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“Caritas in Veritate”

Incontro-Dibattito UCID Nazionale 11/11/2009

alla Fondazione Nemetria di Foligno (PG)

 

 

Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione della UCID Nazionale, Intervento a cura del Segretario Generale, Giovanni Scanagatta

 

Foligno, 11 Novembre 2009

 

U C I D

UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI DIRIGENTI

“CARITAS IN VERITATE”

 

Intervento

di

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale Ucid

 

 FOLIGNO, 11 NOVEMBRE 2009

SEDE DI NEMETRIA

 

 

  1. Introduzione

L’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in Veritate, data a Roma il 29 giugno 2009, è giunta due anni dopo l’anniversario dei quarant’anni della Populorum Progressio di Paolo VI che si voleva celebrare. Si tratta di un ritardo provvidenziale perché in questo modo la voce del Papa ci aiuta a capire le ragioni profonde della crisi che nel frattempo è scoppiata e a illuminare con la Carità nella Verità la strada da  prendere per un nuovo modello di sviluppo che vede al centro l’uomo con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività. E’ un messaggio rivolto agli uomini di buona volontà di tutto il mondo per uno sviluppo umano integrale.

La Populorum Progressio di Paolo VI era già stata commemorata nel 1987, in occasione del suo ventennale, con la seconda enciclica sociale di Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis. Si riprendeva in questo modo, nello spirito della continuità e dello sviluppo del pensiero sociale della Chiesa, la commemorazione iniziata con la Quadragesimo Anno del 1931 di Pio XI, a quarant’anni dalla Rerum Novarum. La Quadragesimo Anno, è utile ricordarlo, viene pubblicata all’indomani della grande crisi del 1929 e in essa vengono sottolineate le gravi conseguenze della separazione tra etica ed economia e si introduce il principio di sussidiarietà.

Passati quarant’anni dalla pubblicazione della Populorum Progressio, Benedetto XVI esprime la convinzione che questa grande enciclica di Paolo VI merita di essere considerata come la Rerum Novarum dell’epoca contemporanea della globalizzazione.

L’enciclica sociale di Benedetto XVI si caratterizza per la forte tensione teologica perché lo sviluppo basato sulla carità nella verità si colloca ad un livello più elevato dello sviluppo giusto, in forza del rapporto filiale tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa fa parte della teologia, come ebbe già a sottolineare in modo incisivo Giovanni Paolo II, nel suo alto insegna,mento sociale. Ma l’enciclica Caritas in Veritate è anche molto attenta alla dimensione storica della Dottrina sociale della Chiesa per il discernimento morale degli atti umani. Pensiamo all’analisi delle cause profonde della crisi che stiamo vivendo, etiche e morali prima che economiche.     

Varie sono le tematiche affrontate dalla Caritas in Veritate, ma appare centrale il concetto di sviluppo da intendersi in tutti i suoi aspetti: morale, economico, sociale, familiare, ambientale e tecnologico. Benedetto XVI parla di vocazione allo sviluppo, per sottolineare il suo significato teologico e trascendente.

La cultura cristiana è vocazione allo sviluppo basato sui valori della solidarietà e della sussidiarietà per la costruzione del bene comune. Significative appaiono a questo riguardo le parole che leggiamo al punto 16 dell’Enciclica: “Dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall’altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo”.    

Si rifuggono pertanto le recenti teorie della decrescita felice portate avanti da diversi studiosi. Nel contempo, viene sottolineata la grande capacità di leggere i tempi della Populorum Progressio di Paolo VI del 1967, a cui è dedicato il primo capitolo della Caritas in Veritate. La Populorum Progressio ci esorta a non dimenticare che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.

La Caritas in Veritate conferma l’impostazione di fondo della Dottrina Sociale della Chiesa e ripropone in modo forte le idee in campo sociale su cui il Santo Padre ha sempre insistito prima di salire al soglio pontificio.

La conferma è che la Dottrina Sociale della Chiesa non ha modelli economici da proporre né soluzioni tecniche da offrire, ma si preoccupa che le costruzioni degli uomini siano rispettose della persona umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio.

Il secondo è un pensiero sempre professato da Papa Ratzinger e riguarda il rifiuto  della contrapposizione tra Stato e Mercato come modelli unici e alternativi per lo sviluppo dei popoli. La costruzione del bene comune non si ha se si fa affidamento in modo esclusivo sullo Stato e sul Mercato. La costruzione del bene comune compete a tutti gli uomini di buona volontà e alle loro libere aggregazioni, mettendo in sinergia due grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa: la solidarietà e la sussidiarietà. La solidarietà senza sussidiarietà genera assistenzialismo che mortifica la voglia di intraprendere per lo sviluppo orientato alla costruzione del bene comune. La sussidiarietà senza la solidarietà genera egoismi localistici e scarsa attenzione agli altri in una visione del bene comune universale.             

La crisi che stiamo vivendo  impone, secondo l’enciclica, una profonda riflessione sui fondamenti del modello di sviluppo dei popoli nel quadro dell’economia globale. Anche questa crisi fa capire, come sempre è avvenuto nella lunga storia dell’uomo, che i fondamenti dello sviluppo duraturo non possono essere solo economici, ma nel contempo culturali, etici e morali. In questo senso, appaiono profetiche le parole pronunciate dal Cardinale Ratzinger in una conferenza del 1985: “Anche le energie spirituali sono un fattore economico: le regole del mercato funzionano solo se esiste un consenso morale di fondo che le sostiene”.

Negli ultimi duecento anni, i principali sistemi economici hanno oscillato tra due poli opposti: Stato e Mercato. La storia dimostra che i sistemi entrano in crisi quando lo Stato degenera in statalismo e il Mercato si tramuta in mercatismo e in riduzionismo economico, come vediamo ai nostri giorni. Stato e Mercato non possono essere di per sè etici, perché sono costruzioni degli uomini e se gli uomini non sono giusti non è possibile costruire uno sviluppo nella giustizia e nella pace.  

Riprendendo le parole del Cardinale Ratzinger: “Nella storia economica appare sempre più evidente come la formazione dei sistemi economici e il loro legame con i bene comune derivi da uno specifico atteggiamento etico”. Questo non vuol dire, ci avverte il Cardinale Ratzinger, che la morale debba disconoscere le leggi economiche, altrimenti si degenera nel moralismo, che è l’opposto della vera morale.

L’enciclica fa capire che occorre approfondire l’operare di questo “pendolo storico” che oscilla tra Stato e Mercato, perché questo ci deve aiutare a tracciare i lineamenti di una nuova visione dello sviluppo per il bene comune che superi e vada oltre il ferreo binomio in cui siamo oggi intrappolati.

Si afferma generalmente che il Mercato ha il compito di creare la ricchezza, mentre lo Stato svolge le  funzioni redistribuitive per la realizzazione del bene comune e della giustizia sociale. Oscilliamo ciclicamente tra questi due poli, spingendo di volta in volta verso le liberalizzazioni e il mercato o verso l’intervento dello Stato in economia.

La crisi di oggi segna di nuovo il ritorno del pendolo verso l’intervento pubblico, dopo la stagione delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni.

Ma lo Stato, ci ammonisce l’enciclica sociale di Benedetto XVI, non può essere l’unico costruttore di bene comune (Welfare State): ci sono le imprese, le famiglie, gli enti intermedi, il vastissimo mondo del volontariato dove lavorano più di tre milioni di persone e di cui poco si parla nel nostro Paese.

Per tenere unito il mondo abbiamo bisogno di un nuovo modello di sviluppo che per essere solido e duraturo deve avere contenuti nel contempo economici, civili e morali, grazie al primato della politica che deve operare in autentico spirito di servizio per la costruzione del bene comune fondato sullo sviluppo umano integrale.

 

  1. L’impresa, l’imprenditore e l’imprenditorialità alla luce della Caritas in Veritate

La grande svolta che segna il primato del ruolo dell’impresa e dell’imprenditore nello sviluppo per il bene comune si ha con la terza enciclica sociale di Giovanni Paolo II, la Centesimus Annus del 1991. La Centesimus Annus parla del ruolo primario dell’impresa per lo sviluppo e quindi di economia di impresa più che di economia capitalistica, definizione che Giovanni Paolo II ritiene poco appropriata. Per Papa Wojtyla, l’impresa è una comunità di persone che condividono un obiettivo comune che è quello della sostenibilità dell’impresa nel lungo periodo e in cui l’autorità viene esercitata non come potere ma come servizio, con carità nella verità, per la costruzione del bene comune.

Nella Caritas in Veritate vengono spesso nominati l’impresa, l’imprenditore e l’imprenditorialità. Si tratta soprattutto del capitolo terzo dedicato alla fraternità, allo sviluppo economico e alla società civile. I punti che ci interessano di più come Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (Ucid) sono il 40 e il 46.

Benedetto XVI nella Caritas in Veritate ( punto 40) afferma che “Le attuali dinamiche economiche internazionali richiedono profondi cambiamenti nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte”. E ancora nel punto 41 si legge: “ Nel contesto di questo discorso è utile osservare che l’imprenditorialità ha e deve sempre di più assumere un significato plurivalente. La perdurante prevalenza del binomio mercato-Stato ci ha abituati a pensare esclusivamente all’imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale dall’altro. In realtà, l’imprenditorialità va intesa in modo articolato. Ciò risulta da una serie di motivazioni metaeconomiche”.

Significativa al riguardo è la sottolineatura dell’Enciclica riguardante la perdita di significato della distinzione tra imprese profit e no profit ( punto 46). Cambia il rapporto tra impresa ed etica. Le imprese profit e no profit sono accomunate dalla necessità, per la loro vita nel lungo periodo, della soddisfazione del vincolo dell’efficienza economica. “Non si tratta solo di un terzo settore, ma di una nuova amplia realtà composita, che coinvolge il privato e il pubblico, e che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali”. D’altra parte, come ricorda Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, quando l’impresa consegue un profitto vuol dire che i fattori della produzione sono impiegati in modo efficiente.     

La globalizzazione, come si legge nel punto 40 dell’Enciclica, dilata il significato della responsabilità sociale dell’impresa dagli stretti confini nazionali al mondo globalizzato, pieno di differenze e di disuguaglianze sul piano economico. Aumenta il numero e il peso degli stakeholders esterni rispetto a quelli interni. Si riparla del mutamento dei rapporti tra shareholders e stakeholders, con rivisitazioni della partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa.  

La responsabilità sociale dell’impresa non significa distintivi che l’impresa si dà o riceve dall’esterno, come sono i codici etici, i bilanci etico-sociali, le certificazioni etiche e ambientali. Dietro la produzione di tutti questi strumenti si nascondono non di rado forti interessi economici che non hanno niente a che fare con un’autentica responsabilità sociale dell’impresa o, come preferiamo dire noi dell’Ucid, della responsabilità imprenditoriale per la costruzione del bene comune. A tale riguardo, così si esprime la Caritas in Veritate: “Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento”.

I problemi che si trova ad affrontare attualmente la responsabilità sociale dell’impresa nell’era della globalizzazione sono molteplici sia sul piano micro che macroeconomico. Esiste un problema di definizione della natura della responsabilità sociale dell’impresa. Abbiamo un problema riguardante gli effetti del comportamento etico dell’impresa nel lungo periodo e di misurazione. La  misurazione e la valutazione riguardano sia il piano micro che quello macroeconomico.

Sul piano microeconomico ed aziendale abbiamo il problema degli indici di bilancio tradizionali che sono inadatti a misurare tutto il valore che l’impresa eticamente responsabile produce nel lungo periodo. Sul piano macroeconomico, dobbiamo confrontare larghe moltitudini di imprese per individuare le eventuali differenze e la loro significatività nel lungo periodo tra imprese eticamente responsabili e imprese e le altre imprese. Facciamo un semplice esempio riguardante gli indici di bilancio. Confrontiamo per questo due imprese dello stesso settore e della stessa dimensione: la prima che effettua investimenti nel campo della sicurezza in azienda e della qualità delle condizioni di vita sul posto di lavoro e  un'altra che non fa alcun investimento. La prima azienda avrà probabilmente un maggiore valore aggiunto dipendente dalla superiore produttività del lavoro che viene certamente catturata dalla categoria di valore aggiunto impiegata in economia aziendale. Non viene tuttavia catturata la creazione di valore conseguente alla minore spesa infortunistica e sanitaria conseguente al comportamento virtuoso della prima azienda in relazione agli investimenti nella sicurezza sul posto di lavoro e alla sua qualità. E’ stato per questo elaborato all’Ucid un nuovo indice che abbiamo chiamato valore economico e sociale guadagnato (VESG). Naturalmente l’impresa “virtuosa”  dovrà registrare una componente negativa di reddito riguardante la quota di ammortamento per gli investimenti che la seconda impresa non effettua. Supponendo che la componente negativa di reddito venga compensata dalla maggiore creazione di valore aggiunto connessa alla più elevata produttività del lavoro dovuta all’investimento, ci troveremmo di fronte a due imprese che presentano la medesima redditività e la stessa tassazione. La tassazione dovrebbe invece essere minore nel primo caso grazie ad una politica di ammortamenti accelerati che abbassa le imposte dovute dall’impresa virtuosa. Questo significa un fisco etico e animato dai valori della sussidiarietà (fisco sussidiario) di cui parla l’Enciclica Caritas in Veritate.

Sul piano macroeconomico, l’Ucid sta portando avanti il confronto tra campioni statisticamente significativi di imprese eticamente responsabili nel lungo periodo e le altre imprese. I risultati che abbiamo ottenuto nel primo Rapporto Ucid 2007 (analisi Logit) sulla coscienza imprenditoriale nella costruzione del bene comune sono a questo riguardo incoraggianti. Abbiamo individuato una serie di variabili statistiche qualititative e quantitative che discriminano, a livelli significativi di probabilità, le imprese che abbiamo definitivo eticamente responsabili rispetto ad un campione dicotomico di altre imprese. Queste analisi verranno approfondite nel secondo Rapporto Ucid 2010.

In definitiva, l’accelerazione del progresso scientifico e tecnico e i processi di globalizzione dell’economia stanno modificando in modo profondo la natura dell’impresa e, conseguentemente, il modo di intendere l’impresa stessa, come afferma Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in Veritate. Rimane fondamentale per l’impresa la vocazione allo sviluppo, che assume nella Caritas in Veritate un forte valore teologico perché è Dio che chiama l’uomo e l’uomo è libero di dare la sua risposta. Lo stesso investimento, che è la condizione per lo sviluppo dell’impresa, acquista un valore morale perché chi lo compie è animato dalla fede e dalla speranza nel futuro, come avviene nella parabola dei talenti in cui è premiato chi rischia e moltiplica i talenti ricevuti e viene invece condannato chi per timore del futuro lo sotterra. Lo sviluppo diventa in questo modo la condizione necessaria per la costruzione del bene comune. Essa diventa sufficiente quando lo sviluppo è animato dalla giustizia e, ancora di più, dalla carità che si trova ad in livello più elevato per il suo valore teologico che valorizza il rapporto tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza.

 

 

  1. L’impresa come luogo di eccellenza della creatività per lo sviluppo e  per il bene comune

 

Papa Ratzinger, fin da quando era Cardinale, sostiene che il destino di ogni società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani dovrebbero svolgere questo ruolo di minoranza creativa affinché l’Europa torni ad essere quello che le compete sul piano storico. Diversamente si va verso il declino, come sembrano evidenziare alcuni indicatori a livello mondiale riguardanti la distribuzione del reddito. Negli ultimi vent’anni, l’Europa ha perso circa 15 punti sul prodotto interno lordo mondiale, guadagnati dall’area asiatica. Gli Stati Uniti hanno guadagnato qualche punto, mentre un calo ha subito il Giappone. Migliora il peso dell’Africa, ma su livelli molto bassi.

La creatività e l’innovazione sono fondamentali per lo sviluppo dell’impresa. Viene su questo tema subito alla mente l’aureo libretto di un grande economista austriaco, J. Schumpeter, scritto nel 1911 sulla teoria dello sviluppo economico. Schumpeter afferma che tre sono i fattori fondamentali dello sviluppo: a) l’imprenditore innovatore; b) un sistema di piccole e medie imprese che operano in un ambiente concorrenziale: c) le banche che creano credito e consentono la trasformazione delle innovazioni in risultati per il mercato’. L’idea di innovazione di Schumpeter è molto ampia e abbraccia le innovazioni di prodotto, di processo, la ricerca di nuovi mercati, nuovi mezzi di trasporto,  nuovi modelli organizzativi delle imprese.

Notevole è il ruolo assegnato dalla Caritas in Veritate al progresso scientifico e tecnico come motore dello sviluppo. L’ultimo capitolo dell’Enciclica, il sesto, è infatti dedicato allo sviluppo dei popoli e alla tecnica. Così possiamo leggere al punto 69: “Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico. La tecnica- è bene sottolinearlo- è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia” E ancora: “ La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni di vita”.

Benedetto XVI mette in guardia sui gravi rischi dell’ideologia della tecnica, dopo i lutti che hanno provocato le ideologie politiche nell’ultima parte del secondo millennio.  Non tutto quello che è tecnicamente possibile, è eticamente accettabile, soprattutto per quanto riguarda la dignità dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio. La tecnica deve essere fatta per l’uomo e per il suo sviluppo integrale e non l’uomo per la tecnica.

L’impresa è il luogo per eccellenza della creatività e dell’innovazione. Su di esse si fonda la competitività delle imprese per lo viluppo e la sostenibilità nel lungo periodo.

L’impresa nasce dall’iniziativa economica delle singole persone o delle loro libere organizzazioni: intraprendere è creare. Bisogna incoraggiare lo spirito d’innovazione, la creazione di nuove imprese e il loro ampliamento e fornire a coloro che prendono tali iniziative le condizioni favorevoli per concretizzarle. Lo scopo fondamentale di queste iniziative creatrici non è solamente la moltiplicazione dei beni prodotti, né il profitto o il potere: Si tratta del servizio dell’uomo: di tutti gli uomini e di tutto l’uomo secondo la gerarchia delle sue necessità di ordine materiale, così come delle esigenze relative alla sua vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa. Come ci ricorda Giovanni Paolo II nell’Enciclica sociale Sollicitudo Rei Socialis, esiste il diritto fondamentale all’iniziativa economica che presuppone il rispetto dei valori della sussidiarietà.

Un compito fondamentale nell’assicurare lo sviluppo per la costruzione del bene comune spetta agli imprenditori e, in primis, agli imprenditori cristiani. Questo ruolo è particolarmente sottolineato da Giovanni Paolo II nell’enciclica sociale Centesimus annus  parla, come si è già accennato, più che di economia capitalistica (definizione che non ritiene appropriata), di economia d’impresa.  Messaggio che viene ripreso e sviluppato da Benedetto XVI nel messaggio per la pace dell’inizio di quest’ anno: “Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine” .

L’iniziativa che crea l’impresa si persegue ogni giorno: regolare e adattare la produzione, controllare i contrasti e le difficoltà, stimolare i miglioramenti, animare le relazioni sociali. Essa è indispensabile per prevedere a medio e lungo termine, anticipare i cambiamenti di ciò che ci circonda, preparare le competenze umane per il domani. L’impresa deve continuamente ricrearsi.

Questa voglia di creatività non deve essere solo di alcuni, ma deve diffondersi a tutti i livelli ed essere stimolata e coordinata. La creatività è un valore dell’impresa che deve essere condiviso da tutti i suoi membri. E’ una partecipazione al dinamismo creatore di Dio e un modo di mettersi al servizio degli uomini.

La creatività dell’impresa riguarda i beni e i servizi per la collettività degli uomini al lavoro, e in modo più esteso, delle comunità umane. Crea dei posti di lavoro; sviluppa delle competenze; crea e distribuisce valore aggiunto; crea delle possibilità di consumo e prepara l’avvenire per mezzo degli investimenti.

L’impresa è una cellula vivente di relazioni umane che partecipa alla creazione del tessuto economico-sociale, ma anche politico, culturale ed etico della società globale. Essa partecipa alla costruzione del bene comune.

Lo sforzo di creatività e inventiva è ancora più necessario in periodi di crisi economica come l’attuale. In questo tempo, lo spirito d’impresa è messo a dura prova ed esige sacrifici e tenacia per non rinunciare a cercare le vie per superare la crisi. Le virtù teologali della fede, della speranza e della carità costituiscono il viatico indispensabile per l’imprenditore cristiano che vuole superare la crisi e costruire un nuovo futuro.

Le imprese sono espressioni legittime della libertà di intraprendere e di creare. Esse corrispondono all’iniziativa creatrice dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, alla sua vocazione di intraprendere per creare sviluppo per il bene comune.

 

  1. Conclusioni

La forte tensione teologica dell’enciclica sociale di Benedetto XVI esalta, con la Carità nella Verità, i valori della creatività umana nei rapporti dell’uomo con Dio Creatore e quindi il ruolo dell’impresa come comunità di persone e luogo di eccellenza per la creatività e l’innovazione finalizzate alla competitività e allo sviluppo per la costruzione del bene comune.

L’uomo senza Dio non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia.  L’uomo in dialogo con Dio continua l’opera del Creatore, rispondendo in modo positivo alla vocazione allo sviluppo di cui parla moltissimo l’Enciclica (la parola sviluppo viene nominata quasi 300 volte nella Caritas in Veritate, 200 nella Sollicitudo Rei Socialis, 40 nella Centesimus Annus) per la costruzione del bene comune, coniugando i valori della solidarietà e della sussidiarietà.

I principi dello sviluppo, della solidarietà, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni e del bene comune sono i cardini della Dottrina Sociale della Chiesa. Essi vengono riaffermati e sviluppati nell’Enciclica Caritas in Veritate nell’era della globalizzzione,  con una forte tensione teologica che punta alla Carità che è superiore alla Giustizia. E’ la prima dimensione (verticale) della Dottrina sociale della Chiesa rispetto a quella storica e del discernimento morale degli atti umani (orizzontale).

Benedetto XVI ci insegna che la globalizzazione ha colpito in pieno l’economia e la finanza, grazie anche all’enorme pervasività delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in tutte le forme, ma ha messo in grave difficoltà la politica e la capacità di governo a livello mondiale a fronte delle grandi differenze e delle disuguaglianze che la globalizzazione ha sprigionato sul piano storico, culturale, etico, religioso ed economico. E’ la seconda grande sfida a cui si trova di fronte l’umanità all’inizio del terzo millennio di cui parla il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. A fronte di questo grande deficit di politica a tutti i livelli, locale e mondiale,  assumono un ruolo importante e delicato le religioni e diventa per questo importante, come fa capire Benedetto XVI, l’unità dei Cristiani, soprattutto per dare un futuro all’Europa come minoranza creativa, e il dialogo interreligioso.

La neutralità della scienza economica (economics) rispetto all’economia politica degli economisti classici con precisi fondamenti morali (Adamo Smith), si consacra con l’economista inglese Lionel Robbins. Il suo saggio sulla natura e il significato della scienza economica è del 1932 e, curiosamente, appare un anno dopo la pubblicazione dell’enciclica sociale di Pio XI Quadragesimo Anno (1931). Il disinteresse degli economisti per gli alti insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa è sempre stato, salve rare eccezioni, molto vasto, ma ora sembra che cose stiano cambiando con l’attuale grave crisi, con un atteggiamento di grande interesse verso la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

Nella Quadragesimo Anno di Pio XI si affronta il rapporto tra economia e morale: “Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui principi propri, sarebbe errore affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno dall’altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo”.

Un grande economista che ha colto l’importanza della convergenza tra l’etica cristiana e l’etica liberale è stato Hayek che nella prima riunione del 1947 della Mont Pelerin Society riteneva questo dialogo fondamentale per il futuro dell’Europa. Una posizione su cui si sono ritrovati tre grandi cristiani europei: De Gasperi, Adenauer e Schuman.

 

 

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Nazionale

 


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