione economica.

4. Epilogo

Come si può evincere da queste considerazioni, il concetto di "bene comune" è un concetto correttivo, correlativo che cerca di correggere, appunto, alcune conseguenze che la globalizzazione dell’economia capitalista nella sua recente fase neoliberalista ha causato e sta causando a scapito di valori autenticamente umani. L’uomo non è solo quell’individuo che può presupporre la sua perfetta costituzione sociale e un perfetto quadro ambientale, all’interno del quale i suoi rapporti economici si sviluppano in modo esemplare, quasi come coltivati in una serra. In quanto tale, l’economia di mercato e l’homo oeconomicus è un modello, un’astrazione della realtà, che solo in questa astrattezza funziona così come prevede la teoria. Nella prassi sono invece da considerare tanti altri fattori umani, quelli appunto che recentemente vengono reclamati con il concetto del "bene comune". In questo senso, il concetto di "bene comune" verte ad un vero e proprio cambiamento di stile di pensare, tende a superare la riduzione delle problematiche sociali e politiche a questioni economiche; e critica, allo stesso momento, certi meccanismi economici che a noi ormai sembrano essere normali e insormontabili, ma che in realtà sono solo tali.

E proprio in questo momento sistematico che si colloca la Dottrina sociale della Chiesa e la sua promozione del concetto di "bene comune" che si basa sulla concezione che la "dignità umana" viene rispettato non restringendo lo sguardo agli interessi individuali e alle libertà del singolo dalla società, ma valutando e valorizzando in modo adeguato le condizioni positive sociali stesse ossia dell’ "insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente"31. A questo orientamento all’uomo in quanto persona32, la Chiesa aggiunge come esigenza del "bene comune" la speciale attenzione, l’ "opzione preferenziale per i poveri". In quanto essa concepisce i beni della terra non come oggetto della concorrenza libera, per cui finirebbero nella prerogativa esclusiva dei loro appropriatori, ma pronuncia la dimensione di obbligazione sociale che la proprietà comporta con sé, la Chiesa connette a questa dimensione il suo specifico annuncio dell’attenzione ai più poveri della società in quanto in una prospettiva del "bene comune" sono quelli che costituiscono la vera "prova di tornasole": "Essa [l’opzione preferenziale per i poveri] si riferisce alla vita di ciascun cristiano […] ma si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni"33. L’opzione preferenziale per i poveri, in fondo, è quella originale risposta del Cristianesimo, in chiave di bene comune, che mira all’empowerment di gruppi marginalizzati, in quanto mira alla loro inclusione/partecipazione, alla valorizzazione delle loro potenzialità per il mercato, per condurli in questo senso alla partecipazione al mercato e alla vita pubblica stessa.

Il sociologo Alfred Hirschmann ha teoretizzato che le fasi orientate al bene individuale e al bene comune si alternano, per cui alla delusione dell’una segue l’esordio dell’altra, fin quando anche quest’ultima non arrivi alla delusione per cui l’alternarsi comincia daccapo. Perciò ritengo che i due principi si devono sempre richiamare l’uno all’altro e non finire unilateralmente. La lotta per i diritti fondamentali umani e per la sua partecipazione al bene comune devono svolgersi insieme e sostenere l’una l’altra34. Le decisioni nel caso specifico spesso sono difficili e dipendono da fattori concreti e da compromessi. Come una tale domanda difficile penso ad es. alla questione della valutazione etica della domanda del "reddito minimo".

La dottrina della "economia sociale del mercato" ha cercato di integrare entrambi gli aspetti; ad es. formula Müller-Armack che le leggi dell’economia di mercato "funzioneranno più efficacemente più ci sono persone che cercano di sviluppare non solo la loro conoscenza economica e tecnica, ma anche altre qualità richieste nella vita, al di là del mercato, che essi poi applicano alla sfera economica" 35. Questo vuol dire che la stessa economia di mercato, per il suo funzionamento reale – ormai non si parla più del solo funzionamento astratto o secondo il modello – ha bisogno dei valori del bene comune. Questo è importante al fine di ottenere anche quel bene comune che è il mercato stesso in quanto meccanismo di "utilizzo ottimale delle risorse disponibili in rapporto alla qualità e quantità dei bisogni umani"36. In questa prospettiva finale, si delinea la possibilità di una (almeno parziale) sintesi in quanto il bene comune non viene interpretato in concorrenza o falsificazione del mercato, ma come l’inveramento della sua intuizione in quanto dimensione fondamentale dell’agire umano. Il suo concetto è la produzione di "capitale sociale".

Non è di per sé sbagliato di votare per la costruzione di un parco pubblico, anche se connesso con immense spese per la costruzione e la manutenzione. Allo stesso modo non è ‘matematicamente’ detto che un’organizzazione perfetta di pattuglie e di forze d’ordine garantirà una situazione di maggior sicurezza. Dei fattori sono da considerare, come si evince da questa analisi, parecchie e sono pluriformi. Queste considerazioni aprono il discorso ai veri fondamenti del "bene comune" che appunto non sono economicamente producibili, ma consistono nella solidarietà e la responsabilità vissute in una società.

Come un discorso etico chiude in modo classico con quel aspetto che la tradizione ha sempre identificato con il fine dell’etica, ossia della felicità, questa prospettiva costituisca anche l’ultimo aspetto del presente discorso. Pascal ha trovato le seguenti parole: "Tutti gli uomini cercano di essere felici: è un fatto che non ha eccezione; per quanto diversi siano i mezzi ch’essi impiegano tendono tutti a tal fine […]. Questo è il motivo di ogni azione di tutti gli uomini, persino di quelli che si accingono a impiccarsi"37. Applicato all’economia, rimane da riassumere, che la felicità non si calcola in cifre material-economiche ma che esige un concetto di "bene comune" nell’ampiezze del suo significato come fu delineato in questa trattazione. In questo senso, è noto che la "curva" della felicità, con crescente benessere, non è una crescita continua ma segna piuttosto una parabola in forma di U rovesciato38. Attraverso queste considerazioni, il concetto di "bene comune" non intende di sostituire i nostri concetti di economia e di abolirli, ma di integrarli, non a scapito ma per il funzionamento dell’economia stessa, in quanto essa fa parte della pluridimensionale realtà del relazionarsi sociale dell’uomo, non riducibile ad un rapporto persona-cosa o persona-capitale, ma sempre mirando alla "logica" persona-persona.

 

 

1 L. Bruni, Bene comune ed economia per un’economia agapica, in: Bene comune e Dottrina sociale della Chiesa in Italia. Dal Vaticano II a Benedetto XVI. Atti del primo seminario preparatorio del Centenario delle Settimane Sociali, a c. di Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, Bologna 2007, 67-82, qui 74.

2 A. Smith, Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, a c. di A. Compolongo, Torino 1958, 409 (IV,2).

3 Sono autori come W. Eucken, F. A. v. Hayek, M. Friedman, la scuola di Chicago, K. Homann – pur con notevoli differenze tra di loro, essi convengono nell’opinione che il mercato deve essere inquadrato da regole, siano esse parte di un ordinamento vero e proprio, siano le leggi ferree del mercato stesso.

4 Smith, Ricerche, 17 (I,2).

5 B. Mandeville, La favola delle api ovvero, vizi privati, pubblici benefici con un saggio sulla carità e le scuole di carità e un’indagine sulla natura della società, a c. di T. Magri, Roma-Bari 2002, 266.

6 Cfr. G. Manzone, Il mercato. Teorie economiche e dottrina sociale della Chiesa, Brescia 2001, 334.

7 Cfr. F. A. v. Hayek, La società libera, cit. in: Manzone, Il mercato, 377.

8 Questa espressione di Milton in un articolo sulla New York Times del 13.09.1970, viene riportata da S. Zamagni, L’economia del bene comune, Roma 2007, 152. Zamagni commenta: "la tesi anti-RSI avrebbe senso, oltre che peso, se i mercati, sia degli input sia degli output, fossero tutti di concorrenza perfetta; se la distribuzione del reddito fosse equa, nell’accezione minimale di consentire a tutti i soggetti di partecipare al gioco di mercato; se la preferenza degli agenti economici restassero immutate rispetto allo svolgimento dell’attività economica" (ibid. 156).

9 K. Homann, Wettbewerb als effizientere Form der Caritas, in: Süddeutsche Zeitung del 12.02.02, 20.

10 A Milano questa cifra corrisponde al numero di oltre 82 mila famiglie; cfr. Corriere della Sera, 10.02.2004 (http://archiviostorico.corriere.it/2004/febbraio/10/Milano_oltre_mila_famiglie_vivono_co_7_040210013.shtml; 17.02.2009).

11 Cfr. E. Colom, Principi e valori della DSC, in: P. Carlotti / M. Toso (edd.), Per un umanesimo degno dell’amore. Il "Compendio della Dottrina sociale della Chiesa", Roma 2005,281-316, qui 289.

12 Manzone, Il mercato, 331.

13 Cfr. A. Sen, Development as Freedom, Oxford 1999.

14 Manzone, Il mercato, 328.

15 Zamagni, L’economia, 27.

16 Zamagni, L’economia, 56.

17 Nel seguente, mi riferisco all’approccio di L. Bruni, S. Zamagni, che si rifanno non alla tradizione scozzese, ma agli autori dell’illuminismo italiano quali A. Genovesi, P. Verri, C. Beccaria.

18 R. Petrella, Il bene comune. Elogio della solidarietà, Reggio Emilia 1997, 6.

19 Combi-Monti sottolineano che in questa dimensione sociale si tratta di una dimensione essenziale del "bene" stesso che quindi di per sé ha carattere sociale: "Ciò che risultasse essere bene soltanto per se stessi o per la propria parte, ma intaccasse il bene altrui, non può essere considerato bene in senso autentico, in senso etico, di cui il bene comune è nient’altro che l’espressione sociale" (E. Combi / E. Monti, Fede e società. Introduzione all’etica sociale, Milano 2005, 142).

20 Zamagni, L’economia, 7.

21 Come fu già accennato, in modo emblematico è la questione dello sviluppo sostenibile che oltrepassa il paradigma neoliberale: "L’economia neoclassica affronta, in quest’ottica, solo il primo e più elementare livello gerarchico, quello del comportamento individuale razionale. La questione della sostenibilità, invece, va posta a un differente e più elevato livello gerarchico, che ha a che fare con la compatibilità complessiva del sistema, sottoposto alle sfide produttive capitalistiche" (S. Maffettone, Responsabilità sociale, governanza e sostenibilità, in: S. Semplici [ed.], Il mercato giusto e l’etica della società civile, Milano 2005, 57-68, qui 67).

22 Per la seguente sistematica rimando a T. Meynhardt, Welchen Beitrag leisten Organisationen zum Gemeinwohl? (www.cse.unisg.ch/download.php?file_id=737&download=true; 17.02.2009), 7.

23 Cfr. Meynhardt, Welchen Beitrag, 1s.

24 "Ora, se nessuno potrà mai dubitare della rilevanza delle relazioni di scambio, soprattutto in un’epoca come la nostra caratterizzata dalla globalizzazione dei mercati, è del pari vero che esse non esauriscono la vasta gamma delle relazioni tra soggetti" (S. Zamagni, Requisiti morali di un nuovo ordine sociale e economia civile, in: id. (ed.), Economia, democrazia, istituzioni in una società in trasformazione. Per una rilettura della Dottrina Sociale della Chiesa, Bologna 1997, 119-151, qui 128s.).

25 Per questa breve definizione cfr. W. Kerber, Gemeinwohl, in: Lexikon für Theologie und Kirche, vol. 4, Freiburg-Basel-Rom-Wien 19953, 439s.

26 Cfr. anche M. Molteni, Per un’imprenditorialità socialmente orientata, in: Semplici (ed.), Il mercato giusto, 125-157.

27 Zamagni, L’economia, 151.

28 Per la banca "Grameen" nel contesto di "etica finanziaria" cfr. I. Musu, Esigenze di etica della finanza in un contesto di globalizzazione, in: Zamagni (ed.), Economia, democrazia, istituzioni, 81-117, qui 115.

29 Risulta evidente come questo approccio evita la dialettica dicotomica "individuo-Stato", come sta alla base della prima concezione di "bene comune" qui esposto. Mentre quella oscilla tra pretese di "deregulazione" e "intervento", il secondo concetto accentua la dimensione morale del "bene comune": "La soluzione possibile non è né nella deregulation senza limiti, né nell’acccentuazione dell’intervento, ma, invece, nell’integrazione: nel mantenimento degli assetti legislativi; del rafforzamento degli strumenti di attuazione; della crescita contestuale di un orientamento strategico manageriale che veda nell’elevazione della qualità ambientale un momento essenziale della politica aziendale" (G. Sapelli, Etica d’impresa e valori di Giustizia, Bologna 2007, 55s.).

30 Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso del 1.05.2000 a Tor Vergata, n° 2.

31 Gaudium et spes, 26; Compendio, 164. "Il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione" (Compendio, 170).

32 Cfr. Compendio, 105-159; Gaudium et spes, 25.

33 Sollicitudo rei socialis, 42; Compendio, 182.

34 Non a caso, il Compendio tratta del "principio" del "bene comune" subito, come secondo principio, dopo quello di personalità (cfr. Compendio, 164-170).

35 Müller-Armack, in: Manzone, Il mercato, 379.

36 Manzone, Il mercato, 381.

37 B. Pascal, Pensieri, 1999, 425 (p. 141).

38 Cfr. Zamagni, L’economia, 57.

 

 

Sondrio,17 Febbraio 2009

Incontro formativo

UCID Sondrio e Rotary Club Sondrio

Markus Krienke

 

 

 


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