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La Redazione segnala:

“Da  S. Sabino, fautore della Giustizia e soccorso ai poveri... alla Caritas in Veritate”

Riflessione sull’Enciclica di Benedetto XVI

“ Caritas in Veritate”

Incontro-Dibattito UCID Nazionale 12/9/2009

alla Diocesi di Avellino - Parrocchia di S. Ippolito Martire

Atripalda  (Av) Patrocinio dell’Amministrazione Comunale 

 

 

Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione della UCID Nazionale, Intervento a cura del Segretario Generale, Giovanni Scanagatta

 

Atripalda, 12 Settembre 2009

  1. Combattere la povertà per costruire la pace

Questo tema è stato affrontato nel messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione della giornata mondiale della pace il primo gennaio 2009.

Il messaggio del Papa riveste particolare interesse per gli imprenditori, dirigenti e professionisti dell’UCID perché affronta il tema su cui stiamo impegnando le nostre energie: lo sviluppo per il bene comune universale. Il messaggio contiene anche profonde riflessioni sulla crisi finanziaria internazionale, alla luce dei processi di globalizzazione e del massiccio impiego delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Il problema della povertà nel mondo è assai grave perché, pur in presenza di riduzioni della povertà assoluta (aumento del reddito medio pro capite dei Paesi poveri), si osserva un aumento della povertà relativa, cioè della differenza tra il reddito medio pro capite dei Pesi ricchi e quello medio dei Paesi poveri. Gli ultimi dati della FAO ci dicono che il numero  delle persone nel mondo che rischiano di morire di fame è ormai vicino al miliardo, pari a quasi 1/6 della popolazione mondiale. La concentrazione del reddito a livello mondiale è elevata, ma ancor più elevata risulta la concentrazione della ricchezza e soprattutto la concentrazione del credito. Il 7% della popolazione mondiale beneficia del 97% del credito totale, mentre al 93% della popolazione mondiale va solo il 3% del credito totale. Le disuguaglianze maggiori tra i Paesi ricchi e quelli poveri riguardano pertanto l’accesso al credito. Il microcredito e la microfinanza, temi su cui la nostra associazione è impegnata sia con analisi di carattere generale che con progetti operativi specifici, rivestono particolare importanza perché consentono l’accesso alle risorse creditizie e all’offerta di servizi finanziari e non finanziari a persone o a gruppi che sono esclusi dai tradizionali canali bancari per mancanza o carenza di garanzie.

La tradizione del microcredito risale molto indietro nella storia del nostro Paese: pensiamo ai monti di pietà del quattordicesimo secolo su iniziativa degli ordini religiosi e, in periodi a noi più vicini, alla nascita delle casse rurali e del credito cooperativo nel milleottocento. Sono iniziative che precedono quella molto conosciuta di M. Yunus in Bangladesh con la nascita e il grande sviluppo della Gramen Bank, Banca del Villaggio, e che mirano a colmare la frattura tra economia effettiva globalizzata e bene comune.   

Per ridurre queste pericolose concentrazioni di reddito, di ricchezza e di credito, occorre elevare il reddito pro capite dei Paesi poveri perché questo genera, oltre una certa soglia, risparmio e quindi formazione di ricchezza. La formazione di ricchezza consente a sua volta di migliorare l’accesso al credito da parte dei Paesi poveri ricorrendo ai tradizionali canali bancari.

Il messaggio del Papa “Combattere la povertà, costruire la pace”, fonda le sue radici nel grande deposito della Dottrina Sociale della Chiesa degli ultimi cento anni: dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Frequenti sono i riferimenti alla grande enciclica sociale di Paolo VI, Populorum progressio,  di cui si ricorda la meravigliosa sintesi: “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.

La cultura cristiana è pertanto cultura dello sviluppo, nel rispetto del creato e dei diritti delle generazioni future. Essa si oppone alle teorie della “decrescita felice” che hanno cominciato a circolare negli ultimi anni (si pensi ad esempio al pensiero di Serge Latouche). Ma leggiamo, a questo riguardo, il messaggio di Benedetto XVI: “Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l’aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell’azione politica-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l’obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgombrato il campo che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. Il un’economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo” (pp. 16-17). Si tratta di un pensiero molto chiaro ed incisivo, perfettamente in linea con le posizioni espresse al riguardo da Paolo VI nella Populorum progressio.

Per costruire il bene comune universale, sconfiggendo la povertà nel mondo, occorre pertanto coinvolgere nei meccanismi di sviluppo della ricchezza i Paesi poveri,  aggredendo il problema non tanto dal lato dell’offerta di solidarietà ma da quello della domanda. Nella misura in cui i poveri vengono coinvolti nei processi di sviluppo, si riduce la domanda di solidarietà (è il famoso trade not aid di D. Robertson). E in questo senso, i Paesi ricchi devono cambiare il loro approccio allo sviluppo e, soprattutto, all’aiuto pubblico allo sviluppo. A tale riguardo, è interessante ricordare il pensiero del Cardinale Ratzinger espresso in occasione di una conferenza del 1985 (“Chiesa ed economia. Responsabilità per il futuro dell’economia mondiale”): “Oggi noi non possiamo più assumere acriticamente il sistema liberale, neppure con le correzioni che gli sono state apportate, quasi fosse la salvezza del pianeta; le obiezioni poste dal Terzo mondo non sono infondate. A partire dagli anni ’50 si è cercato di riequilibrare la bilancia con progetti di sviluppo, ma dobbiamo riconoscere che il tentativo è fallito”. Questo pensiero viene ribadito nel messaggio di Benedetto XVI del 1° gennaio 2009: “I dati sull’andamento della povertà relativa degli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall’altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi poveri. Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti” (pp. 11-12).

Il Papa dedica nel messaggio per la pace di inizio anno una particolare attenzione alla crisi finanziaria internazionale e delle banche che stiamo vivendo. Così si esprime Benedetto XVI: “Una riflessione… può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie allo sviluppo dell’elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale -  basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l’incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l’attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune. L’appiattimento degli obiettivi degli operatori globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo (pp. 14-15).

La grave crisi causata dalla finanza è il risultato della combinazione di una serie di comportamenti non etici e cioè: a) ricerca spasmodica del profitto nel brevissimo periodo all’interno del settore finanziario e dei suoi processi di innovazione; b) riduzione della lunghezza dei processi produttivi della finanza grazie all’uso massiccio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in contesti globalizzati; c) allargamento della differenza tra la lunghezza dei processi produttivi dei beni e dei servizi e quella dei processi produttivi della finanza (E. Bohm Bawerk). In questo modo la finanza condiziona negativamente, invece di sostenere, i processi di accumulazione e sviluppo delle economie reali e quindi la costruzione del bene comune.

Lo sviluppo e la costruzione del bene comune dipendono invece in via originaria dalle forze reali dei sistemi economici, grazie ad un sapiente equilibrio tra i valori della solidarietà e della sussidiarietà. In questo spirito, la costruzione del bene comune è responsabilità non solo dello Stato (Welfare State), ma di tutti (Welfare Society): famiglie, imprese, scuola, università, organizzazioni intermedie, associazioni di volontariato, ecc..

Un compito particolare nell’assicurare lo sviluppo per la costruzione del bene comune spetta agli imprenditori e, in primis, agli imprenditori cristiani. Questo ruolo è particolarmente sottolineato da Giovanni Paolo II nell’enciclica sociale Centesimus annus quando parla, più che di economia capitalistica (definizione che non ritiene appropriata), economia d’impresa.  Messaggio che viene ripreso con grande incisività da Benedetto XVI nel messaggio di inizio anno: “Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine” (p. 16).

In definitiva, per coniugare positivamente le enormi possibilità offerte dal progresso scientifico e tecnico con lo sviluppo per la costruzione del bene comune, occorre investire di più e meglio nel capitale umano. Quel capitale umano che solo negli ultimi anni gli economisti hanno inserito in modo endogeno nei loro modelli di sviluppo (v. ad esempio il modello di Romer), indirizzando gli sforzi della ricerca nell’evidenziare la diversa produttività che gli investimenti in capitale umano hanno nelle differenti fasi dell’istruzione e della formazione (prescolare, scolare, media, universitaria) (v. J. Heckman). Gli economisti hanno quindi alla fine scoperto quello che la Dottrina Sociale della Chiesa va affermando almeno da due secoli: la centralità della persona umana nei processi di sviluppo, con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività.

In questo spirito, ci piace ricordare il pensiero di un economista italiano del ‘900: Marco Fanno. Nei Principi di scienza economica del 1951 egli scrive: “Il risparmio si tramuta in capitale, oltre che mediante la produzione o trasformazione di beni materiali, mediante l’educazione e l’istruzione delle giovani generazioni. Le spese che si sostengono per l’educazione fisica, intellettuale e spirituale dei propri figli, più che spese vere e proprie, rappresentano risparmio volontario destinato a trasformasi in capitale… cioè ad aumentare o migliorare quella particolare categoria di capitali che è il capitale personale”.

 

  1. L’enciclica “Caritas in veritate”

La Caritas in Veritate si pone, da un lato nel solco della tradizione aperto dalla Populorum Progressio  e dall’altro presenta degli spunti di grande innovazione. Varie sono le tematiche affrontate, ma appare come centrale il concetto di sviluppo da intendersi in tutti i suoi aspetti: umano, economico, sociale, familiare, ambientale e tecnologico. Nell’affrontare le problematiche dei nostri tempi, fra cui la crisi economica, occorre appellarsi a quella che rappresenta la maggiore forza a servizio dello sviluppo: un umanesimo cristiano che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio.

La genesi, e le radici, di questa enciclica papale affondano profondamente nella dottrina, ma, soprattutto nel magistero Sociale della Chiesa, a partire  dalla Populorum progressio pubblicata dal papa Paolo VI nel marzo del 1967 della quale, in particolare, Papa Benedetto XVI si pone come continuatore, adeguando le illuminate intuizioni del suo predecessore alla mutata situazione dell’economia mondiale.

 La caritas costituisce il tema portante dell’enciclica, ma appare altresì fondamentale che il suo “svolgimento”  avvenga , più che  “alla luce”, “nella luce”  dei fondamentali principi della Fede.

Vorrei qui riportarne integralmente lo straordinario incipit :

“La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera.”

Papa Benedetto enuncia immediatamente i tre pilastri su cui si poggia il suo ultimo lavoro:

La “Carità”  è vero motore che fornisce l’energia per giungere al giusto ed ordinato sviluppo dei popoli, ma solo a condizione che si sviluppi nella “Verità” da non ricercare , ovviamente, in teorie sociali e/o economiche destinate all’obsolescenza ed all’oblio, me risiedente in “Gesù Cristo”, nella testimonianza dell sua morte e Resurrezione.

Dalla lettura dell’enciclica si può non notare  subito che  essa si muove sì nel solco della tradizione ma con propria originalità.

Nella “Lettera agli Efesini”, Paolo infatti dice che si deve fare la “verità nella carità” .

Il Papa invece inverte i termini: ci ricorda che l’amore del prossimo è autentico amore quando lo rispetta nel suo essere, ma soprattutto quando lo si sviluppa all’interno del progetto divino.

L’enciclica si suddivide in sei Capitoli ognuno veramente ricco di innumerevoli spunti.

Se ne da qui una rispettosa ma necessaria sintesi.

2.1 Il messaggio della Populorum Progressio

L’analisi effettuata dal Pontefice sul contenuto di questa enciclica dell’anno paolino ne mette innanzitutto in risalto come essa trovi innanzitutto diretta ispirazione dalle tematiche del Concilio Vaticano II.

Egli poi ascrive al suo predecessore il merito di avere enunciato che il principio che la Chiesa tutta  è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo, ma nell’alveo della Tradizione della fede apostolica.

Paolo VI comprese anche molto chiaramente come la questione sociale fosse diventata mondiale ed affrontò pertanto con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo.

Benedetto XVI coglie l’opportunità, ricordando l’altra intuizione paolina, in notevole anticipo sui tempi,  del grande pericolo di affidare l'intero processo dello sviluppo alla sola tecnica, di completare il Suo pensiero affermando che,  sia  assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico, sia  vagheggiare l'utopia di un'umanità tornata all'originario stato di natura sono due modi opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale.

Vengono  ricordati altri due documenti di Paolo VI molto importanti per delineare il senso pienamente umano dello sviluppo proposto dalla Chiesa, la Humanae vitae e la Evangelii nuntiandi, non strettamente connessi con la dottrina sociale, ma inerenti allo sviluppo umano integrale sul piano naturale, risposta a una vocazione di Dio creatore.

La realizzazione di un'autentica fraternità è la  prospettiva aperta dalla Populorum progressio: per  lo sviluppo dei popoli è necessario che ora si agisca con coraggio e senza indugio.

Questa urgenza è dettata anche dalla carità nella verità.

È la carità di Cristo che ci spinge: “Caritas Christi urget nos”.

2.2 Lo sviluppo umano nel nostro tempo

Il mondo che Paolo VI aveva davanti a sé era molto meno integrato di quello odierno.

Per questo motivo la Populorum progressio assegnava un compito centrale, anche se non esclusivo, ai “poteri pubblici”: oggi sembra più realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, con una partecipazione più sentita alla res publica da parte dei cittadini.

Numerosi aspetti preoccupano il Pontefice, che ne rileva soprattutto l’interconnessione.

Il profitto è utile ma se mal prodotto e senza il Bene Comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà

Ancora, il tema del rispetto per la vita ritorna sul  problema dell'insicurezza alimentare esigendo un'equa riforma agraria nei Paesi in via di sviluppo che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli

Riaffermando con forza che solo Dio è il vero garante del vero sviluppo dell'uomo, Benedetto XVI denuncia il pericolo legato alla diffusa negazione del diritto alla libertà religiosa, che si estrinseca sia con il terrorismo fondamentalista sia con la promozione programmata dell'indifferenza religiosa o dell'ateismo pratico.

Parimenti condannate sono le politiche contrarie al tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli.

In questa linea, il tema dello sviluppo umano integrale assume una portata ancora più complessa La novità principale è stata l'esplosione dell'interdipendenza planetaria, ormai Comunemente nota come globalizzazione.

Paolo VI l'aveva parzialmente prevista, ma i termini e l'impetuosità con cui essa si è evoluta sono sorprendenti

Tuttavia, senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana.

2.3 Fraternità, sviluppo economico e società civile

Il Papa intende qui proporci il Suo insegnamento su una diversa dinamica del funzionamento del mercato e della logica di impresa.

E’ forse il capitolo più ricco di spunti originali.

Innanzitutto Egli trae le sue premesse ancora una volta dalla Fede e, più precisamente, dalla sua natura di dono di Dio all’uomo:” La carità nella verità pone l'uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. L'essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza..”

L’elemento unificante delle comunità  non è pertanto il mercato, che risulta essere solo mezzo che consente l’incontro fra persone ma, “la carità nella verità”,  in quanto  dono ricevuto da tutti, è  unificante abbattendo  barriere e confini.

Ma il mercato, da solo, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare.

All’interno della sfera economica, il mercato,  non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale.

Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.

Benedetto XVI non persegue palingenesi nei rapporti umani né mercantili, ovviamente non proponibili in quanto utopiche, propone invece di inserire anche  nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità.

Auspica infatti che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgano di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico.

I danni provocati dall’economia globalizzata, la non capacità dei governi di porvi rimedio, nemmeno a posteriori, dimostrano che i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall'inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente.

Anche l’economia globalizzata dimostra di aver bisogno della logica del dono senza contropartita.

Carità nella verità, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica del profitto fine a sé stesso.

Anche sulla delocalizzazione delle imprese non viene fornito un giudizio deterministico: quando essa comporta investimenti e formazione, può fare del Bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Così come la globalizzazione: il suo criterio etico fondamentale è dato dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel Bene. “La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno.”

2.4 Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente

Abbiamo, subito, un forte appello alla solidarietà universale intesa soprattutto come dovere, ricordando che spesso l’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri.

Lo sviluppo dei popoli è diretta funzione della crescita demografica ed il Papa rinnova la sua preoccupazione per una politica di controllo delle nascite esclusivamente finalizzata a fini edonistici.

Mette inoltre in guarda sulla denatalità ed i rischi ad essa connessi, in particolare contro il rischio di impoverimento di relazioni sociali, e la scarsa garanzia di forme efficaci di solidarietà connesse al proliferare di famiglie di ridottissime dimensioni.

Di nuovo un forte impulso a promuovere forme di finanza “etica” con particolare attenzione alla “microfinanza”, senza però condannare le imprese “tradizionali”, purchè dimostrino la loro disponibilità a concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato.

Serve la mobilitazione fattiva di tutti i soggetti della società civile: in particolare agli Organismi internazionali il Papa chiede poi la trasparenza nell’utilizzo dei fondi ricevuti e l’impegno a ridurre i loro apparati burocratici e destinare maggiore risorse allo sviluppo.

L’enciclica affronta anche il delicato problema ambientale.

Anche qui, secondo l’ottica cristiana, la natura e le sue risorse sono un dono del Creatore  ed espressione del suo amore per l’umanità e come tale vanno utilizzate evitando sia atteggiamenti di sfruttamento selvaggio che di neopanteismo.

Ancora il principio della solidarietà e della responsabilità globale deve guidarci nell’utilizzo e nella ripartizione delle risorse energetiche con l'aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli.

2.5 La collaborazione della famiglia umana

Con la considerazione che lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, si apre il capitolo, significativo fin dal titolo.

Oggi l’umanità ha necessità di passare da un alto  grado di interazione ad una collaborazione in vera comunione, nel segno della solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace.

Ancora nella rilevazione cristiana troviamo un modello: nel rapporto tra le Persone della Trinità nell'unica Sostanza divina in quanto le tre divine Persone sono relazionalità pura

Un avvertimento contro l’indifferentismo religioso: chi esercita il potere politico dovrà operare un discernimento  basandosi sul criterio della carità e della verità

A tale proposito viene riaffermata la assoluta necessità, per perseguire un vero sviluppo, che le verità della fede informino di sé anche la vita pubblica

I programmi di aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi integrati e partecipati dal basso.

La cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica; essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano.

Qui il papa coglie l’occasione per condannare tutte le forme di colonialismo intellettuale in particolare i comportamenti immorali e perversi legati al turismo sessuale e le colpevoli complicità dei governi ed operatori turistici.

In merito poi allo sviluppo umano ed all’incontro dei popoli tipico di questa epoca, alta e chiara si leva la voce del Pontefice sul fenomeno delle migrazioni. Ne va riportato integralmente il passo: “tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.”

Infine necessità che le Organizzazioni Sindacali debbano sì rafforzarsi per meglio assicurare ai lavoratori condizioni di vita più dignitose, ma anche che rivolgano le loro attenzioni ai soggetti meno tutelati ed in particolare ai lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, dove i diritti sociali vengono spesso violati.

2.6 Lo sviluppo dei popoli e la tecnica

Occorre  che l'uomo, abbagliato dei “prodigi” della tecnologia , rinunci alla pretesa prometeica,  rientri in se stesso per riconoscere le fondamentali norme della legge morale naturale che Dio ha inscritto nel suo cuore.

La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr Gn 2,15), che Dio ha affidato all'uomo.

La tecnica, nei suoi continui sviluppi, deve recuperare il senso vero della libertà, che non consiste nell'ebbrezza di una totale autonomia, ma nella risposta all'appello dell'essere.

Esplicito poi il riferimento alla bioetica, con la consapevolezza che si è di fronte  ad un bivio decisivo: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza.

Connessa con lo sviluppo tecnologico è l'accresciuta pervasività dei mezzi di comunicazione sociale.

Bisogna che essi siano al servizio della promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del Bene e della fraternità naturale e soprannaturale.

  1. L’UCID e le “buone pratiche” imprenditoriali. Il nodo delle banche

L’impegno dell’UCID nel campo delle “buone pratiche”, alla luce della responsabilità imprenditoriale per il bene comune, si svolge su due piani.

Il primo piano si concretizza attraverso la realizzazione sul territorio delle giornate itineranti Wojtyla, con l’individuazione di imprese eticamente responsabili appartenenti e non alla nostra associazione sulla base di un’analisi di tipo generale che fa riferimento alla responsabilità praticata nei confronti degli stakeholders interni ed esterni: dipendenti, comunità locali, istituzioni locali, clienti, azionisti.

Finora abbiamo realizzato due giornate itineranti dedicate a Giovanni Paolo II, grande Maestro di Dottrina Sociale della Chiesa, : la prima a Penne, in Abruzzo, nel maggio del 2008 con tema generale sulle tre encicliche sociali del Papa Wojtyla (Laborem Exercens 1981, Sollicitudo Rei Socialis 1987, Centesimus Annus 1991) e la seconda a Latina sul federalismo, solidarietà e sussidiarietà. Nella prima e nella seconda giornata sono stati premiati complessivamente dodici imprenditori che con la loro attività hanno testimoniato la loro fede nell’impresa come comunità di persone in cui l’autorità viene esercitata non come potere ma come servizio per la costruzione del bene comune.

Il secondo piano è di tipo molto più analitico per un confronto, sulla base di una serie di indicatori quantitativi e qualitativi,  tra le imprese eticamente responsabili e le altre. Lo scopo è la valutazione economica nel lungo periodo delle imprese eticamente responsabili, con l’impiego di metodologie statistiche appropriate. In questa sede sono stati elaborati anche nuovi indici di bilancio che superano la limitatezza di quelli tradizionali. Si tratta ad esempio del valore aggiunto, indicatore insufficiente a catturare tutta la ricchezza creata dall’impresa eticamente responsabile nel lungo periodo. A tale indicatore abbiamo sostituito il valore economico e sociale guadagnato (VESG) che coglie i più larghi effetti economici e sociali dell’impresa eticamente responsabile nel lungo periodo. E’ il caso, ad esempio, degli investimenti nella sicurezza e nella qualità sul posto di lavoro e di quelli per la salvaguardia dell’ambiente. Essi hanno effetti non solo sulla produttività del lavoro aziendale, ma anche sulla spesa sanitaria e quella per gli infortuni. Questo secondo piano di analisi è riservato alle giornate Siri e al Centro dedicato al grande Arcivescovo di Genova, per più di quanrant’anni consulente ecclesiastico nazionale della nostra associazione nata nel 1947.

Nel Centro Siri si effettuano analisi micro e macro per un confronto tra le imprese eticamente responsabili e le altre imprese. Si elaborano così bilanci etico-sociali riclassificati secondo le nostre definizioni e analisi discriminanti multivariate per cogliere i set di variabili qualitative e quantitative che differenziano, a certi livelli di probabilità, le imprese eticamente responsabili dalle altre.

I risultati di tutte queste analisi vengono pubblicati ogni tre anni nel Rapporto UCID sulla coscienza imprenditoriale nella costruzione del bene comune. Il primo Rapporto è stato pubblicato nel 2007 e il secondo verrà presentato nel 2010 e uscirà per i tipi della Libreria Editrice Vaticana nella collana “Imprenditori cristiani per il bene comune”.   

Le buone pratiche devono naturalmente riguardare non solo le imprese manifatturiere, ma tutte le imprese, comprese le banche di cui poco si parla nel nostro Paese, a parte la decisa posizione presa recentemente dal Ministro dell’Economia.

Qui solo alcune battute sulle banche:

  1. il mito delle concentrazioni e delle fusioni si è rivelato in parte fallace perché è dubbio il perseguimento di economie di scala e di scopo nel settore bancario; la prossimità con il territorio è fondamentale per la valutazione del merito del credito in un sistema molto diffuso di piccole e medie imprese come quello italiano; le procedure standardizzate di Basilea 2 mal si adattano al nostro sistema fondato sulle piccole e medie imprese perché contano molto la conoscenza e le relazioni personali con gli imprenditori e i modelli econometrici non hanno antenne sufficienti per distinguere le imprese buone da quelle cattive; sono molto più adatte al nostro sistema le piccole e medie banche che conoscono bene le piccole e medie imprese che operano sul territorio, come nel caso delle banche di credito cooperativo;

  2. dobbiamo ritornare ad una sana specializzazione temporale e funzionale nel settore del credito bancario per sostenere il processo di accumulazione e sviluppo delle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni; il modello della specializzazione del credito è stato fondamentale nel sostegno del miracolo economico italiano degli anni cinquanta e sessanta;

  3. il provvedimento anti-crisi del novembre 2008, convertito nella legge 2 del 2009, non sta funzionando per quanto riguarda le banche, nonostante le buone intenzioni degli osservatori presso le prefetture, dei codici etici, delle obbligazioni bancarie sottoscrivibili dal Tesoro; il nuovo credito alle piccole e medie imprese è in gran parte bloccato e i tassi di interesse fissi sui finanziamenti incorporano spread la cui dimensione ci indica che il nodo bancario non è ancora sciolto. Il razionamento del credito è fortissimo nei confronti delle piccole imprese, delle famiglie e del Mezzogiorno.

  1. Conclusioni 

La recente enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in Veritate”, conferma l’impostazione di fondo della Dottrina Sociale della Chiesa e ripropone in modo forte le idee in campo sociale su cui il Santo Padre ha sempre insistito prima di salire al soglio pontificio.

La conferma è che la Dottrina Sociale della Chiesa non ha modelli economici da proporre, ma si preoccupa che le costruzioni degli uomini siano rispettose della persona umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio, con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività.

Il secondo è un pensiero sempre portato avanti da Papa Ratzinger e riguarda il rifiuto  della contrapposizione tra Stato e Mercato come modelli unici e alternativi per lo sviluppo dei popoli. Ne è una conferma la critica che si trova nella prima enciclica sociale di Benedetto XVI della separazione tra imprese profit e no profit. La costruzione del bene comune non si ha se si fa affidamento in modo esclusivo sullo Stato e sul Mercato. La costruzione del bene comune compete a tutti gli uomini di buona volontà e alle loro libere aggregazioni, mettendo in sinergia due grandi valori della Dottrina Sociale della Chiesa: solidarietà e sussidiarietà.

La crisi che stiamo vivendo  impone pertanto, secondo l’enciclica, una profonda riflessione sui fondamenti del modello di sviluppo dei popoli nel quadro dell’economia globale.

Anche questa crisi fa capire, come sempre è avvenuto nella lunga storia dell’uomo, che i fondamenti dello sviluppo duraturo non possono essere solo economici, ma nel contempo culturali, etici e morali. In questo senso, appaiono profetiche le parole pronunciate dal Cardinale Ratzinger in una conferenza del 1985: “Anche le energie spirituali sono un fattore economico: le regole del mercato funzionano solo se esiste un consenso morale di fondo che le sostiene”.

Negli ultimi duecento anni, i principali sistemi economici hanno oscillato tra due poli opposti: Stato e Mercato. La storia dimostra che i sistemi entrano in crisi quando lo Stato degenera in statalismo, una delle tre malebestie combattute da don Sturzo, e il Mercato si tramuta in mercatismo e in riduzionismo economico, come vediamo ai nostri giorni. Viene allora messo in crisi, da una parte, il concetto di Stato Etico e, dall’altra, il concetto di Mercato Etico per la costruzione del bene comune. E ciò perché abbiamo dimenticato una verità fondamentale della legge naturale: l’Etica può riferirsi solo all’uomo (Uomo Etico), con i suoi valori di verità, libertà, responsabilità, dignità, creatività. Stato e Mercato non possono essere di per sè etici, perché sono costruzioni dell’uomo e se l’uomo non è giusto non si possono costruire la giustizia e la pace.

Riprendendo le parole del Cardinale Ratzinger: “Nella storia economica appare sempre più evidente come la formazione dei sistemi economici e il loro legame con i bene comune derivi da uno specifico atteggiamento etico”. E ancora: “Una politica economica che non miri solo al benessere del gruppo o al bene comune del singolo Stato, ma al benessere dell’intera famiglia umana, richiede un alto grado di disciplina etica”. Questo non vuol dire, ci avverte il Cardinale Ratzinger, che la morale debba disconoscere le leggi economiche, altrimenti si degenera nel moralismo, che è l’opposto della vera morale. E conclude, siamo nel 1985,: “Oggi abbiamo bisogno di un alto grado di concretezza in campo economico, ma anche di un alto grado di etica, affinché la scienza economica si metta al servizio dei veri obiettivi e le sue conoscenze divengano politicamente applicabili e socialmente sostenibili”.

L’enciclica fa capire che occorre approfondire l’operare di questo “pendolo storico” che oscilla tra Stato e Mercato, perché questo ci deve aiutare a tracciare i lineamenti di una nuova visione dello sviluppo per il bene comune che superi e vada oltre il ferreo binomio in cui siamo oggi intrappolati.

Si afferma generalmente che il Mercato ha il compito di creare la ricchezza, mentre lo Stato svolge le  funzioni redistribuitive per la realizzazione del bene comune e della giustizia sociale. Oscilliamo ciclicamente tra questi due poli, spingendo di volta in volta verso le liberalizzazioni e il mercato o verso l’intervento dello Stato in economia.

La crisi di oggi segna di nuovo il ritorno del pendolo verso l’intervento pubblico, dopo la stagione delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. Pensiamo, a questo riguardo, all’attuale crisi delle banche a livello mondiale e alle misure che vengono generalmente prese per porvi rimedio:dopo la privatizzazione, l’intervento dello Stato.

Ma lo Stato, ci ammonisce l’enciclica sociale di Benedetto XVI, non può essere l’unico costruttore di bene comune (Welfare State): ci sono le imprese, le famiglie, gli enti intermedi, il vastissimo mondo del volontariato dove lavorano più di tre milioni di persone e di cui poco si parla nel nostro Paese. Operano in questi casi i valori fondamentali della solidarietà e della sussidiarietà che, in opportuno equilibrio, creano sviluppo per il bene comune.

Per tenere unito il mondo abbiamo bisogno di un nuovo modello di sviluppo che per essere solido e duraturo deve avere contenuti nel contempo economici, civili e morali, grazie al primato della politica che deve operare in autentico spirito di servizio per la costruzione del bene comune. Oggi la politica Oggi la politica è caduta su livelli molto bassi, troppo bassi per generare speranza in un mondo migliore, pensando soprattutto alle giovani generazioni.  Abbiamo bisogno di uomini nuovi in grado di disegnare e realizzare un nuovo modello di sviluppo che si fondi in modo equilibrato sui grandi valori della solidarietà e della sussidiarietà.

E’ questo il grande insegnamento dell’enciclica sociale di Benedetto XVI che occorre tradurre in scelte concrete a livello mondiale, puntando su un nuovo modello di sviluppo i cui fondamenti vanno oltre lo Stato e il Mercato.   

Tratto saliente dell’enciclica sociale di Benedetto XVI è la vocazione allo sviluppo e la dimensione spirituale dello sviluppo. E ciò nello spirito di un autentico umanesimo cristiano per la costruzione del bene comune universale. Si rifuggono pertanto le teorie della decrescita felice portate avanti in primis dalla scuola francese di Serge Latouche. I principi dello sviluppo, della solidarietà, della sussidiarietà, della destinazione universale dei beni e del bene comune sono i cardini della Dottrina Sociale della Chiesa. La solidarietà senza sussidiarietà genera assistenzialismo e mortificazione della creatività dell’uomo per lo sviluppo e per la costruzione del bene comune. La sussidiarietà senza solidarietà genera egoismo localistico, scarsa attenzione all’altro e al bene della coesione sociale. Pensiamo, a questo riguardo,  al federalismo e all’imperativo di tenere unito e coeso il nostro Paese: questione meridionale e questione settentrionale. Ne discende la necessità di costruire da parte dei cristiani in modo responsabile un equilibrio tra i valori della solidarietà e della sussidiarietà per lo sviluppo e per la diffusione del bene comune.

Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può da solo espletare pienamente la propria funzione economica,  cioè di creare la ricchezza e di distribuirla secondo giustizia. L’obiettivo dell’impresa non può pertanto essere costituito unicamente dal profitto e dalla responsabilità nei confronti degli azionisti, ma occorre anche testimoniare la responsabilità nei confronti degli altri portatori di interessi, rappresentati in primis dai dipendenti, la risorsa più preziosa dell’azienda. E ancora la responsabilità nei confronti delle comunità locali, delle istituzioni locali, dei clienti, dei fornitori e di tutti gli altri soggetti che hanno rapporti con l’impresa. In questo modo l’impresa è una comunità di persone in cui l’autorità viene esercitata non come potere ma come servizio con carità nella verità per la costruzione del bene comune.

L’Enciclica di Benedetto XVI sottolinea opportunamente che non esiste solamente la responsabilità sociale dell’impresa ma anche la responsabilità sociale del consumatore. E ciò vale soprattutto nel nostro tempo in cui diventano sempre più pervasive e aggressive le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, con un rapporto sempre più diretto e personalizzato tra chi consuma beni e servizi e chi li produce. Le due responsabilità devono integrarsi e valorizzarsi reciprocamente per uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo e per la costruzione del bene comune.    

Ma la carità, cioè l’amore, si colloca ad un livello superiore della giustizia, grazie alla trascendenza che fonda l’atto umano sul rapporto tra Dio e l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. L’uomo senza Dio non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia: non c’è futuro e speranza in un mondo migliore.

La sfida del futuro non può pertanto riguardare, come sostengono non pochi, la comprensione e la gestione del pluralismo delle etiche senza riferimento a Dio, perché ciò porta al relativismo etico, al riduzionismo economico e al continuo affievolimento dell’amore  per la costruzione del bene comune e quindi all’allontanamento dalla pace e dalla concordia tra i popoli della terra.

Il fondamento religioso dell’etica diventa in questo modo di vitale importanza, evidenziando la duplice dimensione storica e teologica della nostra dottrina sociale. Acquista in questo modo grandissima rilevanza il dialogo interreligioso, a partire dalle religioni monoteiste i cui fedeli rappresentano la parte più significativa della popolazione della terra.

L’Enciclica sociale di Benedetto XVI sottolinea infine che il progresso scientifico e tecnico è fondamentale per lo sviluppo dei popoli. Ma il pericolo è che dopo le ideologie dei sistemi economici e sociali che hanno portato guerre e grandi distruzioni nell’ultima parte del millennio trascorso si passi all’ideologia della tecnica senza Dio. Tutto quello che è tecnicamente possibile può non essere eticamente accettabile per la dignità dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.  

Dobbiamo ritornare alla centralità dell’uomo nei processi di sviluppo, con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità e creatività. Solo da poco gli economisti hanno scoperto il ruolo fondamentale del capitale umano nei processi di sviluppo, arrivando in ritardo rispetto i principi che da sempre indica la Dottrina Sociale della Chiesa. Cruciale diventa allora la formazione del capitale umano attraverso l’educazione e l’istruzione delle persone, a partire dall’infanzia. E’ la sfida educativa su cui insiste spesso il Santo Padre, sottolineando il ruolo insostituibile della famiglia e della scuola nella crescita morale e spirituale della persona per uno sviluppo sostenibile dei popoli nella carità e nella verità.                   

 

Giovanni Scanagatta

Segretario Generale UCID Nazionale

 


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